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il mio lato diritto e altro il manco, e altro il dinanzi e altro il didietro, e similmente il di su e il di giù (che anch’io credomi partecipar del molti); e quando poi vogliami provare uno, dicendo ch’io, di noi sette qui, sono un uomo, e così io partecipo anche dell’uno: inguisachè mostrerà vero l’una e l’altra cosa. Laddove dunque alcuno pigli a dimostrar che son molti e uno coteste cose, pietre, legna e simili; diremo ch’esso abbia provato che son molti e uno, non che l’uno è molti, e il molti uno: e allor non divolgherà al mondo una novella meravigliosa, ma quello in che avremmo tutti buono accordo. Se dipoi, come ti dicev’ora, mi distingua e ponga separatemente le spezie di per sè, per esempio, la simiglianza e la dissimiglianza, il molti e l’uno, la quiete e il moto e via via; e pruovi ch’elleno dentro da sè medesime possano meschiarsi e discernere, si ch’io ne sarei stupefatto, o Zenone. Quella parte io ci la vedo trattata con molto valore: nondimeno, tel vo’ ridire, prenderei più ammirazione se cotesta difficoltà, la qual mi avete mostrata d’essere implicata nelle cose sensibili, persona mostrassemi in tutto implicata entro alle medesime spezie che s’apprendono dalla mente.

Intantochè Socrate diceva queste cose, raccontommi Pitodoro, ch’esso ebbe paura Zenone e Parmenide di ogni motto non si fosser pigliati collera; nientedimeno gli stettero molto intenti: e, sovente, guardando l’uno verso all’altro, sorrisero, com’in atto di ammirare Socrate. Onde, posato ch’ebbe, incominciò così Parmenide: O Socrate, come sei mira-