Lettere (Campanella)/LXXX. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc

LXXX. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc

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LXXX. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc
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A monsignor Niccolò Claudio Farri di Peiresc

Lieto di trovarsi in line tra gente che non seconda le persecuzioni del Mostro, è riconoscente a Luigi XIII de’ favori e degli onori che noti gli ha lesinati, a coloro che cordialmente lo accolsero a Marsiglia, al Peiresc delle molte cortesie, al pontefice della pensione; e ripete che non si è potuto sdebitare col Rossi, avendo dovuto aiutare i suoi parenti perseguitati dagli spagnuoli.

          Illustrissimo e reverendissimo signor
               e padrone osservandissimo.

Ho scritto piú lettere a Vostra Signoria per via di Lione raccomandate al signor Roberto Galilei, ed un’altra finalmente per mezzo de’ signori Puteani, e non ho risposta; e come impaziente che sono, l’avviso di novo li gran favori ed onori che mi fe’ la Maestá cristianissima, e com’è venuto poi monsignor Buttiglier a portarmi un brevetto di centocinquanta lire [p. 280 modifica]al mese, che son seicento scudi francesi e settecento venti romani. Ringrazio Dio e la liberalitá del re che pur disse volermi raddoppiare etc. Ma io sto contento del poco con la quiete e per me assaissimo. Di piú, mandai una cartella alli signori Gastines e Lamberti che pigliassero il baullo chi mi verrá da Italia con la galera di monsignor de Pilos, e l’inviassero a Vostra Signoria illustrissima; e li dissi che non ero piú fra Lucio Berardi minimo, ma Tomaso Campanella de’ predicatori, perché sapessero chi è la persona a loro obligata per le molte accoglienze che m’han fatto. Se per ventura non fosse capitata in man di Vostra Signoria questa cartella, potrá avvisarli e dirli tutto quanto loro scrissi; e l’obligo che professo portar loro. Mi scrive monsignor Burdilot da Roma che manderá il conte di Novaglia ogni cosa etc., e lui anche a Vostra Signoria le cose che ordinai per gusto della sua curiositá.

Iersera legendo il mio servo la novella di Boccaccio di quel Saladino soldato [che] fu alloggiato da Torello in Pavia e delle gran cortesie che usò e che li fûr usate, venni in pensiero che non ci è persona equivalente al tempo nostro a quelle mirabili persone, se non Vostra Signoria illustrissima; e mi son rallegrato ch’il tempo nostro non è vacante dell’antico valore. Scrissi di ciò a Roma al signor cavalier Pozzi, il qual avea ricevuto quattro libri della nostra Medicina avanti che io arrivassi a Parigi, e questo nuncio Bolognetti vuole che l’avessi dato io al libraro. A cui fu scritto ed insieme a monsignor Mazzarini de parte di nostro signore papa, che mi facessero tutti li favori chi pònno, e secretamente mi donassero quel che mi dava in Roma; ma ch’io non stampassi cosa senza saputa loro. E questo io scrissi da quando ero appo Vostra Signoria illustrissima a Nostro Signore a cui professo obligo infinito, e piú che quel del Saladino; e dimandai per giudici il Cardinal Duca e la Sorbona.

Il signor Gaffarelli son sei giorni ch’è partito per Roma, forsi passerá per Aix e li narrerá la istoria tutta. Scrissi al signor Galilei che mi avisasse per che via ho da restituir le venti [p. 281 modifica]pistòle a monsignor Rossi, e non ho ancora risposta; ed a Vostra Signoria significai ch’in Napoli sta carcerato mio nepote, ed in Roma fuggitivo mio fratello con perdita di quanto ci era in casa; e mandai quanti denari ho potuto e per questo non subito ho sodisfatto. Mi bisognará prosequire, e vedo che Domenedio non mi manca. Io sto piú sano che prima, e fra gente buona, caritativa che non consente alli mali ufficii che loro sono suggeriti dal mio Caino achitofellista di Roma; anzi m’avvisono e stimano piú che non merito con continui e cordiali buon officii.

Resto al suo comando, e li prego da Dio ogni felicitá della terra e del cielo. Saluto caramente il signor Cassendo — e l’aspetto — ed a tutta la casa, ospizio di virtú.

Parigi, 16 marzo 1635.

Di V. S. illustrissima
servitore obligatissimo e divotissimo
Tomaso Campanella.


All’illustrissimo e reverendissimo
     l’abbate Fabri monsieur de Peresc,
          padrone mio osservandissimo.
in Aix.