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le piante. Che poi della agricoltura si occupassero i Romani con molto amore lo provano il pregio grandissimo in che era tenuta dall’universale, le lodi che a quella tributavano a gara poeti e prosatori e più ancora il fatto, che i loro più cospicui cittadini recavansi ad onore di coltivare colle mani loro i proprj campi. «Epperò, scrive Catone nel Proemio de Re rustica, quando i Maggiori nostri lodar volevano un galantuomo, lo chiamavano buon agricoltore, e buon colono; e con sì fatti nomi credevano essi di onorare ampiamente colui che lodar volevano.» Qual meraviglia pertanto, se, espugnata Cartagine, ordinava tosto il Senato Romano si traducesse in latino il trattato, che sulla coltivazione dei campi lasciò scritto Magone; trattato, che è l’unico monumento pervenuto fino a noi del sapere di quella potente rivale di Roma? L’opera, che Catone il Censore scrisse intorno alle cose di villa, 130 anni av. Cristo, e da me or ora menzionata, mentre sta come prova del primo ringentilirsi della lingua del Lazio, fa bella testimonianza della sapienza agricola dei nostri gloriosi antenati. Di agricoltura trattarono altresì i due Saserna, Padre e Figlio, e Gneo Tremelio Scrofa citati da Varrene, da Columella, da Plinio. Nè molto di poi si occupò del medesimo soggetto quel Varrone, che versatissimo nelle greche lettere, le quali aveva apprese in Atene, vi seppe recare i frutti della esperienza e di una erudizione divenuta famosa. Anche