Le piacevoli notti/Notte XIII/Favola I

Favola I

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Notte XIII Notte XIII - Favola II
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FAVOLA I.


Maestro Gasparino medico con la sua virtù sanava i pazzi.


Grave è il carico che mi ha dato la Signora in raccontar favole, perciò che è più tosto ufficio di donna che di uomo: ma poscia che così è il desiderio suo e di questa orrevole e degna compagnia, sforcierommi, se non in tutto, almeno in qualche particella sodisfare all’intento vostro.

Trovavasi in Inghilterra un padre di famiglia molto ricco, e aveva uno solo figliuolo, nomato Gasparino. Lo mandò in studio a Padova, acciò che desse opera [p. 247 modifica]alle lettere. Ma egli, poco curandosi di lettere non che di sopravanzare gli altri studenti di dottrina, tutto il studio avea posto in giuocar alle carte e altri giuochi, praticando con certi suoi compagni dissoluti e dediti alle lascivie e mondani piaceri. Onde consumò il tempo indarno e i danari, che dovendo studiare in medicina e l’opere di Galeno, egli studiava la bocolica e le cartelle da giocare, e di darsi piacere in tutte quelle cose che gli dilettavano. E passati cinque anni, ritornò alla patria, e mostrò per isperienza aver imparato all’indietro perchè, volendo egli parer romano, era riputato da tutti barbaro e caldeo, ed era conosciuto da tutta la città e mostravasi a dito dagli uomini, di modo che di lui tutti favoleggiavano. Quanto dolore fusse al misero padre, lasciolo considerare a voi, perchè, conciosia cosa ch’egli più tosto avesse voluto perdere i danari e il pane che perder l’oglio per far il figliuolo valente, perse l’uno e l’altro. Per il che volendo il padre mitigare il suo grandissimo dolore, chiamò a sè il figliuolo; e aperto il scrigno de’ suoi danari e gioie, li consegnò la metà de’ suoi beni, la qual nel vero non meritava, dicendogli: — Togli, figliuol mio, la tua parte della paterna eredità, e vanne lontano da me, perchè voglio più tosto rimaner senza figliuoli, che viver teco con infamia. Più tosto che non s’è detto, il figliuolo, tolti e danari, volentieri, ubidendo al padre, si partì; ed essendosi molto allontanato da lui, pervenne all’ingresso d’una selva, dove scorreva un gran fiume. Ivi edificò egli un bel palazzo di marmo con maraviglioso artificio, con le porte di bronzo, facendogli andare il fiume a torno a torno: e fece alcune lagune con gli registri delle acque, quelle accrescendo e minuendo secondo che gli aggradiva. Onde ne fece alcune dove entravano l’acque tanto alte quanta è [p. 248 modifica]l’altezza d’un uomo: altre che avevan l’acque fino a gli occhi, altre fino alla gola, altre fino alle mammelle, altre fino all’ombelico, che fino alle coscie, che fino alle ginocchia. Ed a cadauna di queste lagune vi aveva fatto porre una catena di ferro. E sopra la porta di questo luogo vi fece fare il titolo che diceva: Luogo da sanare i pazzi. Ed essendo divulgata la fama di questo palazzo, per tutto si sapeva la condizione di quello. E per tanto convenivano i pazzi da ogni parte in gran numero per sanarsi; anzi, per parlar più drittamente, vi piovevano. Il maestro, secondo la pazzia loro, li poneva in quelle lagune; e alcuni di quelli curava con busse, altri con vigilie e astinenzie: e altri per la sottigliezza e temperanza dell’aere a poco a poco riduceva al pristino loro intelletto. Innanzi alla porta e nella spaziosissima corte vi erano alcuni pazzi e uomini da niente, i quali per la gran calidità del sole percossi, erano grandemente afflitti. Avenne che di li passò un cacciatore che portava il sparaviere in pugno, circondato da gran moltitudine de cani. Il quale subito che vide questi pazzi, maravigliandosi che così cavalcasse con uccelli e cani, gli addimandò uno di loro che uccello fosse quello ch’egli portava in pugno, e se forse era una trappola, over calapio da uccelli, e a che effetto lo nodriva egli. Risposegli subito il cacciatore: Questo è un uccello molto rapace, e chiamasi sparaviere; e questi sono cani che vanno cercando le quaglie, uccelli grassi e di buon sapore. Quest’uccello le prende, e io le mangio. All’ora il pazzo dissegli: Deh, dimmi, priegoti, per quanto prezzo hai tu comperato questi cani e sparaviere? Risposegli il cacciatore: Per dieci ducati comprai il cavallo, per otto lo sparaviere e per dodeci li cani: e in nodrirgli spendo ogni anno da venti ducati. — Deh dimmi, per tua fè, disse il [p. 249 modifica]pazzo, quante sono le quaglie che prendi all’anno, e quanto vagliono? Rispose il cacciatore: Io ne prendo più di dugento, e vagliono per lo meno ducati duo. Alzando all’ora la voce il pazzo, — ma certamente non pazzo in questa cosa, anzi dimostrava egli esser savio — : Fuggi, gridava, fuggi, pazzo che sei; chè tu spendi cinquanta ducati all’anno per guadagnarne duo, oltre che non hai detto il tempo che vi consumi. Fuggi, per Dio, fuggi; che se ’l maestro ti trova quivi, mi dubito che ti porrà in una laguna, dove senza dubbio sommerso e quasi morto rimarrai. Imperocchè io, che sono pazzo, giudico che sei più stolto di quelli che son stoltissimi.

Molto fu commendata la favola del signor ambasciatore; la qual non fu favola, ma la istessa verità, perciò che il cacciatore sopravanza di pazzia tutti e pazzi: quello, dico, che non avendo onde vivere, perde il tempo e li danari andando alla caccia. E acciò che il signor ambasciatore non fusse inferiore agli altri, in questa guisa il suo bel enimma propose.

Udito avete mai simil novella,
     Un animal trovarsi in Oriente,
Molto inonesto, e ama la donzella,
     E nel suo grembo posa dolcemente?
Non è leone, e pur Leon s’appella,
     E in le sue braccia di morir consente.
Egli è cornuto, e già d’amor sì pieno,
     Che piangendo disfanta ogni veleno.

L’onesto e leggiadro enimma del signor ambasciatore fu di non minor piacere, che fusse la favola da lui raccontata, perciò che porgeva alle damigelle un non so che di dolcezza; e quantunque tutte l’intendessino, non però volsero dimostrarlo, ma [p. 250 modifica]prudentissimamente aspettorono che egli lo dichiarasse. Il quale con allegro viso disse esser il leoncorno, il quale, ancor che sia animal inonesto e intemperato, nondimeno tanto la verginità gli piace, che, posto il capo in grembo della donzella, da’ cacciatori uccider si lascia. La Signora, che a lato sedeva dello ambasciatore, alla sua favola in cotal guisa diede principio.