XII. Melissarion a Glycera

../XI ../XIII IncludiIntestazione 13 agosto 2009 75% epistole

XI XIII


Strana in vero è questa rondinella di cui indirizzasti il volo verso di me, ed incominciai ad uscire dalla consuetudine quando me la vidi così davanti dorata e non nera e d’argento come le altre che trillano pel cielo. Poi, per cercare di comprenderla meglio ho voluto prodigarle tutte le mie amorevolezze, cercando di rammollirla al fuoco de’ miei affetti: perché tu sai che cera vergine è poco malleabile e mal si presta alla forma, se prima non sia tenuta calda nel palmo della mano, e ben carezzata e lisciata, in fine si arrende. Ma fu come se avessi segnata un’altra bianca linea sul bianco della cerussa, che quella su questa si confonde: o pure, per quanto tempo dura il solco del remo nell’acque del mare? Subito dopo la superficie si ricompone e non lascia traccia per dove il burchio sia trascorso.

M’ascolta ella, e in che mi giova? È selvatica ed amorevole ad un tempo; ti mostra attenzione con piacere, ma non fa quanto le consigli; promette pensando ad altro e canterella come una schiavetta Skyta se tu le ragioni. Poi se risponde taglia la fiamma, soffia nella rena, ribatte un chiodo colla spugna, tanto sa d’eloquenza e, a suo profitto, la sfoggia; o celia. Tu la vedi, appoggiata un poco la guancia sulla sinistra e l’altra sul fianco, figgerti li occhi addosso, dopo la sua omelia, contenta d’averti sì o no persuasa, ma in fine ridotta a tacere e non in collera con lei. Sai tu che ella pensi veramente?

Io le dico e la rampogno dolcemente: «Eros sdegna i superbi ed alla fine li fa arrabbiare d’amore per qualche indegno, e questa è la più terribile disgrazia che ne possa cogliere. Se tu tiri troppo la corda ti si rompe in mano. Tu sei in casa di Melissarion, sei bella, sapiente; tutti traggono a te, e tu ti rifiuti: spiegami l’enigma. Tu passeggi sulla gettata, fiorita come la primavera e come un mandorlo olezzante; strepiti colle maniglie che sai leggiadramente agitare; ti premi colla punta delle dita leggermente il seno, sospirando, come gesto amatorio; e non vuoi che dalle unghie si conosca il leone! Dimmi tu come qualcuno dall’aspetto tuo non sarebbe preso a trattarti subito con dimestichezza: e ti lagni? Sei più casta d’Arthemis; fai arrossire le mogli de’ magistrati perché Ampelide, quella del Dikajodele, non può vantare come te pudore e riserbatezza; ma, cara mia, ripeto, quando si è in casa di Melissarion, queste sono virtù fuori di posto, e per di più pericolose. Tant’era buscarsi, bambina, per tempo un giovanottino robusto ed innocente figlio di qualche gastaldo e sposartelo per rincantucciarvi in campagna tra le faccende del pollajo e le dispute colle schiave fanullone. Ma da che ti sei fatta cittadina ed in questo modo, dammi almeno retta. L’albero rigoglioso ed opimo non si scuote né si getta di dosso il villano che su pei rami lo va spogliando de’ frutti. Quale sarebbe il suo profitto se li lasciasse infracidire tra foglia e foglia a dispetto di chi vuol cogliere, col pretesto di volerli serbare? A bellezza maggiore, desiderii più vivi: scegli; e Melissarion sarà lieta di ben volerti e di farti regali. E sappia ancora questo perché impari. La bella giovane è simile ad un prato fiorito di primavera: finché gli rimane il colore dei fiori risplende, ma giunto l’autunno imbrunisce come la terra nuda ed invecchia fendendosi pel gelo all’inverno duro ed ispido». Eh sì, Glycera, codeste sono ciancie: è come s’io volessi far rizzare sull’acqua un delfino perché vi passeggi colla coda, invece di nuotarvi per mezzo.

Diventa fastidiosa, amica, la nostra esistenza: l’amore si è fatto difficile e stravagante; parmi che Cypris stessa v’impiegherebbe male la destrezza delle sue dita e la compiacenza della sua lingua. Ieri mettevo conto sopra di Akkis che conosci, e prometteva quand’ella volse per altra strada, da farmi arrossire sia uscita così povera e mal destra da casa mia e con in cuore quella pazza passione che l’ha inselvatichita: onde la vedono aggirarsi come una persona da tragedia in lutto, annojando tutti colla sua disperazione. Poi Mnester raccoglie presso di sé tutte le nostre pratiche. Conviene che io gli stia amica e che vi conduca le giovani, ma tu sai quanto il guadagno si sminuzza passando per tante mani: ed in pubblico come bisogna conservare il volto lieto, mostrarci felici e salutare questa e quella e conservarsi al suo posto. Tutto ciò merita riguardo e la mia fama mi frutta come un giorno la bellezza. Allora io era la Melissa, la piccola ape d’oro che faceva bottino nei cuori e distillava il miele sulle labra pe’ baci; allora la pelle delicata come un petalo di gilio, i seni sodi; il piede roseo e minuto come un pulcino; la taglia elegante ed elastica; le sopracilie senza bistro; le guancie senza cosmetico e i riccioli non finti; faceva assegnamento con sicurezza sopra di me stessa, ed ebbi casa, giardino e schiavi e qualche nave che traffica sotto la condotta di un mio liberto di fiducia. Ora per conservare quanto possiedo è necessario che faccia caso dalle altre e le orno, le profumo, le addottrino, non perché mi rimangano inutili. Temo giorni peggiori e vorrei far bottino come le formiche; il mio specchio mi avvisa cotidianamente. A farti la confidenza, di giorno in giorno divengo una scimmiona che resiste al tempo con molta arte. E chi mi fa moine e mi accarezza troppo non ascolto perché certo m’inganna e li sciocchi restano scornati giovandomi la mia lunga esperienza. Vi sono anche de’ melensi che mi si strofinano alle braccia la sera da Mnester sussurrandomi: «Melitta, preferisco le tue rughe alla freschezza delle giovanette; meglio amerei tenere nelle mani i tuoi seni che si inchinano come rose sbocciate, che le poma acerbe, dure e gelate delle verginelle. Tu risplendi più bella di una primavera autunno succolento, Melitta Opòra».

Su via, Glycera, ora che sai le mie noje scrivi e sollecita Kelidonio ch’ella comprenda: dille che attendendo troppo si potrà conservare per un amico ipogeo, già che li uomini di sopra alla terra non pazientano fino la vecchiaja per godersi delizie ammuffite e legnose, baci bavosi e trasporti ridicoli ed impotenti.