Lettere (Campanella)/CXV. A monsignor Francesco Ingoli

CXV. A monsignor Francesco Ingoli

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CXV. A monsignor Francesco Ingoli
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CXV

A Monsignor Francesco Ingoli

Scongiura gli si mandi senza piú dilazione il breve in favore del De Bellis, perché sa di essere ostacolato da persecutori che propugnano una riforma che è la rovina della fede e de’ principati cristiani.

Illustrissimo e reverendissimo signore,

Considerando il zelo di Vostra Signoria illustrissima e per la propria virtú e bontá e per l’ufficio che tiene, e quanto noce alla propagazion della fede la pigrizia, l’inerzia e l’avarizia di prelati, la quale mi ritarda molte opere buone, supplico Vostra Signoria illustrissima per la gloria di Dio ed ampliazion di santa Chiesa che mi mandi subito il breve di Pietro de Bellis, appellato olim fra Iacinto de Bellis neapolitanus, apostata di molti anni in Geneva, la cui abiurazion io mandai in Roma e supplicai li si dia licenza di poter vivere in abito clericale e dire missa e predicar contra eretici ed agiudarmi nella conversione. Con tutto ciò son cinque mesi che non posso aver questa grazia per pigrizia o per invidia ch’io faccio ben, e non male come vorrebbon i miei persecutori, o per avarizia chi mi dimandano trentadue scudi della spedizione. Del che io ne resto assai scornato, scandalizato, dolente ed impotente a mantenere l’impeto di poco ben senzienti della universale potestá del papa, e d’altri chi procurano discordia tra catolici ed eretici — secondo però l’opinion de l’Alvarez e del Bannes con patto a principi suggerito, con nuovi libri e sinodo nuovo, che gli eretici piglino da catolici li dogmi della fede e li catolici da evangelici (cosí si fan chiamar) la riforma della chiesa.

La quale consiste di spogliar il clero e ’l papato di stati e beni temporali, e far ch’ogni regno e principato abbia un suo [p. 385 modifica]patriarca dipendente dal suo re. Al che tutti principi converrebbeno; perché cosí crescono di ricchezza e di potestá e di abilitá ad ascender all’imperio, e di non esser travagliati con guerra da catolici ed averli in favor contra infideli. E non s’avverteno che questa è la rovina e della fede e dei principati loro, come ho provato li dí passati stampando un libro De regno Dei correspondente a quel libro stampato in Iesi De monarchia Messiae; ché la persecuzion m’ha inchiodato che non posso cambiare, e mi tiene ancora il libro oppresso del Reminiscentur in man del padre Mostro — del quale ho parlato con Vostra Signoria illustrissima piú volte, ed ella sa quanto saria utile alla conversione. Di tutte queste cose potrá dar a Vostra Signoria ragguaglio il signor Favilla.

Finisco scongiurandola ed osservando per l’amor di Dio che mi mandi questo breve senza piú dilazione, e che communichi questo col reverendissimo commissario del Sant’Officio, accorto e zelante per la fede. Il principe di Etiopia sta qua al solito: nec proficit nec deficit. Resto al commando di Vostra Signoria illustrissima ed aspetto la sua grazia.

Parigi, 6 d’ottobre 1637.

Di V. S. illustrissima e reverendissima
servitore divotissimo ed umilissimo
T. Campanella


All’illustrissimo e reverendissimo monsignor Ingoli, secretario della santa congregazione de propaganda fide, padrone osservandissimo,

Roma, alla Cancelleria.