Lettere (Campanella)/LXXXVI. Al medesimo

LXXXVI. Al medesimo

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LXXXV. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc LXXXVII. Al gran cancelliere Pietro Séguier
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LXXXVI

Al medesimo

Scrive in fretta ed in collera dell’accusa mossagli,
di sparlare del Gassendi.


Illustrissimo signore e padrone osservandissimo,

Adesso proprio, 25 maggio, ore quattro post meridiem, è venuto il signor Deodato con un avviso di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima giustamente lamentevole, ch’io [p. 302 modifica]abbia sparlato del signor Cassendo, suo carissimo, e mio onorando padrone. Mi dispiace del suo disgusto piú che d’altro; perché sendo questa una mera bugia e di persona sfacciata ed imprudente, non fo caso. Sappia anche che scrissero anche a Roma ch’io dissi, e dico a chi mi vien a visitare: «Avete qualche dubio? etc.», e che poi non lo risolvo. Per il che il signor papa che m’ama di core, ne sentí disgusto e me lo fe’ scrivere; ed all’incontro ebbe Roma lettere di persone assai segnalate del modesto modo com’io mi porto, e che mai son restato di sodisfare a tutti, e che la Sorbona e tutti letterati fan conto etc. Anzi io mi vergogno a dire quanto soverchiamente mi stimano, e lodano etiam con epigrammi etc., persone gravi.

Quanto poi al signor Cassendo, io ho testificato a tutti che lui è persona di costumi ottimi e veramente filosofici, il che è fondamento di sapienza; e che sia gran matematico ed astronomo ed osservatore mirabile; e quanto gusto io ebbi di conoscerlo presenzialmente. Quanto poi alla filosofia epicurea che consiste in atomi e in vacuo, dissi, domandato da persone che con ischerzo parlavan del signore Cassendo in questa materia, ch’io ho quella filosofia per insufficiente a render causa di tutte le cose; e che il signor Cassendo non la tiene se non forsi quanto alla materia; e che lui tiene il senso delle cose: e per segno parlando delle comete, disse che sentono intra l’etera e vanno con simpatia, ed han causa finale seco. Non mi ricordo se ho detto questo, ma tra me e ’l signor Cassendo è passato questo discorso; però non può essere ch’io abbia detto che tiene una filosofia vana e deficiente. Anzi con tutti ho detto che mi pareva mille anni che lui fosse arrivato in Parigi per gustar delle sue virtú; e sempre che s’è parlato di comete e di ecclissi, ho anteposto le sue virtú ed osservazioni a quante n’ho viste.

Ma se non fosse altro, sendo cosa cara di Vostra Signoria illustrissima, — di cui sa il mondo come io parlo, e che le dedico un libro, e ch’il nostro secolo non ha suo pari etc., e pregai che mi mandi i vostri titoli, — non poteva essere [p. 303 modifica]ch’io ne parlassi se non con riputazione grande. Di grazia Vostra Signoria illustrissima si levi questo scrupolo e mi tenga per vero suo servo egreggio filosofico e non cortigiano né vacantello; e mi scriva donde ha saputo questo, perché lo farò disdire in presenza di buoni. Questi ben veggiono quanto io stimo Vostra Signoria illustrissima e come ne parlo, e m’invidiano la sua grazia; né può esser omo bono chi questo scrive, e dubito di persona che dice e scrive mal di tutti, e del Galileo e di Telesio e di Copernico, di Stigliola. Sto aspettando il baullo ed omnia. Non so se Rossi le ha portato la mia, e s’ha avuto l’altre. Scrivo correndo. A dio.

Parigi, 25 maggio 1635.

Di V. S. illustrissima e reverendissima
servitore obligatissiino e fidelissimo
Tomaso Campanella.


Fo riverenza al signor Cassendo, e la prego che li faccia parte di questa veritá: perché io piú stimo un monte d’oro com’è lui, che mille di pietra come sono questi ciarloni rapportatori. Scrivo in fretta ed in colera, e non ho voluto differire. Però scusi lo scrivere intricato.

All’illustrissimo e reverendissimo signor
     l’abbate Fabri, monsieur de Peresc,
          padron colendissimo.
in Aix.