Le colpe altrui/Parte II/Capitolo XIII

Capitolo XIII

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Parte II - Capitolo XII
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XIII.


Il passo del frate lo svegliò: rabbrividì; gli pareva ancora di sognare, con quella figura nera davanti, illuminata dalla luna al tramonto.

— Mikali, va. Tua moglie ti aspetta.

— Che vi disse?

— Che non c’era bisogno di ambasciatore. Non te lo avevo detto anch’io? Un marito e una moglie si devono intendere fra loro; e se non s’intendono nessuno li può mettere d’accordo.

Mikali sbadigliò. Le sentenze del frate lo avevano sempre annojato.

— Ditemi che cosa ha deciso Vittoria: questo solo voglio sapere.

— Nulla, ha deciso. Come poteva farlo così in un momento?

— Io lo sapevo che non concludevate nulla, frate Zirò. Non siete buono a niente, così Dio mi salvi.

Il fraticello sospirò, con la testa curva da un lato fissando le sue maniche che parevano vuote. Lo sapeva, sì, che non era buono a niente; ma perchè confessarlo?

— Voi andrete ancora, frate Zirò; voglio una risposta definitiva. Sono in fondo al burrone e voglio uscirne. Voi credete che parto per divertimento? Ah, io ho paura del mare, e ogni [p. 323 modifica]notte sogno d’imbarcarmi e di naufragare in vista della terra natia. Io voglio partire presto per togliermi da questo male: spero di tornare presto e ho fatto voto di riedificare a mie spese la chiesetta del vostro monte, se scampo dai pericoli e torno sano e salvo. Dunque, andate da Vittoria per farvi dare il consentimento.

— Ah, no, figlio caro, ti sbagli. Adesso basta, io non metterò più piede in casa tua; non scenderò più giù dal monte. Sono stanco, zoppico, voglio morire in pace. Sì, la morte si ricorderà di me, verrà a me come il corvo ad Elia.

— Frate Zirò, vi bastono, — disse Mikali fra la minaccia e lo scherzo: ma il frate raccolse un fuscellino e glielo porse:

— Ecco il randello; questo basta per atterrarmi.

— Ditemi almeno cosa pensa mia moglie.

— Essa è disposta ad intendersi con te. Va dunque, io non so predicare, anzi corro sempre il rischio di far fare alla gente il contrario di quello che dico. Adesso, per esempio, fra te e tua moglie non so giudicare chi ha ragione. Dov’è la verità, Mikali Zanche? Qual’è la mano buona? La destra che fa il bene ed il male, la sinistra che si rifiuta all’uno e all’altro? Quali colpe scontiamo? Le nostre o quelle altrui? E quali sono le nostre e quelle altrui? È tutta una catena, Mikali Zanche, e dobbiamo tirarla tutti insieme, ecco cosa ti dico! Io vivevo tranquillo come la lucertola, [p. 324 modifica]fra le mie pietre, ed ecco che un giorno ho sentito come un grido, sono sceso credendo di aiutare e invece ho spinto chi cadeva e sono caduto anch’io... Mikali Zanche, sai una cosa? Io non sono più tranquillo per colpa vostra: la mia anima adesso zoppica come il mio piede: nè tu, nè tua moglie, nè tua madre soffrirete mai come soffro io per i fatti vostri. Ma adesso lasciami andare. Vedi; che tu parta o rimanga è lo stesso. Penitenza l’una, penitenza l’altra, se tu non ti metti in mente di seguire i precetti di Cristo: amatevi gli uni con gli altri. Io ho cercato di convincere tua moglie, per contentarti, e cerco di convincere te per contentare lei. Ma siete entrambi in errore. Volete tirare la catena dal vostro lato, e più la tirate e più vi fate male. Addio.

Mikali l’afferrò per le spalle e lo fermò.

— Aspettate! Ditemi almeno cosa devo fare! Che cosa vi costa dirmi almeno questo?

Il fraticello taceva e pareva disposto a non pronunziare più parola. Mikali si fece supplichevole.

— Non ve ne andate così, frate Zironi mio! Non son cattivo, io: se qualche volta minaccio è per abitudine. Se andrò e tornerò salvo vi accomoderò la chiesa del convento e faremo la festa... e se non andrò, e voi non vorrete più scendere... sarò io il corvo che vi porterà il pane... Frate Zirò, non lasciatemi così. Ve lo dico sulla mia coscienza; io adesso ho paura di presentarmi a mia moglie...

Il frate rimaneva fermo, muto, come la preda [p. 325 modifica]sotto la zampa dell’avoltojo: la luna bassa sull’orizzonte gli circondava di un’aureola d’oro la testa grigia. Mikali gli appoggiava le mani sugli omeri e sentiva un folle desiderio di premerlo, atterrarlo, e nello stesso tempo di abbandonarsi su lui e gemere di gioia e di dolore.

Gioia per la speranza di non partire più, dolore per l’umiliazione di rimanere.

— Un uomo come me ubbidire a una donna!... Frate Zironi, fratello mio, padre mio, consigliatemi...

Ma il frate pareva diventato di legno, con l’aureola intorno al capo come i santi sull’altare: e così sparve, quando l’uomo lo lasciò libero, e nessuno lo vide più.

*

Quando Mikali rientrò, Vittoria stava ancora accovacciata presso la culla, nella camera silenziosa.

— Dorme? — egli domandò sottovoce guardando dall’alto il bambino. — Alzati, Vittoria, dobbiamo parlare.

Anche lei rimaneva immobile come il frate, con un braccio sopra la culla e l’altro abbandonato sul fianco fino al pavimento ove la mano giaceva inerte.

— Frate Zironi... — disse Mikali, afferrandosi nervosamente al pomo del letto. — Frate Zironi...

Voleva mentire, dire che il frate gli aveva comunicato l’adesione di lei; ma non potè. Ella [p. 326 modifica]sollevò il viso, con quei suoi grandi occhi liquidi e profondi che lì in basso nella penombra brillavano come laghi lontani.

— Ebbene? Frate Zironi?

— Ti avrà detto...

— Mi ha detto, sì. Io non acconsento.

Attese palpitante una scena di furore. Mikali però aveva abbassato la testa e fissava nella sua mano il pomo del letto; e più egli taceva più ella aspettava con ansia, e una grande meraviglia la colse quando egli disse distratto:

— Tu non acconsenti? E perchè?

— Perchè no, Mikali. La tua è una pazzia ed io non devo permetterla. Tu sei capo di famiglia, oramai. Sarebbe tempo che tu lo capissi.

Egli non rispose e Vittoria cominciò a irritarsi per la calma di lui.

— Non occorreva mandarmi un messo, per dirmi questa sciocchezza. Tutti lo sapevano fuori che io. Non ti sono più nulla, io?

— Avevo paura di farti male: eri, sei debole ancora.

— Ah, ecco perchè non grida e non s’impone... — ella pensò con amarezza. — Ah, disse riabbassando la voce. — Per questo? E quando sarò rimessa in forze? Ah, Mikali, debole o forte io non acconsentirò mai...

— Potrei andarmene anche senza il tuo consentimento.

— E allora perchè non lo fai?

— Sì, lo potrei — egli ripetè animandosi [p. 327 modifica]ma non molto. — Predu Zanche è partito col passaporto falso!

— E fallo tu pure, se credi! Ma bada a quanto ti dico stanotte, Mikali: se tu vai via di qui non ci rimetterai più piede in tutta la tua vita.

Allora egli diede un pugno al pomo del letto e si chinò su lei stringendo i denti.

— È questo appunto che voglio!

Ma ella sorrise, un sorriso ambiguo, triste e crudele, ed egli gridò:

— È questo! E anche tu uscirai di qui e non ci rimetterai più piede.

— Io starò qui, Mikali! Nessuno può costringermi ad uscirne.

— Nessuno? Io, ti costringerò...

— Tu? — ella disse con disprezzo. — E come?

E il suo braccio inerte si sollevò minaccioso, si piegò con la mano fissa sul fianco in atto di sfida.

— Come, Mikali? Dillo, come?

Mikali si passò una mano sugli occhi; vedeva rosso, come la notte della serenata; desiderò uccidere la donna, e un sudore di morte lo gelò tutto.

— Tu vuoi ridere, Vittoria... come facevi un tempo... ma non ti riesce... — disse tremando. — Io andrò a San Pietro delle Immagini, quando c’è messa... e m’inginocchierò in mezzo alla chiesa, e griderò... mentre il prete legge il vangelo... griderò: Sentitemi, cristiani, io e Vittoria mia moglie abbiamo usurpato i beni di Bakis Zanche... lo giuro qui, qui, dove [p. 328 modifica]Bakis Zanche veniva a leggere il libro davanti alle Sante Immagini. Dirò: cristiani, sappiatelo, io non avevo coscienza, Dio mi ha aperto gli occhi, ed io voglio restituire il mal tolto, io voglio andare a lavorare onestamente, e mia moglie non vuole. Un uomo come me non deve vivere con la coscienza così come un cane che lo morde ai calcagni: non deve vivere con la roba usurpata, non deve vivere come Caino! Questo dirò e non altro. Ah, taci adesso?

Vittoria s’alzò, smarrita.

— Mikali, tu sei pazzo!

— Colpa tua! Perchè hai accettato la roba? Lo sapevi che non era tua. Se egli la lasciava a me, io... no, perdio, non l’accettavo!

Vittoria lo guardava dal basso in alto e dall’alto in basso con terrore e con disprezzo.

— Tu? Tu parli così adesso perchè ti vuoi liberare di me. Perchè non parlavi così, quando volevi rompere i muri per entrare qua dentro? Avevi fame di me, dicevi, e adesso che ti sei saziato, tiri fuori la coscienza. Cosa è la tua coscienza? Mikali, tutti i banditi, tutti gli assassini e i malfattori tirano fuori la loro coscienza per scusare i loro delitti e dicono: «ho fatto questo, ho fatto quest’altro perchè la coscienza me lo imponeva!» Sì, tirano fuori la coscienza come la loro borsa, per pagare i loro debiti. L’uomo onesto non parla mai della sua coscienza! — disse come in delirio, come se qualcuno le suggerisse le parole: e sentiva anche lei le spalle bagnate di sudore.

— Anche tu, — proseguì, mentre Mikali la [p. 329 modifica]fissava minaccioso e spaurito — anche tu avresti accettato l’eredità, allora, perchè la passione ti portava via. Confessa che sei stanco di me, adesso, della catena che ti sei messo al piede, e ti crederò. Ma non tirarmi fuori la tua coscienza, il tuo dovere. Il tuo dovere è di stare qui, con me, legati alla stessa catena; hai inteso, Mikali? Tu puoi andare in capo al mondo e gridare a tutti, come fai spesso: «un uomo come me fa questo, un uomo come me fa quest’altro!» possono crederci, perchè la gente crede a chi più grida; e tutti diranno: Mikali è un uomo giusto, Mikali è un uomo coscienzioso; ma sarò io, Mikali, sarò io che ti giudicherò. Sono io la tua coscienza, Mikali, — gridò battendosi le mani sul petto che le doleva. — Io, io! Tu non potrai più fare un passo, lontano da me, senza che io non dica: quel passo è falso. Tu non potrai pronunziare una parola senza che io non pensi: Mikali mentisce! Ma non vedi, Mikali, che tu stesso non pensi di partire? Se ascolti bene la coscienza vera, non ti muoverai più dal mio fianco. Non è la roba che ci tiene in discordia, Mikali, — continuò abbassando la voce che si faceva sempre più accorata e supplichevole — anche poveri, anche lontani di qui, lo saremmo lo stesso. È il peccato che ci tormenta, è il tradimento che abbiamo fatto. Invece di correre per il mondo, cerca di emendarti dei tuoi vizi, tu, adesso, come io cercherò di essere una buona madre e mi seppellirò viva in questo luogo di penitenza. Vedrai che tutto andrà bene, [p. 330 modifica]Mikali; viviamo in santa pace, per il buon esempio della nostra creatura... Non stiamo più attaccati alle cose del mondo.

Egli ascoltava e andava calmandosi: ogni tanto alzava le spalle, e un’espressione d’ironia tosto seguìta da un’aria d’indifferenza gli distendeva i lineamenti del viso stravolto.

Toccò a Vittoria passarsi una mano sugli occhi: s’avvicinò e lo guardò bene, come si guarda un muro liscio insormontabile che si vuole oltrepassare. Non c’era via d’uscita. Ella capì che ogni parola oramai era inutile: che partisse o no, egli avrebbe continuato la stessa via. E un terrore ben diverso da quello provato poco prima le piegò le ginocchia; vide chiaro davanti a tutta la sua vita, e desiderò che Mikali partisse. Ma fu un attimo; le parve di rialzarsi dopo una breve caduta, di avere le forze raddoppiate, e afferrò le braccia dell’uomo, lo scosse tutto come per richiamarlo dal sonno in cui egli cadeva.

— Mikali! Che pensi?

— Non so... — egli rispose come assonnato. — Ho la mente confusa...

— Anch’io ero così, un’ora fa: mi pareva d’essere in mezzo alla nebbia. Ma qualcuno mi ha poi consigliato... Anche tu dà retta al mio consiglio; Mikali, dimmi che mi darai retta...

— Tu sei la padrona; io non sono niente qui, — egli disse infine, rianimandosi un poco; e mentre nei suoi occhi brillava l’antico orgoglio, il viso riprendeva l’antica bellezza. — Io sono stato scacciato di qui prima di nascere [p. 331 modifica]e non dovevo rimetterci piede. Ora peggio per me, peggio per l’anima mia! Ma io, per quanto tu dica, sono attaccato a te come la scorza all’albero, e tu a me come l’albero alla scorza. Non possiamo, no, staccarci, hai ragione tu, così Dio mi assista; ma sei stata tu a mettermi queste idee in testa, e adesso quasi me le rinfacci! Fin dai primi giorni che ci siamo sposati tu guardavi intorno spaurita... e me lo dicevi, anche, che avevi paura di vedere qualche cosa... Ma che dico? Lo facevi anche prima, da quando era vivo lui... E senti un giorno, senti un altro, ho finito anch’io coll’essere pauroso come te... Che cosa credi? che io andassi via davvero per il guadagno? che io andassi via allegro, adesso? Allegro lo ero, un tempo; quando ero poveretto e disprezzato da tutti: adesso no, in coscienza mia, non lo sono più! Andavo via col cuore sanguinante; da quaranta e più notti sogno sempre il luogo brutto dove volevo andare. Un luogo oscuro, dove passano solo treni, alla notte... Un luogo come un camposanto: ma pensavo: chissà che Vittoria non voglia venire anche lei? Si andrebbe via contenti, allora. Ma poi pensavo: questa non è penitenza, allora, no, bisogna che vada via solo, ma che lei lo voglia. E tu adesso non vuoi: e tu dici davvero, sei come la mia coscienza; fa tu; tu qui sei la padrona.

— No, lo vedi chi è il padrone? — ella disse, chinandosi per toccare la culla. Ma il bambino dormiva ed era come non ci fosse; e Mikali non pensava affatto a lui. [p. 332 modifica]

— Sei tu la padrona — ripetè, senza saper bene quello che voleva dire; e sporse in avanti la testa e allargò le braccia come rimettendosi alla volontà di lei.

Vittoria provò di nuovo un oscuro senso di incertezza. Dov’era la salvezza? E se Mikali aveva ragione? Se era là nel mondo tenebroso dov’egli voleva andare, meglio che qui nello stazzo fra le ombre del passato? L’idea di seguirlo le attraversò per un attimo la mente come il bagliore dei treni notturni illuminava laggiù la solitudine nera descritta da lui. Un attimo solo, poi non ci pensò più: e le parole di Mikali «tu sei la padrona» parvero darle un senso di forza, di responsabilità. Lo prese per mano come un bambino e lo condusse nel corridoio.

Sedettero sulla panca davanti alla nicchia di Sant’Isidoro ed egli si tolse la berretta e se la mise sul ginocchio. Altre volte aveva deriso il feticismo delle donne dello stazzo per il piccolo santo e non aveva mai esitato a baciare Vittoria sotto gli occhi lucenti della statuetta. Adesso non poteva più: si sentiva paralizzato; la sua mano stretta da quella di sua moglie rimaneva inerte come quella di un vecchio.

— Mikali, — ella gli mormorava sul collo, appassionata e materna, — ecco chi mi ha aperto il cuore; il nostro piccolo santo... È lui che non vuole che tu vada via; lui che ha veduto tuo padre soffrire invano per la sua superbia... Mikali... tu hai ragione; sono io la padrona, tu sei mio, tutto mio, e ti tengo e [p. 333 modifica]non ti lascio andare. Passerà il tempo; dimenticheremo questi brutti giorni... Mikali... anima mia...

Gli posò il viso sulla spalla e attese. Ma egli lisciava e fissava la sua berretta, a capo chino: a che pensava? Vittoria lo sentiva lontano, più lontano che s’egli fosse stato laggiù nei luoghi oscuri, e avrebbe dato il resto della sua vita per poterlo rivedere come un tempo, ardente di violenza, fosse anche violenza d’odio.

Si sollevò, si riprese, disperata e orgogliosa; agitò le loro mani unite.

— A che pensi, Mikali? Ti sei pentito d’avermi dato ascolto? Non ricomincerai domani la solita vita?

Egli tentò di scuotersi.

— Tu sei la padrona...

Allora ella volle fare dei disegni nell’avvenire.

— Faremo questo, faremo quest’altro; faremo elemosine, faremo riedificare una parte del convento per frate Zironi. Rimetteremo il vecchio fattore nel predio, e tu lo ajuterai, poichè vuoi lavorare. La casa è riattata... (ella arrossì ricordando che Mikali l’aveva fatta riattare per Ignazia) e qualche volta ci verrò anch’io, nel bel tempo, quando c’è la festa a Santa Maria del Mare... e porteremo il piccolo Bakis... e anche tua madre se ci vorrà venire. Rammenti quella volta... quella notte... anima mia? Che bella notte! Non la dimenticherò mai! Mikali!

Un tremito la scuoteva tutta; ma sebbene gli stringesse la mano con esasperazione, sentiva [p. 334 modifica]Mikali sempre più freddo, inerte, lontano. Il cuore le si gonfiò; le parve di sentirselo dentro come una cosa dura che le schiacciava le viscere; desiderò morire. Ma tosto ricordò che tutto era per suo castigo, e anche lei abbassò la testa e piano piano lasciò libera la mano di suo marito.

— Mikali, adesso io vado. Vado da zia Sirena che ci aspetta per dire il rosario. Tu parla con tua madre, un momento, per dirle che hai smesso l’idea di partire.

— Va bene.

Mikali si alzò, ella lo seguì con gli occhi tristi. Ecco, la figura di lui alta nera preceduta dalla sua ombra si allontanava, si dileguava anch’essa come un’ombra. Volle fermarla.

— Mikali! Dove vai... dopo?

— In paese.

— Non andrai alla bettola, Mikali...

Egli non rispose, non si volse e la sua figura parve sprofondarsi giù negli scalini della porta come in un pozzo. Vittoria sentì che egli era perduto per lei; che sarebbe tornato al vino, al gioco, alle donne; eppure non si lamentò: accettava tutto come castigo, e appunto perchè lo accettava, questo castigo le dava un senso che pareva di umiltà ed era di orgoglio.

Rimase a lungo immobile, in ascolto. Sentì Mikali parlare con la madre, uscire, andarsene nella notte, nel mondo, come se partisse per il luogo oscuro al di là del mare. E questo mare lo sentiva rombare in tempesta entro di lei: era il suo dolore. [p. 335 modifica]

Poi, a poco a poco si calmò: andò a vedere il bambino che dormiva, rientrò nella camera di zia Sirena e ravvivò il lumino deposto per terra che rischiarava a metà le pareti ricoperte fino al soffitto dalle ombre dei vagli, dei canestri, dei mobili che la vecchia aveva accumulato attorno a sè come in un furgone pronto al trasloco.

— Rimane — disse appoggiando la mano al guanciale caldo della serva; e sotto sentì qualche cosa di duro; il libro con le immagini di Bakis Zanche. — Adesso diremo il rosario per ringraziare il Signore.

Anche Marianna Zanche entrò, scalza, silenziosa e rassegnata; e allo sguardo di Vittoria rispose con un segno di assentimento. Sì, anche fra lei e Mikali tutto era andato bene; egli aveva promesso di non partire. Tutto riprendeva l’aspetto di prima, tutto era tranquillo e bisognava ringraziare il Signore.

Marianna Zanche trasse il piccolo rosario portato da Andrea, e Vittoria intonò la preghiera.

— Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il nome tuo, venga a noi il regno tuo, sia fatta la volontà tua come in cielo così in terra: dà a noi oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori: non ci indurre in tentazione, liberaci dal male, e così sia.

FINE.