Libro detto strega o delle illusioni del demonio/Libro secondo

Il secondo libro del dialogo detto strega

../Libro primo ../Libro terzo IncludiIntestazione 4 giugno 2008 75% Letteratura

Il secondo libro del dialogo detto strega
Libro primo Libro terzo


Il secondo libro del dialogo detto strega, del signore Giovanfrancesco Pico dalla Mirandola & c., volgariggiato dal ven. P. F. Leandro delli Alberti bolognese.


Le persone ragionano.
Dicasto, Apistio, Strega, Fronimo.


DICASTO
O siatte e’ ben venuti. A tempo seti giunti, conciosia che hora hora serà condutto fuori della pregione la strega, e serà menata avanti di noi.
APISTIO
Ecco ecco, che è menata legata.
STREGA
Eimè, eimè. In questo modo serva si le promissioni? Per qual cagione vuoleti martoriare quella che già ha confessato?
APISTIO
Deh, buona donna, non è stato portato qui veruna cosa da tormentarti. Vero è che Fronimo et io siamo venuti qui solamente per vederti et udirti, et anchor per aiutarti quanto potremo.
FRONIMO
In verità, così è come ha detto Apistio.
STREGA
Deh, quanto gravemente mi martoriano coteste manette di ferro e cotesti nodi e groppi delle legature. Deh, che io ho paura, non mi sien dati maggiori tormenti.
FRONIMO
Ti priego, Dicasto, comanda che sia sciolta.
DICASTO
Io son contento. O cavaliere, su presto, sciogliela.
STREGA
Hormai cominciarò un poco di ripigliar li spiriti.
DICASTO
Sta pur di buona voglia, perché ti prometto di non mancare in veruna cosa di quello che ti ho promesso, pur che tu serva le promissioni di dire il vero, senza bugia, e di narrare ogni cosa a punto di quello serai interrogata. Siché, racconta il tutto interamente.
STREGA
Vi prometto di servare quello che vi ho promesso liberamente senza alcuna menzogna.
DICASTO
Dunque comencia di narrare quelle cose le quali l’altro giorno, et anchora hieri su il tardo, a me solo confessasti, scrivendole il notaio.
STREGA
Se voi le ramentarete e le reducerete a memoria colle vostre interrogationi, responderò con quel ordine che voreti.
DICASTO
Addimandati voi, Apistio e Fronimo. Son contento la posseti interrogare, conciosia che hoggi sarà vostro questo spettacolo e cotesta impresa. Ma egli è ben vero che voglio esservi presente acciò la ammonisca, se uscisse fuori della carreggiata (sicome si suole dire), che ritorni alla via drita.
APISTIO
Hor su, strega, dimmi: andasti mai al giuoco di Diana, overo di Herodiade?
STREGA
Sì, sono bene andata al giuoco, ma che’l sia o di Diana, o di Herodiade non il so. Conciosia che più non ho udito ramentare quelli giuochi.
FRONIMO
Già te dissi hieri, Apistio, come il demonio ingannava l’huomeni in diversi modi. Il perché in quel tempo, nel quale era adorata Diana dalle genti et era molto honorato e glorioso il nome di quella per il mondo, pareva una eccellente cosa di potervi essere annoverato fra le compagne di essa Diana. Benché imperò fossero dette vergini, nondimeno erano chiamate Nimphe, cioè spose, e così le piaceva di essere addimandate spose, ma maggiormente le aggradiva lo effetto et opra, ben che non fusse cercata con legitimo rito e costume. Conciosia che erano ivi continui stupri ed adulterii. Per il che scrive Homero nelli suoi versi sovente quella volgata sententia: Nella meschiata amicitia. Imperò favolescamente dicano, come li Dei falsi, overo quelli antichi baroni, ebbero amorosi piaceri con la compagnia di Diana, overo di un’altra Nimpha o di Napea o di Oreade o di Driade. Fengevano esser le Napee le Dee delle selve, delli colli e monticelli, e delli fiori, sicome dicevano essere le Oreade Nimphe delli monti, e le Driade Nimphe delli alberi. Anchora credevano li gentili et il rozzo volgo, che fussero inamorate le Nimphe marine e delli fiumi. E così sovente leggerai di Cirene e di Leucothea, finta dall’antichi esser la dea Matuta, cioè l’aurora, chiamata dea matina perché era sovrastante al tempo matutino. Et anchor ritrovarai scritto di Cimodecene, cioè di quella dea la quale faceva acquetare le onde marinesche, secondo le loro favole, e non manco vederai iscritto molte cose dell’altre finte dee o del mare o delli fiumi. E perché gli pareva essere molto più sicuro di conversare per li monti che sommergersi nell’onde de l’acque, et anchor pareva esser cosa più aggradevole di intromettersi nelle cacciagioni di Diana che invilupparsi nelli procellosi fluti di Tritono e nelle onde marinesche, imperò maggiormente se delettarono nel giuoco di Diana, e ne balli e salti di quella, sicome cose più aggradevoli, gioconde, e piacevoli. Anchora tirò dapoi molti altri con lusinghevoli modi sotto la figura di Herodiade idumea, la quale grandemente se delettava nelli solazzevoli e trastulevoli balli.
DICASTO
Credo che tu sappi qualmente n’è fatta mentione di cotesto giuoco di Diana over di Herodiade nelle leggi e decreti de Pontefici, dove si ramentano le leggi furono confermate per il Concilio nel qual fu fatto quello statuto, che si dovessero scacciare le maghe et incantatrici.
FRONIMO
Deh, per toa fede, dimmi, Dicasto: istimi tu essere cotesto quel medemo giuoco de cui n’è fatto memoria ivi?
DICASTO
Io te dirò, il mio Fronimo. Sono varie oppenioni di questa cosa, conciosia che sono alcuni che dicono de sì et sono altri che vuoleno sia una nova heresia.
FRONIMO
Dirò la mia fantasia. Io credo che quello in parte sia antico et in parte nuovo: cioè, nuovo quanto alle nuove superstitioni e cerimonie ivi hora se fanno, sicome tu dicesti, parlando da philosopho, ch’el fussi antico quanto alla essentia et nuovo quanto alli accidenti.
DICASTO
Ben ben, Fronimo, certamente tu hai imaginato una eccellente distintione, con la quale assai cose se scioranno che hanno dependentia da quel luogo, da cui hanno pigliato alcuni grande occasione di errore, istimando che coteste donnuzze siano sempre portate al giuoco solamente con la fantasia, e non con il corpo.
APISTIO
Dunque tu istimi che le streghe siano sempre trasferite e portate al giuoco con il corpo?
DICASTO
Non son già di questa oppenione che sempre siano portate colà al giuoco con il corpo, perché alcuna volta sono sute ritrovate per cotale modo accostate sovra di un travo con tanto profondo sonno che non sentivano cosa alcuna, benché fussero fortemente bussate; et elle dipoi credevono di esser state portate al giuoco e nondimeno erano ivi. Anchora altre volte sono state vedute fra le gambe de alcune, e fra le coscie, esservi delle scope serate con tanta fermezza che non se puotevano cavare fuori da quelle che dormivano; colle quale cose credevano esse di essere portate al giuoco.
APISTIO
Per qual cagione pensi tu occorra questo, che sovente sono portate al giuoco e con il corpo e con l’anima, et altre volte, pur credendo di esser portate in quel modo, solamente sono ivi presente con la fantasia et imaginatione.
DICASTO
Egli è alcuna volta prestigio del demonio, overo falsa demostratione et una astuta delusione, et altre volte è secondo che vogliono le streghe. I mi ricordo di havere letto nelli libri di frate Arrigo e di frate Giacobo thodeschi, maestri in theologia dell’ordine dei frati predicatori, qualmente egli è narrato di una strega, la quale passava quelli spatii in tutti duoi e’ modi, secondo che le piaceva: cioè con il corpo, vigilando, et anchor spesse volte solamente con la fantasia, cioè quando le rincresceva il viaggio. Il perché allhora, sedendo nel letto et havendo detto alcune diaboliche parole, se gli rappresentaveno tutte le cose del giuoco in una verda nuvola et oscura come l’acqua del mare, sicome vi fussero realmente state presente.
FRONIMO
Che cosa responderesti alli adversarii?
DICASTO
Primieramente, così gli risponderei: che io mi maraveglio come vogliano misurare tutti li modi delli sacrileggi, delle superstitioni, e delle magiche vanitadi, con uno solo modo del viaggio, alcuna volta servato in una regione e paese del mondo da una certa sceleste compagnia di donne profane e rubelle di nostra fede, e così vogliano istendere questa cosa a tutte le parti del mondo. Et anchor direi che pensano forsi di sapere tanto, che gli pare di potere costrengere l’ampia possanza del demonio, la quale hebbe dal principio della sua creatione, in uno mortario. Dipoi anchora direi che costoro non possono patire che sia isposto quel testo della legge con il giudicio de altrui, li quali certamente sono di maggiore dottrina e giudicio di essi, accioché cavano fuori quelle cose le quali pertengono alla natura da quelle che sono pertinenti alla fede catholica. Anchor se sforzano di dimostrare, apertamente e senza vergogna, che non sia quella cosa, la quale non possono negare che non si possa fare, et anchora che non sia fatta qualche volta, eccetto se non la vuoleno negare con sua grande prosomptione et ignominia, cioè negando le migliara de testimonii. Ma forsi anchor uno di maggior animo di me direbbe di vuoler vedere un più fedele essempio delle leggi del Concilio, che fussi ramentato da un scrittore di maggiore autorità di colui lo racconta. Conciosia che sono assai cose da Gratiano altrimente iscritte, e rivolte, e narrate, molto diverse da quelle che furono pubblicate nelli concilii e dalli Pontefici. Il perché credo che cotesta fussi una cagione fra l’altre, per la quale non fussi per cotal modo approvata la compilatione del Decreto da lui fatta, dalli Venerabili Padri della Chiesa, che fussi osservata in vece di leggie dalla quale non fussi licito a veruno di appellare. Horsù, pur anchora gli vuo’ concedere quello che dicono, ma considera ben che gli sia anchora serrato la bocca ad essi adversarii con la tua ottima distintione, sicome a me pare, et in vero egli è così. Per la quale facilmente se può conoscere, qualmente il corso, o sia il giuoco, di coteste donniciuole et huomiciuoli, ne conviene in parte con quello giuoco, et in parte è vario e diverso da quello. Conciosia che non se dice qui, che se creda Diana essere dea delli pagani, né anchora se vedono quivi quelle cose che se vedeano in quella regione, le quale sono dannate per il Concilio. Nondimeno se fanno imperò assai cose, delle quali non se legge fussero fatte ivi, che sono pur imperciò communi colle altri superstitioni delli gentili e pagani, et anchora fansi assai scherni, e vituperio de Dio e biasimevoli osservationi e varii riti e maladetti, che sono suto insegnati dalli maligni spiriti e demonii a questi miseri huomiciuoli e donniciuole, sì come nelli dannati unguenti da ungersi, nella delettatione di spargere il sangue innocente delli fanciullini, nella osservatione del cerchio, nelli magichi incantamenti, nell’altri molti diabolici maleficii, e nel viaggio e discorso grande per l’aria con il corpo. Colui che negasse che il demonio non puotesse maggiormente movere li corpi che non possono tutti l’huomeni insieme, parlando imperò naturalmente e quanto alli prencipii naturali di ciascuno di essi, io penso che serebbe da esser reprovato e dannato come heretico, perché dice il sanctissimo Iobbo che non è possanza sovra della terra da egualare a quella del demonio. Anchora ritroviamo nel vangelio qualmente fu portato misser Giesù Christo nostro signor dal demonio sovra del monte, et anche sovra del pinnacolo del tempio. È tenuto indubitabilmente vero dalli theologgi, come sono ubbedienti tutti li corpi alle sostanze separate, o siano alli spiriti ispogliati del corpo, quanto pertene imperò al movere da luogo a luogo. E così essi spiriti naturalmente le puono movere a suo piacere, pur non siano impediti da Iddio prima causa di tutte le creature. E così questa è una disputatione della legge naturale, cioè se possono li spiriti ignudi e privi di materia movere li corpi sì o no; ma che siano portati da luogo a luogo questi huomeni e donne, in verità e senza menzogna, egli è disputatione del fatto, cioè se così è veramente. Il perché tu debbi sapere, che quando è certo che se possa fare una cosa e che tu vuoi intendere dapoi e conoscere se è fatta o se faci o non se faci, altrimente non lo puotrai intendere eccetto che per bocca delli testimonii, o che l’haveranno essi fatto, overo l’haveranno veduto così essere, overo l’haverano udito da quelli che l’haverano fatto, che serano stato veri et certi e fideli huomeni. E così, hora, quanto apertene a noi, cioè che siano portati al maledetto giuoco questi rebelli di nostra santissima fede, l’havemo fermo e chiaro, e per cosa indubitabile, per il mezzo de gran numero di testimonii li quali l’hanno molto largamente narrato.
FRONIMO
Non è maraveglia se quelli sciocchezzano in un testo, conciosia che così comprendono la verità colli altri. Il perché, sicome il glorioso Iddio ne trahe il ben del male, così l’huomeni di malo animo e di mala openione se sforzano di cavare il male dal bene. E così parimente per la malignità delli cattivi huomeni sono state cavate tutte le heresie dalle sagre littere, non per difetto e colpa di essi sagratissimi libri e santissime littere, ma per la perversa malitia dell’huomeni.
APISTIO
Deh, per amore de Iddio, vi priego non vogliate interrompere le mie interrogationi. Benché già habbia deliberato de interrogarvi poi de dette cose, pur non pare hora il tempo; siché vi priego non mi dati adesso noglia, ma lassatimi seguitare.
DICASTO
Tu hai ragione, il nostro Apistio. Seguita pur oltre, et addimanda a lei quello che ti piace.
APISTIO
Su, strega, dimmi: andavi tu al giuoco con l’anima insieme con il corpo, o pur con uno senza l’altro?
STREGA
Vi andava e con l’anima e con il corpo insieme.
APISTIO
Come è chiamato questo vostro giuoco?
STREGA
Egli è chiamato dalli nostri compagni il giuoco della Donna.
APISTIO
In che modo andavi tu colà?
STREGA
Deh, che non gli andava, ma ben gli era portata.
APISTIO
Con che cosa?
STREGA
Con una gramita da rascetare il lino.
APISTIO
Come sia possibile questo, che sia portata quella non la portando veruno?
STREGA
Ma ben era portata dal mio amoroso.
APISTIO
Chi è costui?
STREGA
Ludovigo.
APISTIO
Egli è forsi uno qualche huomo così chiamato?
STREGA
Non huomo, no, ma il demonio, che se presentava in forma di huomo, lo quale credevo fussi dio.
APISTIO
Mi maraveglio assai certamente, che il demonio ingannatore dell’huomini habbi pigliato questo nome de christiani.
FRONIMO
Tu ti maravegli che colui habbia pigliato questo nome derivato dalli gentili e pagani, il quale se suole trasfigurare nello angiolo della luce?
APISTIO
Tu dici molto gagliardamente che egli è derivato dalli gentili.
FRONIMO
Anchora il dico che è derivato dalli gentili. Conciosia che non mai retrovarai in veruno luogo né in greco né in latino, o sia con essempio, o con origine (se non me inganno imperò) donde sia derivato. Vero è che mi ricordo di havere letto solamente ne’ Commentarii di Giulio Cesare Litavico, da cui dipoi un puoco è stato piegato e retorto nella lengua franciesa, et è detto Luiso, e rivoltato anchor poi nel latino e scritto Lodovico, dovi quello se referrisce.
APISTIO
Non voglio più oltre di questa cosa disputare, e maggiormente per hora, perché ho deliberato in questo tempo di vuoler ragionare con questa nostra strega.
FRONIMO
Il mio Apistio, ho detto quello a me pare, sempre imperò apparecchiato di udire le oppenioni de’ più dotti e più prudenti di me.
APISTIO
Non più. Hor su, strega, deh, non ti sia molesto di scoprire a me intieramente li tuoi lascivi piaceri.
STREGA
Dimmi, de che cosa hai tu desiderio de intendere?
APISTIO
Pareva a te uno huomo questo tuo amoroso?
STREGA
Sì, pareva huomo in tutte le membra, eccetto che ne’ piedi. Li quali sempre parevano piedi di occha, rivoltati a dietro e riversati per cotal modo che era rivolto a dietro quello suole essere davanti.
APISTIO
Per quale cagione credi tu, Dicasto, che finga il demonio tutte l’altre membra da huomo e li piedi da occha?
DICASTO
Se tu leggerai tutti li processi di coteste streghe fatti dalli Inquisitori, tu ritrovarai in essi qualmente il diavolo, o sia il demonio, o pur il vogli chiamare Satanasso, quando se cangia in effigia di huomo, sempre appare con tutte le membra da huomo, eccetto che colli piedi. Del che in verità ti dico che sovente me ne sono molto maravigliato, e così fra me ho pensato che forsi questa è la ragione: cioè che Iddio non permette che ello isprima e finga tutta la vera similitudine dell’huomo, acciò non inganni esso huomo con la effigia humana. E la ragione perché non ha simili i piedi all’altri membra della finta effigia dell’huomo, credo possa essere perché è consueto di essere significato per i piedi, nelli mistici parlari della scrittura, le affettioni e desiderose voglie; et imperò gli porta rivolti a dietro, cioè che ha li suoi desiderii sempre contra de Iddio e rivolti contro del ben fare. Ma per che cagione più presto ha vuoluto fingere li piedi de occa che d’altro animale, io confesso chiaramente di non sapere, eccetto s’el non vi fusse qualche nascosta proprietà nell’occha, la quale se potesse agevolmente adaptare alla malitia. Vero è che hora non mi arricordo di havere veduto in Aristotele che sia stata osservata simile cosa da quello, ma anzi più presto dice che è quella generatione di uccelli molto vergognosa, se ben mi ramento.
FRONIMO
Dirò dua parole, Dicasto. Puotrebbe essere anchora che’l nostro nimico havessi voluto anchora spargere alcune occolte reliquie della antiqua superstitione delli gentili. A cui erano già sagrificate le ocche sotto il falso simulacro e finta imagine de Inacho e de Inachide. Il perché così leggiamo in Ovidio:
Né giova il Capitoglio per una Occa è stato,
Tuto, chel fegà non dia Inacho in lance
Ma sicome vuoleno altri così se debbe dire
Inachide Io il fegà non traggi in piatto.
Dice Plinio come era consuetudine di presentare il figato dell’occha ad Inacho, dio dello argivo fiume. Il quale uccello dilettassi molto di praticare per le acque. Ma che fussi sagrificato ad Inachide, per questo facilmente se prova, conciosia che se vede per le historie di Herodoto, come haveano usanza li sacerdoti delli Egiptii di mangiare le carni delle ocche, et era ivi reverita et adorata con grande superstitione Isia, cioè Diana. Anchora è molto più saggia la occa che non è il cane, sicome dice ello, et che facilmente rompe con meravigliosi modi il silentio della notte e conturba il reposo. Alla quale notte credevano essere sovrastante Diana. Il perché forsi piglia il demonio la figura delli piedi di cotesto uccello, per vuoler dare ad intender alli suoi profani e scelerati servitori di questa ria e malvagia compagnia che debbiano seguitare quello uccello in stare vigilanti e non dormire, come quello fa: il quale è vigilante e di puoco sonno e quando bisogna fare la guarda è molto prevista e non dorme; et così debbono esser quelli che vano al giuoco: cioè essere vigilanti et stare svegliati, et pigliare piaceri, e quel tempo consumarlo nelli scelerati e diabolici giuochi. Anchor raccontasi appo d’alcuni scrittori come egli è qualche parte di detto augello, che provoca et eccita le femine a libidine. Può essere anche segno de qualche occolto e pazzesco amore, conciosia che se ritrova iscritto qualmente brammarono le ocche di pigliare lascivi piaceri con altra generatione de animali. Il perché ritroviamo scritto da Plinio, come se inamorarono le ocche di Oleno, fanciullo di Argo, e di Glauco, sonatore di cetra del re Ptolomeo. Ma egli è ben vero che credo che male se aricordasse Plinio in questo luogo: conciosia che quello fanciullo non hebbe nome Oleno, ma Amphiloco della patria Oleno, sicome ramenta Theophrasto nel Libro amatorio. E non fu quella cosa totalmente fuori di ragione, perché già furono annoverate le palme delli piedi delle ocche fra le delettevoli et aggradevoli vivande della mensa. E penso per queste de essere significato le pretiosissime vivande et aggradevoli cibi della Delia mensa, cioè della mensa del Sole, che erano per la loro eccellentia da mettere avanti tutti quelli cibi che erano della mensa del Sole di Ethiopia. Nella quale, non se legge vi fussero posti sovra de essa, avanti li convitati, li piedi delle ocche, conciosia che anchor non havea pensato Messalino Cotta di doverli arrostire. Paiono a me coteste cose molto più a proposto che quello dicono alcuni, cioè che le ocche habbiano prudentia, perché se narra che domesticamente conversaveno nelli bagni con Lacido philosopho; il perché io istimo che questo modo di conversatione e di benevolentia più presto fussi simile a quello, con il quale conversava Aiace Locrese con il dragone. E così anchora penso non fussi molto discosto da questa cosa quella familiare voce, la quale udiva Socrate; et anchora istimo fussi molto simile quel’altra voce, per la quale divinava le cose occolte, et annontiava quelle da venire Atride, e Laomedontiade, sicome narrano quelli versi scritti da Orpheo con il titolo Delle pietre, sicome se dice. Non è anche totalmente discosto da ogni ragione la proprietà della natura di questo uccello, quanto alla velocità del caminare che fanno nel viaggio, la quale velocità è molto simile a quella del giuoco delle streghe. Il perché non retroviamo che fussi già mai veruno augello, il quale facesse a piedi tanto longo viaggio quanto le ocche: le quali venero dalli Morini, cioè dalli popoli belgici che sono ultimi dell’huomeni, sicome dice Plinio, et caminarono colli proprii piedi per insino a Roma.
APISTIO
Dimmi, Strega. Dimostravelo mai altra forma delli piedi, quando veniva da te, eccetto che di occa?
STREGA
Non mai dimostròe altramente.
APISTIO
In che modo venivalo da te?
STREGA
Alcuna volta addimandato da me, et anche sovente da se istesso.
APISTIO
Ne veniva mo’ sempre in forma di huomo?
STREGA
Sì, sempre se dimostrava in effigia di huomo, quando pigliava amorosi piaceri meco.
APISTIO
O che piaceri puotevano essere quegli con una rugosa e già grinza femina?
STREGA
Eimé, Eimé, Oimé, Oimé.
DICASTO
Di che hai tu paura? Chi è quello che ti spaventa?
STREGA
Vedetile, vedetile.
DICASTO
Dovi, dovi?
STREGA
Costì, costì, al muro, al muro.
DICASTO
In forma de cui?
STREGA
Di passere.
DICASTO
Deh, ben mirati, come hora ha pigliato la effigia di un molto libidinoso augello, non contrario al ragionamento della mala femina, la quale soverchia con la sua insatiabile e sfrenata voglia tutti li mostri della sozza libidine.
APISTIO
Oh, quanto mi maraveglio, che non sia verun di noi che vedi questa finta passera, eccetto chi ella.
DICASTO
Ben io posso mirare, ma già non la posso vedere, e così par a me non sia verun di noi che la veda.
APISTIO
O certamente maravigliosa cosa.
FRONIMO
Deh, vedeti in che modo se maraveglia il nostro Apistio. Ma tu non ti maravegli dello anello di Gige lidio pastore, ramentato da Platone et anchora da Cicerone, il quale non era veduto da altro eccetto che da lui.
DICASTO
Non solamente questo interviene in vedere li spettacoli et finte imagini del demonio, ma anchora nelli prodigii et apparitioni divine, cioè che quelle cose sono dimostrate siano alcuna volta da puochi vedute. Et acciò lassi li altri, solamente io ramentarò di quel lume che era sovra del capo di santo Martino, il quale fu veduto da puochi, sicome narra Severo Sulpitio; et anchor pur diroe di quel altro lume che illuminava santo Ambrogio che parlava, lo qual solamente vedeva Paulino. Ma che questa imagine del demonio solamente sia veduta dalla strega, io dirò la mia oppenione: io penso possa intervenire questo facilmente per l’amicitia e grande familiarità ha con quello. E così occorre, per l’antidetta familiarità, che è portata essa nell’amanto, cioè in quello che tanto ama, non solamente con li occhi, ma anchor con la possanza imaginaria. Et anchora il conosce e distingue dalli altri uccelli et animali, quando se gli rappresenta in effigia di quegli, sì come ho udito da essa: perché le pare una fiamma ardente gli impinga nel petto, il che non le interviene nel scontro delli altri animali. Già sono tre giorni, che raccontò tutta spaventata di havere veduto l’antidetto suo amoroso in forma di una tortuosa serpe rivolta in modo di un cerchio.
FRONIMO
Così hai tu letto, Apistio, qualmente apparessi il demonio alli gentili, in effigia di serpe, et anchora in similitudine di augelli? Non ti ricordi di haver veduto nelli libri, come guidarono li corvi Alessandro allo oraculo e tempio di Hamone, dovi egli andava?
APISTIO
Sì ho letto, et anchora ho ritrovato (se ben mi ricordo) come fecero simile ufficio pur anche li dragoni.
FRONIMO
Che ne di’ tu di queste cose maravigliose? Non istimi tu che fussero quelli li demonii malvagii, in forma di corvi? Et anchor non credi tu fussero similmente li demonii quelli duoi corvi, annoverati fra le grandi maraveglie da Aristotele, che staveno in Caria circa il tempio di Giove? Dunque perché tanto ti maraveglii? conciosia che ritroviamo in Plinio, come fusse usanza di uscire fuori della bocca di Aristea proconesio la vaga anima di Hermotimo clazomeno in simile effigia de corvi. De cui se diceva favolosamente, che quella fussi l’anima di esso, non da tutti veduta, ma solamente da alcuni huomeni. Ma manco tu ti maravegliaresti, se tu sapessi quello che è raccontato da Aristotele et anchor da più altri scrittori di quello huomo Thasio.
APISTIO
Deh, per tua cortesia, raconta quello gli intervenisse.
FRONIMO
Gli interveneva che gli andava inanti e dietro la bocca una simile figura, la quale non era veduta dall’altri huomeni.
APISTIO
Dunque, senza leggerezza di animo se può credere alcuna volta che quelli muoiono, sicome dicono alcuni, possono vedere li buoni e rei spiriti nelli assumpti corpi, li quali non son veduti dall’altri?
FRONIMO
O sì sì, questa è cosa certa. Conciosia che è creduto questo a tanti prodi et eccellenti huomeni, li quali narrano cotesto, et anchora egli è da molti dotti authori suto scritto.
APISTIO
Dimmi, buona donna, s’è anchora partita la paura, che havevi?
STREGA
Sì ben se parte, così per il vostro ragionare, come anchora per la vostra presentia.
APISTIO
E possibile che tu haggi tanta paura del tuo amoroso?
STREGA
Oimé. Già non lo temeva. Ma dipoi che sono condutta nella prigione, et haggio contra sua voglia confessato li nostri lascivi piaceri, grandemente et oltro di quello sia possibile di raccontare mi spaventa. E qualche volta se ferma a quello usciolo della prigione, et a quella fenestrella, reprehendendomi e dimostrandosi molto forte turbato con meco. E dipoi mi promette ogni agiutorio per cavarmi fuori di quivi, pur che io stia queta e tacci per lo avenire, e più non confessi veruna cosa, ma anzi nieghi quello che già ho confessato.
APISTIO
Te spaventavelo mai, quando tu andavi al giuoco?
STREGA
No certamente.
APISTIO
Andavi tu quivi ogni giorno, o pur in qualche tempo determinato?
STREGA
Vi andava nella seconda notte dopo il giorno del Sabbato, e dipoi da quindi nella quarta notte: cioè nella notte del Lune e della Zobia.
APISTIO
Gli andasti mai di giorno?
STREGA
No, mai.
FRONIMO
De quindi si può anchor conoscere le reliquie dell’antica superstitione, se tu ti ramentarai li ululati, voci e grida fatti ad Hecate, altrimenti chiamata Diana e Luna, nelli notturni trivii per le cittade. A cui solevano fare oratione le donne, sicome scrive Pindaro, quando li maschi separati, secondo la loro usanza, solevano anche egli fare oratione al Sole, per conseguire li loro amorosi piaceri. Il perché era dedicato la notte a cotesti ragionamenti, et apparendo il giorno, incontanenti erano terminati essi parlamenti. E perciò leggiamo quel verso:
Mi ha flato l’aspro oriente colli equi anheli.
APISTIO
Forsi giace sotto di questo una cosa molto più ascosta.
FRONIMO
Chi cosa?
APISTIO
Quello che dice il greco poeta Menandro. Ma io lo dirò in volgare quello è in greco così: O notte, è bisogno a te di assai carnali piaceri.
DICASTO
Certamente ciascun di voi dottamente, ma humanamente parla. Ma io voglio raccontare una divina sententia, e non cosa di puoco momento, né anchora proceduta dallo ingannevole oracolo di Apolline, ma da quella soprana verità de Iddio.
APISTIO
Non bisogna tanto proemio, su di’ presto, s’el ti piace.
DICASTO
Io il dirò, non havere paura. Così dice Christo nel vangelio: Colui chi male opera, ha in odio la luce.
FRONIMO
Certamente tu hai ramentato quello chi è verissimo.
APISTIO
Horsù dimmi, o bona strega, che vuol dire che non andavati a questi balli e giuochi di Diana o di Herodiade, overo, sicome le chiamati, a quelli della Donna, nell’altri notti? Ma acciò io dica più chiaramente: perché non eravati voi presente le altri notti alli malgradevoli prestigii e biasimevoli illusioni del demonio? over perché non pareva a te vi fussi presente?
STREGA
Io nollo so.
APISTIO
Te apparecchiavi tu, overo lo aspettavi che te portasse?
STREGA
Così faceva: fatto il cerchio, mi ungeva e saliva a cavallo di un scanno, et incontanente era portata per aria per infino al giuoco. Ancora, alcuna volta, conculcava colli piedi la hostia sagrata nel circolo, con molti ischerni, et allhora allhora se presentava il mio Ludovico, con il quale pigliava amorosi piaceri, secondo che mi piaceva.
APISTIO
Di che cosa è composto questo vostro maladetto unguento?
STREGA
Fra l’altri cose, è per maggior parte fatto di sangue de fanciullini.
APISTIO
In che parte te ungeviti?
STREGA
Eimé. Mi vergogno di raccontarlo.
APISTIO
Deh, sfacciata ed impudica meretrice, tu ti vergogni di narrare quello che tu non sei vergognato di fare?
STREGA
È cotesta mo’ così gran meraviglia?
APISTIO
Su, velenata serpe, geta fuori il veleno. Via via, di’ su, in che luogo ungevi tu?
STREGA
Già che sia bisogno lo dica, hor su il dirò. Ungevammi quelli luoghi colli quali mi pongo a sedere.
APISTIO
Deh, vedeti con quanta honesta l’ha detto. Ma ho gran desiderio de intendere. In quanto spatio di tempo eri tu portata da casa tua per insino al giuoco?
STREGA
In puoco spatio.
APISTIO
Quanto mo’ puoco?
STREGA
In manco di mezza hora.
APISTIO
Quanto eri tu discosto da terra, quando tu eri portata?
STREGA
Tanto quanto è l’altezza di una giusta torre.
APISTIO
Ho pur gran desiderio de intendere quello che si fa in questo vostro scelerato giuoco. Il perché, o buona strega, se desideri che sia qui venuto per doverti agiutare, deh, non ti rencresca di narrare tutte queste cose che ivi se fanno, per cotal modo sicome le rappresentassi totalmente a noi.
STREGA
Il farò: sendo dunque giunta al fiume Giordano...
APISTIO
Aspetta un puoco, tu, strega, ma dimme Fronimo. Che cosa odi? Il fiume Giordano?
FRONIMO
Credo questa esser una bugia del demonio, cioè che se facci tanto viaggio per infino al fiume Giordano in così puoco spatio di tempo. Perilché penso che ello dica questi vocabuli di eccellenti luoghi a queste donnuzze, acciò maggiormente le uccegli et le inganni e molto più le tenga legate colli legami delli nomi dei primi e magnifici luoghi. E non è da credere che sia portato uno huomo in mezza hora della Italia nella Asia. Ma forsi ha pigliato Sathanasso da quindi il colore della favola, perché habitava colà Herodiade. Vero è che molto mi maraveglio non finga che sian portate nella Scithia, al tempio di Diana. Il che forsi fengerebbe quello fraudulente nemico dell’huomo, se fussi così domestico e familiare il nome della Scithia, quanto quello del Giordano. Lo quale conosce ciascun chi ha udito recitare il vangelio nelli sagrati tempii. Dipoi non è molto convenevole questo fiume a quello scelerato giuoco, ma sì ben sarebbe a proposto quello Taurico, non sagro, ma sacrilego, per le crudelissime occisioni e spargimente di sangue. Ma forse le conduce ad un altro fiume ivi vicino, e fa parere a loro che siano altrovi. Benché siano dell’altri le quali confessano di non essere portate all’acqua, overo al fiume, ma sì ben sovra delle somitati delli monti, et ivi fermate.
DICASTO
Non pare a me impossibile che possono esser portate al Giordano al manco per spatio di due hore, sicome quasi tutte le streghe fra sé convieneno e dicono.
FRONIMO
Istimi tu che quelle possono misurare tanto spazio quanto è fra questa nostra patria, e la Siria e la Phenicia, in così puoco tempo?
DICASTO
Dimmi, Fronimo. Non può il demonio movere li corpi a suo piacere?
FRONIMO
Sì, ma non seguita però che gli muova in così puoco tempo, cioè che le conduca o sia sovra della terra, verso lo Illyrio hora chiamata Schiavonia, overo alla sinestra verso la Thracia, overo alla destra per l’Africa, overo passando il mare Ionio e lo Egeo, sovra di Corcira, del Peloponesso, sovra le Ciclade, guardando Rhodo, e Cipro, e così seggendo siano poste sovra della rippa del Giordano.
DICASTO
Chi prohibisse questa cosa?
FRONIMO
Li tuoi dottori.
DICASTO
In che modo il prohibiscono?
FRONIMO
In quel modo che vieta Santo Thomaso de Acquino come non può esser mossa tutta la grandezza della terra dal demonio da luogo a luogo: facendoli resistentia la gran maestra natura. La quale vieta che sia rovinato e totalmente guasto lo integro ordine delle creature e delli elementi. Egli è contro la natura del corpo humano di esser portato con tanta celerità, con la quale insieme se conservi et si guasti. Il perché viveno quelle cose che serebbe necessario per lo impito dell’aria che mancassino, perché, non essendo in veruna cosa mutata la natura di quello, gli serebbe grande ostacolo e grande contrarietà. Ma, se pur si mutassi e diventassi più rado, facilmente se abbruggiarebbe e doventarebbe fuogo; et anchora se doventasse più spesso e sodo, maggiormente impedirebbe la velocità et agevolezza del corso. Anchora io ti voglio dire più, che se tu movessi tutta l’aria con la tua fantasia, sicome fermò il cielo Aristotele con la sua, et appo delli Greci fece anche il simile Philopono, e similmente Scoto appo delli suoi seguaci, anchora serebbe contro di te, sendovi in opposito la intrinseca natura della quantità. Per la quale bisogna che sia portato una parte dopo l’altra di esso corpo per quel grande vacuo di nulla aria riempiuto. Il perché da quivi in Asia, tolto via ogni impedimento della resistentia del fiado e delli venti o dell’aria, se consumarebbe più tempo assai di quello che dicono interporvi.
APISTIO
Vi priego, siatti contenti di lassare a dechiarare queste sottilitade ad uno altro giorno. Hor su, strega, seguita pur oltro.
STREGA
Sendo dunque colà giunti, vediamo sedere la Donna del Giuoco insieme con il suo amoroso.
APISTIO
Chi è colui?
STREGA
Non lo so. Ma so ben questo, che è uno bellissimo huomo, di una ricca veste di oro molto ben addobato.
APISTIO
Seguita pur.
STREGA
Quivi portavamo alla Donna delle hostie consagrate. E quella, con allegra faccia e gratiosi sembianti recevendole, le comanda che siano poste sovra di uno scanno; e dipoi ci comanda li diamo, in dispregio de Iddio, delli piedi sovra; e dipoi anchora vuole che gli uriniamo sovra e che li faciamo tutti li vituperii possemo.
APISTIO
O Dio buono, oimé, che odi dire? Chi fu quello tanto malvaggio huomo che ti de’ queste sagrade hostie da portare a cotesto maledetto et iscommunicato giuoco?
STREGA
Egli è stato don Benedetto Berno, molto conosciuto in questo castello.
DICASTO
O scelerato, o iniqo, o perverso huomo. Io vi dico che credo sia stato uno delli più scelerati huomeni che mai si ritrovassino al mondo. Il perché havendolo ritrovato imbratato in mille sceleritade, lo giudicai fussi primieramente degradato, cioè privato della compagnia delli ministri di Christo, e dipoi il consegnai al Podestà; et ello incontenente, segondo la ordinatione delle leggi, lo fece brugiare.
APISTIO
Deh, strega, non lassare il comenciato ragionamento.
STREGA
Poi mangiamo, bevemo, e ci diamo amorosi piaceri. Hormai che vuoleti più intendere?
APISTIO
Voglio che racconti a parte per parte il tutto. Ma prima dimmi: che cosa mangiati?
STREGA
Della carne e delli altri cibi che si suoleno usare nelli conviti.
APISTIO
Donde haveti coteste vivande?
STREGA
Uccidemo delli buoi, ma egli è ben vero che dipoi resuscitano.
APISTIO
De chi sono?
STREGA
Sono delli nostri nemici. Et anchora cavamo del vino fuori della vegge e delli vasselli, acciò possiamo bere. Et dipoi che havemo mangiato e ben bevuto, ciascun’ addimanda il suo amoroso, cioè il demonio in forma di huomo, per satisfare alla sua libidinosa voglia; e così l’huomeni chiedeno le sue amorose, anche elli dimonii in effigia di bellissime polcelle e giovane, e in tal modo ciascun piglia amorosi piaceri e satisfa alle sue sfrenate voglie.
DICASTO
Paiono a me illusioni e favole, quelle che dicono delli buoi.
FRONIMO
Sono simili a quelle cose delle quali narra favolescamente colui...
APISTIO
Che cosa?
FRONIMO
Conosco che tu vuoi lo dica in volgare, quello che è scritto in greco. Hor su, così dice: Vanno e caminano e’ cuoi, e muggisseno le carni delli buoi.
APISTIO
Veramente sono simili. Che differentia è che camina sovra della terra il cuoio del bue, e che muggisseno e stridano le carni mezze cotte, da questo prestigio e finta imaginatione, cioè che piegata la pelle del bue già mangiata salisca sovra li piedi?
FRONIMO
Concederono li antichi che mandasse la voce la nave di faggio di Argo, et anchor disseno che divinòe il cavallo di Achille. Ma colui chi non niega parlassi Xantho, cioè il cavallo di Hettore, istimamo che negarà il Pegasso, cioè il cavallo colle alli de Perseo, o il Dedalo, overo colui lo quale riportò maravigliose spoglie del mostro di Libia, il quale stracciava la tenerella aria colle stridenti ali?
APISTIO
Ma se tu credi che voli essa strega, perché sorridi e tu ne fai beffe, quando tu leggi qualmente le Parrhasie penne portarono Perseo?
FRONIMO
Non mi rido, se tu stimi che siano fatte queste con arte del demonio; ma sì ben mi rido, et me ne fo beffe, se tu credi che siano fatte per opera et ingegno de l’huomo. Io penso che non è simile mostro: cioè di fingere che l’huomo o il cavallo habbia le penne per volare; o di fingere che il cavallo habbia in tal modo la lengua che la possa rivoltarla e piegarla per proferire le parole, conciosia che molti augelletti senza alcuno miracolo per opera e grande artificio dell’huomini a puoco a poco imparano di proferire molte parole, e così sendovi usati le proferiscono. Se dunque se insegna di rivolgere la lengua a cotesti augelleti per cotale modo che proferiscono l’humane parole, quanto maggiormente se potrà dire, che lo possano fare le sostantie separate o siano buoni o rei spiriti? cioè di poter rivolgere la lengua per la bocca delli animali per cotal modo che proferiscano dritamente le parole?
APISTIO
Tu di’ che questo se può fare?
FRONIMO
Anche il confermo, conciosia che sono ciascun de essi spiriti di natura eguale.
APISTIO
Il puotresti provare con qualche essempio?
FRONIMO
Molto ben il posso provare. Ma hora ne basti uno, raccontato nel sagro libro delli Numeri, cioè che la asina di Baalam parlòe. E dicono e’ Theologgi che parlòe per opera dell’angiolo, conciosia che essa non sapeva quello che dicesse, così sendoli rivolta e condutta la lengua a dire quello che era commodo et agevole per lo essercito delli Hebrei, de cui ne havea governo e cura il buon Angiolo, sicome racconta la Scrittura. E così ho narrato questo essempio solamente, acciò io tacci quelle historie già narrate de quelli buoi delli Gentili, che parlarono.
APISTIO
Deh, dimmi, strega. Noi sapiamo come non hanno li demonii carne né ossa: dunque come mangiano, beveno, e lussuriano? Su, respondi presto.
STREGA
Sicome a me pare, sono simili, quanto alle parti vergognose, alla carne.
APISTIO
Potresti darci un essempio di qualche cosa che sia simile a quelli suoi corpi?
STREGA
Non lo so ben. Ma pur paiono assai simili alla stoppa, overo al bambagio, quando è costreto insieme e condensato. Così paiono quelli nel toccare, ma sempre sono imperò freddi.
APISTIO
Hor seguita più avanti.
STREGA
Poi eravamo satiati delli carnali piaceri, eravamo portati alle nostre case.
APISTIO
Non ti veneva mai quivi a visitare?
STREGA
E spesse volte. Anchor qualche volta, quando andava al mercato e ritornava, accompagnavammi. E ricordammi come, ritornando a casa un giorno su il tardo dal castello, essendo egli in mia compagnia, tre volte pigliassimo insieme amorosi piaceri avanti giongessi a casa.
APISTIO
Quanto è discosto la tua casa dalle mura del castello?
STREGA
Circa di un migliaro.
APISTIO
Dunque non è maraveglia s’el si mostrò esso malvagio demonio in forma della molto libidinosa passera. Ma pur, Fronimo, io te dico il vero, anchora non posso capire con il mio ingegno, che vogliono significare cotesti tanto sozzi piaceri carnali.
FRONIMO
Ti dirò la mia oppenione. Io penso che facci cotesto esso ingannatore dell’huomeni, per satisfare alle sfrenate voglie di quelle sfacciate et impudiche meretrici, le quali non hanno il timore de Iddio: che è quello freno che fa caminare l’huomo secondo il ragionevole appetito e giusto disio. Il perché, remosso l’antidetto freno della ragione, rimane l’huomo come uno animale irrationale e sicome una bestia; e così dipoi desidera, bramma, et anchora cerca le cose da bestia, et in esse se deletta.
APISTIO
Né anche per ciò egli è possibile che possa capire con l’animo donde possono havere tanti lascivi piaceri.
DICASTO
Che habbiano grandi piaceri, credo che possa intervenire per più cagioni, delle quali alcune ne raccontarò, l’altre lassarò per maggiore honestà. Conciosia che havemo a parlare sempre in cotal modo, e prencipalmente in volgare, che anchor la pudica orecchia vi possa stare. Può dunque questo intervenire, al mio giudicio, perché se gli dimostra il demonio maladetto in una molto aggradevole figura: cioè, bella di faccia, colli ladri occhi, e con il giocondo volto; conciosia che puoco importa al demonio di fingere e di figurare una forma di aria o sozza o veramente bella; e così figura le forme sicome pare posson piacere a quelli che vuole ingannare. Il perché così losingha e tira quelle meschinelle donniciuole a sé con essa finta bellezza, e colli occhi così figurati, et con lascivi sembianti. Et anchora, accioché maggiormente le ingannano, fingono di essere inamorati di loro. Il simile fanno verso di quelli sciagurati huomeni, dimostrandosi in forma di belle damiselle, e così vi fanno apparere tutte le proportioni delle membra, e tutte le bellezze, e tutti li lascivi sembianti che desidarano, acciò che meglio gli possono ingannare. Dipoi anchor gli fanno parere quelli piaceri che hanno con queste finte imagini siano molto maggiori che possono havere colli veri huomeni e con le vere donne. Hor pensa come sono ingannati et uccellati dal demonio. E così narrava quello scelerato e maledetto incantatore di Don Benedetto avanti nominato. Il quale raccontava qualmente gli pareva di havere havuto maggiore delettatione con il demonio in questa finta imagine, chiamata da sé Armelina, che con tutte l’altri femine colle quali havea mai havuto lascivi piaceri. Et acciò non pensasti che con puoche se fussi impazzato, io ti voglio dire che questa sozza bestia, più presto così lo chiamarò che huomo, anchora havea havuto uno figliuolo della propria sorella. Io non dico cosa che sia secreta, conciosia che tutte queste cose che raccontarò sono iscritte nelli processi fatti di lui. Era tanto impazzito detto misero huomo in questo diabolico amore, e per cotal modo bestialmente brugiava di cotesta sua Armelina, cioè del demonio in forma di femina, che sovente l’havea in sua compagnia spasseggiando per la piazza, e così andaveno insieme ragionando sicome fanno duoi compagni insieme, benché non fussi veduta d’alcuno altro. Il perché sendo udito così ragionare, non sendo veduta quella, pensava chiunque l’udiva che fussi doventato pazzo. Deh, udite le scelerate opere, che costui faceva per amore di cotesta sua Armelina: non battiggiava li fanciullini quando gli erano portati, secondo la consuetudine de’ Christiani, per dovere battiggiare, ma havendo finto de battiggiarli, così li rimandava a casa senza battesmo; non consacrava le hostie quando diceva la messa, benché fengesse di consegrarle e colli gesti e con un certo mormorio, per nascondere li suoi frodi, e così facevale adorare al popolo, non sendo consegrate. Vero è che se pur qualche volta dritamente l’havesse consegrate, alzando la sagrada hostia in alto per dimostrarla al popolo, sicome si suole, la alzava con la figura ivi è figurata rivolta al contrario, cioè il crocifisso, o altra figura colli piedi rivolti in su, in vituperio et ischerno de Iddio e della sua santissima fede. Dipoi le conservava per darle alle scelerate femine, et alli malvaggi huomeni, acciò le portassero al maledetto et iscommunicato giuoco. E così quello diabolico e bestiale amore era causa di tanti peccati. Anchora è nella medeme pazzia un altro stolto e pazzo chiamato il Pivetto, il quale tanto pazzescamente ama uno diavolo detto da lui Fiorina, che se gli dimostra in forma de femina, che sovente hammi detto, issaminandolo, più presto di vuolere patire ogni martorio che abbandonare tanta bellissima femina, con la quale ha avuto tanti amorosi piaceri quaranta anni. E per cotal modo è divenuto a tanta pazzia, che non crede esser altro Iddio che quella. Vedeti quanto sono inviluppati cotesti meschinelli huomeni nelle reti del demonio? Et anchor non pensati che solamente commettano cotesti scelerati spreciatori della santissima e trionfantissima fede di Christo delli peccati circa la sagra hostia et essa gloriosissima fede, sendo legati da questo pazzesco amore, ma ancho commetterlo dell’altri male opere senza numero. Conciosia che robbano le cose de altrui, imbrattano ogni luogo colli suoi maleficii, e sovra del tutto sono sommersi totalmente nelli adulterii, ne stupri, incesti e fornicationi. Non hanno respetto di commettere li peccati con parenti, sorelle, fratelli, et altre persone. Uccidono li fanciulli, asciugano il sangue di quelli, fanno venire e descendere dal cielo acerbissime tempeste, guastino li campi e le frutta con la grandine e gragnuola con tanta ruina, che pare se serebbono portati più modestamente quelli che anticamente incantavano le frutta, contro delli quali dipoi fu fatta la legge è scritta nelle Dodeci Tavole.
APISTIO
Dunque non solamente se sforzano di dare danno alle frutta et alle altre cose che produce la terra, ma anchora cercano per ogni via di nuocere a noi con il cielo e con l’aria che ci copri?
DICASTO
Addimandalo tu a lei.
APISTIO
Hai già mai tu, strega, commosso li tuoni? e fatto balenare l’aria?
STREGA
Sì, spesse volte.
APISTIO
Hai tu guaste le biade con la grandine overo tempesta?
STREGA
No una volta, ma sovente sì.
APISTIO
In chi modo?
STREGA
Fatto che havea il cerchio, ecco che incontinenti veniva il mio Ludovigo, ma non in forma di huomo ma in figura di fuoco. Allhora comenciaveno di scendere dell’aria, fulgure, e sentevasi tuoni, e balenava il cielo, e dipoi cascava la grandine e tempestava sovra delli campi, e prencipalmente sovra de quelli che erano nostri nemici, delli quali desiderava fussero rovinati e guasti.
APISTIO
Deh, dimmi: per amore de cui facivi tu tanta rovina?
STREGA
Il faceva per odio, e non per amore.
FRONIMO
Mi ricordo di haver letto ne’ versi, come e’ demonii facevano li strepiti, così dicendo lo ingegnoso poeta Ovidio in questo modo, nominandoli sotto il nome delli Dei, overo quelli maleficii invece della persona di esso.
Per qual agiuto quando volsi astrensi
I fiumi in fonti suoi tornare, e mossi
Instabel cose, stabel sempre vensi.
Caccio con la mia voce il mal se spiacemmi
Carco di nebbie, e nebbie al seren genero
Regietto e venti, e chiamo quando piacemmi.
Ma questa nostra strega, più potente che Medea, eccitò anchora la tempesta e grandine, e la condusse sovra delle biade. Anchora tirano gli animi dell’huomeni ne’ peccati colli suoi lascivi piaceri, perché losinghano li sentimenti con essi. Il perché homai è quasi rinovato quel detto di Lucano in questo nostro castello, così dicendo:
Arseno i vecchi d’illicita fiamma
Né tanto la bevanda nossia vale
Quanto l’amor della cavalla eretto
Rifatto in succo, la mente se infiamma
E perisce incantata, né più sale
Del velen hausto pura del defetto.
Era quel malvaggio don Benedetto, de cui havemo ragionato, de anni settanta duoi, quando gli scacciassimo la fiamma del scelerato amore, con la quale tanto ama quella sua Armelina, o quello suo diavolo in forma di femina, con una altra grandissima fiamma uscita di una gran stipa di legne. E così romase tutto in cenere. E questo è il modo da scacciare un fuogo con l’altro. Vi è un’altro, in questo scelerato amore sommerso, che ha oltro di settancinque anni, et anchor uno altro che ha veduto ottanta solstitii: li quali andaveno al detto profano et iscommunicato giuoco del Diavolo otto volte il mese. E così è stato conosciuto per testimonio e confessione de molti di essi iniqui e malvaggi huomeni, che non sono solamente una, o due, overo tre streghe, ma sono in grande moltitudine; e così che non sono solamente tre o quattro stregoni et scelerati maschi, li quali vanno a questo indiavolato giuoco et hanno questi profani piaceri colli demonii in effigia di femine, ma egli è suto ritrovato per certo come vi vano in gran numero et in gran moltitudine, per cotal modo che credono, secondo la loro istimatione, che vi si ritrova a questa maledetta congregatione oltro di due migliara di persone.
APISTIO
Oh, che sente io dire? la antiquità solamente ha lassato in scritto di tre over quatro maghe di gran fama, ma a me pare che ne’ nostri giorni se ritrovano molte Medee, non puoche Canidie, e non una sola Erittho.
FRONIMO
Tu ti maraveglii che se ritrovano secento Medee, conciosia che tu sai ben che son in una città della Italia dodece migliara di Circe, cioè di meretrici, le quali sono tenute sorelle, nondimeno tu non ti meravegli di esse.
APISTIO
Ben ben te intendo. Il perché per buon rispetto, non bisogna altrimenti cercare, overo investigare il sentimento della parabola, per li nascosti luoghi.
FRONIMO
Diròe anche due parole. Io istimo che habbia Iddio con sua gran prudentia voluto fermare e stabilire la sua santissima fede nelli animi delli fideli in diversi modi per fare crescere più ampliamente in ogni canto la christiana religione, in questo infelice tempo, nel quale pare vadi ogni cosa di male in peggio.
APISTIO
In che modo?
FRONIMO
Prencipalmente in tre modi. E prima per il successo delle cose già predette et annuntiate, di poi per li miracoli fatti divinamente, e poi anchora per il scoprire che ha fatto la divina providentia delle sceleritade de cotesti indiavolati riti e maledette opere dell’antidetto molto biasmevole giuoco. Già havemo veduto venire apunto le sanguinolenti guerre, la crudele fame e caristia e la horrenda pestilentia, sicome già avanti erano state annontiate divinamente per molti anni. Haverebbono forsi possuto credere alcuni facilmente, per cotal modo oppressi dalla grandezza di queste tribulationi, che fussero procedute o casualmente o fatalmente dette calamitadi e tribulationi, s’el non fussi suto nuovamente svegliata et eccitata la fede in questo nostro castello con tanti miracoli fatti dalla gloriosa Vergine Maria madre de Iddio. Le quali cose, sicome da sé confermano e fortificano la fede christiana, così anchora per accidens la confessione di coteste streghe gli dà vigoria e forza: per la quale confessione e per il gran numero delli testimonii di amenduoi li sessi, cioè così delli maschi come delle femine, cognoscemo apertamente qualmente li demoni sono nemici et adversarii della fede christiana. La quale è di tanta forza, che quanto maggiormente e con ogni sua forza, astutia, et inganni la cercano di rovinare e di oscurare, tanto maggiormente se alza e respiande per ogni lato.
APISTIO
O quanto ben l’hai condutto questo tuo ragionamento. Ma hor su, dimmi, o buona strega. Uccidesti giamai verun fanciullo?
STREGA
Non un solo, ma sì molti.
APISTIO
Con il coltello, overo con la mazza?
STREGA
Con la aguglia e colle labra.
APISTIO
In che modo?
STREGA
Intravamo di notte nelle case de nostri nemici, per le porte et usci che erano aperti a noi, dormendo e’ loro padri e madri, e pigliavamo i fanciullini, e conducendoli appo del fuogo, li foravamo con la aguglia sotto le unghi, dipoi, ponendovi le labra, asciugavamo tanto sangue quanto ne puotevamo tenire nella bocca. E parte di quello ne deglutivo, cioè il mandava giù nel stomaco, e parte ne riservavo in una bussula o in uno vasetto, per fare dipoi dello unguento, da ungere li luoghi vergognosi quando vogliamo essere portati al giuoco.
DICASTO
Acciò non istimati esser coteste favole, e che siano sonnii, o imaginationi, e che siano solamente illusioni, e non sia in verità e realmente, cioè di andare per le case di questo e di quello ad uccidere li bambini, vi dico qualmente sono stato ritrovati delli fanciullini, ben certamente infelici, che anchor pigliaveno la popa et il latte, li quali haveano le dita forate, e le piaghe e bucchi sotto le unghini.
APISTIO
Respondi, strega. Assai mi maraveglio, che non piagnessino, e che non cridassino detti fanciullini, quando voi li trattavati tanto male, e che li pungevati.
STREGA
Sono allhora per cotal modo indormentati, che non sentino. Ma dipoi quando sono svegliati cridano ad alta voce e piangono, e stridono, e se infermano, et anchora alcuna volta moreno.
APISTIO
Perché non muoiono tutti?
STREGA
Perché li sanamo. Conciosia che gli diamo delli giovevoli remedii e così li liberemo. Il perché ne tiramo grandi guadagni.
APISTIO
Chi vi ha insignato questi remedii?
STREGA
E’ demonii.
APISTIO
Questo a me non parre verisimile.
FRONIMO
E perché? Non sai tu come il demonio conosce le virtude delle herbe, le quali anchora hanno conosciuto l’huomeni? anchor tu debbi sapere come già furono scritte molte regole da medicare nel tempio da Esculapio, le quali dipo’ le tolse Hippocrate e le scrisse nelli suoi libri, sicome ritroviamo. Anchor sono scritti molti giovevoli remedii così alle piaghe e fedite, come contro delli veleni, nelle historie, che furono ritrovati per li sonnii. E pur anche leggiamo qualmente solevano dormire nel tempio di Pasiphea e nell’altri tempii delli istimati Dei dalli Gentili, sicome già più avanti dicessimo, quelle chi cercavano li remedii contro delli infirmitade, sapendo che gli serebbono revelati per il sonnio. Il perché tu non ti debbi maravegliare se anchora ne tempi presenti gli revela il demonio li remedii a questa ria e malvaggia generatione di huomeni e di femine, le quali frequentemente conversano con lui.
APISTIO
Di che cosa vi danno speranza, doviati haver da loro?
STREGA
Longa vita, grande dovitia e ricchezze e continui piaceri carnali: le quali havemo e ne pigliamo delettatione.
APISTIO
Deh, dimmi per quella fede che non hai. Ti donòlo già mai delli danari?
STREGA
Già me ne donòe alquanti, vero è che disparsono. Pur servai alquanti puochi quattrini.
APISTIO
Veramente sono grandi ricchezze coteste. Deh, pensa che cosa poi serebbe, s’el te promettesse li thesori di Creso, overo ti promettesse maggiore dovitia di quella di Alessandro Magno: conciosia che era portato lo oro di quello da quaranta migliara de muli, se è vero quello che scrive Curtio, overo sicome dice il Plutarcho in greco, il quale così dirò in volgare per satisfare a ciascuno: era portato lo oro di esso da diece migliara di giogati orichii su le carrette et da cinque migliara de cameli.
FRONIMO
Pare di contentarsi cotesta vile e sozza feccia di huomeni e di donne se le dona tanti piaceri quanto non havea Sardanapallo, né Smindre, né Stratone. E così più oltra non cercano, pur habbiano questi piaceri diabolici.
APISTIO
Almanco quelle erano humane e vere, benché vergognose e biasmevoli, ma queste delle streghe sono cose da ridere e da farsi beffe, e sono menzogne finte e vane.
FRONIMO
Tu non dirai che quelle siano vane, se tu ben considerarai questo vocabulo: comentatitie et imaginarie, cioè parte finte e parte nuove.
DICASTO
Istimo che quelle siano in parte vere, cioè fondate in quella cosa che è; et in parte siano fallaci e finte e non firmate in verun vero fondamento; e maggiormente circa di quelle cose delle quale narrano alcuni, come se cangiano in forma di gatte et in altre figure di animali l’huomeni e donne di questo maledetto giuoco, et che resuscitano li buoi che hanno mangiato, sendoli poi dato della verga dalla Donna o dal Signore del Giuoco, sovra della pelle dovi vi sono posto drento l’ossa di detto buo mangiato. Il perché siate certi come tutte queste cose sono imaginationi, illusioni, et cose che così fa apparere il demonio scelerato et astuto che siano, ma in verità non sono, né anchora esso le può fare. Ma che siano alcuna volta portati per aria; et che sovente mangiano, beveno, et diansi libidinosi piaceri colli demonii così in forma di maschi come in forma di femine, non è da negare, né anchor da riputare cosa falsa né contraria alla verità. Puotrebbi narrare assai cose confermate da dignissimi testimonii, se non havessi paura, che voi vi lamentasti di me, dicendo che vi havessi ingannato robbandovi il tempo concesso a voi da dover udire la strega.
APISTIO
Ti priego, sia contento di riservare cotesta curiosa disputatione per infino a domane.
DICASTO
Già è diputato quello ad altri ragionamenti pur molto curiosi. Vero è, se tu pur tanto brammi de intendere questo, siati contento di disinare hoggi con mieco. Benché siamo nella villa non mancarano imperò tanti cibi quanto seranno necessarii da istinguere la fame.
FRONIMO
Non è da rifiutare il convito dello amico, dovi si ritrovano assai dotti ragionamenti, benché puochi cibi. Conciosia che è molto più aggredevole alli spiriti gentili et a quelli che se delettano della dottrina, il convito ornato di curiosi parlamenti, che de varietà e di moltitudine di vivande.
APISTIO
Piacemmi assai ciascuna di coteste cose. Perché con una si pasce il corpo, e con l’altra l’animo.
DICASTO
Hor chiedéti pur voi dalla strega quello che vi piace. Lassarò costui qui vicario et in mio luogo, per insino ritornarò da voi. Perché voglio impore al soprastante della mensa quello che debbia fare.
APISTIO
Su, strega, di’: havea il tuo amoroso verun segno, con il quale addimandato da te venesse nel cerchio?
STREGA
Si, havea in questo modo: che ogni volta che mi fussi discostata dalli altri e, così sola, due volte l’havessi chiamato, incontanente vi veniva.
APISTIO
Ma per quale cagione non tre overo quatro volte?
STREGA
Non lo so. Così era ammaestrata da lui. Ma anzi molto forte me ammoniva non lo chiamasse tre volte.
APISTIO
Chi ne pensi tu di questa cosa, Fronimo?
FRONIMO
Questi patti del demonio da lui pendeno e sono in sua disposizione, e non solamente questi patti manifesti, ma anchor li occulti. Delli quali il nostro santo dottore Agostino, insieme con alcuni altri dottori, ne hanno scritto. Nondimeno pur io credo che non sia naturale causa in questo numero di duoi, né anche penso che voglia dimostrare cotesto il misterio della Diade, o sia della dualità, dimostrato da Zareta caldeo per Pithagora alli Platonici. O sia costui da chiamare Zareta, sicome dice Origene nel libro delli Philosophumeni, o sia da scrivere Zarata, il che usa Plutarcho cheroneo designando il Maestro di Pithagora, dechiarando una particola del dialogo di Timeo, overo anzi sia da dire Zarada, conciosia che nel libro Delle leggi, sia nominato da Theodorito theologo Zaradon. Ma che cosa importa al demonio di disputare di questa cosa, e di questo nome? Io istimo che quivi giace nascosto qualche inganno, e qualche astuta frode del demonio malvagio. Over anchor io penso che il facci acciò non se accordi con la voce della santissima Trinità, e così vuole parere di non approvare quella. La quale è Dio vivente in sempiterno. O forsi anchora il fa acciò tira et avertisca maggiormente l’huomo dalla consuetudine delle cerimonie della nostra religione christiana. Anchora il può fare per qualche altro inganno et frode, il quale noi non sapiamo, ritrovato dalli antichi Gentili e Pagani sotto il numero pare. Lo quale vuolevano fussi consegrato alli inferi, cioè alli spiriti erano giù nel profondo, e lo dispare alli superi, cioè alli spiriti habitavano sovra delli cieli.
APISTIO
Assai son satisfatto. Ma dimmi, strega. Conoscevi tu di esser ingannata da questo tuo amoroso?
STREGA
Non mai.
APISTIO
Come è possibile cotesto? Quando tu vedevi desparire li danari, che cosa istimavi tu?
STREGA
In che modo desparessino non considerava. Vero è che egli da me ritornava et mi comparava con molti amorosi piaceri, e per cotal modo mi legava che non pensava altro che de lui.
APISTIO
Che cosa addimandava che vuolessi da te quando ti prometteva tante cose, quando ti dava tanti piaceri carnali, e che fingeva di esser tanto grandemente inamorato di te?
STREGA
Non adimandava altro da me, eccetto che renegasse la fede di Christo e non vuolesse haver speranza più in esso, ma che me ingenocchiasse a lui, e lo adorasse e lo tenesse per Dio.
FRONIMO
O iniquissimo, o spurcissimo, o sceleratissimo spirito, detto veramente dalli Hebrei Sathanasso, overo adversario, e dalli Greci Diavolo, e dalli Latini Calunniatore. Se può pensare maggiore calunnia e maggiore ingiuria contra de Iddio, quanto è che facci tanta forza questo scelesto colle suo malvagie parole di vuolerli robbare la divinità, e che la voglia attribuire a sé con tanta arroganza e con tante bugie? Il perché forsi ha amato questo nome di demonio, o sia per dimostrare che habbia la scientia, over per dare timore alle creature. Egli è vero, che è cosa supremamente a lui propria e familiare, di tessere, ordinare, e comporre le insidie et inganni. Così parimente ingannò il primo huomo, sotto il nome delli Dei, donde è uscito il vocabulo del Calunniatore, sicome dice Giustino philosopho e martire.
APISTIO
Su, strega, di’. In che modo era tu discernuta e conosciuta fra li altri buoni Christiani?
STREGA
Non vi era veruna differentia fra me e li altri. Andava alla chiesa, mi confessava nel tempo della Quaresima avanti del sacerdote de tutti e mia peccati, eccetto che di questo. Dipoi, andava coll’altri a communicarmi allo altare. E così non era differentia alcuna fra me e l’altre donne. Non vietava a me coteste cose il mio amoroso. Solamente egli mi comandava che dovesse dire alcune cose pian pian, e nascostamente facesse alcuni atti, le quali cose dette e fatte, altro da me non vuoleva.
APISTIO
Racconta il tutto a parte per parte.
STREGA
Sendo nella chiesa ne’ giorni delle feste, commandava a me, che leggendo il sacerdote la messa ad alta voce (sicome se suole) dicesse io pian piano: non è vero, tu ne menti per la gola. E quando levava quello la hostia consagrata sovra del suo capo per dimostrarla a tutto il popolo, acciò che sia adorata e reverita, vuoleva che io rivoltassi li occhi altrove e non la guardasse, et anchor mi comandava rivoltassi le mani dopo le spalle e piegasse le deta sotto le vestimente in cotesto modo, sicome voi vedeti io faciò: cioè che gli facesse le ficca. Dipoi anchora mi diceva non dovessi scoprire veruna cosa delli nostri amorosi piaceri al confessore, né anchora di quelle cose che pertengono al giuoco. Egli istimava poi che non importasse cosa alcuna, se ben vuolesse dire al confessore le altre cose overo non le dicesse. Voleva anchora, che, sendo andata a communicarmi secondo la usanza, incontinenti, sendommi posta l’hostia consagrata nella bocca, la tirassi fuora fingendo di asciucarmi la bocca, e la conservasse nel facciuolo per portarla al giuoco, acciò il beffassimo et ischernissimo con quelli scelerati modi, sicome di sopra disse, et anchora perché il conculcassimo colli piedi, con quelli vituperii già avanti raccontati. Dipoi portava di continuo due hostie consagrate nella mia veste cusite, perché ello me diceva che vi era tanta vertu in esse, sendole portate in quel modo senza riverentia, ma anzi con vituperio, che mai non puotrebbe confessare li nostri piaceri, né anchora altra cosa del giuoco, benché fussi anche interrogata dallo inquisitore, né con tormenti, né con altri modi. Nondimeno, astrengendommi imperò lo inquisitore e menacciandommi di vuolermi gravemente martoriare se non confessava queste nostre scelerate opere, mi comandò quel demonio malvaggio le gettasse in quel vaso, lo quale havea portato a me il guardiano della pregione, per fare le mie necessitati.
APISTIO
Facesti questo iscommunicato comandamento?
STREGA
O me mischinella et infelice, sì lo ubbidì. Ma non vi rencresca di udire una cosa molto horrenda e paventosa che occorse. Rompendo io infelice e sciagurata quelle sagratissime hostie nel sterco, con una verga, vide uscire da quelle il vivo sangue.
FRONIMO
Che odi dire hoggi? Può essere questo? Credo certamente che mai più non udirano le mie orecchie simili opere scelerate et iscommunicate.
APISTIO
Anchora io son di cotesta oppenione di non udire mai più simili sacrileggi, né simili horrende opere.
FRONIMO
Deh, per amore de Iddio, partiamoci di qui et andiamo incontro di Dicasto, s’el ti piace, che ritorna da noi.
APISTIO
Molto mi piace. Andiamo.
DICASTO
Oh ben, come va, seti satisfatti? Vi è anchora rimasta alcuna cosa da dovere intendere?
FRONIMO
Deh, il nostro Dicasto, io te dico, che per cotal modo siamo stomacati, che non havemo più bisogno di pranso. Io te so ben dire che siamo per una volta satiati.
DICASTO
Andiamo un puoco nel giardino, e così forsi caminando e spasseggiando vi ritornarà lo appetito. Hor su, tu mena la strega nella pregione.
APISTIO
In verità vi dico che non mai haverebbe creduto che se potessino, non dico fare, ma pur pensare tante sceleritade, tante malvagi opere, e tante iscommunicate cose, quante ho udito hoggi dalla strega. Il perché avanti facilmente haverebbe perdonato a cotesta generatione di huomini e di donne, credendo che fussero condutti da qualche leggierezza, o vero da qualche mancamento di cervello, ad intrare in questo errore, et anchora istimava che fussero coteste streghe e stregoni ingannati dalle apparenti visioni et illusioni e fittioni del demonio, et anchora (io dirò la mia oppenione) non giurarebbi che non siano ingannati, ma hora, sicome buono e fedele Christiano, come sono stato et ho creduto quello che debbe credere ciascun vero Christiano, non mai consentirebbi se dovesse dare venia né perdonare a cotesti iniqui scelerati, e malvaggi violatori e spreciatori della nostra santissima fede.
DICASTO
Se ti dimostrarò che cotesto appertene alla religione christiana, di dover credere che siano in verità fatte da questi scelerati huomini alcune malvaggie opere; et se io ti conducerò tanti testimonii il perché non puotrai fare di non credere essere molte cose nell’antidetto giuoco che sono vere e non finte, né ancho imaginate, ma sicome siamo consueti di parlare, che siano reali: io penso che dipoi non farai ostinatamente resistentia.
APISTIO
Anchora non se piega il mio animo più in una parte che nell’altra.
DICASTO
Dimmi, s’el te piace. Vedesti mai resuscitare verun morto?
APISTIO
Non mai ho veduto tanto miracolo.
DICASTO
Credi tu che possono resuscitare e’ morti?
FRONIMO
Non lo negarà no. Conciosia che è questa cosa molto cantata e sovente ramentata dalli poeti, et anchora è scritta dalli philosophi, e maggiormente da Platone. Li quali narrano come resuscitarono li morti et uscirono dell’inferno.
APISTIO
Né ancho per queste cose mi acqueto, in cotesta opera che è di tanto momento. E così non credo alli poeti, né alli philosophi di ciò, ma si ben al Vangelio.
DICASTO
Io ti voglio proporre anchor delli essempii di altra cosa, de cui non se fa mentione nella Sagra Scrittura. Dimmi, credi tu siano uscite le navi dalle Gadi, cioè da quelle due isole che sono nel fine della Bethica, nella estremità della terra nostra verso l’occidente, dovi se divide la Europa dalla Africa? et anchor che siano uscite fuori del porto de Ulissipona di Lusitania o sia Portugallia? e che quelle, rivolte verso il Zephiro, siano stato portate da circa venti migliara di staggi, o più o manco sia come si voglia, per insino a quella tanto ampia terra (la grandezza de cui anchor non se conosce) e così, portandole hora il Zephiro per il mare Atlantico, siano giunte allo Indico seno?
APISTIO
Sì lo credo.
DICASTO
Tu lo credi. Ma dimmi, a cui lo credi?
APISTIO
A tanti mercatanti, li quali raccontano in che modo hanno fatto tal viaggio, sovra delle larghe spale del mare, colle nodanti navi.
DICASTO
Hai tu mai parlato con quelli?
APISTIO
Non ho già ragionato con quelli, ma pur alcuna volta, ragionando di cotesta cosa curiosa con quelli li quali havevano udito da quelli che hanno navigato per detti luoghi, lo dicevano et confermavano che così era.
DICASTO
Il mio Apistio, dimmi, non ti haverebbono possuto ingannare quegli?
APISTIO
Deh, mo chi sarebbe colui chi dubitassi, che l’huomeni gravi e già maturi di conseglio, si delettassino di favole e di menzogne?
DICASTO
Se dunque io producerò quivi nel mezzo non menore numero di testimonii di non manco gravità e di non manco oppenione et istimatione de quelli tuoi, li quali hanno confermato con giuramento come sono portate al Giuoco le streghe e li stregoni, e come li demonii danno amorosi piaceri all’huomeni in effigia di donne, et alle donne in figura di huomini, e cotesto l’hanno havuto dalla bocca di essi stregoni e streghe con il sagramento costretti, che ne dirai? sera’ tu poi satisfatto?
FRONIMO
Se potrebbe dire veramente che colui non fussi in tal modo satisfatto, fussi o sciocco o pazzo o vero ostinato.
APISTIO
Deh, per tua fede, di’ per quale cagione?
FRONIMO
Per ciò che quando sono molti di una medeme voce non pare conveniente che sia verun la debbia negare, eccetto s’el non fussi da qualche buona ragione per cotal modo costretto, la quale habbia tanta forza che possa gettare al basso quella oppenione così confermata di tanti huomeni. Il che credo tu non habbi.
APISTIO
Questa tua ragione ha puoca forza in quelle cose che paiono soverchiare le forze della natura, ma ben assai ne ha in quelle cose ne veneno nell’uso dell’huomo. Il perché non ho fatto difficultà di credere quel viaggio delle navi di Spagna nella India et a quella terra nuova e così a quelli altri luoghi, ma ben fo gran difficultà in credere il Giuoco di Diana.
FRONIMO
Può essere uno molto maggiormente contrario a quelli che raccontano il viaggio della India, che a quelli che narrano il giuoco della notturna Hecate, cioè di Diana. Conciosia che detto viaggio non fu già mai più per verun modo conosciuto dalla antichità, ma solamente furono ritrovati alcuni puochi segnali, con li quali dicono già giongesse non so che navi dalla India al litto di Spagna. Ma hora se naviga della Europa per il mare di Ethiopia nella India. E così hora già sono signati i porti, et i litti nelle tavole depinte. Anchora al presente sono state ritrovate alcune isole di maravigliosa grandezza, che mai non furono conosciute dalli antichi. Et anche non fu mai ramentata, né scritta quella ampia terra, e molto maravigliosa per la sua grandezza, retrovata questi anni passati, la quale, se fussi stata conosciuta dalli philosophi, li quali se imaginavano essere più Mondi nell’ordine della natura, forsi con maggiore ragione haverebbono dimostrato la loro pazzia. Delle quali cose novamente con tante fatiche ritrovate, non hanno fatto pur uno puoco di mentione o Strabone o Ptolomeo, overo anchora quelli altri che sono suto reputati più favolatori di essi. Ma delle streghe, n’è fatto chiara mentione nelli libri delli antichi et anchor delli moderni.
APISTIO
Io sento, ma non so imperò in che modo, a puoco a puoco muoversi l’animo mio acciò consenti alla tua oppenione. Vero è che volentieri udirei e’ testimonii promessi da Dicasto, di conducerli avanti di noi nel mezzo, et anchora disidero de intendere delle ragioni, se ne ha dell’altri oltro di quelle che ha detto.
FRONIMO
Deh, il mio Apistio, tu debbe sapere come è segno di puoca stabilità di animo, di vacillare et di piegarsi mo’ quindi, mo’ rivolgersi indi, mo’ fermarsi, e dipoi moversi dal luogo dovi era fermato. Conciosia che quelle cose, delle quali avanti dicevamo, se non parevano a te vere, pur parevano imperò molte simili al vero, dapoi anchora contradicevi e dicevi che meritamente era da essere contradetto da te a simili cose, ma hora con una certa inclinatione di animo confessi di essere tirato e sforzato di dover consentire alla nostra sententia et oppenione. Il perché a me pare (perdonami però) che meritamente puotresti esser nuotato di instabilità, eccetto se tu non havessi usato ironia, overo simulatione e fittione. E cotesto non sarebbe meraveglia, perché tu sei usato nelli finti giuochi degli poeti, et anchora sei tu molto esercitato nelli dialoggi di Socrate. Per il che interviene che le persone sono usate in detti libri, o non mai, o vero con gran difficultà, se possono rimovere dalli detti modi.
APISTIO
Fronimo mio, io non fingo in cosa alcuna, né anche giudico che sia bisogno fra te e me de ironia o vero simulatione, ma io te dico il vero, che non vuorei così prosontuosamente credere una cosa di tanto momento. Il perché pare a me che sia meglio di dubitare, pur che modestamente se facci, et anchora di scoprire et indi e quindi le dubbitationi dell’animo mio, cioè mo’ a te mo’ a Dicasto, sicome scopre lo infermo le sue infiaggioni e piaghe al chirurgico, che credere facilmente senza ragione. Conciosia che è sententia di un grande huomo (si ben mi ricordo) come se debbe andare pian pian, e di passo in passo, in quelle cose le quali paiono che soverchiano le nostre forze, accioché, se incontanenti fossero sprezzate, non siamo da nascosto inviluppati nelli frodi, e pel contrario, se incontanente fussero credute da noi, non siamo presi nelle reti colle suspitioni delle sciocche vecchiarelle. In vero si son stato dubbioso nell’animo mio, così mi pareva di dover dubitare, non ho imperò mai contrastato con l’animo ostinato.
FRONIMO
Se così è e che tu sia di questo buon animo, cioè che vogli in cotesta cosa usare l’intelletto e non la volontà, certamente possemo havere buona speranza di te. Ma ti voglio dare un buon ricordo così in questa cosa, de cui hora disputiamo, come nell’altri, che portano pericolo e sono de importanza (sì come si suole dire): cioè che per cotal modo facci che non vadi avanti la volontà allo intelletto, così voglio dire, che non vogli una cosa, se prima non l’haverai ben intesa e conosciuta. Ma sono alcuni che caminano pel contrario nell’ordine delli studii della dottrina: cioè prima deffiniendo e concludendo con la sua volontà, overo secondo il suo vuolere, che cosa sia il vero, avanti ben considerano con lo intelletto esso vero.
APISTIO
Ho gran sete d’intendere che cosa ha da dire in questo nostro caso Dicasto, lo quale vedo ritornare da noi. Certamente non puotrano essere (al mio giudicio) eccette che degne et eccellenti cose, pur che’l vuoglia servate le promissioni.
FRONIMO
Bisogna primeramente istinguere la nostra fame, e dipoi si satisfarà alla tua sete.
DICASTO
Andiamo, perché è apparecchiato il pranso. Deh, per vostra fede, non tardiamo più, conciosia che assai longamente havemo hoggi disputato, siché non bisogna più dimorare. E quando poi haveremo instaurato il fatigato corpo di quello egli è necessario per la continua rovina del naturale calore, intraremo poi nel giardino della disputatione che ci rimane.