La capanna dello zio Tom/Capo XXXIV

XXXIV. Storia della meticcia

../Capo XXXIII ../Capo XXXV IncludiIntestazione 28 febbraio 2016 100% Da definire

Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XXXIV. Storia della meticcia
Capo XXXIII Capo XXXV
[p. 354 modifica]

CAPO XXXIV.


Storia della meticcia.


Era notte inoltrata; e Tom, rotto, sanguinoso, giacea solo in una stanzaccia disabitata di un magazzino, tra frammenti di macchine, mucchi di cotone avariato ed altri rimasugli d’ogni genere, gittati là alla rinfusa. [p. 355 modifica]

Miriadi di insetti, generati da quella atmosfera umida, soffocata, inasprivano, punzecchiandolo continuamente, le sue piaghe; mentre una sete ardentissima — terribilissima su tutti i supplizii — accrescea strazio a strazio.

— «O buon Dio! degnatevi guardami! Fate che io riesca vittorioso di tutto!» pregava nelle sue angosce il povero Tom.

All’improvviso sentì alle spalle una leggiera pedata, e il lume d’una lanterna gli battè in volto.

— «Chi ci è? in nome di Dio, datemi un po’ di acqua!»

Cassy — poichè era dessa — depose la lanterna, verso acqua da una bottiglia, e, sollevandogli il capo, gli porse da bere. Tom ne bevette due o tre bicchieri di seguito, divorato da un ardore febbrile.

— «Bevete a vostro bell’agio — disse la donna; — so come vanno le cose; non è questa la prima volta che io vengo di notte a portar acqua, come ora a voi.»

— «Grazie, signora» disse Tom, poichè ebbe finito di bere.

— «Mi chiamate signora? sono una schiava miserabile come voi; abbietta quale non foste mai — soggiunse ella con amarezza. — Ma ora — riprese, avvicinandosi verso la porta, e traendo a mezzo un piccolo pagliariccio, su cui prese a spiegare lenzuola di lino inzuppate d’acqua fresca — adagiatevi qui, povero uomo!»

Estenuato dalle battiture, affranto in tutta la persona, Tom durò fatica per muoversi; ma, coricatosi alla fin fine, sentì un lieve refrigerio alle sue ferite, dall’aversi applicate sopra le lenzuola bagnate.

La donna, che, per aver trattato lungamente con vittime di tale brutalità, conoscea li opportuni rimedii, appese alle piaghe di Tom alcuni lenimenti che non poco, e in brev’ora, lo ristorarono.

— «Ora — disse la donna, sollevando il capo dell’infelice sopra un involto di cotone guasto, che gli servìa di guanciale, riposatevi; è il meglio che si può fare.»

Tom le rese grazie; la donna, sedendosi sul pavimento, con ambe le braccia raccolte intorno alle ginocchia lo contemplava senza far motto, ma con espressione di profondo cordoglio. Il fazzoletto che le avvolgea il capo, le cadde addietro sulle spalle, e lunghe anella di cappelli nerissimi le ondeggiavano intorno al volto, impresso di una singolare melanconia.

— «È tutto inutile, mio buon amico! — disse ella finalmente; — è affatto inutile ciò che avete tentato. Voi siete un bravo uomo; avete ragione, ma serve a nulla il resistere; siete caduto nelle mani del diavolo; è più forte di voi; bisogna cedere.»

Cedere! la debolezza umana, l’agonia de’ tormenti non aveano susurrata mai per lo innanzi questa parola all’orecchio di Tom? Egli ne tremò tutto; perchè quella donna angosciata, con quel guardo selvaggio, con quell’ [p. 356 modifica]accento melanconico, gli presentava, in persona, la tentazione contro cui stava lottando.

— «O Signore! Signore! — esclamò egli sospirando — come posso mai cedere?»

— «È inutile invocare il Signore; è sempre sordo — riprese prontamente la donna. — Credo che, non vi sia Dio; o, se vi è, ha preso partito contro noi. Tutto è contro noi, cielo e terra. Tutto ci caccia a precipizio. Come non cadervi?»

Tom chiuse gli occhi, e rabbrividì a questa orrenda bestemmia dell’ateismo.

— «Vedete — riprese la donna — voi non sapete nulla di quanto si opera in questo luogo; ed io so tutto. Qui dimoro da cinque anni, corpo ed anima, sotto i piedi d’un cotal uomo; io l’abbomino quanto il demonio! siete in una piantagione isolata, distante dieci miglia da ogni altra, fra mezzo a paduli; non vi è un bianco il quale possa attestare se foste arso vivo, se foste scorticato, gittato di pasto ai cani, impiccato, flagellato a morte. Non vi è legge, nè divina nè umana, che possa recare ad alcun di noi il menomo bene; e questo uomo! non vi è scelleraggine di che egli non sia capace. Vi farei arricciare per orrore i capelli, batter denti co’ denti, se io vi dicessi solamente ciò che ho veduto ed ho conosciuto a prova; è inutile il resistere! Ho bramato io forse di viver seco lui? Non fui educata delicatamente? ed egli, Dio eterno! che era, e chi è? Eppure vissi con lui cinque anni, maledissi ogni momento di mia vita, notte e giorno! Ed ora ha condotta in casa un’altra; una giovinetta di quindici anni; è, all’udirla, stata educata religiosamente. La sua buona padrona le insegnò a legger la Bibbia, ed ella recò seco la sua Bibbia, qui! all’inferno con lei!»

E la donna ruppe in cotal riso selvaggio, doloroso, che echeggiò stranamente, quasi in modo sopranaturale, tra le antiche rovine di quell’edifizio.

Tom raccolse le braccia al petto; tutto era oscurità ed orrore.

— «O Gesù! Gesù mio Signore! avete dunque dimenticato le vostre povere creature? — disse egli finalmente; — soccorretemi, Signor mio, acciò non perisca!»

La donna, impassibile, proseguiva:

— «E che sono mai que’ miserabili cani con cui lavorate, perchè voi soffriate per essi? Ciascun di essi, alla prima occasione, è pronto a rivolgersi contro voi. Son tutti vili, crudeli l’un contro l’altro, quanto uomo esser possa. Non avrete alcun tornaconto a soffrire per essi.»

— «Povere creature! — disse Tom — chi le ha fatte crudeli? e se io cedessi, diverrei, a poco a poco, simile a loro! No, no, signora! Ho perduto [p. 357 modifica]ogni cosa, moglie, figliuoli, casa, un buon padrone, un padrone che m’avrebbe emancipato, se avesse vissuto ancora una settimana. Ho perduto tutto in questo mondo, e, non giova dissimularlo, per sempre; ed ora non posso rinunziare anche al cielo; non posso rassegnarmi a divenire un miserabile!»

— «Ma Dio — soggiunse la donna — non potrà farne carico a noi, non può accagionarcene, mentre vi siamo costretti; ne ascriverà la colpa a colui che ci costringe.»

— «Sì — disse Tom; — ma ciò non toglie che noi pure ci pervertiamo. Se il mio cuore venisse ad indurirsi, come quello di Sambo, che gioverebbe sapere come ciò sia avvenuto; basta pur troppo che la cosa avvenga; ecco ciò che io temo.»

La donna fissò uno sguardo smarrito ed attonito sopra Tom, quasi un pensiero, affatto nuovo, le attraversasse la mente; quindi, profondamente sospirando, esclamò:

— «O Dio di misericordia! avete ragione!» e singhiozzando cadde ginocchioni sul pavimento, quasi dissennata per dolore.

Successe un silenzio durante il quale avresti potuto distinguere il respirar d’ambedue; Tom, con voce fioca, riprese: «Di grazia, signora!»

La donna si levò prontamente in piedi, e ricompose il volto all’espressione di cupa melanconia, che le era abituale.

— «Di grazia, signora; mi accôrsi che hanno gettato in quell’angolo le mie vestimenta; in una delle tasche ho la Bibbia — signora, se vi piacesse farmene lettura!»

Cassy andò a prenderla; Tom l’aperse subito ad una pagina, molto logora, piena di segni, una pagina ove descrive l’ultima scena della vita di colui il quale ci ha redenti colla sua morte.

— «Se la signora avesse la bontà di leggermi questo brano, mi recherebbe miglior refrigerio che l’acqua.»

Cassy prese il libro, con aria di alterezza, d’indifferenza e chinò gli occhi su quella pagina. Cominciò a leggere ad alta voce, con un accento soavissimo che le era particolare, quella pietosa storia di angoscia e di gloria. Spesso la sua voce si commoveva, si affievoliva, ed allora ella ristava dal leggere, fredda, contegnosa, finchè avesse repressa la sua commozione. Quando giunse a quelle sublimi parole: «Padre, perdona ad essi, perchè non sanno ciò che si facciano;» si lasciò cadere il libro; e nascondendo la faccia tra le folte ciocche della sua nera capigliatura, ruppe in singhiozzi violentissimi.

Tom piangeva anch’esso, e tratto tratto mormorava una preghiera.

— «Se ci fosse dato imitarlo! — disse Tom; — gli era cosa sì naturale ciò che a noi costa tanta fatica! o Signore, aiutateci! Benedetto Gesù, aiutateci!»

[p. 358 modifica]— «Signora — riprese Tom dopo alcuni momenti di silenzio; — ben veggo che mi superate in ogni cosa; ma ve ne ha una, che potrete imparare dal povero Tom. Avete testè detto che il Signore sta contro noi, perchè ci lascia martoriare; ma vedete quali strazii ha permesso di suo figliuolo, il benedetto re della gloria. Non fu sempre povero? soffrimmo mai li obbrobrii che egli ha sofferti? Il Signore non ci ha dimenticati; ne son certo. Se patiamo con lui, dice la Scrittura, regneremo pure con lui; ma se lo rinneghiamo, egli rinnegherà noi. Che non hanno patito, il Signore ed i suoi! Furono lapidati, cacciati, errarono per deserti, non d’altro vestiti che di pelli ferine, afflitti, travagliati. Se patiamo, non è questa una ragione per credere che il Signore sia contro di noi; anzi, tutto il contrario, se abbiamo confidenza in lui, per non peccare.»

— «Ma perchè ci mette egli al cimento di peccare?» chiese la donna.

— «Credo che possiamo guardarci dal peccare» rispose Tom.

— «Vedrete — riprese Cassy. — Che farete mai? domattina vi saranno nuovamente intorno; li conosco, e so di che sono capaci; non posso pensare a che sono capaci di farvi; e alla fin fine dovrete pur soccombere.»

— «Gesù, Signor mio! — esclamò Tom — avrete voi cura dell’anima mia? O Signore, salvatemi! — salvatemi dal peccato!»

— «Oh, amico — disse Cassy — intesi ben mille volte queste preghiere e queste grida; ma tutti, alla fin fine, dovettero cedere. Emmelina sta lottando anch’essa, come voi; ma che serve, dovrete cedere, o vi faranno a brani.»

— «Benissimo — disse Tom — allora morirò. Facciano ciò che vogliano; non potranno impedire che una volta io muoia! ed allora, sarò libero! Il Signore mi aiuterà, mi salverà!»

La donna non rispose; fissò a terra i suoi neri occhi attentamente.

— «Questa sarebbe una via di scampo — mormorava seco stessa; — ma per coloro che hanno ceduto non v’ha più speranza, nessuna speranza! Viviamo nel fango, e siam di peso a noi stessi! Bramiamo morire, e non abbiamo il coraggio di ucciderci. Nessuna speranza! nessuna speranza! nessuna speranza! — Questa giovinetta... io era appunto della sua età. Ed ora mi vedete — chiese a Tom con voce concitata — vedete ciò che ora sono? Ebbene; io fui educata nel lusso. Mi ricordo che, pargoletta, mi sollazzava in isplendide sale, era vestita come una manola; avea corteggio, visitatori che mi adulavano. La porta d’un salone mettea in un giardino; ed ivi solea scherzare, all’ombra degli aranci, in compagnia de’ miei fratelli e delle mie sorelle. Entrai in un convento, ed ivi imparai la musica, la lingua francese, il ricamo, e che so io; ne uscii in età di quattordici anni per assistere ai funerali di mio padre. Egli era morto improvvisamente; e quando si venne a liquidare i suoi interessi, si trovò che ci [p. 359 modifica]rimaneva appena tanto quanto importava per coprire i debiti; i creditori compilarono un inventario di tutto, ed io vi fui compresa. Mia madre era schiava; mio padre avea avuto sempre intenzione di emanciparla, ma non l’avea fatto; e si è per questo che io fui posta in lista. Io ben conosceva la mia condizione, ma non me n’era crucciata gran fatto. Nessuno si immagina che un uomo giovane, robusto, debba morire. Mio padre, quattro ore prima di morire, stava benissimo; fu una delle prime vittime del cholera in Nuova-Orleans. Al domani del funerale, la moglie di mio padre tolse seco i suoi figliuoli, ed andò in una piantagione de’ suoi parenti. Mi parve di esser ivi trattata in modo singolare, ma non ne feci gran caso. Vi si trovava un giovane avvocato con incarico di acconciare i conti; veniva ogni giorno, si tratteneva famigliarmente con me, e solea parlarmi con bontà. Un giorno condusse seco un giovane signore, il più bell’uomo ch’io mi abbia mai veduto. Non dimenticherò mai quella sera: passeggiava seco lui nel giardino. Egli era solo, melanconico, dolce, affabilissimo verso di me; mi narrò come mi avesse veduta prima che io entrassi in convento, che mi avea amata in tutto quel tempo, che desiderava farsi amico mio e protettore. Insomma, quantunque non mel dicesse, avea pagato duemila dollari per me, ed io era cosa sua; ne stentai ad acconciarmivi, perchè lo amava. Lo amava! — esclamò la donna soffermandosi. — Quanto ho amato quell’uomo! Quanto l’amo ancora adesso, e l’amerò finchè vivo! Era così bello, così generoso! Mi allogò in una bellissima casa, con servi, vetture, cavalli, bei mobili, ricche vesti. Quanto si potea procacciar col danaro, mi ha procacciato; ma io badava poco alle ricchezze, perchè avea messo in lui tutto l’amor mio. L’ho amato più del mio Dio, più dell’anima mia; e quando, anche lo avessi voluto, mi sarebbe stato impossibile l’oppormi a’ suoi desiderii.

«Non mancava che una cosa alla mia felicità — non era sua moglie. Pareami che se veramente mi avesse amata come egli diceva, mi avrebbe tolta in isposa ed emancipata. Ma prese a dimostrarmi che ciò era impossibile, e che qualora ciascun di noi fosse stato fedele all’altro, il nostro matrimonio non sarebbe stato men vero. Non era io forse sua moglie? Non gli era forse fedele? Per ben sette anni, non mi studiai che di interpretare ogni suo atto, ogni suo sguardo; non vissi, non respirai che per piacere a lui. La febbre gialla lo colse; ed io per venti giorni, per venti notti, vegliai sempre presso il suo letto, io sola; gli amministrava le medicine, gli porgeva ogni cosa; ed egli mi chiamava il suo buon angelo, mi diceva che gli aveva salvata la vita. Avevamo due bei figliuoletti; il primo era un maschio, e si chiamava Arrigotto; era desso il ritratto di suo padre; avea li stessi occhi bellissimi, la stessa fronte, li stessi capelli inanellati, cadenti a ciocche intorno al volto; l’indole [p. 360 modifica]animosa e l’ingegno del padre. La piccola Elisa, diceva egli, somigliava a me. Solea dirmi che io era la più bella donna della Luigiana, che egli andava superbo di me e de’ miei figli. Si compiaceva a farmi vestire sontuosamente, a condurmi seco in calesse scoperto, a sentir le lodi che i passanti mi prodigavano; e solea vantarmi sempre e me e i miei figliuoletti. Oh, furon pur quelli i bei giorni! Pensava che nessuno era più felice di me; ma sopravvennero anch’essi i giorni innesti! Aveva egli un cugino a Nuova-Orleans, suo amicissimo, cui professava immensa stima; ma appena lo vidi, presentii, non so come, che era un uomo formidabile, che ci avrebbe gittati tutti in un abisso di miserie. Conduceva spesso Enrico fuori di casa; e questi talvolta non solea rientrare che a due o tre ore dopo mezzanotte. Io non osava avventurare una parola, poichè l’agitazione dell’animo suo mi impauriva. Lo strascinava in case di giuoco; ed egli era tale che, gittatosi in un affare, non sapea più ritirarsene. Lo introdusse quindi in casa di un’altra signora, e mi accôrsi subito che il suo cuore non era più mio. Non mel disse mai, ma io ben lo compresi, viemmeglio di giorno in giorno. Sentìa spezzarmisi il cuore, ma non ardiva far parola. Alla fin fine, quel miserabile propose di comperar me e i miei figli, acciò Enrico potesse supplire alle spese che avea fatto per contrarre matrimonio, come egli desiderava, e fummo venduti. Un giorno mi disse che dovea assentarsi per alcuni affari, e che non sarebbe più ritornato per due o tre settimane. Mi parlò più affettuoso, promise che non si sarebbe fatto aspettare lungamente; ma non riuscì ad ingannarmi. Mi accôrsi che era giunta la trista stagione; rimasi come impietrata, senza parole, senza lagrime. Baciò me, baciò i fanciulli più volte, e andò via. Lo vidi montare in sella, l’accompagnai collo sguardo, finchè scomparve; allora stramazzai, e venni meno.

«Ginnse allora quel maledetto, quel miserabile! veniva per impadronirsi del fatto suo. Mi disse che avea comperato me, i miei figli; e trasse fuori la carta di contratto. Lo maledii dinanzi a Dio, gli ho giurato che sarei morta piuttosto che viver seco.

— «Come vi piace — disse egli; — ma debbo avvertirvi che se credete far la pazza, io venderò i vostri figli, e voi non potrete mai più vederli.» Soggiunse che, non sì tosto mi vide, sentì brama di possedermi; che conducea fuori Enrico, che lo facea indebitare, per costringerlo quindi a vendermi, che aveva favoreggiati i suoi nuovi amori con altra donna, e che, insomma, io dovea accorgermi come egli non fosse uomo, da cedere, per quante fossero le mie lacrime ed osservazioni d’ogni genere.

«Mi diedi vinta, perchè avea legate le mani. Avea in suo potere i miei figliuoli; e ogniqualvolta io tentava oppor resistenza, minacciava di venderli, talchè mi ebbe sua come egli desiderava. Oh, qual fu allora la mia [p. 361 modifica]vita! Amare, col cuore spezzato, ciò che per sempre aveva perduto, ed essere legata, mani e piedi, all’uomo che abborriva! Mi consolava in far lettura ad Arrigotto, in giuocar con lui, ballare, cantare con lui; ma ciò spiaceva al mio padrone, ed io non osava negargli cosa alcuna. Egli era imperioso, asprissimo co’ miei figli; Elisa era timida; ma Arrigotto aveva indole altera come suo padre, e non si poteva domare. Il padrone lo coglieva sempre in fallo, lo sgridava, talchè io viveva in una continua paura. Cercai modo che il fanciullo fosse più rispettoso — procurai tenerlo in disparte, perchè io amava i miei figliuoli più della vita; ma tutto fu inutile. Vendè amendue i miei figli. Un giorno mi condusse seco in vettura, e, tornata a casa, non trovai più alcuno! Mi disse che li avea venduti amendue; mi mostrò il danaro, il prezzo del loro sangue. Mi parve allora di esser sola nel mondo. Forsennata, maledissi Dio — maledìssi Dio e gli uomini; e credo che, per qualche tempo, quel crudele avesse paura di me. Ma non cedette; disse che i miei figliuoli erano venduti, ma che dipendeva da lui il lasciarmeli ancora vedere; e che, se io non mi fossi acquetata, sarebbe stato peggio per essi. Potete esigere ciò che vi piace da una donna cui rapiste i figli; mi rassegnai; mi acqnetai; mi lusingò colla speranza che li avrebbe ricomprati; e così passarono una o due settimane. Un giorno, passeggiando a caso, mi trovai presso la Calaboose; vidi una calca di gente all’uscio, e udii la voce di un fanciullo — all’improvviso il mio Arrigotto, svincolatosi dalle braccia di due o tre uomini che lo tenevano, si slanciò strillando verso di me, e si aggrappò alle mie vesti. Que’ miserabili gli piombarono sopra, fieramente bestemmiando: e uno di essi — la cui faccia non dimenticherò mai — mi disse che non intendeva lasciarselo sfuggir di mano; che voleva ricondurlo alla Calaboose, e che ivi gli avrebbe dato una lezione di cui non si sarebbe dimenticato mai più. Mi provai a scongiurare, a pregare, — si beffarono di me; il povero fanciullo mi guardava in volto, si aggrappava a me, finchè, nello strapparnelo, mi stracciarono un lembo della veste; e via lo trassero, mentre gridava: Madre! madre! madre! V’era un uomo che parea sentisse compassione di me. Gli offersi tutto il danaro che aveva, purchè egli almeno si interponesse; scosse il capo e si allontanò. Mi dirizzai, smaniosa, verso casa; parea ad ogni passo che le strida del mio fanciullo mi percuotessero l’orecchio. Trafelante, entrai nella sala, dove trovai Butler, il mio padrone. Gli narrai l’accaduto, lo pregai a correr subito alla Calaboose, ed interporsi. Egli non fece che un sorriso beffardo, mi disse che se il fanciullo era punito, ben gli stava; che era pur forza domarlo, e meglio domarlo per tempo; «che poteva io aspettarmi?» chiese egli.

«Mi parve in quel momento che mi si spezzasse qualche cosa dentro il cervello. Divenni pazza e furiosa. Mi ricordo che vidi sul tavolo un [p. 362 modifica]grosso coltello, che l’impugnai, che corsi addosso a quel miserabile; ed allora tutto si fece buio a’ miei occhi, e non ebbi più coscienza di me stessa per parecchi giorni e parecchie notti.

«Ripresi i sensi, mi trovai in una bella camera, ma non era la mia. Una vecchia negra mi vegliava; un medico venne a visitarmi, e prese gran cura di me. Seppi che Butler era partito e che mi avea lasciata in quella casa per esser venduta; e si è per questo che si usavan tante sollecitudini a mio riguardo.

«Non avea voglia di risanare, e sperava che sarei morta; ma la febbre, a mio dispetto, scomparve, ed io, migliorando di giorno in giorno, guarii perfettamente. Allora mi fecero vestire sontuosamente; ogni giorno, zerbinotti andavano e venivano continuamente, fumavano il sigaro, mi interrogavano, discuteano sul mio prezzo. Io stava così triste, così taciturna, che nessuno si invogliava di me. Fui minacciata della frusta se non inflingeva allegria, e si diedero qualche cura per rendermi d’aspetto più gradevole. Un giorno, capitò finalmente un signore per nome Stuart. Parea sentisse commiserazione di me; si accôrse che qualche cosa di formidabile mi pesava sul cuore; venne più volte a visitarmi mentre era sola, e mi persuaso alla fin fine di narrargli i miei casi. Mi comperò, mi promise che avrebbe fatto quanto era in lui per rintracciare e riscattare i miei figli. Si recò difatti alla casa dove si trovava il mio Arrigotto; ma ivi intese che era stato venduto ad un piantatore sul fiume Perla; e fu questa l’ultima volta che io ne ebbi sentore.

«Quanto a mia figlia, riuscì a scoprirla presso una vecchia che la teneva in custodia. Offerse un’ingente somma di danaro, ma non vi fu modo di riaverla. Butler, conoscendo il mio desiderio, mi fece sapere che non l’avrei riveduta mai più. Il capitano Stuart era gentilissimo verso di me, possedeva una bellissima piantagione, e mi vi condusse. Nel corso dell’anno, mi sgravai di un figlio. Oh, quel bimbo! quanto lo amava! Avea lo sguardo del mio povero Arrigottol Ma io avea risoluto che non lascerei mai più crescere alcuno de’ miei figli! Presi tra le mie braccia il pargoletto, che non avea più di due settimane; lo baciai, piansi sopra di lui; gli diedi quindi del laudanum, lo tenni al seno, finchè egli morì.

«Oh, come allora lo piansi, come gridai! Chi non avrebbe mai immaginato che io gli avessi somministrato per isbaglio il veleno! Eppure, è questa una delle poche cose di cui sono contenta. Sì, me ne rallegro; almeno egli non soffre. Che di meglio potea dargli della morte, povero bimbo mio! In quel mentre, scoppiò il cholera — il capitano Stuart ne fu vittima. Chi bramava di vivere, è morto; ed io — tutto che giunta alla porta del sepolcro — io vissi. Fui nuovamente venduta; passai di padrone in padrone, avvizzii, invecchiai, per febbri, per patimenti; finchè giunse questo sciaurato, mi comperò, mi condusse qui — e sono qui.»

[p. 363 modifica]La donna tacque. Nel raccontar la sua storia, ora si rivolgeva, coll’eloquenza più appassionata, a Tom, ed ora parlava seco stessa, quasi fosse sola. La sua parola era improntata di tanta passione, di tanta forza, che Tom dimenticava talvolta lo spasimo delle proprie ferite; e, sollevandosi sul gomito, la seguìa collo sguardo, mentre ella, irrequieta, passeggiava su e giù della camera, e scuotea sulle spalle la sua lunga e nera capigliatura.

— «Mi avete detto — ricominciò la donna dopo alcuni momenti — chi vi era Dio — un Dio che getta quaggiù uno sguardo, e vede tutte queste cose. Può esser vero. Le suore del convento solean parlarmi di un giudizio finale, quando ogni cosa verrà a luce. Oh, quello sarà un giorno di vendetta!»

«Essi non sanno ciò che io soffro — non sanno ciò che soffrono i nostri figli. È cosa di poco momento; eppure, mentre passeggiava per le vie mi sentìa sul cuore tanto peso di angoscia che mi pareva dovesse sprofondarne la città. Desiderava che le case si rovesciassero sopra di me, o che la terra si squarciasse per inghiottirmi. Sì: e nel giorno del giudizio, io starò ritta al cospetto di Dio per deporre contro coloro che hanno perduto me e i miei figli — anima e corpo.

«Quando era zitella — me ne ricordo — sentiva religiosamente. Amava Dio e soleva pregare. Ora, sono un’anima perduta, inseguita dai demonii, che mi tormentano giorno e notte; essi mi spingono, ed io farò cosa, uno di questi giorni, — soggiunse ella stringendo il pugno, mentre un tremendo lampo d’insania brillava ne’ suoi occhi neri; — lo manderò dove merita — tra breve, una di queste notti, quando anche dovessi essere abbruciata viva!» Un lungo, selvaggio scroscio di riso risuonò per quella sala deserta, e finì in un singhiozzo convulsivo; la donna si abbandonò distesa sul pavimento, dibattendosi furiosamente.

Di lì a pochi momenti parve che quell’accesso di frenesia dileguasse; si levò lentamente e si ricompose.

— «Posso servirvi ancora in qualche cosa, povero uomo? — disse ella, avvicinandosi dove Tom giaceva; — volete ancora un po’ d’acqua?»

E v’era ne’ suoi atti, nella sua voce, una dolcezza così profonda, così appassionata, che contrastava stranamente coll’indole selvaggia che avea mostrato poc’anzi.

Tom bevette alcuni sorsi d’acqua, e guardò pietosamente in volto alla donna.

— «O signora, io desidero che andiate da Colui che può darvi acqua viva!»

— «Andare da lui? Dove è desso?» disse Cassy.

— «E quello di cui poc’anzi mi avete fatto lettura — il Signore.»

— «Quando era fanciulla, solea vedere un’immagine di lui sopra l’ [p. 364 modifica]altare — disse Cassy, ed i suoi grandi occhi neri si fissarono a terra con espressione di doloroso raccoglimento — Ma egli non è più! qui non vi è che colpa, e lunga, lunga, lunga disperazione. Oh!» Si strinse le mani al petto, e trasse un gran sospiro, quasi per sollevarsi da un peso orrendo.

Tom si preparava a parlar nuovamente, ma ella, risoluta, gli accennò di tacere.

— «Non vi affaticate, mio povero amico. Procurate addormentarvi, se potete.»

E accostatagli dell’acqua, che egli, all’occorenza, potesse prendere, e dato sesto ad alcune cose, come meglio le circostanze comportavano, Cassy uscì dalla camera.