Lettere (Sarpi)/Vol. I/Fra Paolo Sarpi/VII

VII.

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Fra Paolo Sarpi - VI Fra Paolo Sarpi - VIII
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VII.


Chi si perfidia a far colpa a Fra Paolo delle sue amistà con Protestanti, ed anche col più ragguardevole tra essi, quel Duplessis Mornay, che veneravano gli Ugonotti francesi come capo, fa nascer sospetto che il suo cattolicismo o papismo sia così intollerante com’era a que’ tempi; e se potesse, rifabbricherebbe quelle catene, e ad ogni modo [p. xxvii modifica]vorrebbe, come allora, mutar la religione in una setta che sacrificasse la libertà e la civiltà, e ogni altro bene al papa e all’utile dell’imperio di quello. Se lo spirito cattolico è cotale spirito di setta arcigna e odiatrice della luce, Sarpi per certo era intinto di eresia; ma i Cattolici allora si restringono a pochi lucifugi, e non meritano che di essere svertati e passar oltre. Quel che dice il Sarpi a Duplessis Mornay e agli altri, si riduce a notare i vantaggi che sarebbero venuti all’Italia, massime per por modo all’onnipotenza papale e spagnuola, dalla tolleranza della libera professione del protestantesimo, e i vantaggi che venivano alla Francia e all’Europa dall’influenza politica degli Ugonotti. L’ulcera che guastava l’Italia era l’ipocrisia: ipocrisia non era nella Religione, voglio dire tra i Protestanti in Francia; chè già giovava sentir la messa come avea fatto il re: e se i Protestanti peccavano nei dogmi, della qual cosa Fra Paolo non ha luogo a parlar nelle Lettere, i Papisti peccavano nell’abuso dell’autorità; il che agli occhi del Sarpi e della ragione era molto più grave, torcendosi perciò la religione a fariseismo. La frase più grave a proposito di ciò, è quella che trovasi nella lettera CCLI della nostra edizione: «Non crederò che mai si faccia mutazione di Stato se non si fa di religione.» Codesta frase dal contesto della lettera si spiega, come le altrettali: che bisognava far la guerra in Italia a Spagna e a Roma ad un’ora, e introdurre anche in Italia la tolleranza religiosa, con le amistà politiche che [p. xxviii modifica]recava con sè. Non crederà nessuno che Fra Paolo, vecchissimo, volesse diventare un eresiarca. La libertà dello Stato, o, a meglio dire, la sovranità, e la libertà e sincerità della coscienza voleva, e nient’altro, e per l’Italia e per la sua Venezia, che d’ogni parte attanagliavano gli Spagnuoli, e non avea ad allearsi che con Francia, Provincie-Unite e Inghilterra. Voleva il Sarpi pertanto la riforma politica, vale a dire delle relazioni della Chiesa e dello Stato, e lasciava stare la riforma teologica di Lutero e di Calvino; voleva insomma che Venezia non diventasse un’altra Genova, ancella cioè della Spagna o di Roma, come quell’altra Repubblica. Chi potrebbe senza tener le risa credere che una riforma teologica potesse esser proposta ad un Senato, e sperata da esso pur come un decreto? Io sfido chicchessia a trovar nelle Lettere del Sarpi, ancorchè sieno state guastate, non dico già sensi di favore per li Riformati, ma una dichiarazione esplicita di partecipare alle loro dottrine. Ma non posso non ammirare l’acume politico del Sarpi, che desiderava la guerra in Italia, perchè il papa ad ogni modo avrebbe perduto. Il Sarpi non voleva staccar l’Italia dal movimento, vale a dire dalla vita dell’Europa; i preti di Roma il volevano, e sapevano bene il perchè; e quando l’Italia si è aperta alla rivoluzione europea, la curia romana ha sentito mancarsi il terreno sotto ai piedi. L’Italia si sarebbe rinvigorita al contatto de’ Riformati, come si rinvigorì al contatto della rivoluzione francese. Fra i molti luoghi che potrei citare, piacemi riportar [p. xxix modifica]questi due: «Il durar di Roma giudico che dipenda da un sottil filo; cioè dalla pace d’Italia.... Vogliate credermi: una volta messa la guerra in Italia, vinca il pontefice, o sia vinto, non importa; la cosa è spacciata.1» — «Ella si meravigliò perch’io dissi che se guerra verrà addosso all’Italia, la romana curia proverà disfatta, anche in mezzo a una gran vittoria; ma non è disaccordo fra simili concetti. Perocchè, se guerra sorgerà in Italia, non sarà senza concorso di molti dalla curia discordanti; e a questa toccherà a sostenere due guerre, l’una militare, letteraria l’altra; e se nella prima conseguirà vittoria, resterà dicerto perdente nella seconda, non potendo per ogni dove dar mano a quelli argomenti di fuoco e di fune che a lei tengon luogo di polizia e di rettorica.2» Sia data libertà di religione in Italia, e molti, com’ei dice, salteranno il fosso. Qual beneficio se ne sarebbe cavato? Roma sarebbe stata più rispettiva, e il carattere degl’Italiani più franco. Alla libertà d’Italia importava sommamente che il re Cristianissimo non avesse servito agl’interessi de’ preti, ma si fosse contrapposto al re Cattolico; quindi l’interesse che il Sarpi e i politici pigliano per gli Ugonotti. Fintantochè gli Ugonotti avessero avuto parte al governo della Francia e ne’ consigli del re, Roma e Spagna trovavano impedimento. Pure, dirammisi forse, il Sarpi volendo e desiderando che trapelasse in Italia la Riforma, non dovea metter la condizione della salvezza nella [p. xxx modifica]professione dell’ortodossía, e per questo punto almeno non era cattolico. A ciò risponderò in seguito; intanto basti sapere, che più perniciosa di qualunque errore dogmatico il Sarpi reputava l’ipocrisia, e ciò che, con modo moderno, dir potremmo religione utilitaria: di che si apre in una lettera a quel conscienziosissimo uomo che fu Duplessis Mornay. Aveva torto o ragione Fra Paolo? Ogni uomo sincero, sia cattolico o non sia, abbiamo fidanza che sarà per dargli ragione. Potrassi credere che il Sarpi fosse indifferente, e tanto e quanto scettico d’intorno alle credenze dogmatiche: certo, preferisce agli altri Scolastici Occamo, perchè non è decisivo come l’Aquinate e lo Scoto, ed anche i Santi Padri tratta con canoni di giusta critica: ciò prova che il Sarpi, come già aveano fatto Erasmo, Sadoleto ed altri valentuomini prima di lui, non confondeva in un fascio la religione e la teologia. Si possono far molti riscontri tra gl’intendimenti di Erasmo e di Sarpi. Bellissime sono queste parole del buon Rotterdamese: «Non deerunt qui celebrent Pontificum auctoritatem, quam fateor esse debere sacrosantam (lo stesso dice Fra Paolo dell’autorità legittima del papa); non deerunt qui Scoti Thomæque decreta prædicent, quæ non ego sane prorsus improbo (le stesse parole usa il nostro). Tu purum illum et syncerum Christum mentibus tuorum instilla, quando id a paucis fieri videmus.» (Ep. LXIV, 16.) E di vero, confortato dal Sarpi, Frate Fulgenzio predicò il puro e sincero Cristo in Venezia, come ne fa fede il Padre in alcune di [p. xxxi modifica]queste sue Lettere. Non è a dire se i papisti se ne scandolezzassero e ne facesser romore; ma con tutte le loro sofistiche, non trovarono nel Micanzio eresie. Il Sarpi non pigliava, e facea bene, Tommaso d’Aquino e Scoto per due nuovi e definitivi vangelisti; ed anche senza il testimonio delle Lettere, ben si pare, massimamente nella Storia del Concilio; e la furia teologizzante de’ frati ei bezzicava a modo suo. Fra Paolo ripete ed accenna nelle sue Lettere e negli altri scritti ciò che Erasmo ha racchiuso in una sentenza: «Mundus oneratus est constitutionibus humanis, oneratus est opinionibus et dogmatibus scholasticis (a tempo del Sarpi levavano alto il capo i Molinisti, e Roma fabbricava condanne ad arbitrio; e poco di poi, perchè la soma era soverchiamente cresciuta, il mondo la gettò giù dalle spalle, e si scapestrò), tyrannide Fratrum Mendicantium (aggiugni allora i Gesuiti).... His et ejusmodi multis rebus paulatim evanescebat vigor Evangelicæ doctrinæ, et futurum erat ut rebus semper in deterius prolabentibus, tandem prorsus extingueretur illa scintilla christianæ pietatis, unde redaccendi poterat extincta charitas: ad cœremonias plusquam judaicas summa Religionis vergebat.3» Quelli che ciò non videro nè allora nè poi, erano davvero gli eretici ostinati. Gl’interessi mondani fanno durare gli scismi e l’eresie, ed è da vedere da qual parte si ripugni a non far vera ed efficace riforma; impedita la quale, il buon cristiano non può che [p. xxxii modifica]compiangere, e a suo potere contrapporsi alla cecità e alle passioni degli uni e degli altri, e lasciare a Dio, come tante volte è detto in queste Lettere, di rimediare a suo tempo. Codesta dottrina si può ricavare dal Sarpi, e ne adduciamo per prova un suo luogo del Discorso sull’origine dell’Inquisizione: «Furono ambe le Chiese, orientale ed occidentale, in comunione e carità cristiana per lo spazio di novecento e più anni, ne’ quali tempi il pontefice romano era riverito e osservato non meno dai Greci che dai Latini, era riconosciuto per successore di san Pietro, e primo fra tutti i vescovi orientali cattolici. Nelle persecuzioni degli eretici imploravano l’aiuto suo e de’ vescovi d’Italia, e la pace si conservava con facilità, perchè la suprema potestà era ne’ canoni, a’ quali l’una parte e l’altra si professava soggetta. La disciplina ecclesiastica era severamente mantenuta in ciascuna regione da’ prelati propri di essa, non arbitrariamente ma assolutamente, secondo la disposizione e il rigor canonico, non mettendo mano alcuno al governo dell’altro, aiutandosi l’un l’altro per l’osservanza de’ canoni. In que’ tempi, mai alcun pontefice romano non pretese di conferir beneficii nella diocesi degli altri vescovi; nè la corte allora aveva introdotto di cavar denari dagli altri per via di dispense e bolle. Immediatamente che la curia romana entrò in pretensione di non esser soggetta ai canoni, ma che per l’arbitrio suo potesse mutar ogni antica disposizione de’ Padri, de’ Concilii e degli [p. xxxiii modifica]Apostoli ancora, e che tentò in luogo dell’antico primato della sedia apostolica introdurre una dominazione assoluta, non regolata da alcuna legge o canone, la divisione nacque; e quantunque da settecento anni in qua, più volte sia stata tentata la riunione e pace, non si è potuta effettuar mai, perchè si è atteso alle dispute, e non a levar quell’abuso che fu la vera occasione d’introdur quella divisione, e ch’è la vera causa di mantenerla ancora.» Ma i teologi vorranno sempre le dispute, e la curia l’onnipotenza papistica; e perciò è vano sperare la pace, finchè il sentimento cristiano dell’universale non sia più possente, per la carità che l’informa, del papa e de’ teologi.


Note

  1. Lettera CXXVIII.
  2. Lettera CXXXVI.
  3. Opera omnia, t. III, c. 515. Lug. Bat. MDCCIII.