Orlando innamorato/Libro terzo/Canto primo

Libro terzo - Canto primo

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Libro terzo Libro terzo - Canto secondo
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CANTO PRIMO


         Come più dolce a’ naviganti pare,
     Poi che fortuna li ha battuti intorno,
     Veder l’onda tranquilla e queto il mare,
     L’aria serena e il cel di stelle adorno;
     E come il peregrin nel caminare
     Se allegra al vago piano al novo giorno,
     Essendo fuori uscito alla sicura
     De l’aspro monte per la notte oscura;

         Così, dapoi che la infernal tempesta
     De la guerra spietata è dipartita,
     Poi che tornato è il mondo in zoia e in festa,1
     E questa corte più che mai fiorita,
     Farò con più diletto manifesta
     La bella istoria che ho gran tempo ordita:
     Venite ad ascoltare in cortesia,
     Segnori e dame e bella baronia.

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         Le gran battaglie e il triomfale onore
     Vi contarò di Carlo, re di Franza,
     E le prodezze fatte per amore
     Dal conte Orlando, e sua strema possanza;2
     Come Rugier, che fu nel mondo un fiore,
     Fosse tradito; e Gano di Maganza,3
     Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele,
     Lo uccise a torto, il perfido crudele.

         E seguirovi, sì come io suoliva,
     Strane aventure e battaglie amorose,
     Quando virtute al bon tempo fioriva
     Tra cavallieri e dame grazïose,
     Facendo prove in boschi ed ogni riva,
     Come Turpino al suo libro ce expose.4
     Ciò vo’ seguire, e sol chiedo di graccia
     Che con diletto lo ascoltar vi piaccia.

         Nel tempo che il re Carlo de Pipino
     Mantenne in Franza stato alto e giocondo,
     Uscì di Tramontana un Saracino,
     Che pose quasi lo universo al fondo;
     Nè dove il sol se leva a matutino,
     Nè dove calla, nè per tutto il mondo,
     Fo mai trovato in terra un cavalliero
     Di lui più franco e più gagliardo e fiero.

         Mandricardo appellato era il Pagano,
     Qual tanta forza e tale ardire avia,
     Che mai non vestì l’arme il più soprano,
     Ed era imperator di Tartaria;
     Ma fo tanto superbo ed inumano
     Che sopra alcun non volse segnoria,
     Che non fosse in battaglia esperto e forte:5
     A tutti gli altri facea dar la morte.

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         Onde fo il regno tutto disertato,
     Abandonò ciascuno il suo paese.
     Ora trovosse un vecchio disperato,
     Qual, non sapendo fare altre diffese,
     Passando avanti al re preso e legato
     Con alti cridi a terra se distese,
     Facendo sì diverso lamentare
     Che ogni om trasse intorno ad ascoltare.

         — Mentre ch’io parlo, disse il vecchio, aspetta,
     E poi farai di me quel che ti pare.
     L’anima del tuo patre maledetta
     Non può il mal fiume allo inferno passare,
     Perchè scordata se è la sua vendetta.
     Sopra alla ripa stassi a lamentare:
     Stassi piangendo e tien la testa bassa,
     Chè ogni altro morto sopra li trapassa.

         Il tuo patre Agrican, non scio se ’l sai,
     O nol saper te infingi per paura,
     Dal conte Orlando occiso fo con guai:
     A te del vendicar tocca la cura.
     Tu fai morir chi non te offese mai,
     E meni per orgoglio tanta altura;
     Non è stimato, datelo ad intendere,6
     Chi offende quel che non si può deffendere.

         Va, trova lui, che ti potrà respondere,
     E mostra contra a Orlando il tuo furore.
     La tua vergogna non si può nascondere:
     Troppo è palese ogni atto de segnore.
     Codardo e vile, or non ti dèi confondere
     Pensando alla onta grande e il disonore7
     Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco
     Che hai faccia de apparire in alcun loco?

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         Così cridava il vecchio ad alta voce,
     Come io vi conto, e più volea seguire;
     Se non che Mandricardo, il re feroce,
     A lo ascoltar non puote sofferire.
     Una ira sì rovente il cor li coce,
     Che se convenne subito partire,
     E ne la zambra se serrò soletto,
     Di sdegno ardendo tutto e de dispetto.

         Dopo molto pensar prese partito
     Suo stato e tutto il regno abandonare.
     Per non esser da altrui mostrato a dito,
     Giurò nella sua corte mai tornare,
     Ma reputar se stesso per bandito
     Sin che il suo patre possa vendicare;
     Nè a sè ritenne tal pensiero in petto,
     Ma palesollo e poselo ad effetto.

         Avendo a tutto il regno proveduto
     Di bon governo de ottima persona,
     Nel tempio de’ suoi Dei ne fo venuto,
     E sopra al foco offerse la corona;
     Poi se partì la notte scognosciuto,
     Ed a fortuna tutto se abandona:
     Senza arme, a piede e come peregrino
     Verso ponente prese il suo camino.

         Arme non tolse e non mena destriero,
     Per non voler che al mondo fosse detto
     Che alcuno aiuto a lui facea mestiero
     Per vendicar sua onta e suo dispetto.
     E lui prosume molto de legiero
     De acquistarse arme e un bon destrier eletto,8
     Sì che ponga ad effetto el suo disegno
     Sol sua prodezza, e non forza di regno.

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         Così, soletto sempre caminando,
     Passò gli Armeni ed altra regïone,
     E, da un colletto un giorno remirando,9
     Presso a una fonte vidde un paviglione.
     Là giù se calla, nel suo cor pensando,
     Se vi trova arme dentro, nè ronzone,
     Per forza, o bona voglia a ogni partito
     Non se levar de là, se non fornito.

         Poichè fu gionto in su la terra piana,
     Ne la cortina entrò senza paura.
     Non vi è persona proxima, o lontana,
     Che abbia del pavaglion guarda nè cura;
     Solo una voce uscì de la fontana,
     Qual gorgogliava per quella acqua pura,
     Dicendo: Cavallier, per troppo ardire
     Fatto èi pregione, e non potrai partire.

         O che lui non odette, o non intese,
     Alle parole non pose pensiero,
     Ma per il pavaglione a cercar prese,
     Se ivi trovasse nè arme, nè destriero.
     L’arme a un tapete tutte eran distese,
     Ciò che bisogna aponto a un cavalliero;
     E lì fuori ad un pino in su quel sito
     Legato era un ronzon tutto guarnito.

         Quello ardito baron senza pensare
     L’arme se pose adosso tutte quante.
     Preso è il destriero e, via volendo andare,10
     Subito un foco a lui fèsse davante.11
     Nel pino prima si ebbe a divampare,
     E, quello acceso sin sotto le piante,
     Per ogni lato il foco se trabocca,
     Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.

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         Gli arbori e l’erbe e pietre di quel loco
     Tutte avamparno a gran confusïone;
     La fiamma cresce intorno a poco a poco,
     Tanto che dentro chiuse quel barone.
     A lui se aventa lo incantato foco
     Ne l’elmo, el scudo, ed ogni guarnisone,
     E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia12
     Gli ardeano a cerco, come arida paglia.

         El cavallier per cosa tanto istrana
     Lo usato orgoglio ponto non abassa;
     Smonta de arcion quella anima soprana,
     Per mezo il foco via correndo passa.
     Come fu gionto sopra alla fontana,
     Dentro vi salta e al fondo andar si lassa;
     Nè più potea campare ad altra guisa:
     Arso era tutto insino alla camisa.

         Chè, come io dissi, e piastre e maglia e scudo13
     Gli ardeano atorno, come foco di esca;
     Arse la giuppa, e lui rimase ignudo
     Sì come nacque, in mezo a l’onda fresca;
     E, mentre che a diletto il baron drudo
     Per la bella acqua se solaccia e pesca,
     Parendo ad esso uscito esser de impaccio,
     Ad una dama se ritrova in braccio.14

         Era la fonte tutta lavorata
     Di marmo verde, rosso, azurro e giallo,
     E l’acqua tanto chiara e riposata,
     Che traspareva a guisa de cristallo;
     Onde la dama che entro era spogliata,
     Così mostrava aperto senza fallo
     Le poppe e il petto e ogni minimo pelo,
     Come de intorno avesse un sotil velo.

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         Questa ricolse in braccio quel barone,
     Basandoli la bocca alcuna fiata,
     E disse ad esso: Voi seti pregione,15
     Come molti altri, al Fonte de la Fata;
     Ma, se sereti prodo campïone,
     Cotanta gente fia per voi campata,16
     Tanti altri cavallieri e damigelle,
     Che vostra fama passarà le stelle.

         Perchè intendiati il fatto a passo a passo,
     Fece una fata ad arte la fontana,
     Che tanti cavallieri ha posti al basso,
     Che nol potria contar la gente umana.
     Quivi pregione è il forte re Gradasso,
     Quale è segnor di tutta Sericana;
     Di là da la India grande è il suo paese:
     Tanto è potente, e pur non se diffese!

         Seco pregione è il nobile Aquilante
     E lo ardito Grifon, che è suo germano,
     Ed altri cavallieri e dame tante,
     Che a numerarli me affatico invano.
     Oltre a quel poggio che vedeti avante,
     Edificato è un bel castello al piano,17
     Ove rinchiuse dentro ha quella fata
     L’arme di Ettorre, e mancavi la spata.

         Ettor di Troia, il tanto nominato,
     Fu la excellenzia di cavalleria,
     Nè mai si trovarà, nè fu trovato
     Chi il pareggiasse in arme o in cortesia.
     Ne la sua terra essendo assedïato
     Da re settanta ed altra baronia,
     Dece anni a gran battaglie, e più, contese:
     Per sua prodezza sol sè la difese.

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         Mentre ch’egli ebbe il grande assedio intorno,18
     Se può donar tra gli altri unico vanto
     Che trenta ne sconfisse in un sol giorno,
     Che de battaglia avea mandato il guanto;19
     Poi d’ogni altra virtù fu tanto adorno,
     Che il par non ebbe il mondo tutto quanto,
     Nè il più bel cavallier, nè il più gentile;
     A tradimento poi lo occise Achile.

         Come fu morto, andò tutta a roina
     Troia la grande e consumosse in foco.
     Or dir vi vo’ di sua armatura fina
     Come se trovi adesso in questo loco.20
     Prima la spata prese una regina
     Pantasilea nomata; e in tempo poco,
     Essendo occisa in guerra, perse il brando;
     Poi l’ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.

         Tal spata Durindana è nominata
     (Non scio se mai la odesti racordare),
     Che sopra a tutti e’ brandi vien lodata.
     Or de l’altre arme vi voglio contare:
     Poi che fu Troia tutta dissipata,
     Gente da quella se partì per mare
     Sotto un lor duca nominato Enea;
     Lui tutte l’arme excetto il brando, avea.

         De Ettorre era parente proximano
     El duca Enea, che avea quella armatura,
     E questa fata, per un caso istrano,
     Trasse tal duca de disaventura,21
     Che era condotto a un re malvaggio in mano,
     Che ’l tenea chiuso in una sepoltura:
     Stimando trar da lui tesoro assai,
     Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.

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         La Fata con incanto lo disciolse,
     Per arte il trasse fuor de il monumento,22
     E per suo premio le belle arme volse,
     E il duca de donarle fu contento.
     Lei poscia a questo loco se racolse
     E fece l’opra de lo incantamento
     Onde io vi menarò, quando vi piaccia,
     E provarò se in core aveti audaccia.

         Ma quando non ve piaccia de venire,
     E vinto vi trovati da viltate,
     Contro a mia voglia me vi convien dire
     Quel che serà di voi la veritate:
     In questa fonte vi convien perire,
     Come perita vi è gran quantitate,
     De quai memoria non serà in eterno,23
     Chè il corpo è al fondo e l’anima a lo inferno.

         A Mandricardo tal ventura pare
     Vera e non vera, sì come si sogna;
     Pur rispose alla dama: Io voglio andare
     Ove ti piace e dove mi bisogna;
     Ma così ignudo non scio che mi fare,
     Chè me ritiene alquanto la vergogna.
     Disse la dama: Non aver pavento,
     Chè a questo è fatto bon provedimento.

         E soi capegli a sè sciolse di testa,
     Chè ne avea molti la dama ioconda,
     Ed abracciato il cavallier con festa
     Tutto il coperse de la treccia bionda;
     Così, nascosi entrambi di tal vesta,
     Uscîr di quella fonte la bella onda,
     Nè ferno al dipartir lunga tenzone,
     Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.

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         Non lo avea tocco, come io disse, il foco,
     Pieno è di fiori e rose damaschine.
     Loro a diletto se posarno un poco
     Entro un bel letto adorno de cortine.
     Già non scio dir se fecero altro gioco,
     Chè testimonio non ne vide el fine;
     Ma pur scrive Turpin verace e giusto
     Che il pavaglion crollava intorno al fusto.

         Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa
     Tra fresche rose e’ fior che mena aprile,
     La damigella prese una camisa
     Ben perfumata, candida e sotile;24
     Poi de una giuppa a più color divisa
     Di sua man vestì il cavallier gentile;25
     Calcie gli diè vermiglie e speron d’oro,
     Poi lo armò a maglia de sotil lavoro.

         Dopo lo arnese lo usbergo brunito26
     Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco,
     E uno elmo a ricche zoie ben guarnito
     Li porse e cotta d’arme e scudo bianco;
     Indi condusse un gran destriero ardito,
     E Mandricardo non parve già stanco,
     Nè che lo impacci l’arme, o guarnisone:
     D’un salto armato entrò sopra allo arcione.27

         La damigella prese un palafreno
     Che ad un verde genevre era legato,
     E, caminando un miglio o poco meno,
     Passarno il colle e gionsero al bel prato,
     Dicendo a lui la dama: Intendi appieno,
     Chè tutto il fatto ancor non te ho contato:
     Acciò che intenda ben quel che hai a fare,
     Col re Gradasso converrai giostrare.

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         Adesso del castello è campïone
     E diffensore il re tanto membruto;
     Cotale impresa prima ebbe Grifone,
     Qual da lui poco avanti fu abattuto.
     Se quel te vince, restarai pregione
     Sin che altro cavallier ti doni aiuto;
     Ma se lui getti sopra alla pianura,
     Te provarai a l’ultima ventura.28

         Provar convienti al glorïoso acquisto
     Di prender l’arme che fôrno di Ettòre;
     Più forte incanto il mondo non ha visto,
     E sino a qui ciascun combattitore
     Ce è reuscito a tale impresa tristo,
     Nè par che gionga alcuno a tanto onore;
     E tu la proverai, poichè èi venuto:
     Fortuna o tua virtù ti darà aiuto.

         Così parlando gionsero al castello.
     Mai non se vidde il più ricco lavoro:
     Le mura ha de alabastro, e il capitello
     De ogni torre è coperto a piastre d’oro.
     Verdeggiava davanti un praticello
     Chiuso de mirto e de rami de aloro29
     Piegati insieme a guisa di steccato,
     E stavi dentro un cavalliero armato.

         — El re Gradasso è quel che avanti appare,
     Disse la dama, dentro a quel ridotto.
     Ora con me non averai a fare,
     Chè sempre teco mi trovai di sotto.
E Mandricardo, odendo tal parlare,
     La vista a l’elmo se chiuse di botto;
     Spronando a tutta briglia e gran tempesta,
     A mezo il corso l’asta pose a resta.

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         Da l’altra parte il forte re Gradasso
     Contra di lui se mosse con gran fretta.
     Alcun de’ duo corsier non mostra lasso,
     Anci sembravan folgore e saetta,30
     E se incontrarno insieme a tal fraccasso,
     Che par che nello inferno il cel si metta,
     E la terra profondi e la marina:
     Odita non fu mai tanta ruina.

         Ni quel, ni questo se mosse de arcione,
     E sì fiaccarno l’una e l’altra lanza,
     Che sino a l’aria andava ogni troncone:
     Un palmo integro d’esse non avanza.
     Or veder se conviene il parangone
     De’ cavallieri e l’ultima possanza,
     Perchè, voltati con le spade in mano,
     Se razuffarno insieme in su quel piano.

         Cominciâr la battaglia orrenda e scura:
     Già non mostrava un scherzo il crudo gioco,
     Chè pure a riguardarlo era paura,
     Perchè a ogni colpo se avampava un foco.
     A pezzi sì ne andava ogni armatura,31
     Già ne era pieno il prato in ogni loco;
     E lor pur drieto, e non guardano a quella:
     Ciascuno a più furor tocca e martella.

         Duo guerrier son costor di bona raccia,
     E ben lo dimostravan ne lo aspetto:32
     Cinque ore e più durò tra lor la traccia,33
     Pervennero alla fine in questo effetto:
     Che Mandricardo il re Gradasso abraccia
     Per trarlo de lo arcione al suo dispetto,
     E il re Gradasso a lui se era afferrato,
     Sì che ne andarno insieme in su quel prato.

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         Non so se fu fortuna o fusse caso,
     Quando caderno entrambi de lo arcione,
     Di sopra Mandricardo era rimaso,
     E convenne a Gradasso esser pregione.
     Già se ne andava il sol verso l’occaso
     Allor che se finì la questïone,
     E la donzella di cui vi ho parlato,
     Con piacevol sembiante entrò nel prato;

         Ed a Gradasso disse: O cavalliero,
     Vetar non pôsse quel che vol fortuna:34
     Lasciar questa battaglia è di mestiero,
     Perchè la notte vene e il cel se imbruna;
     Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero;
     E dir ti scio che mai sotto la luna
     Fo sì strana ventura in terra, o in mare,
     Come al presente converrai provare.

         Come di novo il giorno sia apparito,
     Vedrai l’arme di Ettorre e chi le guarda;
     Ora che il sole all’occidente è gito,
     Entrar non pôi, chè l’ora è troppo tarda.
     In questo tempo pigliaren partito
     Che tua persona nobile e gagliarda
     Qua sopra a l’erba prenda alcun riposo,
     Sin che il sol se alci al giorno luminoso.

         Dentro alla rocca non potresti entrare
     (Di notte mai non se apre quella porta);
     Tra fiori e rose qua pôi riposare,
     Ed io vegliando a te farò la scorta.
     Ben, se ti piace, te posso menare
     Ove una dama grazïosa e accorta
     Onora ciascaduno a un suo palagio,
     Ma temo che ivi avresti onta e dannagio.

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         Perchè un ladron, che Dio lo maledica!
     Quale è gigante e nome ha Malapresa,35
     Alla donzella, come sua nemica,
     Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa;
     Onde non pigliarai questa fatica,
     Chè converresti sieco aver contesa,
     Nè a te bisogna più briga cercare,
     Perchè domane avrai troppo che fare.

         Rispose Mandricardo: In fede mia,
     Tutto è perduto il tempo che ne avanza,
     Se in amor non si spende, o in cortesia,
     O nel mostrare in arme sua possanza;
     Onde io ti prego per cavalleria
     Che me conduci dentro a quella stanza
     Qual m’hai contata; e farem male, o bene,
     Se Malapresa ad oltraggiar ce viene.

         Per compiacere adunque al cavalliero,
     La damigella se pose a camino.
     Lei era a palafreno, esso a destriero,
     Sì che in poca ora gionsero al giardino
     Ove è posto il palagio del verziero,
     Qual lustreggiava tutto quel confino;
     Cotanti lumi accesi avea de intorno,
     Che si cerniva come fusse il giorno.

         Sopra alla porta del palagio altano
     Era un verone adorno a meraviglia,
     Ove si stava giorno e notte un nano,
     Che di far guarda molto se assotiglia.
     Come suonato ha il corno, a mano a mano
     Corre de intorno tutta la famiglia,
     E, se egli è Malapresa, il rio ladrone,
     Saette e sassi tran da ogni balcone.

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         Se egli è barone, o cavalliero errante,
     Dece donzelle, ad onorare avezze,
     Apron la porta e con lieto sembiante
     Al cavallier fan festa e gran carezze;
     E notte e giorno il servon tutte quante,
     Con sì bon viso e tal piacevolezze
     E con tanto piacere e tanta zoglia,
     Che indi a partirse mai non li vien voglia.36

         Dunque a tal modo tra le dame accolto
     Fu Mandricardo con faccia serena.
     La dama del verzier con lieto volto
     A braccio sieco festeggiando il mena;
     Nè passeggiarno per la loggia molto,
     Che con diletto se assettarno a cena,
     Serviti alla real di banda in banda
     De ogni maniera de optima vivanda.

         A lor davanti cantava una dama,
     E con la lira a sè facea tenore,
     Narrando e’ gesti antichi e di gran fama,
     Strane aventure e bei motti d’amore;37
     E mentre che de odire avean più brama,
     Odirno per la corte un gran romore.
     Ahimè! ahimè! dicean; che cosa è questa,
     Che ’l nano suona il corno a tal tempesta?

         Così dicean le dame tutte quante,
     E ciascuna nel viso parea morta.
     Già Mandricardo non mutò sembiante,
     Chè era venuto a posta per tal scorta.
     Perchè intendiati il tutto, quel gigante
     De cui vi dissi, avea rotta la porta,
     E del romore e gran confusïone
     Che ora vi conto, lui ne era cagione.

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         Entrò cridando quel dismisurato:
     Parean tremar le mura alla sua voce;38
     De una spoglia di serpe ha il busto armato,
     Che spata o lancia ponto non vi noce.
     Portava in mano un gran baston ferrato
     Con la catena il malandrin feroce;
     In capo avea di ferro un bacinetto,
     Nera la barba e grande a mezo il petto.

         Quando egli entrava ne la loggia aponto,
     Tratto avea Mandricardo il brando apena;
     Nè stette a calcular la posta, o il conto,
     Ma nel primo arivare assalta e mena,
     Ed ebbe nella cima il baston gionto,
     E via tagliò di netto la catena.
     Ricopra il colpo e tira un manroverso,
     E tagliò tutto il scudo per traverso.

         Per questo colpo il gigante adirato
     Menò del suo baston, che a due man prese;
     E il cavallier de un salto andò da lato,39
     E ben de gioco a quella posta rese;
     A ponto gionse dove avea segnato,
     Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese,
     E spezzò quello e le calcie di maglia,
     Sì che le gambe ad un colpo gli taglia.

         Quel cade a terra. A voi lascio pensare
     Se le donzelle ne menavon festa.40
     Più Mandricardo nol volse toccare,
     Onde un sergente li partì la testa.
     Fuor del palagio il fecer trasinare,41
     E longi il sepellirno alla foresta;
     Le gambe gettâr sieco in quella fossa:
     Di lui più mai non si parlò da possa.

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         Come se stato mai non fosse al mondo,
     Di lui più non si fa ragionamento.
     Le dame cominciarno un ballo in tondo,
     Suonando a fiato, a corde ogni instromento,42
     Con voci vive e canto sì iocondo,
     Che ciascun qual ne avesse intendimento,
     Essendo poco a quel giardin diviso,
     Giurato avria là dentro il paradiso.

         Così durando il festeggiar tra loro,
     Bona parte di notte era passata,
     E stando incerco come a consistoro,
     Venne di dame una nova brigata:
     Chi ha frutti, chi confetti e coppe d’oro,43
     E ciascuna fu presto ingenocchiata,
     E la dama cortese e il cavalliero
     Se renfrescarno senza altro pensiero.

         De bianche torze vi è molto splendore,
     E girno a riposar senza sospetti.
     Parate eran le zambre a grande onore
     De fina seta e bianchissimi letti;
     Rame de aranci intorno e molto odore,44
     E per quei rami stavano occelletti,
     Che a’ lumi accesi se levarno a volo.
     Ma qua non stette il cavallier lui solo,

         Perchè una dama il rimase a servire
     De ciò che chieder seppe, più ni meno.
     La notte ivi ebbe assai che fare e dire,45
     Ma più ne avrà nel bel giorno sereno,
     Come tornando potereti odire
     Lo orrendo canto e di spavento pieno,
     Che il maggior fatto mai non fo sentito.
     Addio, segnori: il canto è qui finito.



  1. P ch'è tornato.
  2. Mr. De el.
  3. P. tradito da Gano
  4. P. Turpin nel s. l. le.
  5. Mr. Qual.
  6. T. e Mr. datelo.
  7. P. e al.
  8. Per acquistarse; P. Acquistarsi.
  9. Mr. e P. rimirando.
  10. Mr. e P. omm. è.
  11. Mr. fose; T. forse.
  12. T. acciarro — Mr. e P. piastra.
  13. Mr. Come io disse: P. am’io vi.
  14. Mr. e P. ritrovò.
  15. Mr. seti.
  16. T. sia.
  17. T. Edifficato.
  18. Mr. che lhehbe; P. che ello.
  19. T., Mr. e P. avea (il Berni avean).
  20. P. E dir come si trovi in.
  21. P. Trasse quel.
  22. T. e Mr. de monum.
  23. P. Di quei.
  24. Mr. e P. profumata.
  25. P. veste.
  26. P. Da poi lo arnese e.
  27. Mr. sopra lo.
  28. Mr. provarai l’ultima; P. Tu proverai l’ultima.
  29. Mr. e P. mirti.
  30. Mr. e P. sembravan.
  31. T. e Mr. si; P. se.
  32. T. e Mr. dimostrava.
  33. P. omm. e più.
  34. Mr. posso.
  35. Malepresa, e così più sotto.
  36. Mr. e P. omm. a.
  37. T. e Mr. moti.
  38. Mr. Facean; P. Facea.
  39. T., Mr. e P. a lato.
  40. Mr. e P. meavan.
  41. P. fece.
  42. Mr. a flauto a corno.
  43. M. frutta
  44. Mr. e P. e intorno molto.
  45. Mr. La notte lui ebbe.