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poni innanzi di buone e belle ragioni; ei dipoi afferma che non c’è il molti, e anch’esso ne porge ragioni fortissime e molto abbondanti. Or, a dir tu che tutto è uno, a dir costui che non v’ha molti: e tutt’a due parlare in forma da dare a vedere che non abbiate voi detto il medesimo, quandochè egli è quasi il medesimo; ella par cosa che sorpassa nostro intelletto. Sì, o Socrate, disse Zenone, dunque tu non hai sentito per anche tutto il vero de’ miei scritti; avvegnachè, com’i cani di Laconia, bellamente braccheggi le cose dette. Imprima ti si nasconde che le mie scritture non si magnificano così fattamente che, non contenendo più di quel che tu di’, se ne vogliano infignere al mondo, come per parer qualche novissima opera. Ma tu hai detto causai cosa, quale io non ebbi in mente; il vero dipoi è che le mie scritture sono d’ajuto alla sentenza di Parmenide, contra di coloro che se gli fanno addosso per fidanza di burle, spacciando che l’opinione che tutto sia uno s’intoppi in molte e ridicole contraddizioni. Questo libro, dunque, contrasta a quei che vogliono il molti, e rende a loro di pari e d’avanzo, intendendo provar che la supposizione degli enti molti s’imbatta in contraddizioni viappiù ridicole che non l’altra degli enti uno, se persona la rimiri intentamente. Per sì fatta vaghezza di disputare, avevo io scritta il libro, quand’era giovine; e, scritto, persona involommelo: e così io non potetti pigliar consiglio se convenisse mandarlo in luce, o non. Qui tu, mio caro Socrate, pertanto falli, che credi ch’io non abbialo fatto, da giovine, per voglia d’azzuffarmi un po’; ma, da vecchio, per de-