Le rivelazioni impunitarie di Costanza Vaccari-Diotallevi/Considerazioni/II

II. — Relazioni della Rivelante

../I ../III IncludiIntestazione 7 marzo 2021 75% Da definire

Considerazioni - I Considerazioni - III

[p. 8 modifica]

II.

Relazioni della Rivelante.


Quanto alle relazioni sociali, stando a ciò che essa stessa espone di sè, non sembra che potesse averne molte e di molto rilievo. Sappiamo infatti dalla sua stessa rivelazione che maritatasi quasi clandestinamente, per mediazione del notissimo padre Bresciani gesuita, ad Antonio Diotallevi già sottotenente nell’esercito pontificio; a breve andare fu ridotta a vita in tutto miserabile, essendo stato il marito destituito a causa del seguito matrimonio. Inetto questi a procacciarsi onestamente altri mezzi di sussistenza, ne lasciò la cura alla moglie, che, pur dicendosi fotografa e pittrice e mosaicista, studiò di riparare alla miseria non guardando da maritata la sua onestà più gelosamente di quello che avesse fatto mentre era nubile.1

[p. 9 modifica]In ciò risiede, secondo ogni probabilità, la causa della relazione che la signora Diotallevi fece coll’aiutante di campo dell’Imperatore dei Francesi, il conte di Goyon, già comandante il corpo di occupazione a Roma. Questa relazione di cui nella minuta del Collemassi si dà l’origine ad una causa politica, è veramente incontrastabile per ciò che riguarda il fatto, giacché fra le carte venute in potere del Comitato esistono diverse letterine dirette dal generale De Goyon alla Diotallevi, e che come oggetto di curiosità vengono cogli altri documenti pubblicate nel presente opuscolo. Basti averle fatte conoscere al pubblico; e se per esse e per quanto si trova scritto nella indicata minuta a proposito del famoso aiutante di campo dell’Imperatore dei Francesi, crede questi che possa restarne o menomata od almeno adombrata la dignità sua, egli sei veda, e, se crede, provveda. In via di illustrazione si aggiunge soltanto che a monsignor De Merode, memore forse del noto schiaffo morale, parvero sì curiose quelle letterine che, avendole avute in mano prima che passassero al Tribunale della Sacra Consulta, le credette degne di essere fotografate.

Questa relazione del generale conte De Goyon colla Diotallevi non era certo ignota al Comitato Nazionale, a cui la stessa signora faceva pervenire in modo assai indiretto quelle letterine, che per combinazione trovavansi presso il Venanzi allorché fu arrestato. E qualora pur fosse vero che l’aiutante di campo dell’Imperatore intendesse di valersi di madama Diotallevi anche come d’istrumento di polizia contro il partito liberale ed a vantaggio della legittimità; è pur vero che qualora il Comitato non fosse costretto a mantenersi riservato su questo particolare entro certi limiti chela prudenza gli impone, potrebbe provare coi fatti alla mano che il Generale riuscì a fine ben diverso da quello che, secondo la Diotallevi, si sarebbe proposto di conseguire Può però in genere affermare e positivamente, che mentre in realtà giunse il Comitato a sapere per mezzo della Diotallevi [p. 10 modifica]molte cose riguardanti la famiglia borbonica, nè il Generale nè altri potè dalla medesima sapere nulla d’importante relativamente all’andamento ed agli affari del partito Nazionale romano.

Non potè e non poteva saperlo; mentre le relazioni che la Diotallevi aveva col Comitato erano delle più indirette, e l’unico suo ufficio era quello di spia stipendiata e nulla più. Si riscontrino le deposizioni impunitarie da essa fatte, e si vedrà che tutte le sue relazioni si riducevano alle conoscenze del Margutti falegname e del Calza Leopoldo, ministro di una prenditoria di lotti, che le era noto per solo nome, e forse del battiloro Filippo Venturini; i quali, quand’anche avessero appartenuto al partito Nazionale, non potevano per la loro posizione sociale e per la loro capacità essere ammessi a conoscere e trattare le cose più rilevanti e le persone più influenti di esso partito, che lo stesso governo pontificio ha dovuto confessare essere abbastanza accorto nella sua azione, ed assai diffuso anche nelle classi più elevate per valersi in cose d’importanza di persone della scelta del Margutti e del Calza. Che se si voglia una prova di fatto, non essere altro che una menzogna la qualifica di capo sezione che o da per sè si è attribuita la Diotallevi per darsi importanza, o che, per darlene, le ha attribuito il Processante nella Minuta di rivelo, basti il considerare che non avrebbe ricusato di denunciare tutte le persone, che, come capo sezione, sarebbero state da lei dipendenti.

Nè è da omettere che oltre al sesso, e le qualità morali della impunitaria, è più che inverosimile che il Comitato avesse potuto conferire una attribuzione di molto rilievo a chi contava appena i 20 anni, come rilevasi dal primo costituto dell’8 marzo 1862, nel quale domandò essa l’impunità.

La qual circostanza della età dà pure a divedere quanto sia verosimile che essa possa essere minutamente informata dell’origine del partito Nazionale che, stando a quanto asserisce, sarebbe sorto per opera del marchese Migliorati, già ministro Sardo a Roma prima del 1858, vale a dire quando essa contava tutt’al più [p. 11 modifica]diciassette anni di età. Della quale origine e del progresso del partito Nazionale in Roma, la pretesa rivelante, non parla già come di cose a lei note per altrui detto, ma per fatto suo proprio, avendo assai conosciuto e trattato non solamente il marchese Migliorati, ma ciò che è più notevole, gli altri due personaggi che si dice essere successi al Migliorati nella direzione del Comitato, cioè un tal conte Baums, ed un tal conte Lucciani che, in Roma almeno, non hanno giammai esistito.

Che se pure in via di supposizione volesse ammettersi che la Diotallevi non solamente facesse parte dei partito Nazionale, ed anche, che in seguito di quelle ridicole ed affatto immaginarie formalità ed esperimenti che narra esserle stati fatti fare, fosse stata nominata capo-sezione; neppur questo basterebbe ad ispiegare come essa potesse essere al caso di sapere minutamente tante cose particolarissime, non pure relative a fatti, ma anche a persone. Per potersi capacitare che la signora Diotallevi potesse veramente saperne tanto e tante, non doveva il signor Collemassi contentarsi che essa si desse od accettasse da lui l’ufficio di capo-sezione; ma era moralmente necessario che si dicesse chi faceva parte integrale ed essenziale di quel centro politico che chiamasi Comitato Nazionale Romano. Questo centro con questa denominazione esiste in Roma sino dal 1853, epoca in cui in Roma, come nel resto d’Italia, il partito liberale nelle sue diverse frazioni e gradazioni, fatto accorto delle ubbie e degli sforzi infruttuosi predicati e promossi dal Mazzini, specialmente dopo il movimento avvenuto a Milano nel Febbraio di quell’anno, ripose ogni sua speranza nel Governo di quel Re prode e leale che mantenute intatte le libertà largite al Regno Sardo dalla S. M. del magnanimo Carlo Alberto, erasi palesemente posto a capo della Nazione, di cui in tempi difficilissimi aveva saputo e voluto tener alla e rispettata la bandiera. Dieci anni son dunque trascorsi dalla prima instituzione del Comitato e dalla prima instituzione del partito Nazionale; più volte, durante questo decennio, la polizia e la S. Consulta han creduto, od han voluto far credere, di aver posto le mani sopra questo Centro, e certo in questo decennio le [p. 12 modifica]carcerazioni ed i processi politici fatti dal Governo pontificio sommano a molte centinaia; pur tuttavia i fatti han costantemente provato che quel centro non era mai venuto meno; che il partito Nazionale ad onta dei processi, delle carceri e degli esilii non s’era mai neppure sgominato. Questo fatto incontrastabile diviene impossibile ed assurdo qualora fosse credibile che d’ogni cosa, anche delle più gelose a custodirsi in segreto, potesse esser fatto consapevole, non pure chi trovavasi in condizione subalterna nel partito Nazionale, ma perfino una femminetta di mala fama, ed avvezza per indole e per condizione a condurre la vita della zingara.


Note

  1. L’avv. Dionisi, parlando dei coniugi Diotallevi nel § 2 della difesa Fausti, così si esprime: «Mi è forza poi di non discendere a più precisi ragguagli sulla vita e costumi di tali soggetti famosissimi per ogni bruttura e per qualificato lenocinio, riserbandone sul proposito un più esteso e più aperto linguaggio all’orale patrocinio della causa.»