Misteri di polizia/XXI. Le Pratiche religiose

Le Pratiche religiose

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XX. Libelli XXII. Due proscritti: Giuseppe Garibaldi e Gustavo Modena

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CAPITOLO XXI.

Le Pratiche religiose.

Il malcostume andava a braccetto col bigottismo. I nostri nonni, bisogna convenirne, erano più religiosi di noi, ma erano anche parecchio scostumati. Si capisce, che in loro il sentimento religioso non andava al di là dell’epidermide, e che se si accendeva un moccolo a Dio era precisamente perchè nello stesso tempo se n’erano accesi due al diavolo: ma erano religiosi, baciapile, frequentatori di chiese, assidui alle prediche, biascicatori di rosari, osservatori dei digiuni e parlavano con rispetto dei preti, quando non ne dicevano corna. Soltanto, quando dovevano dirne corna, lo dicevano sottovoce. Noi lo si dice alto.

Peraltro, i preti frequentavano allora tutte le Società, ove occupavano un posto fra quello del maggiordomo, e quello dello staffiere. Quando non erano i pedagoghi del signorino, erano gli uomini d’affari del signor conte o del signor marchese, o i segretari intimi della signora contessa della signora marchesa; qualche volta lo erano insieme delle madri e delle figliuole. Quando poi il prete era letterato e sapeva fare con garbo un sonetto e tradurre con fedeltà non scevra d’una certa eleganza un’ode di Orazio o un epigramma di Marziale, allora esso toccava il cielo col dito: era canonico e, per soprassello, accademico della Crusca, ove, per entrare, non occorreva ch’ei fosse tagliato nella stoffa del canonico Petrarca, o di quell’altro canonico che scrisse l’Orlando Innamorato. Laonde la bacchettoneria trionfava. I tribunali di penitenza erano frequentati, perchè si sapeva che una raccomandazione del confessore poteva fare ottenere un impiego o un sussidio. Si metteva dell’ostentazione a farsi vedere in chiesa, all’ora degli uffici divini, perchè [p. 161 modifica]i ministri, compresi quelli che facevano professione d’ateismo avevano piantato gli alberi della libertà sotto i francesi, amavano che si credesse o si fingesse di credere la religione essere non solo sulla bocca, ma anche nel cuore dei cittadini. Solite false apparenze, che non ingannano alcuno, ma infrolliscono e falsano i caratteri!

Ma la Polizia imponendo ai cittadini l’osservanza delle pratiche religiose, non raggiungeva che assai di rado il suo scopo. La borghesia, sopratutto, rimaneva scettica. Non per nulla la Rivoluzione francese aveva soffiato poco prima sull’Italia, nè chi vedeva pubblicamente onorato dal principe lo Sgricci e clandestinamente si deliziava nella lettura del Batacchi, o si ricordava d’essere concittadino di Giovanni Boccaccio o di Pietro Aretino, poteva da un giorno all’altro, in seguito ad un editto dell’illustrissimo signor Presidente del Buon Governo, trasformarsi in credente e buon cristiano e, per soprammercato, cattolico, apostolico e romano. L’Ispettore di Firenze, con rapporto del 31 marzo 1825, si lamentava come nelle trattorie e nei caffè non si facesse caso dei divieti di grasso e si mangiasse, in quaresima, latticini, e il burro si tenesse pubblicamente in mostra. Il suo animo di buon cattolico compassionava tanta gente, che per non saper resistere in un giorno di venerdì di vigilia alle attrattive di una bistecca o d’una costoletta, si metteva fra le gambe la via dell’Inferno. E un buon pezzo di filetto, nei giorni di magro, mangiavano cittadini d’ogni classe, compresi gl’impiegati; la qualcosa riempiva di santa indignazione il petto del nostro poliziotto, anche perchè siffatte violazioni dei precetti religiosi si perpetravano alla luce del sole, specie nei caffè, distinguendosi fra questi pubblici ritrovi votati a Satana il Leone d’Etruria, il via Calzaiuoli, e il Giappone, in piazza del Granduca.

Come al solito, l’inosservanza dei precetti della Chiesa si confondeva coll’assenza della moralità. Cittadini virtuosi, ma colpevoli di non concorrere abbastanza a far ricchi i mercanti luterani delle coste del mare del Nord col consumo di aringhe affumicate, erano denunziati come persone di pessima condotta. La gioventù universitaria, in cui gli [p. 162 modifica]entusiasmi dei vent’anni non potevano far nascere che un equivoco rispetto per precetti che lo stomaco forte e sano imperiosamente condannava, era designata come infetta di tutte le più ree passioni. Nel 1825, un rapporto del Bargello di Pisa riferiva come molti dei giovani che frequentavano l’Università, fossero di principî immorali, empî, disprezzatori d’ogni autorità, che mettevano tutto in derisione, e come fra essi primeggiasse Ferdinando Andreucci, di Firenze. Più tardi, un rapporto dell’Ispettore di Polizia di Firenze, descriveva lo stesso Andreucci come ozioso e trascurato nei doveri religiosi. Naturalmente, l’Andreucci, che come si sa, diventò in seguito uno dei luminari del fôro toscano e che nel 1838, quando furono rinnovati gli ordinamenti giudiziarî del Granducato, rifiutò disdegnosamente un posto eminente nella magistratura, l’Andreucci, diciamo, sarebbe stato all’incontro un perfetto galantuomo ed una persona per bene se fosse stato cucito a fil doppio coi preti e cogli scaccini. Anche la bellissima e colta Giuditta Bellerio-Sidoli, che Giuseppe Mazzini amò ardentemente, era ritenuta dal commissario di Santa Croce, nel 1834, empia e di costumi corrotti, perchè, di quaresima, mangiava di grasso.

Peraltro, era un’idea fissa di quella generazione di poliziotti che non vi fosse moralità ove questa fosse scompagnata dalla religione; e per religione intendeva le pratiche esteriori del culto, poggiate sul rispetto cieco ed assoluto del principio d’autorità. Volevano pecore, non uomini.

L’ispettore Fabbrini, mandato a Pisa, nel 1824, per fare un’inchiesta sullo spirito della gioventù universitaria di quella città, denunziata come dedita all’empietà e ai principî di libertà, in data del 12 aprile riferiva: „È certo che delle massime liberali serpeggiano in generale dappertutto ove più ove meno, e queste sono gli effetti delle passate tristissime vicende politiche. Si comincia dal ceto ecclesiastico a porgere cattivo esempio colla scostumatezza, irreligione, parlar franco e vivere tutt’altro che da buoni cittadini. Il massimo male è fra i parrochi e gli ex-religiosi. Anche l’ignoranza crassa che regna nella generalità del ceto ecclesiastico è di sommo pregiudizio.„ [p. 163 modifica]

E poi quei buoni signori del Buon Governo pretendevano che i cittadini mangiassero di magro i venerdì e le vigilie! E con quei preti, i quali, quando non erano scostumati, esercitavano piamente il mestiere di spia, si pretendeva che tutta una generazione, che aveva visto la rivoluzione, la repubblica, l’impero e il papa in prigione, s’inginocchiasse dinanzi al parroco!

Anche il rettore dell’Università di Pisa si lamentava verso quel tempo, che gli scolari non fossero pii e religiosi come un branco di gesuitanti. „Sono riscaldati per la libertà — scriveva alla presidenza del Buon Governo — e seguono le idee costituzionali del Filangieri; si modellano sulla vita dell’Alfieri e sull’opera del Principe del medesimo. Se incontrano l’attuale nostro sovrano, debbono evitarlo, se possono; e in ogni modo non debbono guardarlo: come non debbono passare davanti il palazzo regio. Non debbono andare alla messa: Dio non esiste per loro, nè l’anima è spirituale ed immortale; o son queste parole vuote di senso:„ Aggiungeva come molti di quei giovani fossero riuniti in Società segreta dal titolo: Gl’interpreti di Dante. Ma procedutosi ad una inchiesta, la Società segreta apparve un sogno del rettore. C’erano fra quei giovani quattro o cinque anime imbevute d’idee liberali, qualcuna, forse, di massime volterriane: ma di cospiratori, fra quei filosofi di vent’anni, nemmeno l’ombra.