Le opere di Galileo Galilei - Vol. V/Scritture in difesa del sistema Copernicano/Considerazioni circa l'opinione Copernicana

Considerazioni circa l'opinione Copernicana

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CONSIDERAZIONI


CIRCA L’OPINIONE COPERNICANA.







[p. 351 modifica]Per levare (per quanto da Dio benedetto mi vien conceduto) l’occasione di deviare dal rettissimo giudizio circa la determinazione sopra la pendente controversia, vedrò di rimuovere due concetti, che a me pare che alcuni proccurino d’imprimere in quelle persone alle quali aspetta il deliberare: i quali concetti, se io non erro, sono diversi dal vero.

Il primo è, che non ci ha veruna occasione di temere che non possa avvenire esito scandaloso; affermando essere talmente in filosofia dimostrata la stabilità della Terra e mobilità del Sole, che ce ne sia sicura ed indubitabile certezza; e che, all’incontro, la contraria posizione è così immenso paradosso e manifesta stoltizia, che in verun conto non è da dubitare che nè ora nè in altro tempo sia non solo per poter esser dimonstrata, ma che nè pure sia per trovar luogo nella mente di persona giudiziosa. L’altro concetto che tentano d’imprimere è: Se bene ella è stata usurpata dal Copernico o altri astronomi, questo è stato fatto ex suppositione ed in quanto ella può più agevolmente satisfare all’apparenze de’ movimenti celesti ed a i calcoli e computi astrologici, ma non già che i medesimi che l’hanno supposta, l’abbino creduta per vera de facto ed in natura; onde concludono, potersi sicuramente ve nire all’esecuzione del dannarla. Ma se io non prendo errore, questo discorso è fallace e diverso dalla verità, come dalle sequenti considerazioni posso far manifesto: le quali seranno solamente generali, e atte a poter esser comprese senza molto studio e fatica anco da chi non fusse profondamente versato nelle scienze naturali ed astronomiche; che quando l’occasione porgesse di dovere trattare questi [p. 352 modifica]punti con quelli che fussero molto essercitati in questi studii, o almeno avesser tempo di poterci far quella applicazione che richiederebbe la difficoltà della materia, altro non proporrei che la lettura dell’ istesso libro del Copernico, dalla quale e dalla forza delle sue dimostrazioni apertamente si scorgerebbe quanto sien veri o falsi i due concetti de i quali parliamo.

Che, dunque, ella non sia da esser disprezzata come ridicolosa, apertamente ce lo dimonstra la qualità de gli uomini, non meno antichi che moderni, i quali l’hanno tenuta e tengono; ne potrà alcuno stimarla ridicolosa, se egli non ha per ridicoli e stolti prima Pitagora con tutta la sua setta, Filolao maestro di Platone, e Platone istesso, come testifica Aristotele ne’ libri del Cielo, Eraclide Pontico ed Eifanto, Aristarco Samio, Niceta, Seleuco matematico: e l’istesso Seneca non pure non la deride, ma si burla di chi l’avesse per ridicola, scrivendo nel libro De cometis così: Ilio quoque pertinellt hoc excussisse ut sciamus utrum mundus terra stante circiimeat, an mundo stante terra vertatur: fuerunt enim qui dicerent, nos esse quos rerum natura nescientes ferat, nec coeli motu fieri ortus et occasus, sed ipsos oriri et Decidere. Digna res est consideratione, ut sciamus in quo rerum statu simus, pigerrimam sortiti an velocissimam sedem, circa nos Deus omnia an nos agat. Quanto a i moderni, Niccolò Copernico in prima l’ha suscitata ed ampiamente in tutto il suo libro confermata, e successivamente altri: tra’ quali aviamo Guglielmo Gilberto, medico e filosofo eminente, che diffusamente ne tratta e la conferma nell’ultimo libro De magnete; Giovanni Cheplero, filosofo e matematico illustre vivente, al servizio del passato e del presente Imperatore, segue l’istessa opinione; Davide Origano, nel principio delle sue Effemeridi, comproba la mobilità della Terra con lunghissimo discorso; nè ci mancano altri autori che ne hanno publicate le loro ragioni. Ma più, de’ seguaci di tale dottrina, ben che non ne abbino mandato scritture in publico, so ne potrei nominare moltissimi viventi in Eoma, Firenze, Venezia, Padova, Napoli, Pisa, Parma ed altri luoghi. Non è dunque tal dottrina ridicola, essendo stata di uomini grandissimi; e se bene il numero è poco in comparazione de i seguaci della commune posizione, ciò argumenta più presto la sua difficoltà ad esser capita, che la sua vanità.

In oltre, che ella sia fondata sopra potentissime ed efficacissime
4. Copernico, della quale
[p. 353 modifica]ragioni si può argumentare dall’essere tutti i suoi seguaci stati prima di opinione contraria; anzi che essi ancora per lungo tempo se ne risero e la reputorono stoltizia: di che ed io ed il Copernico, e tutti gli altri che vivono, possiamo render testimonianza. Ora chi crederà che una opinione reputata per vana, anzi stolta, che non abbia appena uno per migliaio tra i filosofi che la seguitino, anzi reprobata dal Principe della filosofia corrente, possa esser persuasa da altro che da saldissime dimostrazioni, evidentissime esperienze e sottilissime osservazioni? Certo nissuno si lascierà rimuovere da una opinione imbevuta col latte e con le prime discipline, plausibile quasi da tutto il mondo, appoggiata su l’autorità di gravissimi scrittori, se le ragioni in contrario non saranno più che efficaci1. E se noi attentamente discorreremo, troveremo che più ha da valere l’autorità di un solo che segua l’opinione Copernicana, che cent’altri che tenghino la contraria, poi che quelli che hanno a esser persuasi della verità del sistema Copernicano, sono tutti da principio contrariissimi; onde io così discorro: Questi che hanno da esser persuasi, o sono capaci delle ragioni del Copernico e d’altri suoi seguaci, o no; ed in oltre, esse ragioni o sono vere e dimostrative, o fallaci: se quelli che si hanno a persuadere, saranno incapaci delle demonstrazioni, non resteranno persuasi mai nè dalle vere ragioni nè dalle false; quelli che fussero capaci della forza delle dimostrazioni, non resteranno parimente persuasi già mai, quando esse dimostrazioni fusser fallaci...2 non resteranno persuasi nè gli intendenti nè i non intendenti: adunque, non potendo nissuno assolutamente esser rimosso dal primo concetto da ragioni che sieno fallaci, ne seguita per necessaria illazione, che se alcuno resterà persuaso del contrario di quello che egli prima credeva, le ragioni sieno persuadenti e vere: ma già de facto si trovano [p. 354 modifica]molti persuasi dalle ragioni Copernicane e di altri: adunque ed esse ragioni sono efficaci, e l’opinione non merita il nome di ridicola, ma di degna d’essere attentissimamente considerata e ponderata.

In oltre, quanto sia vano l’argumentar l’applausibilità di questa o di quella opinione dalla semplice moltitudine de i seguaci, si può da questo agevolmente raccòrre: poi che non è alcuno che sèguiti questa opinione, che prima non fusse della contraria; ma, all’incontro, non si troverà pure un solo, che avendo tenuta questa opinione, trapassi all’altra per qualunque discorso egli ne ascolti; onde probabilmente si può stimare, anco da chi non sentisse le ragioni nè di questa io ne di quella parte, che le dimostrazioni per la mobilità della Terra sieno molto più gagliarde di quelle dell’altra parte. Ma più dirò, che quando per scrutinio si avesse a vincere la probabilità delle due posizioni, io non solamente mi contenterei di chiamarmi vinto quando la parte avversa avesse tra cento un voto più di me; ma mi contenterei che ogni voto particolar dell’avversario valesse per dieci de’ miei, tutta volta che il partito fusse fatto da persone che perfettamente avessero ascoltate ed intimamente penetrate e sottilmente esaminate tutte le ragioni e fondamenti delle parti; e tali è ben ragionevole che sieno quelli che hanno a render i voti. Non è dunque ridicola e sprezzabile questa opinione, ma bene mal sicura è quella di chi volesse far gran capitale dell’universale opinione della moltitudine di quelli che accuratamente non hanno studiato questi autori. Che dunque si deve dire, o qual conto si deve far, de gii strepiti e vani cicalamenti di taluno che nè pure ha veduto i primi e più semplici principii di queste dottrine, nè per avventura è idoneo a poterle intendere in alcun tempo mai?

Quelli che persistono in voler affermare che il Copernico abbia solamente come astronomo presa ex hypothesi la mobilità della Terra e stabilità del Sole, in quanto ella meglio satisfaccia al salvare delle;o apparenze celesti ed al calculo de’ movimenti de i pianeti, ma non già che per vera ei la credesse realmente ed in natura, mostrano (e sia detto con pace loro) d’aver troppo creduto alla relazione di chi forse parla più per proprio arbitrio, che per pratica che egli abbia nel libro del Copernico o nell’intender la natura di questo negozio; circa il quale per tale cagione non del tutto aggiustatamente discorrono.
5. opinione della semplice
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E prima (stando pur solamente sopra le conietture generali), veggasi la prefazione di quello a Paulo terzo, Sommo Pontefice, al quale egli dedica l’opera; e troverassi, prima, come per satisfare alla parte che questi dicono dell’astronomo, egli aveva fatta e compita l’opera secondo l’ipotesi della commune filosofia e conforme all’istesso Tolommeo, sì che niente ci era da desiderare; ma poi, spoliatosi l’abito di puro astronomo e vestitosi quello di contemplatore della natura, si pose a esaminare se questa già introdotta supposizione da gli astronomi, e che quanto a i calcoli ed apparenze di moti a pianeta per pianeta competentemente satisfaceva, potesse anco re vera sussistere nel mondo e nella natura; e trovando che in maniera alcuna non poteva essere una tale ordinazione di parti, delle quali, ben che in se stessa ciascuna fosse assai proporzionata, nel congiugnerle poi insieme si veniva a formare una mostruosissima chimera, si pose, come dico, a contemplare qual potesse realmente essere in natura il mondano sistema, non più per il solo commodo del puro astronomo, a i calcoli del quale già aveva satisfatto, ma per venir in cognizione di sì nobile problema naturale, sicuro oltre a ciò, che se alle semplici apparenze si era potuto satisfare con ipotesi non vere, molto meglio ciò si averebbe dalla vera e natural constituzion mondana. E trovandosi ricchissimo di osservazioni vere e reali in natura, fatte ne i corsi delle stelle, senza la qual cognizione è del tutto impossibile conseguire una tal notizia, s’applicò con indefessi studii al ritrovamento di tale constituzione: e prima, invitato dall’autorità di tanti antichi uomini grandissimi, si diede alla contemplazione della mobilità della Terra e stabilità del Sole; senza il quale invito ed autorità, per sè stesso o non gli sarebbe venuto in mente tal concetto, o l’averebbe avuto, come egli confessa d’averlo avuto nel primo apparire, per acroama e paradosso grandissimo; ma poi con lunghe e sensate osservazioni, con incontri concordanti e fermissime dimostrazioni, lo scoperse talmente consonante alla mondana armonia, che interamente s’accertò della sua verità. Non è, dunque, introdotta questa posizione per satisfare al puro astronomo, ma per satisfare alla necessità della natura.

Di più, conobbe e scrisse nell’istesso luogo il Copernico, che il publicare al mondo questa opinione l’averebbe fatto reputar pazzo dall’infinità de insegnaci della corrente filosofia, e più dall’università de gli [p. 356 modifica]uomini vulgari: nulladimeno, forzato da i comandamenti del Cardinal Capuano e dal Vescovo Culmense, egli la publicò. Ora, qual pazzia sarebbe stata la sua, se egli, reputando tale opinione per falsa in natura, l’avesse publicata per creduta vera da sè, con certezza di averne a esser reputato stolto appresso tutto il mondo? e perchè non si sarebbe egli dichiarato d’usurparla solo come astronomo, ma di negarla come filosofo, sfuggendo con questo protesto, con laude del suo gran giudizio, la nota universale di stoltizia?

In oltre, il Copernico apporta assai minutamente i fondamenti e le ragioni per le quali gli antichi han creduto la Terra esser immobile, e poi, esaminando il valore di ciascheduna partitamente, le dimostra inefficaci; ora chi vidde mai autore alcuno sensato porsi a confutar le dimostrazioni confermanti una proposizione stimata da sè vera e reale? e qual giudizio sarebbe stato il suo, di reprobare e dannare una conclusione, mentre che effettivamente egli avesse voluto che il lettore credesse che ei la reputasse vera? Simili incongruenze non si possono attribuire a un tanto uomo.

Di più, notisi attentamente che trattandosi della mobilità o quiete della Terra o del Sole, siamo in un dilemma di proposizioni contradittorie, delle quali per necessità una è vera, nè si può in modo alcuno ricorrer a dire che forse non sta nè in questo nè in quel modo: ora se la stabilità della Terra e mobilità del Sole è de facto vera in natura, e assurda la contraria posizion, come si potrà ragionevolmente dire, che meglio si accordi all’apparenze manifeste visibili e sensate, nei movimenti e constituzioni delle stelle, la posizione falsa che la vera? chi è quello che non sappia, concordantissima essere l’armonia di tutti i veri in natura, ed asprissimamente dissonare le false posizioni da gli effetti veri? Concorderà, dunque, in ogni spezie di consonanza la mobilità della Terra e stabilità del Sole con la disposizione di tutti gli altri corpi mondani e con tutte le apparenze, che sono mille, che noi ed i nostri antecessori hanno minutissimamente osservate, e sarà tal posizione falsa; e la stabilità della Terra e mobilità del Sole, stimata vera, in modo alcuno non potrà con le altre verità concordarsi? Se si potesse dire, non esser vera nè questa nè quella posizione, potrebbe esser che l'una si accomodasse meglio che l'altra al render ragione dell’apparenze: ma che delle medesime
2. Calmense
[p. 357 modifica]posizioni, delle quali una necessariamente è falsa e l’altra vera, si abbia da affermare che la falsa meglio risponda a gli effetti in natura, veramente passa la mia imaginazione. Aggiungo e replico: Se ’l Copernico confessa d’aver pienamente satisfatto a gli astronomi con la commune e ricevuta per vera ipotesi, come si ha da dire che egli volesse o potesse con una falsa e stolta satisfare di nuovo a’ medesimi astronomi?

Ma passo a considerare internamente la natura del negozio, e a mostrare con quanta attenzione si deva discorrere circa di esso.

Due sorte di supposizioni hanno sin qui fatto gli astronomi: alcune sono prime e riguardanti all’assoluta verità in natura; altre sono seconde, le quali sono state imaginate per render ragione dell’apparenze ne i movimenti delle stelle, le quali apparenze mostrano in certo modo non concordare con le prime e vere supposizioni. Come, per essempio, Tolomeo, prima che applicarsi al satisfare all’apparenze, suppone, non come puro astronomo, ma come purissimo filosofo, anzi dalli stessi filosofi piglia, che i movimenti celesti sieno tutti circolari e regolari, cioè equabili; che il cielo sia di figura sferica; che la Terra sia nel centro della sfera celeste, sia essa ancora sferica ed immobile, etc.: voltandosi poi all’inegualità che noi scorgiamo ne i movimenti e nelle lontananze de i pianeti, le quali pare che repugnino alle prime e stabilite supposizioni naturali, passa ad un’altra sorte di supposizioni, che ha per mira di ritrovar le ragioni, come, senza mutar le prime, possa esser l’evidente e sensata inequalità ne i movimenti delle stelle e nel loro appressamento e discostamento dalla Terra; per il che fare introduce alcuni movimenti pur circolari, ma sopra ad altri centri che quello della Terra, descrivendo cerchi eccentrici ed epicicli: e questa seconda supposizione è quella della quale alcuno potrebbe dire che l’astronomo suppone per satisfare a i suoi computi, senza obligarsi a sostenere che ella sia re vera in natura.

Veggiamo adesso tra quali spezie di ipotesi riponga il Copernico la mobilità della Terra e stabilità del Sole: che non ha dubbio alcuno che, se noi ben considereremo, egli la ripone tra le posizioni prime e necessarie in natura; poi che, per quanto apparisce, agli astronomi egli aveva dato, come già ho detto, satisfazione per l’altra strada, e solo si applica poi a questa per satisfare al problema massimo
10. Due sorte di opposizioni hanno — 18. cioè aequabile; che
[p. 358 modifica]naturale. Anzi tanto è falso che egli prenda questa supposizione per satisfare alla parte de’ calcoli astronomici, che egli medesimo, quando viene a cotali calcoli, lascia questa posizione e ritorna alla vecchia, come più accommodata e facile ad essere appresa e come destrissima ancora per gli stessi computi; avvenga che, essendo per sua natura tanto il suppor l’una posizione quanto l’altra, cioè il far andar intorno la Terra o i cieli, accommodata per i calcoli particolari, nulladimeno l’aver già tanti geometri ed astronomi in tanti e tanti libri dimonstrati gli accidenti delle ascensioni rette ed oblique delle parti del zodiaco in rispetto all’equinozziale, le declinazioni delle parti dell’ecclittica, le diversità degli angoli di essa con gli orizonti obliqui e col meridiano, e mille altri particolari accidenti necessarii ad integrare la scienza astronomica, fa che l’istesso Copernico, quando viene a considerare detti accidenti de i primi moti, gli considera al modo antico, come fatti ne i cerchi figurati in cielo e mossi intorno alla Terra stabile, ben che la fermeza e stabilità sia nel cielo altissimo, detto il primo mobile, e la mobilità nella Terra: e però nel proemio del 2° libro conclude: Nemo vero miretur si adhuc ortum et occasum Solis et stellarum atqne his similia simpliciter nominaverinius, sed noverit nos consueto sermone loqui, qui possit recipi ab omnibus: semper tamen in mente tenemus quod

               Qui Terra vehnmur, nobis Sol Lunaque transit,
               Stellarumque vices redeunt, iterumque recedunt.

Non si revochi dunque in dubbio in modo alcuno, che il Copernico non per altra ragione nè in altra maniera prende la mobilità della Terra e stabilità del Sole, che per stabilire, in grazia del filosofo naturale, questa ipotesi della prima spezie, e, per l’opposito, quando egli viene alla parte de i computi astronomici, ritorna a prender l’ipotesi vecchia, che immagina i cerchi de i primi movimenti con i loro accidenti essere nel cielo altissimo intorno alla Terra stabile, come più facile ad esser appresa da ciascheduno per l’inveterata consuetudine. Ma che dico io? tanta è la forza del vero e l’infermità del falso, che quegli che in simil modo discorrono, per lor medesimi si scuoprono non in tutto intelligenti e versati in queste materie, tuttavolta che si sono lasciati persuadere che la seconda spezie di ipotesi sia reputata chimerica e favolosa da Tolomeo e da gli altri astronomi [p. 359 modifica]gravi, e che essi veramente la stimino falsa in natura e solamente introdotta in grazia de’ computi astronomici. Della quale vanissima opinione non addurranno altro fondamento che un luogo di Tolomeo, il quale, non avendo potuto osservare nel Sole più che una semplice anomalia, scrisse che per render ragione di quella si poteva prender tanto l’ipotesi del semplice eccentrico quanto dell’epiciclo nel concentrico, e soggiunse volersi attenere alla prima come più semplice della seconda; su le quali parole assai debolmente argomentano alcuni, aver Tolomeo reputata non necessaria, anzi totalmente fittizia, questa e quella posizione, poi che afferma, tanto potersi accomodar l’una quanto l’altra, mentre che una sola, e non più, si può attribuire alla teorica del Sole. Ma qual leggerezza è questa? e chi sarà quello che, supponendo per vere le prime supposizioni, che i movimenti de’ pianeti sieno circolari e regolari, ed ammettendo (come il senso stesso per necessità ci sforza) che tutti i pianeti, scorrendo il zodiaco, or sien tardi ed or sien veloci, anzi che la maggior parte non pur tardi, ma stazionarii e retrogradi, si demonstrino, e che ora grandissimi e vicinissimi alla Terra, ed ora piccolissimi e lontanissimi, gli scorgiamo, chi sarà, dico, della professione che, intendendo queste prime apprensioni, possa poi negare ritrovarsi realmente in natura gli eccentrici e gli epicicli? Questo che ne gli uomini non professori di queste scienze è molto scusabile, ne gli altri che le professassero darebbe indizio di non ben capire nè anco il significato de’ termini eccentrico ed epiciclo: e con altrettanta ragione uno che confessasse, di questi tre caratteri il primo esser D, il secondo I, il terzo O potrebbe poi in conclusione negare, dal computo di essi resultarne DIO ed affermare che descrivine OMBRA. Ma quando le ragioni discursive non bastassero a far capire la necessità di dover realissimamente porre gli eccentrici ed epicicli in natura, deverà almeno persuaderglielo il senso stesso, mentre si veggono i quattro pianeti Medicei descrivere quattro piccoli cerchi intorno a Giove, remotissimi dal circondar la Terra, cioè quattro epicicli; deverà dar Venere, ora piena di lume ed ora sottilissimamente falcata, necessario argomento della sua conversione intorno al Sole, e non intorno alla Terra, ed in consequenza che il suo corso è in uno epiciclo; e l’istesso si argumenterà di Mercurio. Oltre a ciò, dell’essere i tre pianeti superiori [p. 360 modifica]vicinissimi alla Terra quando sono all’opposizione del Sole, e remotissimi circa le congiunzioni, intanto che Marte nella maggior vicinanza ci si mostra al senso cinquanta e più volte maggiore che nella massima lontananza (onde alcuno ha talora temuto che ei si fosse smarrito e svanito, restando veramente, per la sua somma lontananza, invisibile), che altro si potrà concludere, se non la loro conversione essere in cerchi eccentrici, o vero in epicicli, o nell’aggregato di questi e di quelli, se si considera la seconda anomalia? Negar, dunque, gli eccentrici e gli epicicli a i moti de’ pianeti è come negar la luce al Sole, o vero è un contrariar a sè medesimo. Ed applicando quanto dico io più positivamente al nostro proposito, mentre altri dice, introdurre gli astronomi moderni il moto della Terra e stabilità del Sole ex suppositione per salvar le apparenze e per servir a i calcoli, sì come si ammettono gli eccentrici e gli epicicli per il medesimo rispetto, stimandogli però gli stessi astronomi chimerici e repugnanti in natura, dico che volentieri ammetterò tutto questo discorso, pur che loro ancora si contentino di stare alle loro medesime concessioni, sì che la mobilità della Terra e stabilità del Sole sia altrettanto falsa o vera in natura quanto gli epicicli e gli eccentrici. Faccino, dunque, costoro ogni loro sforzo per rimover la vera e reale essistenza di tali cerchi, che quando succeda loro il rimovergli dimostrativamente dalla natura, io subito m’arrendo, e gli concedo per gran assurdo la mobilità della Terra: ma se, all’incontro, saranno necessitati ad ammettergli, confessino altresì la mobilità della Terra, e confessino sè essere dalle proprie contradizioni convinti.

Molte altre cose potrei addurre in questo medesimo proposito; ma perchè io stimo che chi da quanto ho detto non resta persuaso, non resterebbe nè anco da molte più ragioni, voglio che bastino queste, e solamente soggiungerò qual possa essere stato il motivo, sopra il quale alcuni fondatisi, possine con qualche ombra di verisimile avere avuta opinione che l’istesso Copernico non abbia veramente creduta la sua ipotesi.

Leggesi nel rovescio della carta dell’intitolazione del libro del Copernico certa prefazione al lettore, la quale non è dell’autore, poi che parla di esso per terza persona, ed è senza nomo; dove apertamente si legge, che non si creda in modo alcuno che il Copernico stimasse per vera la sua posizione, ma solo che la fingesse [p. 361 modifica]ed introducesse per i calcoli de’ movimenti celesti, e finisce il suo di- scorso concludendo che il tenerla per vera e reale sarebbe stoltizia: conclusione tanto resoluta, che chi non legge più oltre, e la reputa per posta almeno di consenso dell’autore, merita qualche scusa dell’error suo. Ma qual conto si deva fare del parere di chi volesse sentenziare un libro non leggendo di quello altro che una breve prefazione dello stampatore e libraio, lascio che ciascheduno da per sè lo giudichi: e dico, tal prefezione non poter essere d’altri che del libraio per facilitare la vendita al libro, che dall’universale sarebbe stato reputato per una fantastica chimera quando non se gli fosse aggiunto un simil temperamento, poi che il compratore suole il più delle volte dar una lettura a tali prefazioni prima che comprar l’opre. E che questa prefazione non solamente non sia dell’autore, ma che ella vi sia posta senza sua saputa, non che senza suo consenso, lo manifestano gli errori ne’ puri termini che vi son dentro, li quali l’autore non avrebbe mai ammessi.

Scrive questo prefatore, non doversi aver per verisimile, se non da chi fosse del tutto ignorante di geometria e di optica, che Venere abbia un sì grande epiciclo, che per esso possa or precedere ed or posporsi al Sole per 40 gradi o più, poi che bisognerebbe che quando ella è altissima, il suo diametro si mostrasse appena la quarta parte di quello che si mostra quando è bassissima, e che il suo corpo si vedesse in questo sito 16 volte maggior che in quello; alle quali cose, dice egli, repugnano l’esperienze di tutti i secoli. Ne i quali detti, prima, si vede che egli non sa che Venere si al- lontana di qua e di là del Sole poco meno di 48 gradi, e non 40, come dice lui. Inoltre, afferma che il suo diametro dovrebbe apparire 4 volte, ed il suo corpo 16, maggiore in questa positura che in quella: dove, prima, per difetto di geometria, egli non intende che quando un globo abbia il diametro maggior di un altro quattro volte, il corpo poi è 64 volte maggiore, e non 16, come egli afferma; tal che se egli aveva per assurdo un tale epiciclo e voleva perciò dichiararlo per impossibile in natura, se avesse inteso questa materia, poteva far l’assurdo molto maggiore, poi che conforme alla posizione che egli vuol reprovare e che è messa da gli astronomi. Venere digredisce dal Sole quasi 48 gradi, e la sua distanza quando è
2. il tenerlo per — 24. l’esperienze de tutti secoli
[p. 362 modifica]lontanissima dalla Terra convien che sia maggiore più di 6 volte che quando è vicinissima, ed in consequenza il suo diametro visuale maggiore in questa posizione che in quella più di 6 volte, e non 4, ed il corpo più di 216 volte maggiore, e non 16 solamente: errori tanto sconci, che non è da credere che fossero commessi da Copernico, nè da altri che da persone imperitissime. In oltre, a che produrre per assurdo grande una tal vastezza di epiciclo acciò che per tale assurdo si abbia a stimar che il Copernico non abbia reputate, nè altri deva reputare, per vere le sue posizioni? egli doveva pur ricordarsi che, opponendo il Copernico nel cap. del libro primo, parlandò ad hominem, a gli altri astronomi per grande essorbitanza il dare a Venere un epiciclo così grande che eccedesse tutto il concavo della Luna più di 200 volte e che in sè contenesse niente, tal assurdo vien poi tolto da lui mentre dimostra manifestamente, dentro al- l’orbe di Venere contenersi l’orbe di Mercurio ed il corpo stesso del Sole, posto nel centro di quello. Qual leggerezza, dunque, è questa, di voler convincere una posizione per erronea e falsa in vigor d’un inconveniente il quale quell’istessa posizione non solo non introduce in natura, ma intieramente lo leva? sì come leva ancora i vastissimi epicicli che gli altri astronomi per necessità ponevano nell’altro sistema. E questo solo è quanto tocca il prefatore del Copernico: onde si può argumentare, che se altro avesse posto attenente alla professione, altri errori avrebbe commessi.

Ma finalmente, per levar ogn’ombra di dubitare, quando il non apparire al senso così gran diversità nelle grandezze apparenti del corpo di Venere avesse a revocare in dubbio la sua circolar conversione intorno al Sole, conforme al sistema Copernicano, facciasi diligente osservazione con stromento idoneo, cioè con un perfetto telescopio, e troverassi puntualmente rispondere il tutto in effetto ed in esperienza; cioè si vedrà Venere, quando è vicinissima alla Terra, falcata, e di diametro ben 6 volte maggiore che quando è nella sua massima lontananza, cioè sopra ’l Sole, dove si scorge rotonda e piccolissima: e come dal non discerner tal diversità con la semplice vista, per le ragioni da me addotte altrove, parerà che si potesse ragionevolmente negar tal posizione, così ora dal vederne essattissimo rincontro in questa ed in ogn’altra particolarità, rimovasi ogni dubbio, e si reputi per vera e reale. Ed in quanto appartiene al restante di questo ammirando [p. 363 modifica]sistema, chiunque desidera di aver accertarsi della opinione del stesso Copernico, legga non una vana scrittura dello stampatore, ma tutta l’opera dell’autore stesso; che senza dubbio toccherà con mano che il Copernico ha tenuta per verissima la stabilità del Sole e la mobilità della Terra.



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La mobilità della Terra e stabilità del Sole non può mai esser contro alla Fede o alle Scritture Sacre, quando ella fosse veracemente, con esperienze sensate, con osservazioni esquisite e con demonstrazioni necessarie, provata esser vera in natura da filosofi, astronomi e matematici; ma in tal caso, se alcuni luoghi della Scrittura paressero sonare in contrario, doviamo dire ciò accadere per infirmità del nostro intelletto, il quale non abbia potuto penetrare il vero sentimento di essa Scrittura in questo particolare: e questa è dottrina comune e rettissima, non potendo un vero contrariare a un altro vero. Però chi vorrà giuridicamente dannarla, bisogna prima che la dimostri falsa in natura, redarguendo le ragioni in contrario.

Ora, si cerca, per assicurarsi della sua falsità, da qual capo si deva cominciare: cioè se dalle autorità della Scrittura, o pure dalla confutazione delle dimostrazioni ed esperienze de’ filosofi ed astronomi. Rispondo, doversi cominciare dal luogo più sicuro e lontano dall’apportare scandalo; e questo è il cominciare dalle ragioni naturali e matematiche. Imperò che, se le ragioni provanti la mobilità della Terra si troveranno esser fallaci, e le contrarie dimonstrative, già saremo fatti certi della falsità di tal proposizione e della verità della contraria, con la quale diciamo ora che consuona il senso delle Scritture; sì che liberamente e senza pericolo si potrà dannare la proposizion falsa: ma se quelle ragioni si troveranno esser vere e necessarie, non però sarà apportato pregiudizio alcuno alle autorità della Scrittura; ma ben resteremo noi fatti cauti, come per nostra ignoranza non avevamo penetrato i veri sensi delle Scritture, i quali allora potremo conseguire, aiutati dalla nuovamente conosciuta verità naturale: tal che il cominciar dalle ragioni è in ogni maniera sicuro. Ma, all’incontro, quando fermati solamente sopra quello che a noi paresse il vero e certissimo senso delle Scritture, si passasse a dannar una tal proposizione senza esaminar la forza delle dimostrazioni, quale scandalo seguirebbe quando le sensate esperienze e ragioni mostrassero il contrario? E chi arebbe messo confusione in
27. il cominciar delle ragioni
[p. 365 modifica]Santa Chiesa? quelli che proponevano una somma considerazione sopra le dimostrazioni, o pur quelli che le avessero disprezzate? Veggasi dunque, quale è la strada più sicura.

Inoltre, mentre noi concediamo che una proposizione naturale, che sia con dimostrazioni naturali e matematiche dimostrata esser vera, non può mai contrariare alle Scritture, ma che in tal caso la debolezza del nostro intelletto era quella che non aveva penetrato i veri sentimenti di esse Scritture, chi volesse poi per confutare e dimostrar falsa la medesima proposizione servirsi dell’autorità de i medesimi luoghi di Scritture, commetterebbe quell’errore che si chiama petitio principii; perchè, essendo, in vigor delle demostrazioni, già reso dubbio qual sia il vero senso delle Scritture, non possiamo più prenderlo per chiaro e sicuro per confutar la medesima proposizione, ma bisogna snervare le dimostrazioni e trovar la sua fallacia con altre ragioni, esperienze e più certe osservazioni; e quando in tal modo si sarà trovata la verità de facto ed in natura, allora, e non prima, potremo esser assicurati del vero senso delle Scritture, e sicuramente ce ne potremo servire. La via, dunque, sicura è il cominciar dalle dimostrazioni, confermando le vere e confutando le fallaci.

Se la Terra si muove de facto, noi non possiamo mutar la natura e far che ella non si muova; ma ben possiamo facilmente levar la repugnanza della Scrittura con la sola confessione di non aver penetrato il suo vero senso. Adunque la via della sicurezza di non errare è di cominciar dall’inquisizioni astronomiche e naturali, e non dalle scritturali.

Sento dirmi che tutti i Padri nell’esporre i luoghi della Scrittura attenenti a questo punto convengono nell’interpretargli secondo il senso semplicissimo e conforme al puro significato delle parole, e che però non conviene dargli altro sentimento nè alterare la comune esposizione, perchè sarebbe un accusare i Padri di inavvertenza o negligenza. Rispondo ammettendo sì ragionevole e conveniente riguardo, ma soggiungo che prontissima aviamo la scusa per i Padri: ed è che quelli non esposero mai le Scritture diversamente dal suono delle parole in questa materia, perchè l’opinione della mobilità della Terra era a i tempi loro totalmente sepolta, nè pure se ne discorreva, non che si scrivesse o sostenesse; però nissuna nota di negligenza cade sopra i Padri, se non fecero reflessione sopra quello che del tutto era occulto. E che loro non ci facessero reflessione, è [p. 366 modifica]manifesto dal non si trovare ne’ loro scritti pur una parola di tale opinione: anzi se alcuno dicesse che loro la considerassero, questo renderebbe molto più pericoloso il volerla dannare, poi che essi la considerarono, e non solo non la dannarono, ma non vi poser sopra dubbio veruno.

La difesa, dunque, de i Padri è facilissima e pronta. Ma, per l’opposito, sarebbe ben difficilissimo o impossibile lo scusare e liberar da simil nota d’inavvertenza i Sommi Pontefici, i Concilii ed i riformatori di indici, li quali per 80 anni continui avessero lasciato correre un’opinione ed un libro il quale, sendo prima stato scritto a i comandamenti di un Sommo Pontefice, e poi stampato per ordine di un Cardinale e d’un Vescovo, e dedicato a un altro Pontefice, e, di più, singolare in quella dottrina, onde non si può dire che ei sia potuto restar occulto, ei fosse ammesso da Santa Chiesa, mentre la sua dottrina fosse erronea e dannanda. Se, dunque, la considerazione del non convenirsi tassare i nostri maggiori di negligenza deve, sì come conviene, militare ed esser tenuta in gran conto, avvertasi che nel volere sfuggire un assurdo, non si incorra in un maggiore.

Ma quando pur paresse ad alcuno inconveniente il lasciar la comune esposizione de i Padri, anco in proposizioni naturali, ben che non discusse da quelli, nè pur cadutogli in considerazione la proposizione contraria, io domando quello che si dovria fare quando le demostrazioni necessarie concludessero il fatto in natura per l’opposito. Quale de i due decreti sarebbe da alterarsi? quello che ci determina, nissuna proposizione poter esser vera ed erronea, o l’altro che obliga a reputare come de Fide le proposizioni naturali insignite della concorde interpretazione de i Padri? A me, s’io non m’inganno, pare che più sicuro sarebbe il modificare questo secondo decreto, che il voler costringere a tener per de Fide una proposizione naturale la quale per concludenti ragioni fusse dimonstrata falsa in fatto ed in so natura; e parmi che dir si potrebbe che la concorde esposizione de i Padri deva esser di assoluta autorità nelle proposizioni da loro ventilate e delle quali non si avesse, e fusse certo che non se ne potesse aver già mai, dimostrazioni in contrario. Lascio stare che pare assai chiaro che il Concilio obliga solamente a convenire con la comune esposizione de i Padri in rebus Fidei et morum etc.
16. convenirsi tassasse i
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1°. Il Copernico pone gli eccentrici e gli epicicli; nè questi sono stati cagione di rifiutare il sistema Tolemaico (essendo loro indubitatamente in cielo), ma altre essorbitanze.

2°. Quanto a i filosofi, se saranno veri filosofi, cioè amatori del vero, non deveranno irritarsi, ma, conoscendo di aver mal creduto, dovranno ringraziar chi gli mostra la verità; e se la loro opinione rimarrà in piede, aranno causa di gloriarsi, e non di sdegnarsi. I teologi non si dovranno irritare: perchè, trovandosi tal opinione falsa, potranno liberamente proibirla; e scoprendosi vera, dovranno rallegrarsi che altri gli abbia aperta la strada di trovare veri sensi dalle Scritture, e raffrenati dall’incorrer in un grave scandalo, di dannare una proposizione vera.

Quanto al render false le Scritture, ciò non è nè sarà mai nell’intenzione delli astronomi cattolici, quali siamo noi; anzi nostra opinione è che le Scritture benissimo concordino con le verità naturali dimonstrate. Guardinsi pure alcuni teologi non astronomi dal render false le Scritture con volerle interpretar contro proposizioni che possono esser vere e dimonstrate in [natura].

3°. Potrebbe essere che noi avessimo delle difficultà in espor le Scritture etc.: ma ciò per nostra ignoranza, ma non già perchè realmente vi sia, possa essere, difficultà insuperabile in concordarle con le verità dimostrate.

[4°]. Il Concilio parla de rebus Fidei et morum etc.': il dir poi che tal proposizione è de Fide ratione dicentis, se bene non ratione obiecti, e che però sia delle comprese dal Concilio, si risponde che tutto quello che è nella Scrittura è de Fide ratione dicentis, onde per tal rispetto dovrebbe essere compreso dalla regola del Concilio, il che chiaramente non è stato fatto, perchè avrebbe detto in omni verbo Scripturarum sequenda est expositio Patrum etc., e non in rebus Fidei et morum; avendo detto dunque in rebus Fidei, si vede che la sua intenzione è stata d’intender in rebus Fidei ratione obiecti. Che poi
14. Prima era scritto astrologi cattolici; poi astrologi fu corretto, non è chiaro se dalla stessa mano, in astronomi. — 22. la verità dimostrate — 30. avendo dato dunque
[p. 368 modifica]molto più sia de Fide il tener che Abramo avesse figli, e che Tubbia avesse un cane, perchè la Scrittura lo dice, che non è il tener che la Terra si muova, ben che questo ancora si legga nella medesima Scrittura, e che il negar quello sia eresia, ma non il negar questo, parmi che dependa da tal ragione: perchè, essendo al mondo stati sempre uomini che hanno avuto 2, 4, 6 figli etc, ed anco nissuno, e parimente chi abbia de’ cani e chi no, onde sia egualmente credibile che alcuno abbia figli o cani e che altri non ne abbia, non apparisce ragione o rispetto alcuno per il quale lo Spirito Santo avesse ad affermare in tali proposizioni diversamente dal vero, essendo a tutti gli uomini egualmente credibile la parte negativa e l’affirmativa; ma non così accade della mobilità della Terra e stabilità del Sole, essendo proposizioni lontanissime dall’apprensione del vulgo, alla capacità del quale in queste cose, non concernenti alla sua salute, è piaciuto allo Spirito Santo di accomodar i pronunciati delle Sacre Lettere, ben che ex parte rei il fatto stia altramente.

[5.°] Quanto al porre il Sole nel cielo e la Terra fuori di esso come pare che affermin le Scritture, etc, questa veramente mi pare una semplice nostra apprensione ed un parlar solamente ratione nostri, perchè realmente tutto quello che è circondato dal cielo è nel cielo, sì come tutto quel che vien circondato dalle mura è nella città; anzi, se vantaggio alcuno si avesse a fare, quello è più nel cielo e nella città, che è nel mezo, e, come si dice, nel cuore della città e del cielo. La differenza ratione nostri è perchè noi ponghiamo la regione elementare, circondante la Terra, molto diversa dalla parte celeste: ma tal diversità sarà sempre, pongansi essi elementi in qualsivoglia luogo; e sempre sarà vero che ratione nostri la Terra ci sia sotto e il cielo sopra, perchè tutti gli abitatori della Terra hanno il cielo sopra il capo, che è il nostro sursum, e sotto i piedi il centro della Terra, che è il nostro deorsum. Così rispetto a noi il centro della Terra e la superficie del cielo sono i lontanissimi luoghi, cioè termini del nostro sursum e deorsum, che sono i punti diametralmente oppositi.

6°. Il non creder che ci sia demonstrazione della mobilità della Terra sin che non vien mostrata, è somma prudenza; nè si domanda da noi che alcuno creda tal cosa senza demonstrazione: anzi noi non ricerchiamo altro, se non che, per utile di Santa Chiesa, sia con
34. Terra sì che
[p. 369 modifica]somma severità essaminato ciò che sanno e possono produrre i seguaci di tal dottrina, e che non gli sia ammesso nulla se quello in che eglino fan forza non supera di grande spazio le ragioni dell’altra parte; e quando loro non abbino più di 90 per 100 di ragione, siano ributtati: ma quando tutto quel che producono i filosofi e astronomi avversi sia dimostrato essere per lo più falso, e tutto di nissun momento, non si disprezzi l’altra parte, nè si reputi paradosso, da non dubitar che mai possa essere dimostrato apertamente. E ben si può far sì larga offerta: perchè è chiaro che quelli che terranno la parte falsa, non possono aver per loro nè ragione nè esperienza alcuna che vaglia; dove che con la parte vera è forza che tutte le cose si accordino e rincontrino.

7°. È vero che non è istesso il mostrare che con la mobilità della Terra e stabilità del Sole si salvano l’apparenze, e ’l dimostrare che tali ipotesi in natura sien realmente vere; ma è ben altrettanto e più vero che con l’altro sistema comunemente ricevuto non si può render ragion di tali apparenze. Quello è indubitabilmente falso, sì come è chiaro che questo, che si accommoda benissimo, può essere vero: nè altra maggior verità si può o si deve ricercare in una posizione, che il rispondere a tutte le particolari apparenze.

8°. Non si domanda che in caso di dubio si lasci l’esposizione de’ Padri, ma solo che si procuri di venire in certezza di quel che è dubbio, e che perciò non si disprezzi quello dove si veggono inclinare, ed aver inclinato, grandissimi filosofi e astronomi: fatta poi ogni necessaria diligenza, prendasi la determinazione.

9°. Noi crediamo che e Salomone e Moisè e tutti gli altri scrittori sacri sapessero perfettamente la constituzione del mondo, come anco sapevano che Iddio non ha mani nè piedi nè ira nè dimenticazione nè pentimento, nè metteremo mai dubbio sopra ciò; ma diciamo quel che dicono Santi Padri ed in particolare S. Agostino sopra queste materie, che lo Spirito Santo volse dettare così per le ragioni che si allegano etc.

10°. L’errore della apparente mobilità del lito e stabilità della nave è conosciuto da noi doppo l’essere molte volte stati sopra ’l lito a osservare il moto delle barche, e molte altre in barca a osservare il lito: e così se potessimo ora stare in Terra ed ora andar nel Sole
5. quando sotto quel — 9. offerta: per è — 23-24. dove si vengono inclinare
[p. 370 modifica]in altra stella, forse verremmo in ogni cognizione sensata e sicura, qual di lor si muova: se ben quando non guardassimo altro che questi 2 corpi, sempre parrebbe a noi che fermo stesse quello dove ci trovassimo, sì come chi non guarderà altro che l’acqua e la barca, gli parrà sempre che l’acqua corra e la barca stia ferma; (oltre la grandissima disparità che è tra una piccola barca, divisa da ogni suo ambiente, ed una spiaggia immensa, conosciuta da noi immobile per mille e mille esperienze, immobile, dico, rispetto all’acqua ed alla barca; e molto differente dal far paragone tra due corpi, ambidue per sè consistenti e disposti egualmente al moto ed alla quiete: tal che meglio quadrerebbe il far paragone di due navi tra di loro, delle quali assolutamente ci parrebbe sempre stabile quella dove fussimo noi, tutta volta che non potessimo far altra relazione che quella che cade tra esse 2 navi.

Ci è, dunque, bisogno grandissimo di corregger l’errore circa l’apparenza se la Terra o pure il Sole si muova, sendo chiaro che uno che fosse nella Luna o in qualsivoglia altro pianeta, sempre gli parrebbe di star fermo e che l’altre stelle si movessero. Ma queste e molte altre più apparenti ragioni de’ seguaci della comune...nota sono quelle che si devono snodare più che manifestissimamente, prima che pretendere pur di essere ascoltati, non che approvati; tantum abest che non sia da noi avuta minutissima considerazione di quanto ci vien prodotto contro: oltre che ne il Copernico nè i suoi seguaci si serviranno mai di questa apparenza, presa dal lito e dalla barca, per provare che la Terra stia in moto e il Sole in quiete; ma solo l’adducono per un essempio che serve non a dimostrar la verità della posizione, ma la non repugnanza tra ’l poterci parere, quanto ad una semplice apparenza del senso, la Terra stabile, e mobile il Sole, ben che realmente fusse il contrario. Che se questa fusse la dimostrazione del Copernico, o le altre sue non concludessero con maggiore in efficacia, credo veramente che nissuno gli applauderebbe.

3



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DISCORSO

DEL

FLUSSO E REFLUSSO DEL MARE.

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AVVERTIMENTO.





All’abate Alessandro Orsini veniva Galileo presentato e raccomandato dal Granduca di Toscana4 quando, come già abbiamo avuto occasione di accennare5 sullo scorcio del 1615 si recava a Roma, per difendere meglio colà la dottrina Copernicana, ch’era minacciata di condanna da parte del S. Uffizio. Nell’Orsini, il quale il 22 dicembre 1615, proprio nei primi giorni della dimora di Galileo in Roma, era stato elevato alla Sacra Porpora, il nostro Filosofo trovò «una singolare inclinazione e disposizione» a proteggerlo e favorirlo6; ond’egli faceva grande assegnamento sull’autorità non ordinaria di quel Cardinale, che, da lui bene informato dell’importanza del negozio», era «disposto a trattarne sino con Sua Santità»7.

Fra cotesto dimostrazioni di favore di cui Galileo in sui primi del febbraio 1616 ragguagliava, coi termini ora citati, il segretario di Cosimo II, può ben credersi ch’egli annoverasse altresì l’avere il Cardinale, in uno degli ultimi giorni del 1615, prestato benevolo orecchio alla esplicazione da lui data, in privati discorsi, degli accidenti del flusso e reflusso del mare: che anzi il Porporato era rimasto pienamente sodisfatto delle confutazioni addotte contro le ragioni proposte dagli altri scrittori di tal quistione, e aveva ricercato Galileo che volesse porgergli disteso in carta quello che gli aveva spiegato in voce8. Il Nostro rispose a siffatto invito col Discorso che qui pubblichiamo: il quale è in forma di lettera, scritta da Roma, l’8 gennaio 1616, appunto al Card. Orsini, e, per lo [p. 374 modifica]scopo a cui mira, si congiunge strettamente a quelle altre scritture in difesa del sistema Copernicano, che Galileo diffondeva in Roma tra’ più eminenti personaggi9; poichè è noto ch’egli prendeva la mobilità della Terra come cagione del flusso e reflusso, e questo come indizio ed argomento di quella.

Del Discorso, che, sebbene non fosse allora pubblicato, pure godette una certa diffusione10, non giunse fino a noi l’autografo, per quanto sappiamo: ce ne rimasero invece copie numerose, tra cui sono a nostra conoscenza le seguenti:

G = Biblioteca Nazionale di Firenze, Mss. Galileiani, Par. IV, T. IV, car. 57 r. — 67 r.; sec. XVII;

R = Biblioteca Riccardiana, cod. 2545, car. 231 r — 237 t; sec. XVII;

A = Biblioteca Angelica, Fondo Novelli, cod. 2229, pag. 1-34; sec. XVII;

Am. — Biblioteca Ambrosiana, cod. I. 166. Par. Inf., car. 237r. — 262t.; sec. XVII;

B = Biblioteca Barberiniana, cod. XLVIII. 39, car. 1r. — 19 t.; sec. XVII;

T = Biblioteca Trivulziana, cod. 595, car. 307r. — 356t.; sec. XVII;

Codice di proprietà del sig.r Gamurrini di Arezzo, car. 1r, — 19t.; sec. XVII;

Num. 11 (antico num. 23) nel cod. miscellaneo 3805 (Mss. Lami, vol. 43, Scienze naturali, T. XXXI) della Biblioteca Riccardiana; sec. XVIII;

Cod. 562 della Biblioteca Universitaria di Pavia, car. 6r. — 12r.; sec. XIX;

H = Biblioteca Reale di Hannover, cod. IV. 330, sec. XVII;

P1 = Biblioteca Nazionale di Parigi, Fond italien, cod. 945, car. 1r. — 27r.; sec. XVII;

P2 = Biblioteca predetta, Fond italien, cod. 956, car. 1 r — 17 r.; sec. XVII;

Ta. = Biblioteca Bodleiana di Oxford, Tanner Mss. 300, car. 89 r. - 104 t.; sec. XVII;

Biblioteca predetta, Digby Mss. 133; sec. XVII.

L’ultimo di questi manoscritti, per quante pratiche abbiamo fatto, non ci fu dato di poterlo avere in esame: abbiamo studiato invece i rimanenti, i quali non presentano tra di loro differenze così notevoli, che permettano di distinguerli in più famiglie. L’esemplare più accurato è però senza dubbio il cod. R, che, fatta eccezione per pochi passi, offre un testo correttissimo. Quanto agli altri, non essendo facile, appunto perchè molto non differiscono tra loro, dare una precisa

  1. Sul margine del codice si legge a questo punto, senza alcun segno di richiamo, quanto segue: «Qui noti il lettore quanto sia da considerarsi e procurarsi che quelli i quali hanno a determinare sopra questa dottrina sieno benissimo informati delle ragioni per l’una e per l’altra parte, e non sieno semplicemente constituti in quelle prime apprensioni che vengono in mente; poi che l’autor primario e tutti gli altri suoi aderenti confessano, tal posizione esser, non solo, nel principio che gli giunse, nuova, ma per molto tempo parsa a loro assurda e impossibile: tuttavia la forza delle dimostrazioni e delle manifeste osservazioni gli ha rimossi dal primo concetto.»
  2. Il ms.: quando esse dimostrazioni fusser fallaci, non resteranno persuasi ecc. Evidentemente il copista nel trascrivere omise, dopo fallaci, alcune parole, come per modo che dalle dimostrazioni fallaci, ovvero altra simile locuzione.
  3. Il ms.: della comune sono ecc. Par certo, doversi soggiungere «opinione»
  4. Lettera di Cosmo II ad Alessandro Orsini, del 28 novembre 1615, nell’Archivio di Stato Fiorentino, Filza Medicea 87, car. 284. Cfr. A. Wolynski, La diplomazia toscana e Galileo Galilei, Firenze, 1874, pag. 19.
  5. Cfr. pag. 266 di questo volume.
  6. Lettera di Galileo a Curzio Picchena, in data di Roma, 6 febbraio 1616, nei Mss. Galileiani presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, Par. I, T. IV, car. 63.
  7. Lettera di Galileo a Curzio Picchena, in data di Roma, 20 febbraio 1616, nei Mss. Galileiani, Tomo cit., car. 65.
  8. Cfr. pag. 377-378 di questo volume.
  9. Cfr. pag. 266 e 277 di questo volume.
  10. Ci limitiamo a citare corno prova della diffusione che ricevette il Discorso, oltre alle numerose copie manoscritte, la traduzione latina fatta da Niccolò Aggiunti, che si legge nel T. IV della Par. IV dei Mss. Galileiani (car. 68r. — 82r.); le opposizioni di Alessandro Padoani, che, con la data «Di Forlì, li 15 di Febbraro 1618», si trovano in questo medesimo T. IV (car. 82br. — lOOt.); e un Breve ristretto del pensiero del Sig.r Galileo Galilei, primo Filosofo del Serenissimo Gran Duca di Toscana, intorno al flusso et reflusso del mare. All’Illustrissimo et Eccellentissimo Sig.r Conte di Nauvilles (sic), Ambasciator in Roma per Sua Maestà Christianissima, che è, di mano del sec. XVII, a car. 241r. — 246t. del cod. Casanatense 675. Invece nessuna menzione del Discorso rimane nelle tre lettere del Card. Orsini a Galileo che giunsero fino a noi (Mss. Galileiani, Par. I, T. XIV, car. 116, 133 e 158; con le date 26 giugno 1616, 12 gennaio 1618, 19 luglio 1619), nè nell’Archivio della famiglia Orsini in Roma, che abbiamo diligentemente consultato.