La scienza nuova seconda/Brani soppressi o mutati/Libro secondo/Sezione quinta

Libro secondo - Sezione quinta

../Sezione quarta ../Sezione sesta IncludiIntestazione 3 febbraio 2022 75% Da definire

Libro secondo - Sezione quarta Libro secondo - Sezione sesta

[p. 215 modifica]

SEZIONE QUINTA

CAPITOLO PRIMO

1269[582] ..... e per tutto ciò naturali obbligazioni. [CMA3] Né le leggi romane s’impacciaron unquemai delle nazioni libere poste fuori del lor imperio, [CMA4] né loro apparteneva impacciarsene, le quali tutte essi stimavano barbare. Ch’anzi tal paterna potestá degli antichi romani ha del barbaro, e quella che si celebrò sotto gl’imperadori hassi a tener per umana.

1270[593]..... i vagiti di Giove bambino., che Saturno (il qual dee esser plebeo) volevasi divorare, per significare che con una fame di disiderio ne bramava il dominio de’ campi; dal quale nascondimento i latini gramatici, indovinando, dissero essere stato appellato Latium.

CAPITOLO SECONDO

1271[601] ..... tutti i regni eroici furono di sacerdoti, quali oggi sono nell’Indie orientali i regni de’ bonzi. I quali feudi sovrani.....

1272[603*] Di queste cose dovevano avere la scienza gli eruditi interpetri, ch’empiono tutte le carte del famoso «ius quiritium romanorum», e non seppero nulla de’ suoi principi, perché trattarono le leggi romane senza veruno rapporto allo stato da cui, come prendono la forma, cosí debbon avere la lor vera interpetrazione le leggi. Ma, per ciò ch’appartiene al nostro proposito, per queste ed altre ragioni ch’a’ luoghi lor usciranno, si convince d’errore Oldendorpio, che credette i nostri feudi essere scintille dell’incendio dato da’ barbari al diritto romano; perché ’l diritto romano, come d’ogni altro popolo, è nato da questi principi eterni de’ feudi. Si convince d’error Bodino, ove dice che i feudi sovrani soggetti ad altri sovrani sono ritruovati de’ tempi barbari, intendendo i secondi a noi vicini; perch’è pur troppo vero di tutti i tempi barbari, ne’ quali da sí fatti feudi nacquero tutte le repubbliche [p. 216 modifica] del mondo. [CMA3] Si riprende di falsa oppenione Cuiacio, il qual tiene cotal materia di feudi per vile; la quale nelle sue cagioni è tanto nobile e luminosa, ch’indi, nonché la giurisprudenza romana, illustra i suoi principi essa dottrina politica, ch’è la regina di tutte le scienze pratiche.

1273[611*] Dalla discoverta di tal’ospiti eroici si può facilmente intendere il trasporto di fantasia, per lo quale Cicerone negli Ufici vanamente ammira la mansuetudine degli antichi romani, che col benigno nome di «ospite» chiamavano il nimico di guerra. A cui adatto somigliante sono due altri: uno di Seneca, ove vuol pruovare che debbano i signori usare umanitá inverso gli schiavi, perocché gli antichi gli chiamarono «padri di famiglia»; l’altro è di Grozio, che, nell’annotazioni a’ libri De iure belli et pacis, con un gran numero di leggi di diverse barbare nazioni d’Europa crede dimostrare la mitezza delle antiche pene dell’omicidio, che condannano in pochi danai la morte d’un uomo ucciso. I quali tre errori escono dalla sorgiva di tutti gli altri che si sono presi d’intorno a’ principi dell’umanitá delle nazioni, la quale è stata da noi additata tralle prime delle nostre Degnitá; perché tali etimologie e tali leggi dimostrano la fierezza de’ primi tempi barbari anzi che no, ne’ quali trattavano gli stranieri da minici di guerra, i figliuoli a guisa di schiavi, come si è sopra veduto, e tenevano cotanto a vile il sangue de’ poveri vassalli rustici, che con la lingua feudale si dicevano «homines», di che si meraviglia Ottomano, come abbiam accennato sopra.

CAPITOLO QUARTO

1274[624] [CMA3] Tanto che la βουλή e l’ἀγορά ..... dovetter essere tra’ romani le ragunanze curiate..... e le ragunanze tribunizie. D’una delle quali Pomponio fa menzione, ove narra la legge con la quale Giunio Bruto pubblicò alla plebe romana l’ordinamento fatto da’ padri d’intorno agli re per sempre discacciargli da Roma. Sopra la nominazione della qual legge dicono tante inezie erudite i colti interpetri della romana ragione; delle quali quella non è punto da passare senza castigo: che cotal legge fusse stata appellata «tribunizia» [CMA*] quasi «Bruti Iunia»; e piú quell’altra: [CMA3] perocché Giunio Bruto, che comandolla, era allora tribuno de’ celeri, ch’ora si direbbe capitano delle guardie del corpo [p. 217 modifica] del re. Con la quale sciocchezza vengon a dire che Bruto, il quale con tal legge comanda che sia spento eternalmente in Roma anco il nome di re (onde a Tarquinio Collatino, di tanto offeso dal figliuolo del Superbo, quanto fu la violenza dell’adulterio che ne patí e la morte che se ne diede la sua amabilissima casta e forte moglie Lucrezia, non per altro fece deponere il consolato che perché aveva il casato Tarquinio), avesse appellato tal legge da un maestrato che con l’armi ne aveva guardato la persona: quando a’ dittatori, ch’appresso, nelle bisogne pubbliche le quali gli richiedevano, con qualitá reale monarchica si crearono, si dava un maestrato che dovevane guardar le persone, ma per l’odio del nome reale [lo] dissero «maestro de’ cavalieri»; e, per riguardo della sola religione, superstiziosa delle parole [CMA4] e delle formole consagrate, [CMA3] «re delle cose sagre» (quali con Aristotile vedemmo essere stati gli re eroici, e perciò anco stati lo erano gli re romani), restò un nome attaccato al capo decedali o sia degli araldi, [CMA4] i quali oggi, nella barbarie ricorsa, si veggono vestir le dalmatiche e diconsi «re dell’armi» e, come or sono questi, [CMA3] cotanto avvilito, che ’n tutta la storia romana appresso non se ne legge altro che ’l nome. Errore affatto somigliante a quello con cui han creduto [CMA4] essere stata appellata col nome, odiosissimo a’ romani, di «regia» [CMA3] la legge con la quale Tribuniano vaneggia aver il popolo romano trasferito il suo libero sovrano imperio in Augusto: della qual favola nel fine di questi libri, come abbiam sopra promesso, terremo un particolare ragionamento.

1275[626]..... ed all’incontro tanto «plebeo» quanto «ignobile». [CMA3] Ma, dappoi che i plebei cominciaron a ragunarsi per comandar l’esiglio di chiari uomini nobili, ch’erano gravi alla loro libertá naturale, come avevano incominciato a farlo con Marcio Coriolano, indi in poi si disse «maximus comitiatus» la ragunanza grande de’ nobili e de’ plebei; della qual voce si serve la legge delle XII Tavole. Il qual superlativo porta necessariamente di séguito la ragunanza minore, ch’era la tribunizia de’ plebei, e la maggiore, ch’era la curiata de’ nobili. Ma, poi che Fabio Massimo introdusse il censo pianta della libertá popolare....., il qual censo distingueva il popolo romano per tre ordini, secondo le facultá.....

1276[626*] [CMA3] La qual veritá si dimostra con un luminoso esemplo della casa Appia, la piú nobile di tutte le patrizie [p. 218 modifica] romane, la qual da Regillo era fin da’ tempi di Romolo venuta in Roma con Atta Clauso, signore co’ suoi vassalli; della qual casa il ramo della famiglia Appia Claudia fu sempre senatoria, l’altro della famiglia Appia Pulcra, per la povertá, fu sempre plebea. E, della stessa Appia Claudia, Clodio, per ambiziosi disegni d’essere tribuno della plebe, non potendo esserlo se non fusse dell’ordine plebeo, fecesi da un plebeo adottare, né pertanto lasciò d’esser nobilissimo. Perché, con l’adozione, si perdeva la sola famiglia e quindi la sola agnazione; ma non si perdeva la casa o gente e, per essa, la gentilitá, [CMA4] siccome il professa Galba appo Tacito, il qual dice che, con l’adozione ch’egli faceva di Pisene, esso allo splendore della casa Sulpizia, che vantava di venire da Pasife e da Giove, univa quello delle case di Crasso e Pompeo, da’ quali Pisene traeva l’origine.

1277[627]..... «plebiscitum», venendo egli da «sciscor», e non «scio». [CMA3] E ne’ comizi centuriati si serbò l’origine della voce «curia», perché delle novantanove curie, nelle quali, per tre ciascheduna, si eran divise le trentatré tribú di Roma, per ritondezza di numero e per leggiadria di favella, si dissero cosí quasi «centumcuriata».

1278[628] [CMA4] Lo che tutto era ciò che doveva dar i principi al Gruchio, il quale scrisse un giusto volume De comitiis romanorum, al Sigonio ed altri autori, c’hanno adornato in questa parte le cose antiche romane.

CAPITOLO SESTO

1279[641]..... Questa stessa eterna inimicizia de’primi popoli dee spiegarci che i giuochi equestri, ne’ quali i romani rapirono le donzelle sabine, dovetter essere ladronecci fatti da ospiti eroici, che convengono alle castissime sabine donzelle piú che vadano in cittá straniere a vedere i giuochi per gli teatri, [CMA3] le quali non si portavano in quelli delle cittá loro propie [SN2]. Dee spiegarci altresí che ’l lungo tempo ch’i romani avevano guerreggiato con gli albani..... aveva loro renduto il legittimo re Numitore. Ed è piú verisimile di quello che l’Orazia avesse riconosciuto la veste del suo Curiazio ucciso, mentre il fratello la portava con l’altre in trofeo, ch’ella di sua mano avessegliela ricamata; quando Penelope ci assicura che ’l piú nobil lavoro donnesco delle greche [p. 219 modifica] regine era il tesser la tela. È molto da avvertirsi che si patteggia la legge della vittoria.....

1280[644] Onde l’antichissime leghe delle dodici cittá dell’Ionia, delle dodici cittá di Toscana, delle quarantasette latine sono sogni eruditi; né Servio Tullio, né Tarquinio Superbo, narratici da Dionigi d’Alicarnasso essere stati capitani della latina guerra albata, sono altrimenti da prendersi che quali Ulisse ed Enea furono capitani de’ loro soci. E la lega delle Gallie sotto Vercingentorige e de’ Germani sotto d’Arminio non furono dettate da altro che dall’aver Cesare e Germanico fatta lor con l’armi un’uguale necessitá di difendersi. Ch’altrimente, non tócchi, se ne sarebbono stati come fiere dentro le tane de’ loro confini, seguitando a celebrare la vita selvaggia ritirata e solitaria de’ polifemi, ch’abbiam sopra dimostrata.

1281[657] ..... cosí noi la legge delle XII Tavole possiam chiamare «ius naturale gentium romanorum» . Perché sei credano da oggi innanzi gli sciocchi che ne’ primi tempi di Roma vi fusse stata costumanza onde le figliuole venissero ab intestato alla successione de’ lor padri, e che la legge delle XII Tavole l’avesse riconosciuta. Perché ’l famoso «ius quiritium romanorum» ne’ suoi primi tempi era propiamente diritto di romani armati in adunanza (come si è detto), di cui o totale o primaria dipendenza era il dominio quiritario: dominio per ragion d’armi, il quale tra gli altri modi si acquistava con le successioni legittime; e, perché le donne non ebbero in niuna nazione il diritto dell’armi, quindi appo tutte restaron escluse dall’adunanze pubbliche, e particolarmente tra’ romani rimasero in perpetua tutela o de’ padri o de’ mariti o d’altri loro congionti.

CAPITOLO SETTIMO

1282[664] Non vogliam qui accrescere di piú confusione e lui e tutti gli altri politici e critici romani ed eruditi interpetri della romana ragione, con ricordar loro le riflessioni che dovevan fare sopra il regno romano, per trarne dagli effetti la natura, se fusse stato monarchico o aristocratico; lo che abbiam fatto nella Scienza nuova prima. Solamente gli avvertiamo che non hanno pur un autor romano che loro assista, anzi che non sia loro contrario. Vaglia per tutti Livio, il quale, in narrando l’ordinamento fatto [p. 220 modifica] da Giunio Bruto..... e, finito il regno annale, eran anco soggetti all’accuse, conforme gli re spartani erano fatti afforcare dagli efori. Se i consoli romani furono due re monarchi come sarebbono stati due dittatori, cosí prima gli re erano stati ciascuno a vita monarchi di Roma.

1283[665] Né punto loro soccorre, ma contrasta Tacito, ove dice «libertatem et consulatum Iunius Brutus instituit», [CMA3] essendo egli un verbo comune all’«ordinare» (onde son detti «instituta maiorum», «ordinamenti de’ maggiori» ) ed all’«incominciare» o «avviare» (onde son dette «institutiones» ) nelle discipline. Perché Giunio Bruto ordinò il consolato, col quale restituí o sia rimise in piedi la libertá de’ signori dai tiranni, e con reiezione d’anno in anno de’ consoli incominciò la libertá popolare, poiché la plebe ne volle eletto, del suo corpo, ancor uno, e ne riportò non solo uno ma tutt’i due. Perché lo stesso politico pone in bocca di Galba ch’è in luogo di libertá l’eleggersi l’imperadore, il qual era pur uno ed a vita; molto piú dovette qui intenderlo del consolato, il qual era annale diviso in due: ma dice esser a luogo di libertá, perché, come l’elezione degl’imperadori non mutò la forma monarchica dell’imperio romano, cosí reiezione de’ consoli non mutò la forma aristocratica della romana repubblica. Che se Tacito avesse inteso Bruto aver ordinato la libertá popolare come ordinò il consolato, con la sua brevitá l’arebbe detto col solo verbo «ordinavit», perocché è frase solenne e quasi consegrata «ordinare rempublicam». Se non pur i romani, gente barbara e rozza, avesser avuto il privilegio da Dio.....

CAPITOLO OTTAVO

1284[677]..... egli è ora per civil natura impossibile. [CMA3] Ma i dotti, in questa umanitá, che gli rende di menti scorte e spiegate, con le lor inefficaci riflessioni, le quali non mai fecero un eroe operante, ciò che fu effetto di nature corte e perciò d’ingegni particolari e presenti, ne han fatto un sublime interesse di giustizia inverso tutto il gener umano, la qual Achille sconosce con un suo pari, nel tempo stesso che corre con quello una stessa fortuna; ne han fatto quell’amor di gloria, ch’Achille non sente per tutta la sua greca nazione pericolante; ne han fatto quel disiderio d’immortalitá, ch’Achille nell’inferno contracambierebbe con la vita d’un vilissimo schiavo. [p. 221 modifica]

1285[SN2] Queste ragionate cose si compongano sulle degnitá dalla lxxxv [lxxxix] incominciando sino alla xc [xcv], sulle quali, come in lor base, si sono ferme. E quivi si combinino le cagioni dell’eroismo romano con l’ateniese, che, finché Atene, come ne udimmo Tucidide, fu governata dagli areopagiti, cioè fu di forma o almen di governo aristocratica (il qual tempo durò fin a Pericle ed Aristide, che furon il Sestio e ’l Canuleo ateniesi, ch’aprirono la porta degli onori a’ plebei), fece ella delle imprese sublimi e magnanime. Si combinino con lo spartano, il quale fu certamente di Stato aristocratico, e quanti nobili diede tanti eroi alla Grecia, che con merito si davan a conoscere essere discendenti di Ercole. E si vedrá ad evidenza pruovato che l’umana virtú non può umanamente sollevarsi che dalla provvedenza con gli ordini civili ch’ella ha posto alle cose umane, come ne abbiamo dato una degnitá. La quale ora stendiamo ancor alle scienze, le quali non si sono intese né accresciute che alle pubbliche necessitá delle nazioni: come la religione produsse l’astronomia a’ caldei; le innondazioni del Nilo, che disturbava i confini de’campi agli egizi, produsse loro la geometria, e quindi la maravigliosa architettura urbana delle loro piramidi; la negoziazion marittima produsse a’ fenici l’aritmetica e la nautica; siccome oggi l’Olanda, per esser soggetta al flusso e riflusso del mare, ha tra’ suoi produtto la scienza della fortificazione nell’acque. Onde si veda se senza religione, che ne avesse fondate le repubbliche, gli uomini arebbono potuto avere verun’idea di scienza o di virtú!