Orizzontale/Scambio epistolare

Scambio epistolare con Elio Grazioli

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Dichiarazione di dubbio Galleria

[p. 27 modifica]Caro Federico,


non c’è biglietto d’ingresso per la Gheenna mercantile nè, del resto, pedaggio per il paese della libertà. Il dubbio è l’altra faccia del sospetto: "che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra".
Ma a me, abitante della "bassa", se non proprio di quella pianura che tu evochi, non costa niente confessare che mi piacciono le tue opere, anche perchè mi piace come scrivi, e come parli: anch’io sono attratto irresistibilmente da cielo e spiagge.
Permettermi di entrare pesantemente in argomento: se è vero che l’arte è paragonabile a quel pezzo di gomma che ti ritrovi ancora sul tavolo dello studio, è che per il fatto stesso di star lì, impassibile, non per questo è meno significante, serve eccome, non fosse altro che a indurti in lapsus tra pallina e cilindretto. È così del resto che il silenzio passa letteralmente tra le parole, come lo spazio. Allora sono d’accordissimo che da sentire non è un impossibile silenzio reale, così come che è invece lo spazio ad essere realissimo, lì davanti. Il silenzio è per sentire l’essenziale del rumore degli uomini: così va il mondo (che per un attimo ho temuto fosse finito, per colpa della vita pesante, giù per il buco). E lo spazio è giustamente per lasciar fuori il resto: cioè l’asteroide, dunque, da cui siamo venuti, ma anche i professori, quelli che sparano all’Uccello.
Il silenzio è ascolto e lo spazio abitare, vero? Non per niente sei architetto di formazione e grande appassionato di musica, e contemporanea perfino. (Ho sempre pensato che nelle tue installazioni scorra della musica, che le opere si rimandino l’un l’altra quella vibrazione che dà forma al vuoto, e che è l’altra faccia di quell’energia passata che tiene le cose in equilibrio precario, in attesa, in ascolto: musica delle fessure, scultura come cassa armonica).
Il silenzio è quello dei bambini e dei figli, sì, la verità, mentre degli uomini è il rumore, gli uomini dopo, quelli che non possono più tornare indietro, quelli che non possono far altro che evitare l’arguzia degli altri. Ottima definizione dell’artista: non c’è niente da fare, gli artisti sono proprio così. E tu?
Le tue opere: il riparo per la memoria sembra fare il paio esatto con quel Carcere d’invenzione, titolo della tua più recente esposizione, dove, rovesciando, come affermi, il significato letterale del titolo di Piranesi, dici al tempo stesso che l’invenzione è un carcere che il resto non si possono inventare che carceri, ritrovando così il senso di Piranesi, oltrechè il senso tout court, uscito allo scoperto.
A scoprirlo è il tempo, nella forma della memoria. Certo, ricordo il bastone inciso nella parete, di tuo padre - quindi di nuovo padri e figli - ma anche la memoria dell’energia, passata anche in questo senso, dopo. Allora l’opera chiede di fare il percorso al contrario: traccia del tempo che si involve nell’attimo prima dei segni dei tuoi "disegni" (o tagliatelle come le chiami tu); e dispiegamento nel tempo della scoperta, del farsi guardare, del cambiare occhiali, memoria come tempo interno all’oggetto, che si mostra in quelle simulazioni con candele che fingono piano piano.
(Questo piano piano - due volte, in tre tempi - è forse il tempo di quell’altra verità, quella del rumore degli uomini, quella che passa attraverso le azioni e le parole della "gente", quella che sembra ripetere sempre le stesse cose, le più sbagliate secondo alcuni, le più atroci talvolta, eppure ha ragione, perchè anche questo è silenzio, vero caro vecchio Franz?)
In attesa della tua, un caro saluto


Elio
Fara d’Adda, 5 dicembre 1990

[p. 28 modifica]Caro Elio,


il cruccio del padre di famiglia era fondato: Odradek. è sopravvissuto a lui e ai suoi figli e, per quanto ci riguarda, sicuramente un giorno qualcuno tirerà una catena per scaricarci nel famoso buco; hai avuto ragione a temerlo.
Allora perirà il mondo. Certo, il mio mondo. ma che differenza fa per me?
"Il silenzio dentro di sè, il silenzio di sè, insostenibile. Allora ti accorgi cosa ti manca, col corpo, con tutto ti aggrappi a quello che bai in mano" estraggo dal post vuoto di una delle mie tagliatelle (93). E’ necessario.
Gli Odradek: nascono da questa coscienza del nostro futuro, atroce dici tu, anche se hai usato l’aggettivo per la verità del rumore degli uomini. Atroce ma indispensabile garanzia che non ci sia niente di gratuito in quello che facciamo.
Per un attimo, il tempo di leggerla, la tua lettera mi ha aiutato, perchè mi ha fatto sperare che qualche silenziosa creatura nata dal mio appiglio del momento mi sopravviverà. Ti ringrazio.
Dicevo che la lirica è una disciplina del quotidiano. Qualcuno, per fortuna molti più di quanti si creda, io stesso, aggiunto in fondo "va canzone, va...", si considerano esentasse e si dimenticano di mettere il francobollo: Odradek è senza fissa dimora. Così passano sette anni prima che un altro mostri di averla letta veramente: sono le conseguenze della disciplina di chi crede al silenzio: "ogni giorno al lavoro" Rodin l’ha scritto, ma legioni di altri lirici l’hanno praticata senza scriverlo.


Ma di un’altra cosa sono stato particolarmente contento nel leggerti: non sei caduto nella trappola del significato: Odradek. è insignificante e nel ruolo che il rumore del mondo vuole attribuirti, averlo capito è molto importante.
Del resto "la verità non c’è, solo il bisogno che ci sia" (138). 5 miliardi - quanti siamo - di nomi di Dio: è il titolo della colonna di moccoli che fingono piano piano, come dici tu. Perché allora tanta paura di sbagliare? Anche qui, ora, in questa risposta. Perchè esiste un qui e sono contento che tu me ne abbia dato occasione: "Sono solo di fronte alla decisione; se sbaglio non è una possibilità, ma la possibilità che va a farsi fottere. Io dico che si può, perchè bene o male devo constatare che non ho altra possibilità, in un modo o nell’altro sono sempre lì; ma non è detto che si possa.
Ecco, io non posso rinunciare a non sapere se si può" (139).
Era Zaratustra a parlare del grande patto dell’arte con la paura (Ipso Facto n. 4); ora capisco perché. Vorrei che questa paura mi salvasse dalle partite a scacchi, dal darmi a mercanteggiare schiavi (si dice) per il resto dei miei giorni o dal rinascere ingenuo all’idiota piacere di fare: sono stato bambino fino in fondo (mi riferisco al solo rinascere). E’ "lo scontato, il mio scontato (che) mi assalgono e li devo negare. Allora inizia il vero lavoro" (10).
Parlavi di prigione, abbiamo parlato di prigione, siamo d’accordo, ma lasciami aggiungere: "non è un limite vago, è sempre lo stesso, non si sposta. Puoi anche credere di essere uscito: storia di un’evasione mancata... Non esiste l’Evasione", ma una evasione (16).
Potrei chiamare questa lettera Dichiarazione di certezza, per dare un titolo alla serie di sentenze di cui è fatta, ma anche per rispondere alla tua osservazione sospetto, se l’ho ben capita: "Neanche un filo di dubbio, di scontato, di malavoglia, neanche un filo di sapere perché o che cosa. Queste sono le condizioni" (226). Solo così si può esser fuori. Se non avessi scritto queste cose molti anni fa, potresti pensare che ti prenda in giro: nei tuoi cassetti hai la prova che non è vero; i numeri ti aiuteranno. Quindi posso

[p. 30 modifica]dichiararmi perfettamente d’accordo col tuo inizio e d’altra parte non ti avevo già detto che lavoro con la sinistra? (28).
Potrei finire qui, ma a proposito di certezze mi rimane un dubbio: "ogni opera nega qualsiasi teoria (anche questa lettera. nel suo piccolo, se vuole esserlo). Pensi così e così e poi
scatto, sono dentro e scatto, niente di più netto e preciso di questi limiti. Sul limite ci sei.
Freschezza: impossibilità di sapere come, se. Qualcosa che non volevi è lì, bene." (256).
"Allora, gioia per esserci, gioia del quadro, di quella breve griglia... senza paura del poco.
Se gioia c’è stata il segno esulta la sua presenza" (267). Sua, del segno naturalmente.
Franz è Odradek, per un attimo.
A te segnalare, amperometro.

Federico
Milano, 9 dicembre 1990



Caro Federico,


il fatto che abbia centrato qualcosa ti mette sulle difensive? Perché questo cruccio di sopravvivere, questo desiderio di spiegarsi, questa esibizione di tagliatelle? Certo lo prendo come un invito a cena, visto che - d'accordo, ancora d'accordo! - questa paura ci salva dalle partite a scacchi, sì. Certo Odradek sta dopo il "messaggio dell'imperatore", quello proprio per te anche se è impossibile che arrivi a destinazione, ed ha dopo di sè quegli "undici figli" che anche tu mi spiattelli citandoti (e proprio undici volte, ci credi? Nove tagliatelle, un Ipso Facto e un titolo. Davvero il caso non esiste, se non vuoi!! E del resto, ricorderai, nella tua lettera, interamente battuta a macchina, non hai aggiunto a mano la frase: i numeri ti aiutanno?). Bene, ma così mi metti comunque di fronte a tanto da temere un'indigestione, o di cadere io stesso in pasto al discorso.
Ma, insomma, "naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek". E allora cominciamo pure, ma di nuovo dall'inizio. E numeriamo. (Anzi, estraiamo i numeri, come a tombola, gioco, a proposito, che ti chiede se il tuo numero, come per caso, corrisponde con quello estratto). "Cinque… dieci… venti… trenta…/Trentasei… quarantatre…"/"Ora sì ch'io son contenta;/Sembra fatto inver per me".
Il qui, dunque. E il non sapere.
Lo ripeto, mi piace come li usi, come li hai usati, scrivendo anche qui, ora, in questa risposta ancor prima di introdurre il qui, e il non sapere dentro una frase dal senso plurimo e contenente ben tre negazioni - non posso-rinunciare-non sapere - incorniciate da due affermazioni - ecco - si può - e con un rimando tra non è detto che si possa-non posso-si può, dove appunto si gioca dunque una risposta.
Anch'io dunque condivido questo non sapere e questo ogni opera (sapere) nega qualsiasi teoria, in questa maniera: partire dal non sapere, non dal sapere; questo mi trova completamente d'accordo. Bella duplicità, lasciami chiudere così, che può dire: sapere di non sapere e non sapere di sapere, nel duplice senso di ognuna delle due espressioni.

[p. 36 modifica]Ma che importa? L’importante è il comportamento che ne deriva: i fatti, come si dice, ovvero che non ci sia niente di gratuito in quello che facciamo.
Dio mio, è proprio così: non c’è niente di gratuito. Le parole!
Mi hai trascinato in un bel pasticcio. Io me ne stavo qui a leggere in pace, a lasciare andare i miei pensieri. Ora invece li devo mostrare, confrontare ai tuoi. Devo mostrare che qualcosa passa attraverso queste cose, qualcosa che passava già questa è la vera fregatura, questo è il rumore degli uomini, e l’energia già passata, e la teoria rispetto a cui è ora necessario sapere, di non sapere.
Ora non passeranno altri sette anni (vedi che numeriamo? Anzi, contiamo, che vuol già dire "contarsi", n’est-ce pas? O meglio, come scriveresti tu: nespà?) perchè, con o senza bollo (il "franco" si è già perso tra i soldi e il francese), la lettera arrivi a destinazione. Ma, che arrivi o non arrivi (una lettera arriva sempre a destinazione, dice l’uno, o non può arrivarci mai, dice l’altro), il messaggio era già partito ed è proprio per me (te?). A patto che non si sappia di sapere.
E il qui? Ecco, una verità esiste, eccome, la sentiamo al lavoro attraverso di noi, ma, appunto, non essendoci dato saperla, sappiamo però bene dai suoi effetti dedurne un comportamento: per questo ci ribelliamo (oh, che bella parola, ce l’eravamo scordata!) a ciò che non va, senza alibi relativistici, e una possibilità ci appare la possibilità. Qui so ciò che non so.
Ora mi fermo, l’imbarazzo ha la meglio. E’ che la prima volta non parlavi a me, mentre la seconda sì, e allora io non so rispondere. Vorrei piuttosto dirti che il monumento a Sesto ha un che di aereo, ricordo del volo, uccello dalle ali staccate, o aquilone a pezzi? O addirittura angelo schiantato al suolo e conficcato, ma per sempre (monumento), nel terreno (sul limite, qui): angelo maledetto, dunque? angelo che si è perso, che non può vivere qui, che non sa vivere sulla terra.
Ti prego, scrivimi ancora e parlaci delle tue opere.
Aspetto


Elio
Fara d’Adda, 31 dicembre 1990




Caro Theo,


la tua lettera mi è arrivala soltanto ieri (10 giorni).
Ancora una volta ti ho sentito presente, posso contare su di te - "contarsi" hai scritto - ma ti dico subito che voglio far precedere la mia risposta (può esserci una vera risposta?) dalla mia prima e più autentica reazione: un lavoro. Dar un colpo di timone alla nostra corrispondenza, mandandoti il mio dodicesimo figlio.
Vestirlo (è già fatto, manca solo di una confezione) mi richiederà un po’ di tempo e per questo prenditi intanto questa mia annunciazione e ti prego di rispondermi solo quando e se costui sarà arrivato a destinazione. So bene che i messaggi imperiali non possono per definizione farlo, ma che vuoi, vivo, viviamo nell’illusione di una comunicazione.
Annunciazione. Non sei tu ad aver parlato di angeli?
Subito mi son venuti in mente due grandi creatori di questi strani animali. All’ombra del primo, l’altro praghese a cui accennavo nella Dichiarazione, risento echi mitteleuropei infantili; per madre (di origine tedesca del Sud), per storia (ho visto la guerra e più, l’ho sentita, negli occhi di chi mi ha messo

[p. 37 modifica]al mondo), per letture, per orecchi (la Grande musica): una specie di postilla alla mia "Sonata in mi minore" (la conosci?). Al sole del secondo - Licini Osvaldo di Monte Vidoncorrado - al colore del cielo italiano e con l'aiuto del tuo commento alla Fessura, scaldo le mie ossa nordiche.
Giusto: il mio Angelo ribelle oggi non può che essere precipitato e non può che esibire i suoi resti qui, sulla nostra terra di tutti i giorni: l'anonima periferia di un centro perso, da Milano a Sesto a Fara d'Adda ecc., senza soluzione di continuità. Qui dobbiamo ritrovare la capacità di riconoscere questi signori dei piani inclinati della vita.
Non posso parlare dei miei lavori in altri termini. Solo indirettamente, parlando di coloro che mi hanno dato qualcosa. Per esempio, Salvatore Piscitelli. Trovi strano che io nomini un regista ignoto?
Sono stufo dei duemila buchi di Fontana (dico stufo e buchi, io), quasi tutti uguali, del postimpressionismo morandiano, dello scontato celebrato, del manierismo presuntuoso di tutti i miei contemporanei, sono stufo della timidezza acquiescente del piccolo cabotaggio. Oggi sono stato, ristato, al Civico Museo d'Arte Contemporanea in Piazza Duomo e ne sono uscito che avevo voglia di vomitare. Contarsi mi hai detto? E' necessario. Ma io non ci sono, io non potrei esserci (ti immagini i miei "piani" al Civico?), a queste condizioni io non voglio esserci.
Salvatore Piscitelli lo nomino proprio perchè è uno sconosciuto. E' uno sconosciuto percbè lo hanno castrato, lo hanno castrato perchè non edulcorava un cazzo di niente e faceva del cinema (Immacola e Concetta, Le tentaziooi di Rosa, difficilmente avrai potuto vederli) nella merda della ex capitale del Mediterraneo - ma perchè ex, non è ancor lei, tra Beirut, Barcellona, Milano e Palermo, il simbolo del Mare Nostrum?
E quanto ti manderò è mediterraneo: lo strano connubio tra Rilke, questo "apolide di lusso", poeta mitteleuropeo per vecchie signore (ma non ho niente contro il lusso e le vecchie signore) e il Mediterraneo.
Oggi ho voglia di gridare, trombare=dar di tromba: non sono un Annunciatore, ma quanto vorrei essere un Annientatore, per evitare il vomito, la nausea, il rumore (ancora il rumore, si).
Passerà. anzi con questo sfogo verbale è già passata e al fondo rinasce la mia grande nostalgia dell'Oriente (ma quando l'ho vissuto? Non so spiegarmelo), della sua pulizia, che prima di tutto è astensione. E per essere precisi e interrompere una volta per tutte questo gioco al vuoto e al silenzio che io ho cominciato, vorrei uscirmene con i sandali sulla testa, come Joshu nel famoso koan del gatto.*


E' tutto.
Spero di non aver eluso la tua domanda. Non credo che mostrare il proprio sanguigno, concedersi un umore, sia eludere. Ti ringrazio, comunque; mi è bastata la tua attenzione a produrre un lavoro: la postilla che ti manderò.
Capisci che l'illusione dell'ascolto è irrinunciabile, ma si nutre di possibilità reali?
Anche il grande Van Gogh aveva almeno un fratello.


"Con una forte stretta di mano, tuo Vincent" (magari!)
12 gennaio 1991, alla vigilia di una guerra fra occidentali e orientali.

* - Una volta i Monaci della sala Orientale e quelli della sala Occidentale si stavano contendendo un gatto. Tenendolo in alto Nansen disse: "Monaci, se saprete dire una parola Zen, risparmierò la vita del gatto, se non saprete dirla, lo ucciderò!" Nessun monaco seppe rispondere. Alla fine Nansen uccise il gatto. Quando Joshu tornò, Nansen gli raccontò l'episodio. Joshu si levò i sandali, se li mise in testa e uscì. Nansen disse: "Se tu fossi stato qui, avrei salvato il gatto!" Dal Mumonkan.

[p. 42 modifica] Carissimo,


riprendo impunemente i sandali da sopra la testa e rientro, disubbidendo, per concludere intanto che il tuo dodicesimo figlio è ancora nudo.
Ancora con Kafka, aggiungo una coppia di angeli ai tuoi (mioddio, che guerra! Scongiuriamo, con il massimo di banale evidenza, senza timore, quegli angeli tecnologici di morte con questi altri): "Secondo la Cabala i devoti ricevono, il venerdì, un'anima nuova più delicata, perfettamente celeste, che rimane con loro fino alla sera del sabato. Il venerdì sera due angeli accompagnano ogni devoto dal tempio; il capofamiglia li saluta stando in piedi nella sala da pranzo; essi rimangono soltanto breve tempo". Te li ricordi quei due, strambi, senza ali, Robinson e Delamarche, che accompagnano Karl per metà di America? Ti lascio in questa nuova compagnia.
E finiamo qui dunque, con la tua postilla in arrivo, lavoro che esporremo per l'occasione, che l'occasione ha già esposto.
A presto


Elio
Fara d'Adda, 22 gennaio 199


Note al testo di Federico De Leonardis

1 - Le citazioni non esplicite sono nell'ordine da Rilke, Sklowsky e Balzac.

2 - In realtà di mia madre, Elio, e anche questo è significativo. Savinio ha concentrato perfettamente l'obiettivo ("Maupassant e l'altro") parlando di madri e figli.

3 - Grazioli sterza a Kafka, altro grande praghese, e io nella lettera di risposta mi faccio volentieri coinvolgere nella virata, ricordandomi de "Il cruccio del padre di famiglia" e del primo rocchetto della Storia. In seguito Grazioli ritornerà agli "Undici figli".

4 - Grazioli possiede una copia di un mio manoscritto i cui paragrafi sono numerati.

5 - Dove c'è un intervento sugli scarafaggi, grandi e piccoli, e sulle loro paure.

6 - Alludo al Campione di Francia Marcel Duchamp e al grande esploratore africano Arthur Rimbaud.

7 - Grazioli allude alla mia scultura all'aperto, intitolata "Fessura e contravvengo", che si inaugurava in quei giorni.