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V VII


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VI.


La scuola serale doveva incominciare alle otto. Un quarto d’ora prima la maestra Varetti, guardando a traverso la vetrata, vide giù nella nebbia del viale dei gruppi neri d’operai che con le pipe e coi sigari accesi picchiettavano l’oscurità come di tanti occhi di fuoco. S’era messa quella sera un vestito di lana color caffè, un po’ grande, che le pareva il più adatto a non attirar gli sguardi sulla sua persona. Dieci minuti avanti l’ora, venne a prenderla il maestro Garallo per presentarla alla scolaresca.

Passando pel corridoio, incontrarono il cantoniere, un vecchietto secco [p. 60 modifica]e nasuto, con una faccia petulante. Il Garallo gli ordinò di tener d’occhio la classe della Varetti....

— Dentro? — domandò quegli, rannuvolandosi.

Il maestro gli rispose: — Di fuori — e l'uomo respirò. — Dentro o fuori — disse — per me è lo stesso.

La maestra entrò col Garallo nella scuola, ch’era quella dove la Baroffi faceva lezione ai bimbi, di giorno. Non c’erano ancora che sei o sette alunni nei banchi in fondo; gli altri venivano entrando. Il maestro e la maestra salirono sul palco, dov’era il tavolino, e stettero in piedi davanti alla lavagna, sotto la fiammella del gas, assistendo all’entrata.

Entravano a uno a uno, a tre, a cinque, in fila, coi libri e coi quaderni [p. 61 modifica]in mano, gli uomini pestando i piedi pel freddo, i ragazzi facendo un gran rumore di zoccoli, e tutti, nell’entrare, volgevano uno sguardo di viva curiosità alla nuova maestra; alcuni anche si soffermavano un momento; e via via che s’infilavano nei banchi, esprimevano a bassa voce ai vicini, sorridendo, la loro impressione. Erano alunni di ogni età, dai dodici ai cinquant’anni: operai della fabbrica di ferramenti e di quella d’acido solforico, operai d’una conceria, muratori, contadini, pastori, di quelli che scendono dalle Alpi a svernare a Torino con le bestie, per vender latte e formaggi, o spalar la neve: capigliature irte o arruffate, barbe incolte, visi neri, cravatte rosse, camice sudicie, rozze giacchette gonfiate dalle doppie [p. 62 modifica]sottovesti e dalle grosse maglie, che uscivan fuor dalle maniche. Gli uomini maturi, un po’ vergognosi di venir a scuola, s’andavano a metter quasi tutti negli ultimi banchi, con le schiene contro la parete, sulla quale si vedevan delle enormi chiazze d’inchiostro, fin quasi alla vôlta.

Quando furon tutti al posto e quieti, il maestro Garallo fece, con la sua voce di toro, ma con tono molto garbato, la presentazione: — Vi presento la vostra nuova maestra. Raccomando l’ubbidienza e il rispetto.

Detto questo, uscì in fretta senz’aggiunger altro, e la maestra rimase un momento immobile, ritta in faccia alla sua scolaresca, che la guardava in silenzio.

Un osservatore estraneo avrebbe [p. 63 modifica]indovinato che facevan tutti un paragone mentale della nuova maestra con la precedente, la signora Garallo, una piccola e grassa trentenne, che pareva la sorella di suo marito; e avrebbe capito pure che il paragone tornava tutto a vantaggio della più giovane. In quasi tutti gli occhi luccicava un sorriso, che esprimeva dei pensieri difficili ad esprimersi.

La maestra stette un po’ confusa, con la vista torbida, non sapendo come principiare. Poi sedette al suo tavolino.

In quel momento entrò Saltafinestra.

S’udì un lungo mormorio, e tutti gli occhi si rivolsero a guardar lui e la maestra; la quale, argomentando da quell’atto che tutti sapessero ch’egli [p. 64 modifica]veniva a scuola per lei, impallidì leggermente.

Il giovane, disinvolto e tranquillo, passò davanti al tavolino, dando alla maestra una rapida occhiata di sbieco, andò dinanzi al primo banco a destra, dov’era un posto vuoto contro il muro, e messavi una mano sopra, con una mossa agilissima vi saltò dentro, e sedette.

Per prima cosa la maestra avrebbe dovuto fare un breve esame al nuovo venuto per accertarsi che poteva stare nella sezione dei più avanzati, dove s’era messo di moto proprio; ma l’aspettazione appunto di quell’esame, che ella vide negli occhi della scolaresca, le tolse il coraggio di farlo. Incominciò subito la lezione.

La Garallo le aveva accennato il [p. 65 modifica]suo metodo e il punto a cui eran rimasti. Seguitando le sue tracce, essa si mise a scrivere sulla lavagna, con mano malferma, una serie di sillabe semplici, per farle prima leggere e poi scrivere alla sezione di sinistra: mentre questi scrivevano, ella avrebbe fatto leggere agli altri il libro di lettura.

La lezione pareva che incominciasse bene: per un po’ di tempo non s’intese alcun mormorio: quelli che non stavano attenti alla lettura, parevano assorti nell’osservazione della sua persona.

Timidamente, mentre leggevano i primi a uno a uno, essa esaminò con sguardi furtivi i suoi scolari. I più grandi stavan quasi tutti alla sua sinistra, con quelli che eran più [p. 66 modifica]addietro. Le diede nell’occhio avanti gli altri, nel banco più vicino a lei, una specie d’Ercole raccorciato e ingobbito, con una testa smisurata e deforme, dalla fronte bassissima e dalla bocca di bove: una faccia stupida, in cui appariva un’ostinazione di bruto, ma che, nonostante l’espressione torva degli occhi, lasciava trapelare non so che rettitudine d’animo. Egli prestava una profonda attenzione alle sue parole e alla lettura degli altri. La maestra osservò che aveva per penna una chiave con la punta per scrivere confitta nel buco.

Quando venne la sua volta di leggere, gli domandò il nome. Quegli rispose in modo appena inintelligibile: — Carlo Maggia. — Era un garzone macellaio, che aveva trentacinque [p. 67 modifica]anni, e ne mostrava dieci di più. Alle prime sillabe che lesse, con una voce che pareva d’un can mastino, alcuni ragazzi dell’altra sezione cominciavano a ridere; ma a uno sguardo lento ch’egli girò sopra di loro, tacquero. Attirò l’attenzione della maestra un altro alunno, della sezione di destra, che doveva essere il più attempato di tutti: un uomo sulla cinquantina, alto, con una folta barba brizzolata, un viso benevolo e stanco di onesto lavoratore, che la confortò. Era un certo Perotti, operaio della conceria, che aveva nella stessa scuola, due banchi più sotto, un suo figliuolo d’undici anni, lavorante nella sua fabbrica, serio e simpatico come lui. Scendendo con lo sguardo trovò la testa bionda d’un altro operaio, più pulito [p. 68 modifica]degli altri, che le fece impressione: un uomo sulla trentina, lunghicrinito e ben pettinato, con un viso signorile dal gran naso aquilino, e cert’occhietti turchini in cui brillava l’intelligenza mista a una espressione d’orgoglio, che si fece più viva quando i loro sguardi s’incontrarono. Da quella parte il maggior numero erano ragazzi: dei visi vivaci, irrequieti, sporchi, impertinenti, dai quali si capiva alla prima che venivano alla scuola più per godere il caldo e per fare il chiasso che per imparare. Fra questi le destò una vera inquietudine un ragazzo sui quattordici anni, seduto all’estremità del secondo banco, un muratorino, pareva, il quale sorrise apertamente, con un’aria di famigliarità punto rispettosa, quand’essa lo [p. 69 modifica]guardò. Delle molte grinte di monelli ch’ella aveva visto uscir dalle fabbriche, quella era senza dubbio la più invetriata: aveva degli occhi in cui scintillavano tutti i vizi, un mezzo naso voltato in su, che era un’insolenza incarnata, una bocca su cui s’indovinavano le oscenità, senza che parlasse, la pelle cinerea, il corpo lungo e scarnito, un po’ curvo, e il sorriso cinico del ragazzo che ha già percorso un gran tratto su tutte le vie che menano allo spedale e alla prigione. Da costui ella scese con l’occhio al primo banco; ma, veduto appena di sfuggita il Muroni, girò lo sguardo dalla parte opposta, volgendo l’attenzione agli alunni che leggevan tutti insieme le sillabe della lavagna, compitando e cantando come [p. 70 modifica]bambini che mettessero la voce in un imbuto. S’era intanto diffuso per la scuola un odor forte che le cominciava a offender le narici: il puzzo delle pipe e dei mozziconi di sigaro spenti da poco, un tanfo misto di vino, di grasso di macchina, di pelli conce, di stalla, di scarpe fracide. Nel coro della lettura, ella sentì che alcuni ragazzi forzavan la voce per far la burletta; ma finse di non badarvi.

Quando ebbero finito ordinò che scrivessero le sillabe sui quaderni, e si voltò all’altra sezione. Ma prima che incominciasse, scesero dai banchi in fondo tre alunni grandi col quaderno in mano, fra i quali il Perotti, e vennero da lei, come facevano con la Garallo, a farsi chiarire dei dubbi sul componimento che quella aveva [p. 71 modifica]assegnato. Un pittore avrebbe potuto fare un quadro nuovo e bellissimo col gruppo che formò per qualche momento il viso gentile di quella maestrina timida e un po’ vergognosa, china sui quaderni, in mezzo alle teste rozze e scapigliate dei tre operai, chinati essi pure per osservar le correzioni. La maestra Garallo aveva dato per lavoro una lettera di commiato d’un operaio al suo capo di fabbrica. Quando i tre alunni grandi furon tornati al loro posto, essa ne chiamò uno a caso, scorrendo l’elenco, per far leggere un componimento ad alta voce. Al nome di Lamagna Luigi s’alzò l’operaio biondo, dai capelli lunghi. Tutti fecero silenzio, anche nell’altra sezione, e si voltarono a guardarlo, come se aspettassero [p. 72 modifica]ch’egli leggesse qualche cosa di singolare. Quegli cominciò a leggere con certa correntezza e con un’aria di trascuranza affettata, quasi che volesse fingere di pensare ad altro. V’eran nella sua lettera delle frasi che avevan poco che fare col soggetto, incastratevi quasi per forza, nelle quali si mostrava più aperto l’orgoglio che la maestra gli aveva già letto negli occhi. Questa gli fece qualche appunto grammaticale, a cui egli oppose delle obbiezioni, non con mal garbo, ma con un tuono da far capire che voleva esser tenuto in un conto particolare, non messo a mazzo con gli altri. La lettera era sottoscritta: — Lamagna Luigi, suo eguale, non servo. — Queste parole, per la maestra, furono un lampo.

[p. 73 modifica]Il Lamagna doveva esser certo quell’operaio socialista della fabbrica di ferramenti, del quale essa aveva inteso parlare molte volte, come d’un giovane d’ingegno ardito e bizzarro, tenuto in grande stima dai suoi compagni, a cui predicava il verbo nuovo nei crocchi, terminando ogni discorso col raccomandare l’orgoglio di classe, come principio e fondamento necessario della emancipazione avvenire. La maestra gli fece ancora un appunto sopra una parola della chiusa, ed egli sedette, mormorando le sue obbiezioni al vicino, con un sorriso dignitoso.

Fin qui, salvo qualche leggero bisbiglio, la classe si portava bene, e la maestra prendeva animo. Fece aprire il libro di lettura, l’Artiere italiano, [p. 74 modifica]che tutti gli alunni di destra avevano, e lesse ella prima un periodo. Leggendo, pensava che avrebbe dovuto a ogni costo far legger dopo di lei il Muroni, sia per rompere il ghiaccio, sia per non destare nella classe il sospetto ch’ella ne avesse paura: d’altra parte, prendendo dalla destra del banco più vicino, egli era il primo. Fece dunque uno sforzo, appena ebbe finito di leggere, e voltandosi verso di lui, gli disse: — Rilegga.

Tutti tacquero.

Il giovane s’alzò, col libro in mano, sorridendo con l’aria vanitosa di chi sa d’essere oggetto di curiosità e di aspettazione.

Era la prima volta ch’ella fissava gli occhi sopra di lui, e n’ebbe più ripugnanza che non n’avesse mai [p. 75 modifica]avuta. Quella piccola testa coi capelli femminilmente spartiti nel mezzo, quel viso quasi di ragazzo precoce, d’una pallidezza livida, con due piccoli occhi neri acutissimi, d’una espressione dura e risoluta, in cui s’indovinava un’ira vendicativa senza pietà, con quella bocca stretta e senza labbra, che pareva una ferita di coltello, non guernita che di due baffetti arricciati a punta, avevan qualche cosa di feroce insieme e di lezioso, che faceva peggior senso della faccia d’un rozzo malfattore abbrutito. Tutto il suo corpo ben proporzionato e asciutto mostrava d’aver dei muscoli d’acciaio e una sveltezza di saltimbanco. Alla capigliatura impomatata, alla cravatta col nodo allentato che lasciava scoperto il collo fino alla fontanella della [p. 76 modifica]gola, ai calzoni stretti che s’allargavano a campana sul piede, ai larghi polsini di colore che coprivan mezze le mani si riconosceva il tipo del barabba ambizioso, misto di bellimbusto e di brigante, divorato da mille appetiti e non contenuto da altro freno che da quello della povertà, pronto in qualsiasi ora a qualunque cimento e a ogni più audace birbonata. L’atteggiamento della sua persona, impostata di sghembo, con una spalla più alta dell’altra, il balenìo intermittente degli occhi, l’intonazione della voce rauca manifestavano un orgoglio smodato e selvaggio, che, non trovando altra via, si sfogava in un disprezzo beffardo di tutti e d’ogni cosa; di quei disprezzi di malfattori che vanno di sotto in su, crescendo gradatamente, dalla [p. 77 modifica]polvere della via dove nascono fino alla sommità d’ogni grandezza umana. Leggendo a stento, egli fingeva d’intaccare per capriccio, non per ignoranza, e nell’alzare il viso dal libro, lanciava ogni tanto un’occhiata alla maestra che non gli vedeva che il bianco degli occhi, e n’aveva un senso di freddo alle vene. E benchè si sforzasse, quando lo doveva correggere, non osava guardarlo nel viso; non guardava che la sua mano destra, con la quale ei teneva il libro, pensando con raccapriccio ch’era quella che aveva immerso il coltello nel fianco d’un amico. Quando, finita la lettura, egli si rimise a sedere, ella si sentì come liberata da un’oppressione del cuore.

Venuta la volta di leggere al [p. 78 modifica]ragazzo del secondo banco, che le aveva fatto una così trista impressione, ella capì dal modo come s’alzò e dal movimento di curiosità dei suoi compagni ch’egli doveva esser solito a provocar l’ilarità o lo scandalo nella classe, e avendo letto nell’elenco Pietro Maggia, gli domandò, con la speranza d’ingraziarselo un poco in quella maniera, se fosse parente dell’altro Maggia, quella specie di grosso bruto, ch’era nell’altra sezione.

A l’è me barba (è mio zio), — rispose il ragazzo, con una smorfia buffa, che fece ridere i vicini. Lo zio, intento a scrivere con la sua chiave, non si voltò. E quegli cominciò a leggere con voce contraffatta, ch’era una sua valentia artistica, con cui imitava la voce d’un povero sciancato del [p. 79 modifica]sobborgo, che chiedeva l’elemosina. Tutti i ragazzi si misero a ridere. Ma tre o quattro degli uomini fecero segno di disapprovazione; fra i quali il Perotti, dal suo banco in fondo, gli disse aspramente: — Finiscila!

— Perchè mi manca di rispetto? — gli dimandò la maestra incoraggiata da quegli aiuti.

Il ragazzo sedette, facendo l’atto d’arricciarsi un baffo. La maestra passò ad un altro. Quando toccò al Lamagna, avendogli detto: — Faccia sentir meglio la doppia t — quegli rispose con dignità: — Mi par d’averla fatta sentire. — Gli altri si contennero bene. Allora essa diede il periodo da scrivere e tornò alla prima sezione.

Intanto, furtivamente, guardava di [p. 80 modifica]tratto in tratto il Muroni per indovinar dal suo contegno le sue intenzioni. Egli scriveva; ma guardando lei molto spesso; e i suoi sguardi, pure non palesandole chiaramente il suo pensiero, la confermavan pur troppo nella certezza che con un pensiero egli fosse venuto, o spinto da una simpatia brutale, o per far qualche bravata, forse per una scommessa fatta coi suoi compagni, o col solo proponimento d’impaurirla e di farle dispiacere, per malvagità; o chi sa che altro. Ogni volta ch’ei la guardava, gli guizzava un sorriso su quella bocca senza labbra, come il luccichìo d’una lama, il sorriso bieco, subdolo, fuggente di chi cova un proposito maligno. E a ciascuno di quei sorrisi ella si turbava, tanto che doveva fare [p. 81 modifica]uno sforzo per non perdere il filo della lezione, e quegli se n’accorgeva, e mandava dagli occhi un lampo di compiacenza trionfante, che la turbava anche peggio. Egli tenne però per tutta la lezione un contegno corretto, non voltandosi mai a parlar coi vicini, come se fosse tutto assorto nella sua idea.

Quelle due lunghissime ore passarono, come Dio volle. Essendovi la doppia vacanza del sabato e della domenica, la maestra diede per compito alla sezione più avanzata una lettera a una supposta sorella lontana. Poi raccomandò timidamente a tutti di uscire in silenzio. All’ultime sue parole il piccolo Maggia mise un fischio sottile, che, per fortuna, passò inosservato tra il suono della [p. 82 modifica]campanella e il rumore che facevan tutti per apparecchiarsi ad uscire.

Uscirono in gran disordine. Passandole davanti, il Muroni le lanciò uno sguardo ch’essa sfuggì. Molti degli uomini la salutarono. Ma il maggior chiasso scoppiò di fuori. Uscivano anche gli alunni del Garallo. Pareva un’uscita d’un teatro popolare una sera di martedì grasso: strilli, salve di fischi, zufoli, urlate, un fracasso di zoccoli, un chiamarsi per nome a squarciagola, uno schiamazzo di domande e di risposte, in cui la maestra sentì più volte il proprio nome e dei comenti sulla sua persona, seguiti da risate clamorose, da canti, da versi d’animali, da esclamazioni buffe e da scaracchi sonori; e da tutte le parti fiammelle di [p. 83 modifica]zolfanelli e di carte accese sulle pipe, che offrirono per un momento lo spettacolo d’una luminaria nella nebbia. Poi il baccano s’allontanò a poco a poco, non si udirono più che grida e canti nel sobborgo, e infine seguì un silenzio profondo.