Pagina:Albertazzi - Novelle umoristiche.djvu/16

2 il suicidio del maestro bonarca

ditori dell’essere caduto in miseria da tanta sua felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni creditore, benefattore con o senza usura, corre il pericolo che il beneficato ponga fine al debito ponendo fine alla vita.

Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione l’ambizione; e debolezza la confidenza nel nostro ingegno, non meno che fallaci, insani sono i sogni dell’anima nostra; e morbo la poesia e la melodia di cui risuoni l’anima nostra. Infatti quando il maestro Bonarca non avesse dato ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non si sarebbe incamminato mai verso il canal Torbo con il proposito d’affogarvi.

Fu così: In poco tempo aveva composta la Sposa selvaggia (centocinquanta lire al poeta del libretto: prima spesa), e i giornali cittadini avevano preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai cronisti: seconda spesa); poi (altre spese) il maestro era andato a Milano, a Torino, a Bologna in cerca di un editore, di un mecenate, di un impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata idea di assumere per sè l’impresa al teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse la dote teatrale, uno stimato commerciante accondiscese a firmare l’avallo nelle cambiali di lui, che sacrificava alla gloria tutte le economie del passato e molte economie dell’avvenire. E la Sposa selvaggia aveva ottenuta fortuna quasi uguale a quella desiderata. Se non