Le odi di Orazio/Libro quarto/XI

Libro quarto
XI

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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XI.


Ho d’Albano che supera il nono anno
    Un barilotto pieno; apio ho nell’orto
    Da far corone; ho molta forza ancora
                4D’edera, o Fille,

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Onde il crin cinta brillerai; d’argento
    Ride la casa; di caste verbene
    Attorta è l’ara, e d’immolato agnello
                8Tingersi brama.

Già molte mani affrettansi; qua e là
    Correndo vanno le ancelle e i garzoni;
    Treman le fiamme rivolvendo in alto
                12Torbido fumo.

Ma perchè sappi a quali gaudj sei
    Chiamata, gl’idi festeggiar tu devi
    Che alla marina Venere d’aprile
                16Partono il mese:

Dì giustamente a me solenne e quasi
    Più santo ancor del mio natal, che il mio
    Mecena da tal giorno ordina appunto
                20Gli anni affluenti.

Ricca e non del tuo grado una fanciulla
    Telefo, il giovin che tu brami, ha vinto;
    E lascivetta fra ceppi graditi
                24Stretto sel tiene.

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Spira terrore alle speranze avare
    Fetòn combusto; e grave esempio porge
    Pegaso alato, cui gravò il terreno
                28Bellerofonte,

Acciò che sempre a’ pari tuoi ti attenga,
    E a colpa avendo lo sperar soverchio,
    Schivi il diverso. Or vieni dunque, o mio
                32Ultimo amore,

(Poi ch’altra donna indi non fia ch’io curi)
    Impara i versi, che in amabil voce
    Ridirai dopo: scemano le negre
                36Cure col canto.