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[p. 238 modifica]E non dava migliori saggi del suo sapere. Asseriva, che le scienze erano una serie di [p. 239 modifica]proposizioni le quali aveano bisogno di dimostrazioni apparentemente evidenti ma sostanzialmente incerte, perchè le si fondavano spesso sopra un principio ideale: che la geometria, non applicabile alle Arti, era una galleria di scarne definizioni; e che, malgrado l’algebra, resterà scienza imperfetta e per lo più inutile finchè non sia conosciuto il sistema incomprensibile dell’Universo. Sosteneva che le arti possono più che le scienze far utile e più gradito il vero a’ mortali; e che la vera sapienza consiste nel giovarsi di quelle poche verità che sono certissime, perchè o sono dedotte da una serie lunga di fatti, o sono sì limpide che non hanno bisogno di dimostrazioni scientifiche. M’accorsi che leggeva quanti libri gli capitavano sott’occhio; ma non rileggeva da capo a fondo fuorchè la Bibbia. Degli autori ch’ei credeva degni d’essere studiati, aveva tratte parecchie pagine, e ricucitele in un solo grosso volume. Sapeva a memoria molti versi di antichi poeti e tutto il poema delle georgiche. Era devoto di Virgilio; nondimeno diceva: che s’era fatto prestare ogni cosa da Omero, dagli occhi in fuori, negati dalla natura ad Omero, e conceduti bellissimi e acuti a Virgilio. D’Omero aveva un busto e se lo trasportava di paese in paese. Cantava, e [p. 240 modifica]s’intendeva da per sè, quattro odi di Pindaro. Diceva che Eschilo era un bel rovo infuocato sopra un monte deserto; e Shakspeare, una selva incendiata che faceva bel vedere di notte, e che mandava fumo noioso di giorno. Paragonava Dante ad un gran lago circondato di burroni e di selve sotto un cielo oscurissimo, sul quale si poteva andare a vela in burrasca; e che il Petrarca lo derivò in tanti canali tranquilli ed ombrosi, dove possano sollazzarsi le gondole degli innamorati co’ loro strumenti; e ve ne sono tante, che que’ canali, diceva Didimo, sono oramai torbidi, o fatti gore stagnanti: tuttavia s’egli intendeva una sinfonia e nominava il Petrarca, era indizio che la musica era assai bella. Maggiore stranezza si era il panegirico ch’ei faceva di certo poemetto latino da lui anteposto perfino alle georgiche, perchè, diceva Didimo, mi par d’essere a nozze con tutta l’allegra comitiva di Bacco. Didimo per altro beveva sempre acqua pura. Aveva non so quali controversie con l’Ariosto, ma le ventilava da sè; e un giorno mostrandomi dal molo di Dunkerque le lunghe onde con le quali l’Oceano rompea sulla spiaggia, gridò: Così vien poetando l’Ariosto. Tornandosi meco verso le belle colonne che adornano la cattedrale di quella città, si fermò [p. 241 modifica]sotto il peristilio, e adorò. Poi volgendosi a me, mi diede intenzione che sarebbe andato alla questua a pecuniare tanto da erigere una chiesa al PARACLETO e riporvi le ossa di Torquato Tasso; purchè nessun sacerdote che insegnasse grammatica potesse ufficiarvi. Nel mese di giugno del 1804 pellegrinò da Ostenda sino a Montreuil per gli accampamenti italiani; ed a’ militari, che si dilettavano di ascoltarlo, diceva certe sue omelie all’improvviso, pigliando sempre per testo de’ versi dell’epistole d’Orazio. Richiesto da un ufficiale, perchè non citasse mai le odi di quel poeta, Didimo in risposta gli regalò la sua tabacchiera fregiata d’un mosaico d’egregio lavoro, dicendo: Fu fatto a Roma d’alcuni frammenti di pietre preziose dissotterrate in Lesbo.