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mente su la dissimiglianza, e su ’l moto e la quiete, e su la generazione e la destruzione, e su l’essere e il non essere, e, a un motto, sovra qualunque cosa tu ponga com’ente o non ente, o passionata comunque; dei por mente, affermandola o negando, a quel che le avvenga in contemplazione di sè, e in contemplazion di quale vogli dell’altre cose, e in contemplazione di più e di tutte similmente; ed eziandia a ciò che consegua le altre cose in rispetto di fe e di qual altra cosa tu pigli sia come ente, sia come non ente, se t’istà a cuore dopo benaddisciplinato vedere pienamente il vero. Un gran lavoro mi di’ tu o Parmenide, nè io ben comprendo; ma, perchè non mi supponi e tratti tu qualche cosa, acciocchè io in tenda meglio? Faticosa opera, Socrate mio, vuo’ tu da un vecchio, gli disse Parmenide. E perchè nol fai tu, o Zenone? E Zenone, ridendo: Socrate mio, preghiamone Parmenide, che non è, credo io, lieve faccenda quello ch’è dice: o tu non vedi quanto difficil cosa domandi? Se fossimo più, non saria buono pregarnelo; conciossiachè sia disconvenevole, massime a un vecchio, tener tali ragionamenti innanzi di molti, stantechè i molti non sanno che la mente senza cotesto discorrer per tutto, è impossibile s’abbatta al vero. Via, Parmenide, ti prego anch’io con Socrate, chè anche io voglio udire dopo cotanto tempo.

E allora Antifonte ci narrò d’aver a lui detto Pitodoro ch’esso, e Aristotile, e gli altri si furono a pregar Parmenide di non voler istare su ’l niego. E Parmenide: Ei m’è forza obbedirvi, avvegnachè