Mitologia comparata/Pietre, piante, animali

Pietre, piante, animali

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Il sole, la luna, le stelle Miti ario-africani
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LETTURA QUINTA.


PIETRE, PIANTE, ANIMALI.




Come nel mondo della natura, in quello dei miti, i tre così detti regni, il minerale, il vegetale, l’animale, si confondono così spesso che riesce talora impossibile il contemplarli e studiarli divisi. Le origini stesse del mondo, secondo le leggende cosmogoniche, muovono ora da un monte che si apre, da un sasso che si getta, dal grembo fecondato dalle acque, dal vento che, amando, spira; ora da un’erba, da un albero, da un fiore che non vegeta soltanto, ma feconda il bruto, l’uomo, il Dio; ora dalla parola animata del Nume, dalla volontà, dalla sapienza, dalla penitenza, dall’amore, dalla voluttà di un essere divino. Talora un mondo minimo ne fa germogliare un altro massimo, e la stessa pluralità e infinità di mondi è il fatto stesso della moltiplicata potenza e sapienza intellettiva dell’uomo, che, secondo un alto concepimento buddhistico, arriva alla suprema Beatitudine per mezzo della suprema Sapienza, e, sommo beato e sommo [p. 98 modifica]sapiente, perviene non pure a numerare l’innumerabile, ma a creare l’increato. Il nostro moderno idealismo non è ancora arrivato alla potenza di questo stupendo concepimento indiano. Ma questa stessa ultima fase di pensieri indiani, intorno all’evoluzione cosmogonica, è già tanto remota dai primi miti elementari, che perde quasi ogni suo carattere mitologico, per acquistarne uno quasi interamente mistico e metafisico, e cade però più tosto sotto l’osservazione dello storico delle religioni che sotto quella del mitologo. Poiché, fra la religione e la mitologia io riconosco questa differenza essenziale; la prima, anche svolgendosi talora da una mitologia, come, per esempio, il brahmanesimo ed il cristianesimo, si fonda principalmente sopra la metafisica, la seconda sopra la fisica; tra le due è dunque quella parentela medesima che si può riconoscere tra la metafisica e la fisica; l’una può venire dopo l’altra e continuarla, ma non è necessario che venga. Nel vero, si videro alcune mitologie estinguersi od occultarsi o rinnovarsi senza generare alcun sistema religioso; mentre non si conosce sistema religioso che non abbia sua base in alcuna precedente nozione o preoccupazione metafisica.

L’osservazione poetica del mondo fisico ha invece generato certamente tutti i miti elementari, i quali alterandosi poi si moltiplicarono all’infinito. Il primo problema che la curiosità dell’uomo primitivo si pose fu il problema stesso che si pone ogni fanciullo. Come son nato? Chi mi portò su questa terra? Se la scienza, o almeno quella che si crede tale, ossia una stupenda illusione [p. 99 modifica](poichè la scienza è essa stessa un vero mito; noi possiamo avere un certo numero più o men grande di conoscenze esatte, ma il complesso di tali conoscenze non costituisce ad alcuno il possesso della scienza) se la scienza, dico, non ha, dopo tanto scrutare, ancora trovata alcuna risposta precisa, qual meraviglia che la ignoranza de’ primi uomini se ne desse molte, l’una diversa dall’altra? Che la risposta, in tempo in cui non c’erano libri da consultare, nè scuole filosofiche, nè etnologi, nè antropologi, si cercasse sempre, tentando direttamente il gran libro della natura? Che, non essendoci preconcetti scientifici, e ingombro di preoccupazioni civili e religiose, le impressioni ricevute direttamente dalla natura fossero più vive, le tradizioni sulle vicende fisiche della terra più tenaci? E chi ci assicura che quando l’Indiano si figurava al principio di ogni creazione un gran monte cosmogonico, sul quale si manifestarono la prima flora, la prima fauna, con gli Dei sulla vetta, non avessero una coscienza vaga del primo ritrarsi delle acque dalla cima d’un monte? E chi non vede ancora un nuovo monte cosmogonico in quell’Ararat armeno, in quel Nâubandhana indiano, sopra il quale l’arca di Noè, il vascello di Manu vanno a fermarsi, dopo il diluvio, sopra il quale si muoveranno dapprima tutti gli animali chiusi nell’arca da Noè, sopra il quale si feconderanno la prima volta tutte le sementi chiuse nel vascello da Manu? Noè e Manu sono due rigeneratori della stirpe umana, e la leggenda del diluvio non è altro, potete credermi in parola, poichè mi manca qui [p. 100 modifica]il tempo di dimostrarvelo, se non una nuova forma della leggenda cosmogonica. Ora, quanto avvertii sopra il carattere cosmogonico de’ due monti che figurano nella leggenda biblica e nella leggenda vedica del diluvio mi giova per congiungere qui direttamente anche la leggenda del diluvio e cosmogonica ed antropogonica ellenica di Pirra e Deucalione che, a primo aspetto, appare alquanto diversa; poichè finalmente il mondo, dopo il diluvio ellenico, è rigenerato nel modo stesso con cui viene rigenerato dopo il diluvio biblico ed indiano, cioè, per mezzo d’un monte, ossia il monte è la prima forma cosmogonica che emerge dalle acque cosmiche come dalle acque del diluvio. La parola indiana adri, significa pietra e monte. Anche la nave di Deucalione si ferma sopra un monte, il monte Parnasso; quando pertanto si dice che Deucalione e Pirra gettando pietre dietro di sè generano uomini o donne, il senso di questo mito originario, divenuto ellenico, non è altro che questo: sul monte Parnasso nacquero i primi uomini e le prime donne. Le pietre sarebbero, secondo Virgilio, le ossa della terra, madre comune degli uomini. Anche in greco la parola λᾶας che significa pietra, significa pure roccia; di più ad agevolare l’equivoco che svolse il mito ellenico, nel linguaggio poetico, si dice λᾶος invece di λᾶας, e si confuse perciò facilmente con λαός che significa popolo.

Talora, invece, il diventare di pietra è per l’eroe l’eroina del mito e della leggenda, una vera maledizione, un castigo di qualche gran colpa commessa. L’eroe o l’eroina del mito è per lo più [p. 101 modifica]una figura solare; del sole noi diciamo che tramonta, che si corica, che muore. L’apparenza è che esso si chiuda, come Mosè moribondo, nella montagna, nella roccia, nella pietra, ossia che diventi egli stesso di pietra. Esso resta impietrato fino a che una fanciulla che l’ama, un’aurora, un caro fratello, un’altro sole, non viene a liberarlo. Nelle leggende indiane, il Dio Indra, in pena d’aver sedotto la moglie d’un pio brahmano Ahalyâ, vede la sua bella trasformata in pietra, ed egli stesso è condannato a giacere chiuso nell’acqua col corpo macchiato da mille yoni ignominiose che attestano la sua colpa. Sahasrayoni è il suo nome infame che i brahmani inventarono trasformando quello ch’egli avea prima di Sahasrâksha, il Dio dai mille occhi, nome col quale si figurò il Cielo stellato e il Dio di quel Cielo. Ma Indra non è solamente il Cielo stellato, ma anche il Nume del Cielo tonante, e talora il Sole che tona nella nuvola, e la parola adri non vale solamente la pietra e la montagna, ma anche la nuvola. Giove nasce sul monte Ida; quando Giove nasce, i Coribanti fanno strepito; Indra nasce egli pure tra i monti, ossia tra le nuvole tonanti. Ma queste nuvole, questi monti, pigliano poi essi stessi aspetti di giganti, di titani che vogliono dare la scalata all’Olimpo, muovendo macigni uno sull’altro. Tra i nemici del Dio indiano Indra troviamo segnati gli Adrayah ossia i Monti; Rauhin, ossia quello che sale è nome vedico dato ad uno dei mostri della nuvola; Indra fulmina tutti i mostri titanici, lanciando un formidabile açman, parola che [p. 102 modifica]significa ad un tempo pietra, rupe, saetta, fulmine. Indra, nell’età della pietra, foggiava dunque le montagne a guisa di saetta fulminante, e schiacciava con esse i mostri, come Giove schiaccia il gigante Encelado. L’aspetto di quella mirabile battaglia celeste con le nuvole divenute montagne titaniche e vulcaniche si riproduce poi sopra la terra con l’epopea del Râmâyana, ove Hanumant, il continuatore epico del Dio Indra, lancia macigni contro i mostri rapitori di donne. Ma se le pietre che lapidano, i macigni che schiacciano, le montagne che soffocano il nemico sono destinate a punirlo, come avviene poi che sia così divulgato l’uso di seppellire anche le persone più care sotto un monte di pietre? Certamente, perchè la pietra stessa del concepimento popolare non è stimata del tutto sterile, perchè come dal monte e dalle pietre si crede siano stati generati uomini (il sole e la luna sono figurate come due gemme) così si spera che possano risorgerne, risuscitarne i cari sepolti. L’uso può averne anche la sua spiegazione dall’orrore che s’ebbe sempre fra tutti i popoli (i Persiani fanno una singolare eccezione) per gli insepolti; ma certe particolarità dell’uso lasciano pure sospettare che si volesse con quelle pietre fornire al trapassato non puro una difesa dai genî maligni, ma un mezzo, una speranza di ritornare alla vita o almeno di avviarsi al Regno dei Beati. I Tartari e gli abitanti della Piccola Russia credono che il viandante s’assicuri un viaggio felice quando, incontrando per via un monticello di pietre che copre alcuna tomba, vi aggiunge di suo una pietra, o [p. 103 modifica]una zolla, o un ramoscello. L’ufficio di quelle pietre date come viatico al morto, mi ricorda i sassolini di cui s’empie le tasche il fanciullino nano e sapiente nella novellina del Petit Poucet, quando egli si è smarrito coi fratellini nella foresta, mandato a morire dal padre crudele, mandato incontro o in bocca all’orco; per mezzo dei sassolini ch’egli spande per la via, il nano ritrova la casa paterna; anche il morto riceve o prende seco sassolini, per ritrovare, quando discende all’inferno tenebroso, la via luminosa celeste; i riti funebri umani sono reminescenze di riti mitici, di riti funebri solari.

Usi somiglianti si ritrovano fra i Germani, gli Scandinavi, i Celti della Gran Brettagna, gli Afgani, gli Indiani, i Cinesi, i Giapponesi, gli Ottentotti ed altri popoli più selvaggi. Gli antichi Greci1 usavano pure, quando viaggiavano, aggiungere un sasso al mucchio di pietre che si trovava per via, a fine di avere il viaggio sicuro, in onore di Hermes o Mercurio, Dio de’ Viandanti, ma che, in origine, si onorò specialmente non come guidatore dei vivi, sì bene qual ψυχοπομπός ossia guidatore delle anime dei morti. Che un uso somigliante si mantenesse nell’Italia meridionale si può argomentare dal seguente racconto di Servio: «Dicesi che sulla vetta del Gargano si trovino due sepolcri di due fratelli, de’ quali essendo il maggiore fidanzato ad una fanciulla ed il minor fratello tentando rapirgliela, vennero all’armi e ammazzitisi l’un l’altro furono quivi [p. 104 modifica]sepolti. Nel che vi è questo di mirabile che se due viandanti attraversando quella selva gettino insieme ad uno stesso sepolcro due sassi, i due sassi, non so per qual virtù, si separano e vanno a cadere l’uno sull’uno, l’altro sull’altro sepolcro.» Certo non è per atto di pietà che Indra ammazza i suoi nemici con una pietra o roccia; ma nel vedere spesso come sui tumuli invece d’una pietra, si portino, come accade in Francia, quali equivalenti, frasche, zolle erbose di terra, ramoscelli, bastoni, mi pare evidente che si auguri e si offra per tal modo alla persona sepolta il mezzo di risorgere o di camminare almeno nella via funebre fino alla sede ove si muovono le anime dei Beati. A Ceylan sopra tumuli così fatti, i viandanti gettano pure oggetti diversi. I buddhisti credono veramente che se parenti ed amici depongono alcuna pietra presso la statua di Buddha, i loro morti usciranno più presto di pena.

Così noi vediamo anche la materia più inerte muoversi animata nel mito. Qual meraviglia che si sia trovata un’anima divina alle piante e agli animali e che si sia incarnato più volte il nume nell’uomo?

Ho detto che la parola indiana adri significa pietra, monte, nuvola; non ho detto ancora che essa significa pure albero. Penseremo, per questo, che la lingua indiana sia povera? No, perchè abbiamo altre molte parole per esprimere, singolarmente, il monte, la nuvola, l’albero; argomenteremo, invece, ch’essa è molto elastica, e che la rese tale specialmente la vivace immaginazione degli Indiani. Quale somiglianza, in vero, tra una [p. 105 modifica]pietra o macigno o roccia o monte ed un albero? Se Maometto si muove non si muove già la montagna; la parola adri significa precisamente quello che non si muove: ora questa qualità che conviene al monte che sta fermo, conviene pure all’albero, che non si muove dal proprio posto. Anche la foresta di Birnam starebbe ferma se i nemici di Macbetto non ne levassero ramoscelli per ingannarlo e fargli credere che la foresta stessa ha fatto il miracolo di muoversi. Ma se l’albero sta fermo al suolo, e pel suo tronco rassomiglia al monte immobile, si dilata poi per molti rami e cresce, ond’egli è anzi chiamato vr’iksha, ossia quello che cresce, e come tale, si capisce che abbia potuto paragonarsi alla nuvola che cresce e si dilata ed al vasto cielo. Questa varietà d’immagini che si feconda in una sola parola è potente alimentatrice di miti. Ma il più solenne de’ miti è forse questo che, avendo convertito in grand’albero il cielo, la nuvola ed il monte, da questo grand’albero celeste, da questo kalpavr’iksha fa discendere uomini e Dei. Concepito il cielo nuvoloso come una gran foresta combustibile nella quale il fulmine accende il fuoco generatore, dal quale emerge poi in figura ora d’un eroe, ora d’un Dio il sole lucente, era naturale che anche nelle foreste della terra, in quegli alberi sopra i quali cadono di preferenza i fulmini, dal legno confricato, de’ quali si generavano ogni giorno nell’età vedica ossia patriarcale il fuoco sacro domestico, si supponesse germogliato il primo uomo. L’albero del paradiso celeste è teogonico; l’albero del paradiso [p. 106 modifica]terrestre è antropogonico. La leggenda del primo nume si congiunge alla leggenda del primo uomo. L’albero ha il secreto della vita ossia il secreto della scienza; anche Buddha nasce, si educa e raggiunge la sua suprema beatitudine presso l’albero che finalmente lo personifica. Nelle tradizioni bibliche e cristiane, l’albero di Adamo, l’albero del paradiso terrestre, l’albero della generazione, si trasforma in albero di rigenerazione, di redenzione, in albero della Croce; il mito avendo così descritta tutta la sua parabola ideale, dalla prima significazione fallica, al simbolo divino del sacrificio consciente dell’individuo per tutta la specie.

Nè l’albero soltanto è vivo, ogni parte dell’albero, le radici, il ceppo, il tronco, le foglie, i fiori, i frutti hanno la loro leggenda mitica.

È nota la potenza magica attribuita dalla medicina popolare a certe radici. Fin dall’età vedica lo stregone che conosceva i rimedî infallibili era chiamato col nome di mûlakit che vuol dire «dotto nelle radici» . Ma quella scienza non pareva pura; quindi il solo mostro, il solo orco indiano appare fornito di quelle radici, onde il suo nome di mûlavat; e mûladeva o «Dio delle radici» si chiama pure il persecutore odioso del Dio Kr’ishna, l’Erode indiano Kansa. Tra i Boschimani, il dottor Bleek ha trovato questa leggenda, probabilmente fallica, intorno all’origine delle stelle della via lattea. Una madre molto avara dava a sua figlia in troppo scarsa quantità a mangiare di una certa radice rossa, ch’essa, senza dubbio amava particolarmente; la figlia un [p. 107 modifica]giorno ne prese un tal dispetto che ne gettò i pezzettini al cielo, ove da que’ pezzettini germogliarono le stelle della via lattea.

Dopo la radice, viene il ceppo. Quando il nostro linguaggio dice ancora che il tale o il tal altro nacque d’illustre ceppo, conforma una credenza popolare. Per gli antichi, i primi uomini erano «duro de robore nati»; ma il ceppo è veramente la parte della quercia, o del frassino onde si crede che si levino più spesso i neonati fanciulli. La festa del Natale è pure la festa dell’albero carico d’ogni bel frutto o la festa di Ceppo, in memoria di che, a Natale, in parecchi luoghi d’Italia e di Germania suolsi mettere ad ardere religiosamente il più grosso ceppo. In Valdichiana il ceppo si picchia con le molle dai bambini che hanno gli occhi bendati, per augurio di abbondanza, allo stesso modo con cui in parecchi luoghi di Germania la vigilia di Natale, si picchiano gli alberi fruttiferi, perchè la raccolta dell’anno riesca buona ed abbondante.

Il tronco dell’albero ebbe sempre un significato specialmente fallico, come il bastone, la verga, il monte Mandara che agita l’oceano primigenio indiano e vi produce l’ambrosia, il pramantha vedico che genera il fuoco, lo Skambha vedico che serve di fulcro, di sostegno, di base, di centro motore all’universo.

Le foglie dell’albero, specialmente a motivo della loro particolare mobilità e della musica che suol fare il vento fra le fronde, diedero poi vita a molte idee poetiche che si foggiarono in miti. La parola sanscrita pattra è, ad un tempo, la foglia [p. 108 modifica]in generale e, in particolare, il foglio di palma, sopra il quale si scrive spesso nell’India, Così la parola papiro che indica una pianta diede origine alla parola papier. Le parole folium in latino, blatt in tedesco, list in russo contengono, ad un tempo, l’idea di foglia e di foglio. Così la parola latina liber che vale scorza venne a significare il libro. E come le foglie lanciate dall’antro dell’antica sibilla contenevano oracoli divini, così ai libri si attribuì un valore sibillino e il libro specialmente di Virgilio, venerato, nel medio evo, come un mago della virga magica, e, a motivo dei versi sulla Vergine, come un profeta, fu consultato specialmente dagli scolari, i quali, aprendo il volume a caso, dal primo verso che loro s’affacciava vollero talora indovinarne la propria sorte. Immaginata così una stretta relazione fra l’idea di foglia e l’idea di foglio, immaginata la foglia come un foglio sopra il quale si può scrivere, poi che si suppose che la foresta, l’albero fosse abitato da un Dio, s’immaginò pure che il nume scrivesse o incidesse, o figurasse in qualche modo i suoi responsi sulle foglie, le quali divennero così quasi conscienti, quasi consapevoli della suprema volontà del nume; quando esse cadevano, quando volavano, portavano seco l’alto e secreto responso del nume. Nella Bhagavadgîta è detto che gli stessi Vedâs sono le foglie del gigante açvattha, la ficus religiosa, l’albero cosmogonico indiano. Al tremito delle foglie delle sue quercie, il Giove Dodoneo dava i suoi famosi responsi. E le foglie delle antiche Sibille sono forse cadute anch’esse da alcuno di quegli [p. 109 modifica]alberi celesti. Le foglie degli alberi celesti hanno il potere di viaggiar lontano, come le nuvole, le quali sappiamo che, al pari delle foglie, fanno nella poesia indiana, come nella Stuarda dello Schiller, ufficio di poetiche messaggiere. Gli amanti greci si mandano talora messaggi d’amore sopra una foglia di platano, quella stessa foglia, sopra la quale, secondo il filosofo Talete (il quale aveva forse inteso il racconto indiano di Brahman navigante sopra una foglia di ninfea), vogava la terra in forma di timballo. Lo scrittore vedico Açvalâyana e il suo commentatore Nârâyana ci insegnano che il prete o sacrificatore vedico incaricava certe foglie privilegiate di portare i suoi voti a qualche amico assente; la foglia incaricata del messaggio riceveva come viatico due pasticcini, quali rimanevano poi naturalmente nello mani del celebrante. Le foglie fatidiche o sibilline erano dunque note anche all’India vedica. Il nostro viaggiatore Vincenzo Maria da Santa Caterina, nel suo Viaggio nell’Indie Orientali, descrivendoci la sacra ballerina del Dekhan e le processioni che si fanno nel mese di giugno, soggiunge che dopo alcune cerimonie e suoni e canti di brahmani «risorge la donna come ispiritata, e corre a collocarsi in un trono, formato nel lato destro del pagode con foglie di piante; da dove, dopo essersi fermata qualche tempo, continuando il suono e il canto, ripiglia il corso e con celerità incredibile ascende una pianta tutta cinta di piante a guisa d’edera, dove appesa solo con li piedi alli rami, va rispondendo a tutto ciò di che la richiedono». [p. 110 modifica]

Come noi vedemmo già che l’albero della scienza e l’albero della vita s’identificano, così la foglia che rivela i secreti del nume, ora assume l’ufficio pudico di velare, gli autori del peccato, ora rappresenta la verginità stessa. Non è soltanto nella Bibbia che Adamo ed Eva si occultano dietro le foglie dell’albero che probabilmente li ha fatti peccare; anche nel persiano Bundehesh, l’uomo e la donna, dopo il loro primo connubio, si coprono di foglie. Nel Tirolo italiano, le fanciulle recano nei loro capelli una fogliolina verde; il giorno del loro matrimonio perdono il loro diritto di portarla, e si ornano invece il capo di fiori artificiali. Il portoghese Barbosa aveva osservato un uso somigliante nell’India. Quando una donna rimane vedova, si leva dal collo la fogliolina d’oro, che il marito le regalò il giorno delle nozze e la getta tra le fiamme che ne ardono il cadavere, in segno ch’essa non ripiglierà marito. Noi vediamo dunque attribuite particolarmente alla sola foglia, come ad una delle parti più animate dell’albero, quasi tutte le proprietà mitologiche le quali appartengono all’albero; e poichè l’albero, simbolo di vita ha pure un carattere funebre, qual simbolo di immortalità, come si piantano alberi di buon augurio per la nascita d’un fanciullo, così si coprono di alberi e di foglie le tombe. Secondo una credenza popolare inglese, il pettirosso copre di foglie e di borracina il cadavere degli insepolti.

Quando poi si crede che gli alberi parlino, che gli alberi cantino, ciò avviene specialmente per mezzo delle foglie agitate dal vento. La foglia [p. 111 modifica]come l’albero ha coscienza di quanto avviene nel mondo; secondo la credenza popolare de’ Veneziani, il Venerdì Santo, nell’ora della passione di Gesù Cristo, tutto le foglie degli alberi incominciano a tremare. Nella Piccola Russia si dice che le foglie degli alberi tremino soltanto dal tempo in cui Giuda s’è impiccato ad un albero, morendo egli pure come il Salvatore che si lasciò crocifiggere sull’albero della Croce.

Il medico napoletano Giambattista Porta avvicinava già il fiore all’occhio, dicendo che il fiore era per l’albero, quello che l’occhio per l’uomo. Sopra il fiore si raccoglie, nel vero, tutta la luce, tutto lo splendore, tutto il profumo, se si può dire, tutta l’idealità dell’albero, come nell’occhio si traduce tutta la poesia dell’anima umana. Non è quindi meraviglia che i fiori siano così cari ai poeti ed alle donne, che i primi li abbiano tanto cantati e le seconde ne abbiano presa tanta cura. Il rifiorire dell’albero è sempre una speranza, una promessa, la cosa finalmente più lusinghiera nella quale l’anima umana più volentieri si culla e si illude come in un sogno boato. Che importa se la speranza sarà poi fallace, se la promessa sarà poi tradita? Intanto la primavera risorge coi fiori, lieta e bella di tutto il suo mirabile splendore. È una bellezza che fugge, ma fugge sorridendo, e quel sorriso lampeggia alla mente de’ poeti come divino. Gli Indiani chiamano la primavera pushpâgama o «l’arrivo de’ fiori», pushpasamaya o «stagione de’ fiori» per la quale gli antichi Svedesi avevano creato un titolo cavalleresco speciale, salutando il giovine [p. 112 modifica]tempo dell’anno come un Conte de’ fiori, una specie del nostro giovine Calendimaggio dal maio fiorito. Ed è con saette di fiori (pushpa, kusuma) che fa le sue guerre nell’India Kâma o Kandarpa, il Dio d’Amore, onde pure tutti i suoi numerosi appellativi indiani. Secondo l’Abhidharma dei Buddhisti, tutti gli Dei nel mondo di Kâma ossia nel paradiso d’amoro recano un fiore del colore stesso di cui essi sono. I nostri cavalieri medievali prendevano invece il colore che più garbava alla donna o regina dei loro pensieri. Zeus e Giunone riposano sul monte Ida in un letto di fiori, coperto da una nuvola. Nell’India il Dio che rappresenta la maestà divina, Varuna, siede sopra il Pushpagiri, ossia la montagna de’ fiori, ossia in cima al cielo fiorito di stelle. I G’ainâs chiamano Pryamitra il re della regione celeste settentrionale, ossia Pushpottara (fiore del settentrione). Anche il sole e la luna sono fiori meravigliosi del giardino celeste; la via celeste, e particolarmente la via lattea è detta dagli Indiani una pushpaçakatî ossia un carro di fiori; la folgore lanciata da Indra è paragonata ad una ghirlanda che Narada suo messaggiero lancia sopra Indumatî, una nuvola mostruosa, addormentata nel giardino reale ossia nel cielo. Pushpita o fiorito è il nome d’un Buddha; Pushpaka o fiorente il nome dato al carro di Kuvera, il Dio della Ricchezza; Pushpadanta il nome d’un genio e Dio minore seguace di Çiva, una specie di Prometeo indiano, mollo meno infelice del primo, che per avere svelato agli uomini il segreto degli Dei, ma specialmente il segreto fallico del Dio [p. 113 modifica]Çiva, vien condannato a rinascere in forma d’uomo nella quale si troverà chiuso fin che incontri sul monte Vindhya un Yaksha in esiglio che gli narrerà le sue proprio vicende e i sette grandi misteri della vita di Çiva. Pushpahâsa, ossia dal riso fiorito, è uno dei nomi indiani del Dio Vishnu. Così, nel Gul o Sanaubar, la regina lascia cader fiori dalla sua bocca ogni volta ch’essa ride, come certe fortunate principesse delle nostre novelline popolari. Pushpadhârana o portante fiori è uno dei nomi del Dio Kr’ishna. Il Jasminum hirsutum Linnaei è chiamato in sanscrito attahâsaka, propriamente, colui che rassomiglia ad Attahâsa, ossia a colui che ride forte, appellativo del Dio Çiva, il Dio della chioma irsuta. Il Jasminum hirsutum L. chiamasi pure kunda o kundapushpa o fiore di kunda, nome dato ad uno dei tesori del Dio Kuvera, una delle forme del Dio Çiva. Il pushpa o fiore designa pure particolarmente, in sanscrito, il fiore della pubertà. Una strofa dell’indiano Pan’ c’ atantra ci fa conoscere che nell’India si coronava di fiori il liñga (il fallo), per ottenere un figlio che liberasse il padre dal pericolo di rinascere. «Colui, vien detto, che colloca da sè stesso in cima al liñga un fiore, mormorando la formola di sei sillabe, cioè: Om, Çivâya namah (onore al Dio Çiva), non rinascerà più.» Quindi la festa de’ fiori che si celebra ogni giorno nel Natale indiano, cioè precisamente, ne’ tre ultimi giorni di dicembre; vi si sacrifica al Dio Çiva; i due primi giorni sono destinati alle donne, il terzo agli uomini. Le donne tracciano innanzi [p. 114 modifica]alle porte delle loro abitazioni linee bianche, con fiori. Sopra ogni linea collocano piccole palle2 ornate con un fior di limone. In tale occasione si mette in libertà, spaventandola con grida selvaggie, una vacca ornata di fiori e di frutti che la folla de’ devoti raccoglie dal suolo quando vengono a cadere. Una cerimonia simile, d’origine anch’essa probabilmente indiana, fu ritrovata di recente presso i Cafri.

Non solo i fiori sono cari agli Dei, ma come da uno di essi, il loto, nasce il principal nume indiano, la presenza di un essere divino viene rivelata nell’India da una corona di fiori che non si appassisce mai. Il devoto partecipa poi di alcune tra queste qualità divine; così nell’Aitareya si raccomanda il pio pellegrinaggio, dicendosi che le gambe d’un pellegrino sono fiorenti, ossia fanno nascere fiori sul loro cammino. All’opposto, i piedi d’un empio, di un peccatore come Adamo uscente dal paradiso terrestre, nella leggenda medievale che lo riguarda, fanno seccare tutte le erbe sopra la via da lui percorsa. La Dea Giunone concepisce invece Marte, appena tocca un fiore.

Protinus haerentem decerpsit pollice florem;
Tangitur et tacto concipit illa sinu.
Ovidio, Fasti, V, 255.

Questo fiore erotico (in Grecia il fiore erotico per eccellenza è il melagrano), da cui nasce Marte, il Dio della guerra, mi fa risovvenire del fiore [p. 115 modifica]indiano açoka (Jonesia asoka) che il dramma Mr’icchakatikâ confronta, pel color rosso, aranciato del fiore, con un guerriero insanguinato. Gli Indiani credono che il solo contatto del piede d’una bella donna faccia fiorire quest’albero, chiamato pertanto an’g’anâprya, ossia caro alle donne. Quest’albero personifica il Dio d’amore, Kâmadeva un Dio guerriero per eccellenza come Marte; si narra anzi che Kâmadeva si trovava sopra questo albero, quando il Dio penitente Çiva lo bruciò insieme con l’albero. L’albero açoka ha una parte essenziale nel dramma di Kâlidasa intitolato: Mâlavikâ e Agnimitra. Nello stesso tempo che Mâlavikâ fa fiorire toccandolo col suo piede l’albero, essa fa nascere l’amore nel cuore del re Agnimitra.3 In un rispetto toscano la donna che ama fa questo complimento al suo damo:

Dove spasseggi tu l’erba vi nasce,
La primavera tutta vi fiorisce.

Così in un canto popolare siciliano un amante attribuisce alla donna ch’egli ama il potere di far nascere rose con l’acqua di che si lava. La rosa ha, com’è noto, la supremazia tra i fiori in quasi tutta la credenza popolare indo-europea; gl’Indiani tuttavia che avevano forse dimenticate le loro splendide e celebrate rose del Kaçmîra dánno il primato alla Michelia Ch’ampaka che salutano [p. 116 modifica]col nome di Kusumâdhipa, Kurumadhirag’ o re dei fiori. Molti fiori poi hanno una speciale virtù morale, un proprio valore simbolico che una tradizione più o meno autentica e generale e continua ha loro attribuito e che costituisce il così detto linguaggio de’ fiori, del quale si valgono così spesso gli amanti ne’ loro messaggi. Gli amanti s’intendono spesso, per mezzo de’ fiori, sebbene un proverbio della Lomellina ci metta sull’avviso che amori simili durano poco. In una novellina indiana due amanti si parlano per mezzo d’un fiore, e la figlia del Re Suçarma, guardando alla finestra, osserva il giovine Devadatta e l’attrae a sè con la sua bellezza. Essa coglie un fiore e con esso tocca le labbra dell’eroe d’amore, il quale si turba e racconta il caso al maestro, che gli spiega come con quel segnale la principessa gli diè ritrovo al tempio Pushpa, ossia al tempio dei fiori. Le streghe adoperano spesso i fiori come filtri amorosi, facendo fiutare ai giovani e alle giovani certi fiori che hanno virtù d’innamorarli della persona che li desidera; nè ad un mitologo è lecito supporre che adoprino altre malizie, e che la vera virtù riposta sia qualche messaggio scritto che si trovi accortamente nascosto tra fiori, i quali in ogni modo, farebbero sempre da mezzani d’amore. I fiori accompagnano l’uomo in tutta la sue vita. Anzi tutto quando nasce, come si ricorda ancora nel giuoco infantile berlinese della Mutter Tepperken, ove si finge che ogni fanciullo venga al mondo con un nome di fioro, l’uno chiamandosi rosa, l’altro garofano, un altro violetta, [p. 117 modifica]così di seguito; poi nell’infanzia, come attestano le processioni ateniesi e dell’Asia Minore primaverili, ove tutti i fanciulli arrivati ai tre anni si coronavano di fiori, quasi a far festa perchè fossero usciti dall’età critica delle loro malattie, di che sono ancora una reminiscenza assai viva le processioni cattoliche del Corpus Domini, che ricordano pure, quantunque assai più decenti, le feste romane in onore di Flora, nelle quali il popolo coronato di fiori, spandendo la via di rose, cantava inni di gioia, e si spassava in ogni maniera. Nell’età degli amori, i fiori diventano, come s’è detto, i veri complici degli amanti; nello nozze degli Elleni come nelle indiane, tutti gli astanti dovevano e devono ancora ornarsi di fiori. Infine, poichè l’uomo nacque mortale, il fiore che accompagna e simboleggia tutti i fenomeni della vita deve perire con esso. Gli Dei stessi, gli eroi divini, quando assumevano una forma umana, non potevano conservare ai loro fiori divini il privilegio d’una freschezza eterna. In un racconto di Somadeva, il Dio Çiva dona a due sposi due fiori di loto: se il fiore dell’uno appassisce, è segno che l’altro tradisce. Così nel Tuti Nameh una donna dice al suo soldato: se il mazzo di fiori che t’offro appassisce, sarà segno che io avrò commesso alcuna colpa, il signor Brueyre, che pubblicò i racconti popolari inglesi, ricorda ancora oltre il racconto del Grimm: «Figli d’oro» ove i gigli appassiscono per annunziare la disgrazia che accade al figlio d’un pescatore, il vecchio romanzo francese di Perceforêt, dove una rosa che perde la sua freschezza rivela, per tal [p. 118 modifica]modo, l’infedeltà di un amante. Anche i funerali, finalmente, e le tombe hanno il copioso omaggio di fiori, e si colgono fiori ne’ campi Elisi degli Elleni e de’ Germani, come in quelli di Dante. Poi che si crede alla vita immortale, come il fiore simboleggia la vita dei mortali, così rappresenta quella de’ Beati, che si ingigliano nell’oro delle stelle. Anche nell’antica Sicilia vi era una festa funebre in onore di Proserpina rapita da Plutone, nella quale si vedeva una processione di giovinetti recanti fiori; ai quindici d’ottobre si celebravano ogni anno in Roma i fontinalia, feste nelle quali si decoravano di fiori le fonti, come nei feralia o giorni dei morti, si stendeva sopra un rogo uno strato di fiori e di frutti, consacrati, come si usa ancora per le vivande della vigilia de’ Morti, Diis Manibus, alle anime de’ trapassati. Si ama il fiore, ma si appetisce, simbolo fallico, il frutto, e per esso veramente si pecca; per l’avidità d’un frutto, ora un fico, ora una mela, ora un’arancia, ora una fragola, ora una ciliegia, ora un legume, l’eroe o l’eroina leggendaria corre spesso alla sua rovina. Per cagione d’un frutto offerto da un essere demoniaco, s’entra in uno stato demoniaco o funebre, dal quale un altro eroe o un’altra eroina viene poi a liberare la vittima. Beati quelli che resistono ad ogni tentazione, che vincono ogni concupiscenza, e che si mostrano degni di salire al cielo, al Phalodaya, parola indiana che significa propriamente: Inalzamento dei frutti. Nel cielo si consegue il godimento del frutto divino, del dolce pippala [p. 119 modifica]ambrosiaco nell’India, e delle mele d’oro nell’Orto dell’Esperidi e nel paradiso promesso ai buoni bambini cattolici. Io ho toccato, in genere, dell’albero mitologico, e vorrei ora introdurre chi mi segue ne’ miei splendidi giardini fantastici, innanzi ai quali quelli di Armida e d’Alcina gli apparirebbero forse misere steppe; vorrei, se alcun lettore fosse malato, farlo guarire con l’aiuto delle numerose erbe magiche che, almeno, di nome conosco; se alcuna di queste erbe non avesse più alcuna sua speciale virtù, ricorrerei, quantunque poco cristiano, all’espediente del poeta vedico, il quale invocava, ad una volta, tutte le erbe, affinchè divenissero sumitrâs o buone amiche, propizie per sè e per i suoi migliori amici e durmitrâs o cattive amiche per colui, come esso dice, che ci odia e che noi odiamo. Lo condurrei pure innanzi alle venerabili erbe preistoriche, le quali, secondo il Rigveda furono create tre età innanzi agli Dei, erbe che il Yag’urveda, specialmente se medicinali, saluta col nome di ambâs o madri, e che hanno un loro proprio re o Dio, oshadhîpati, signor delle erbe, che si chiama Soma, col quale negli inni vedici, le altre erbe vengono democraticamente a favellare. Dopo il Soma, chiederei di presentar gli alberi paradisiaci indiani, specialmente l’açvattha, quindi lo splendido brahmanico fiore di loto, e l’erba tulasî (ocymum sanctum) come specialmente sacra agli Indiani; tra le erbe e piante nostre, gli ricorderei specialmente pel loro carattere sacro e lo loro mirabili virtù la verbena, la artemisia, la felce, il ginepro, [p. 120 modifica]la ruta, la mandragora, e tutte l’erbe di San Giovanni; tra gli alberi, la quercia, il frassino, la betulla, il cipresso, il pino, il lauro, la vite e l’olivo come onorati di culto speciale; tra le biade il frumento, tra i legumi il fagiuolo, la fava, il pisello, il cavolo. Ma dopo aver fatto una così lunga ed arida enumerazione di piante ed erbe, dovrei pure farne un po’ di storia, e la storia sarebbe assai lunga. Poichè non avvengono soltanto nella storia mitica numerosi spostamenti cronologici, ma ancora spostamenti geografici, de’ quali ci conviene tener conto. Nel ricevere una tradizione da un altro popolo o da un’altra età, il popolo, per mantenerla viva, ha uopo di rinfrescarla, di farla più evidente con nuovi particolari più vicini, più proprî, più popolari, più intelligibili. In questo lavoro di riduzione ad un uso più contemporaneo, e, per così dire, più nazionale, il popolo procede per via d’analogia. In due miei lavori sopra la fauna e sopra la flora mitologica ebbi occasione di rilevare parecchi esempî di questo singolare fenomeno storico. Nelle sue trasfigurazioni mitiche, il popolo s’arresta spesso ad analogie grossolane ed esterne, delle quali i nostri dotti naturalisti saprebbero difficilmente rendersi ragione. Ogni paese ha i suoi alberi prediletti e più coltivati di altri. Così avviene che una gran parte dell’India centrale si trovi coperta dalla ficus religiosa e della palma, una gran parte dell’Europa centrale di quercie, di betulle, di conifere. Perciò l’ufficio che nel racconto indiano della Rosa Bakavali sostengono il leone, lo sciacallo, ed il fico ingrato, passa nei [p. 121 modifica]racconti slavi all’orso che prende il posto del leone, alla volpe che tiene il posto dello sciacallo, alla quercia che rappresenta la ficus religiosa. Da questo solo indizio si può già vedere quanto lontano mi porterebbe ora un viaggio mitologico a traverso le piante. Mio scopo, come si potè intendere, non fu dunque compirlo oggi, ma fare soltanto, se io non m’illudo, venire ad alcuno la curiosità d’intraprenderlo. Poichè, in questi casi, la curiosità conta assai. Esser curiosi vuol dire trovarsi ben disposti; e questa è la grazia suprema che il mitologo osa, per adesso, domandare, non a’ suoi derisori impenitenti, ma a quelli che non hanno ancora nessun pregiudizio formato intorno ai nuovi studi che ci tentano. Pare forse cosa tanto strana che presso allo storico della filosofia, il quale ci dà la storia aristocratica de’ più alti concepimenti umani, alcuno possa pure occuparsi a raccogliere i materiali per una storia democratica delle più umili fantasie popolari? Io spero che non sembri ad alcuno de’ miei presenti ascoltatori, e per questa speranza, ho preso coraggio di venire a discorrere anch’io di piante, non da botanico col lume della dottrina, ma da mitologo col lume della poesia, senza la quale mi pare opera interamente vana tentare l’illustrazione de’ miti che sono la prima, la più ricca, la più vasta, la più continua poesia del genere umano. Se è vero, quello che l’Heine cantò che i fiori si susurrano l’uno all’altro dei Mährchen, ossia delle novelline fantastiche, se è vero che, come dice il proverbio tedesco, il [p. 122 modifica]bosco abbia orecchie, e che, come l’Heine ripete, il bosco stia ad origliare:

Horchend stehn die stammen Wälder,
Jedes Blatt ein grünes Ohr,

a chi meglio che ai poeti e alle donne che prodigano loro tante carezze saranno i fiori e gli alberi meglio disposti a confidare i loro arcani e dolci segreti?


  1. Cfr. Liebrecht, Zur Volkskunde, 1879, pag. 271.
  2. D’escremento di vacca.
  3. Questo soggetto delicato era ben degno d’inspirare un poeta-pittore come Tullo Massarani, che ce lo rappresenta in una sua tela.