Note sulla Fine di un regno/Capo II

Capo II

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Capo I Capo III

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II.

Sin qui ho messa in mostra la Polizia più che i liberali, ed ora conviene discorrere alquanto di questi.

Un centro attivo di propaganda liberale, si costituì negli Stabilimenti musicali di Teodoro Cottrau a S. Ferdinando ed a S. Pietro a Majella. A tale scopo ivi convenivano Fedele De Siervo, Carlo Avena, Nicola Attanasio, Pasquale Trisolini, Luigi Pisciotta, che fu poi intermediario fra Liborio Romano e l’ambasciatore piemontese [p. 11 modifica]Villamarima, Demetrio Strigari, Ottavio Serena, Michele Giacchi, tante volte ricordato da Memor, Camillo Caracciolo di Bella, il marchese Caccavone, Luigi Capparelli, al quale Silvio Spaventa, quando fu Direttore di Polizia, affidava i più importanti e difficili incarichi, Tommaso Arabia, il marchese Cedronio, Luigi Indelli, Nicola Ercole, Francesco Pepere, Beniamino Caso, Michelangelo Iacampo, Giuseppe ed Attilio De Martino, Antonio Galasso, Giuseppe Lazzaro, Giuseppe Rosati, Raffaele Cafieri; tutti individui noti per gli alti Ufficii che hanno tenuto e che in parte tengono tuttavia nel presente governo; ma che allora erano semplici mortali, intenti soltanto a cospirare, a tener desto lo spirito pubblico, e a preparare il terreno alla riscossa.

A questo centro metteva capo tutta la falange dei maestri di musica con i loro allievi, e tra i più ardenti si mostravano i giovani del Collegio di S. Pietro a Majella. Dipendevano da questo comitato tre capi-popolo, che disponevano d’una gran massa di popolani, ed erano: Michele de Chiara, sarto, Giuseppe Reale, cappellaio, e Ciccio Russo, cantiniere di gran credito al Mercato ed al Pendino, e già amico di Carlo Poerio e di Silvio Spaventa prima della loro prigionia.

Nei detti ritrovi si vedeva anche spesso Ferdinando Mele, e lo nomino a bella posta in ultimo per narrare uno scandalo, la cui origine forse a molti è ancora ignota. [p. 12 modifica]

La prima volta che entrò Vittorio Emmanuele in Napoli, nel 1860, pioveva tanto a dirotto che i suoi baffi parevan due fontanelle. L’accoglienza fu entusiastica, ma molto disturbata dalla grande pioggia. Il giorno appresso, che rifece un bel tempo, Vittorio Emmanuele di buon mattino si recò al campo per passare in rassegna le truppe, e correndo la voce che dovea far ritorno per Toledo, si precipitò quivi una immensa calca di popolo, e ne rigurgitavano persino i vicoli adiacenti. I balconi erano gremiti tutti di Signore, che avevano pronte ceste di nastri tricolori e fiori per gettarli al passaggio del Re. Era a vedersi uno spettacolo stupendo. La gioia si dipingeva in tutti i volti, ed un fremito come di corrente elettrica si diffondeva in quella massa di gente, già pronta a fare una ovazione al gran Re, surta per impulso spontaneo di popolo, e così splendida e clamorosa da ripercuotersene l’eco in tutta Italia ed altrove. Si attese dalle nove del mattino sino alle dodici; l’ansia si aumentava da minuto in minuto, quando ecco spargersi la voce che Vittorio Emmanuele era tornato alla reggia, percorrendo altra strada. Si rimase sbalorditi, per un pezzo non vi si voleva credere; ed in fine l’indignazione, il dispetto, il dolore furono così grandi, che ad alcuni venne il pianto.

Narro ora come andò la faccenda. In quei giorni memorabili, da tutte le parti d’Italia, corsero in Napoli molti Mazziniani, per i quali l’ideale era la Repubblica. Ora prevedendo essi che la dinastia [p. 13 modifica]di Savoia, sin dal primo momento sarebbe divenuta popolare in Napoli, dopo una dimostrazione così solennemente e spontaneamente fatta nella prima Città del Regno, tentarono di stornarla, e vi riuscirono.

Si trovava Ispettore di P. S. a S. Carlo all’Arena Ferdinando Mele, e disgraziatamente lo persuasero a non far ritornare per Toledo Vittorio Emmanuele, adducendogli un pretesto qualunque. Ed infatti il Mele, non appena dal suo quartiere vide spuntare la carrozza reale, di ritorno dal campo, si fece innanzi con la sua fascia tricolore a tracollo, dicendo: Maestà, Toledo è ingombro di carri, e di veicoli, e n’è difficilissimo il transito. Allora il Re, ch’era intieramente all’oscuro di ogni cosa, gli domandò: e non vi sarebbe altra via? Si, rispose, eccola, e l’avviò per la Marinella.

I Mazziniani ottennero il loro intento, ed intanto si addebitò a scortesia di Vittorio Emmanuele, ciò che era stato un loro intrigo. Ad onor del vero debbo dire, che Ferdinando Mele si pentì grandemente e pianse con amare lagrime questo suo peccato, come ebbe a confessarmi egli stesso. Del resto non bisogna giudicarlo severamente, perchè in quel tempo mancava ancora un governo stabile, la Polizia non era ben organizzata, si dipendeva piuttosto da Comitati, detti del l’Ordine di Azione, e si trovava allora in Napoli lo stesso Mazzini. Non è quindi a meravigliarsi, se in mezzo a tanta esaltazione di animi in un senso od [p. 14 modifica]in altro, Ferdinando Mele, uomo di gran cuore e liberale a tutta prova, per essere stato più volte carcerato sotto i Borboni, per un momento sbalestrasse. Ma si ravvide subito; ed il più grande elogio, che si possa fare di lui, è che due anni dopo il 1860, morì tragicamente, vittima del suo dovere.

Ma torniamo al passato. Altro centro di propaganda liberale era il Caffè della Perseveranza, a strada Costantinopoli, e ne parla Memor nella sua ristampa, dove la lista di quelli che v’intervenivano è monca, ed io la completo. Convenivano ivi adunque Giuseppe Buonomo, Francesco Fede, Luigi Amabile, Tommaso Virnicchi, Tito Livio De Sanctis, Luigi De Crecchio, Vincenzo Tanturri, Antonio Cardarelli, Domenico Capozzi, Francesco Vizioli, Aniello d’Ambrosio, Raffaele Maturi, Giustino Mayer, Basilio Asselta, Pietro Cavallo, che con la collaborazione dei su nominati professori, e degli esuli Tommasi e De Meis, dirigeva un giornale di medicina, il Morgagni, tenuto in pregio in Italia e fuori, e di cui Memor parlando delle pubblicazioni di quel tempo non fa neppure un cenno 1. E inoltre gli avvocati Giuseppe [p. 15 modifica]Polignani, Errico Pessina, Luigi Iorio, Ugo Petrella, Amilcare Lanzilli, Beniamino Cannavina, Fedele Cavallo; e poi Angelo Beatrice raccoglitore di scritti antichi inediti, Rosario Ciocio, che insegnava segretamente letteratura; ed uno dei più efcaci, il professore di botanica Vincenzo Tenore, amico e corrispondente di Alessandro Manzoni, che gli chiedeva spesso notizie di piante e fiori. V’intervenivano pure Beniamino Marciano, che fu poi Uffiziale garibaldino; ed in fine i dottori Giuseppe Volpe, ch’era anche poeta, Carlo Contrada, Camillo Pasca, ora colonnello medico, Mario Cossa da Arpino, Luigi Bonaventura da Lacedonia, Antonio Monticelli da Brindisi, Gaetano Tanzarella da Ostuni, Luigi Martuscelli da Muro lucano, Alessandro Cavallo da Carovigno, Luigi Cioffi da S. Cipriano; Giuseppe Azzariti da S. Vito dei Normanni, ed in ultimo Emmanuele Paolucci, Cancelliere di Polizia, che formava la salvaguardia di tutti. Gli studenti [p. 16 modifica]di medicina che frequentavano l’Ospedale degli Incurabili prendevano norma dal Caffè della Perseveranza.

Memor non è stato bene informato, riferendo che ivi Giuseppe Laudisi veniva a leggere in pubblico i giornali politici. Il Laudisi si sarebbe ben guardato dal commettere una simile imprudenza sotto gli occhi di una Polizia che faceva tremar tutti. Dirò anzi di più: egli non faceva parte di quel sinedrio, ed invece teneva riunioni in sua casa a strada Taverna Penta, ove andavano Rogadei, Petroni, Filippo Nocelli da Lucera, Francesco Saverio Sylos da Bitonto, Michelangelo de Angelis pure da Bitonto, Michele Colamaria da Giovinazzo, Luigi Tinelli da Alberobello, divenuto poscia prode garibaldino, e Giuseppe Leuzzi da Noci, morto testè col grado di Uffiziale nel nostro esercito.

I giornali si leggevano, è vero, ma ivi vicino in un gabinetto segreto; e detti giornali erano: il Siécle di Parigi, il Corriere Mercantile di Genova, l’Opinione di Torino, l’Antologia pure di Torino, periodico mensile a grosso fascicolo, dove collaboravano molti emigrati napoletani, cioè: Giuseppe Pisanelli, Francesco De Sanctis, Salvatore Tommasi, Camillo De Meis, Bertrando Spaventa, Filippo Abbignenti, Ruggiero Bonghi.

Un altro vivo focolare si stabilì in casa del Cav. Carlo Monterosso alle Baracche, il quale con attività straordinaria, lavorando di giorno e di notte, chiamava a raccolta tutti i popolani del [p. 17 modifica]quartiere Montecalvario, e li catechizzava nel nuovo verbo. Compagno suo indivisibile ed aiuto nella lotta era un giovane simpatico, il duca Zunica, del quale dopo il 1860 non udii più parlare.

Un altro nucleo s’era formato in casa Fabbricatore al vico Nilo, ove interveniva pure Pasquale Turiello, menzionato da Memor in altra circostanza. La Polizia però n’ebbe sentore, e sorprese quel domicilio in un giorno di venerdì, e non vi trovò alcuno, perchè il convegno soleva tenersi il giovedì. Intanto si sequestrarono giornali proibiti, e si spiccò mandato di cattura contro Aristide Fabbricatore, che fu in tempo a mettersi in salvo, rifugiandosi nella dimora di Prestau, allora impresario del teatro S. Carlo.

Erano assidui nel caffè De Angelis Cesare De Martinis, Vito Sansonetti, Sabino Loffredo, che ora godono nome di uomini preclari nel Foro e e nella Magistratura.

Un altro gran numero di liberali si raccoglieva nel Caffè della Gran Brettagna in via Toledo, che una sera fu assalito da gendarmi, da guardie, e da due Ispettori, che sguainarono le loro spade. Ognuno, che si trovava dentro, fu perquisito nelle tasche, e sin nelle scarpe. Si sequestrarono carte, lettere, corrispondenze, ed intanto una immensa folla di gente si accalcava innanzi a quel Caffè per godere lo strano spettacolo poliziesco dato coram populo.

Se non erro, fra tanti altri, si trovavano quella sera nel detto caffè Giuseppe de Blasiis, ora [p. 18 modifica]professore di Storia nella nostra Università, Tommaso Sorrentino riuscito poi Deputato al Parlamento in tutte le legislature, e Leopoldo De Bernardis, nominato nel nuovo governo Segretario del Municipio di Napoli.

D’allora in quel caffè non entrò più alcuno, e D. Gennarino, il caffettiere, fallì, ed in prosieguo l’ho veduto girare per le vie di Napoli chiedendo l’elemosina.

Qualcuno, nel leggere questi racconti, potrebbe forse meravigliarsi, che vigilando una Polizia così temibile e violenta, si potessero tenere in Napoli tante riunioni politiche liberali, e si cospirasse anche in luoghi pubblici. Darò ora in proposito qualche spiegazione.

Ho detto già innanzi che le adunanze in casa Fabbricatore, e quella della Gran Brettagna furono scoperte e disperse. In quanto agli Stabilimenti Musicali di Teodoro Cottrau, questi fu chiamato da Governa, Capo della polizia, che lo minacciò di arresto e di pene severe. Ma il Cottrau gli rispose subito, dichiarando di esser francese; ed aggiunse che si guardasse bene il Signor Direttore di fare qualunque sorpresa ai suoi Magazzini, perchè avrebbe presentata immediatamente formale protesta all’ambasciatore di Francia Brenier, molto suo amico. Ed era vero. Lo stesso Governa, venendo alle volte di persona a far la spia presso lo Stabilimento Musicale a S. Ferdinando, aveva veduto il Cottrau tener compagnia a Brenier, il quale ogni sera ad [p. 19 modifica]ora tarda andava a sorbire il suo gelato nel caffè d’Europa. Ora la Polizia, per quanto si mostrasse feroce coi napoletani, altrettanto era timida verso gli stranieri, massime nel caso presente, che si trattava di mettere in ballo un Ambasciatore; e Governa capiva bene che il minimo grattacapo a tal riguardo gli sarebbe costato, per lo meno la perdita del suo impiego. Da questo lato adunque si lasciaron correre tranquille le acque.

Per il Caffè della Perseveranza ho già raccontato, che il Cancelliere di Polizia Paolucci n’era la salvaguardia. Egli, famoso sciaradista, aveva fatto credere ai suoi Superiori, che fra quella gente eletta si componevano le più belle sciarade, e perciò andava ivi ad intrattenersi come nel suo campo prediletto. La Polizia, per accertarsene mandò una spia, che, a non dare sospetti, fingeva di essersi innammorato perdutamente di una Signorina, che abitava al palazzo di fronte. L’istesso Paolucci avvisò tutti di tenersi in guardia, e di non mancare alcuno al suo posto. Allora successero belle scene. Non si parlava di altro se non di pranzi, di acciughe, di squisiti manicaretti, dei prodotti prelibati di ogni paese, di spinole, di cernie, ec. e chi più ne poteva più ne inventava; e tutto ciò con tanto brio e gusto, da far venire l’acquolina in bocca alla stessa spia. Poi Giuseppe Volpe improvvisava delle sciarade bizzarre, pornografiche, da far ridere tutti. [p. 20 modifica]

Parlandosi una sera di etimologia di vocaboli, il Volpe, con una serietà stupefaciente, rivolgendosi alla Spia, che lo ascoltava a bocca aperta, gli disse di aver letto in un Dizionario, che la parola preterito derivava da prete e rito, e quella di parrocchiano da occhi ed ano. Infine quel gonzo dopo una ventina di giorni scomparve, e si seppe di aver rapportato alla Polizia, che in quel Caffè si radunava la più dotta e la più allegra compagnia del mondo, e che ivi non si facevano mai allusioni o discorsi di politica. Un’altra ragione che teneva all’oscuro la Polizia del movimento e delle riunioni politiche derivava, in prima, dagli stessi liberali, saldi nella loro fede, uniti con vincoli di grande amicizia e di amor patrio sino dal 48, o dopo la scuola e la serie di tante sventure, cauti divenuti e segreti sino allo scrupolo. E derivava anche dalla Polizia medesima, che non aveva l’acume, la finezza, la sagacia, che si notavano negli altri governi di Europa: mirava piuttosto a terrorizzare il paese, e perciò riusciva crudele più che perspicace e previggente. Così, si spiega come molte volte agisse per semplici sospetti e tirasse botte da orbi. Così si spiega perchè in ultimo ricorse ad un espediente sbalorditoio, assalendo ogni tanto di sera qualche Caffè popolato. Allora tutte le persone ivi raccolte, senza farne la cerna, ma alla cieca ed indistintamente, fossero o no liberali, od indifferenti, venivano legate con funi, ed a guisa di catena di galeotti, menate alla Questura, ove il Capo [p. 21 modifica]di essa, cingendosi la coda tante volte, rilasciava liberi alcuni, altri tratteneva in prigione, e molti mandava in esilio.

I Caffè principalmente colpiti furono quelli di Testa d’Oro, di De Angelis, dei Fiorentini, e alcuni altri. Si vede bene che questa volta non si trattava più di semplici avvisaglie, come era avvenuto l’anno innanzi nel caffè della Gran Brettagna, ma di vere razzie o retate.

A compiere il quadro non mancò qui pure la nota buffa, poichè una sera tra gli affunati si trovò anche un Delegato di P. S. E un’altra volta nel ritrovo di Testa d’Oro, entrato per sorbire una tazza di caffè il professore Pietrocola, distinto anatomico, ma borbonico di tre cotte, e per di più Segretario della Pubblica Istruzione e Revisore rigidissimo delle opere che si stampavano in Napoli, anch’egli fu legato come una salciccia e messo in coda alla catena.


Note

  1. L’avvocato signor Nicola Bernardini, da Lecce, ora direttore del Corriere Meridionale, in un suo bel libro «La stampa periodica italiana» consacra una pagina al Morgagni. Ma egli, ch’è così diligente raccoglitore di ogni cosa che possa onorare la nostra provincia, discorrendo poi del Morgagni mi lascia completamente in obblio; mentre io sono stato il Redattore Capo di quel periodico per più di venti anni. E per conferma cito le parole scritte di proprio pugno da Salvatore Tommasi in un Album donatomi dagli amici, quando abbandonai Napoli per causa di malattia. «Caro Pietro, il Morgagni che tu hai inaugurato con coraggio e proseguito con amore e perseveranza è stato il primo tratto di uníone della nostra amicizia, la quale sarà eterna come le pagine di quell’Immortale. Solo c’è questo di triste, che il Morgagni sarà eterno davvero, e noi finiremo; ed allora il tratto di unione sarà finito pure.» E nello stesso Album il professor Mayer scrisse: «Pietro, alle tante pene sofferte per mantenere il Morgagni all’altezza dei tempi ti sia largo compenso il nostro inalterabile affetto.»