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di un lavoro fatto veramente con altro scopo, ma pure di molto pregio tanto per la zoologia, quanto per la nostra scienza, voglio dire il trattato culinare, che passa sotto il nome di Apicio. E noto come codesto troppo famoso ghiottone, scialaquati in favolosi desinari da 20 milioni di franchi, non gli rimanendo altro più che due milioni, nel timore, che egli avesse a morire di stento, si finisse di veleno. A dir vero il libro, di cui parliamo, piuttosto che un’opera speciale bassi a dire una compilazione fatta, non si saprebbe precisare nè da chi, nè in qual tempo, da varj libri di cucina, o ciò che torna lo stesso, un zibaldone di note in uso dei cuochi. Tuttavia, qual’è, merita di fissare l’attenzione anche del naturalista, che da esso può ritrarne quali fossero gli animali e le piante, che negli ultimi tempi della republica, e sotto gli Imperatori servivano comechè sia ai Romani di cibo o di condimento. Laonde non è a fare meraviglia, se uomini anche dottissimi un Cuvier, il Dierbach, il Mayer vi si affaticarono molto d’attorno per trovare, a quanto si può, nella moderna scienza i nomi e le cose corrispondenti agli oggetti in esso menzionati.

Ed eccoci oramai al fine del non breve e facile nostro cammino. Imperocchè con Plinio e Dioscoride può dirsi spenta la luce, che rischiarò la prima epoca di nostra scienza, chiuso il libro delle glorie de’ botanici antichi. D’allora tutto in Roma