La burla retrocessa nel contraccambio/Atto V

Atto V

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Atto IV Appendice

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ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA.

La prima camera. Notte, tavolino con lumi.

Placida sola.

Possibile che mio marito abbia fatto una cosa simile? Ch’egli abbia fatto banchetto in casa, di nascosto di sua moglie? Ma la roba dell’oste che era nell’armadio... Eppure ancor non lo posso credere. Vi può essere qualche inganno. Eh! qual inganno? L’inganno è il mio, perchè amo troppo quest’ingrato, questo perfido, che ha avuto coraggio di maltrattarmi, e accusar me di maliziosa e bugiarda. Dovrei odiarlo per questo. Ma non posso. Gli voglio bene. Ecco qui, è andato fuori di casa senza dirmi niente. Sapeva ch’io era sdegnata, e non s’è curato di venirmi a pacificare. Dovrei sempre più irritarmi contro di [p. 356 modifica] lui, ma non posso. Non vedo l’ora ch’ei torni a casa per abbracciarlo. Sì, per gridargli e per abbracciarlo, (si batte alla porta) Battono. Vediamo chi è. (apre)

SCENA II.

Pandolfo, Costanza e la suddetta.

Pandolfo. Buon giorno, signora Placida.

Placida. Serva umilissima, signor Pandolfo, serva sua, signora Costanza.

Costanza. Sì, sì, sono in collera con voi.

Placida. Perchè, signora, che cosa le ho fatto?

Pandolfo. Ha dispiaciuto a mia figlia ed a me, che oggi non abbiate potuto passar la giornata con noi.

Placida. In verità, vi giuro, non ne sapeva niente. Se sapeste quanto ho gridato con mio marito.

Costanza. Tre volte vi abbiamo mandati a chiamare.

Placida. Assicuratevi sull’onor mio che non ho saputo niente. Figurarsi, era da mia madre, sarei corsa a casa immediatamente.

Pandolfo. Se ci hanno detto che eravate da vostro compare Bernardo per affari del vostro negozio.

Placida. Mio marito era dal compare, o almeno mi ha dato ad intendere che vi è stato. Io era da mia madre, ve l’assicuro.

Costanza. Il signor Gottardo gentilissimo si diletta dunque di dire delle bugie.

Placida. Qualche volta.

Pandolfo. Non posso dirvi quanto mi è dispiaciuto la privazione della vostra compagnia. Sapete quanto vi amo tutti due, marito e moglie egualmente. Si tratta un giorno di pranzare insieme, vengo a posta, e non posso avere questa consolazione.

Placida. In verità, ne sono mortiflicatissima, e domani doveva venir da voi per farvi le scuse di mio marito.

Pandolfo. Basta, non c’è bisogno di altre scuse, poichè vostro marito ha voluto compensarci, e ceneremo insieme questa sera.

Placida. Qui da noi? (con allegria) [p. 357 modifica]

Pandolfo. Sì, da voi.

Placida. Cenerete da noi? (a Costanza, con allegria)

Costanza. Sì, e mi aspetto che ci burliate anche questa sera.

Placida. Oh cosa dice mai! sono troppo sensibile a quest’onore. Mio marito dunque vi ha invitato a cena da noi?

Pandolfo. Sì, mi ha scritto un viglietto, mi ha pregato a venire con mia figliuola, ed io benchè la sera non sia solito star fuori di casa, son venuto, acciò non creda che me ne abbia avuto per male questa mattina.

Placida. Voi siete la stessa bontà. Ecco la prima cosa ben fatta da mio marito.

Pandolfo. Mi dispiace solamente la doppia spesa che dovrà fare. Ha fatto la spesa del pranzo. Ora si carica anche della cena.

Placida. Come, signore! lo sapete anche voi che mio manto ha dato pranzo?

Pandolfo. Oh bella! in casa sua chi ha da dar pranzo, se non è dato da lui?

Placida. (Ah indegno! e me lo voleva nascondere!) (da sè) E sapete chi fossero i commensali? (a Pandolfo)

Pandolfo. Sì, vi era il signor Agapito. E vi era...

Placida. Vi era Agapito?

Pandolfo. Vi era certo, e vi era... Non mi ricordo bene.

Costanza. Il signor Celio1, il signor Leandro...

Placida. Bravi, pulito. Tutta gente che viene a mangiare le coste a mio marito, e poi si burleranno di lui. Son certa che da tutti quelli che oggi hanno qui pranzato, non c’è da sperare un bicchier d’acqua, se se ne avesse bisogno.

Pandolfo. Da tutti?

Placida. Oh da tutti. Io non eccettuo nessuno.

Pandolfo. Io credo che di me non vi possiate dolere.

Placida. Eh non parlo della cena: parlo del pranzo.

Pandolfo. Ed io vi parlo del pranzo.

Placida. Ma voi non c’entrate con quel del pranzo. [p. 358 modifica]

Pandolfo. C’entro benissimo, perchè io e la mia figliuola abbiamo pranzato con loro.

Placida. Dove?

Pandolfo. Qui.

Placida. Quando?

Pandolfo. Oggi.

Placida. Oggi avete pranzato qui tutti due? (a Costanza)

Costanza. Che maraviglie ridicole! per che cosa2 ci avete fatte tante scuse?

Placida. Perchè mio marito mi aveva dato ad intendere che si aveva sottratto da ricevervi con un pretesto...

Pandolfo. No, no, ci ha dato da mangiare magnificamente col solo dispiacere di esser privi della vostra e della sua compagnia.

Placida. (Io non capisco niente: io non so perchè mio marito abbia voluto nascondermi questo desinare). (da sè)

Pandolfo. Quel che mi raccomando è di sollecitare la cena più che potete, perchè io non sono avvezzo a far tardi.

Placida. Io non so che dire. Mio marito non mi ha detto niente. Quando verrà, sentiremo. Favorisca3 intanto d’accomodarsi.

Pandolfo. Nell’altra camera avete una poltrona eccellente.

Placida. Vuol passare nell’altra camera?

Pandolfo. Oh sì, mi piace quella poltrona.4 E se venisse il signor Leandro, mi addormenterei saporitamente. (entra in camera)

SCENA III.

Placida e Roberto.

Roberto. Riverisco la signora Placida.

Placida. Serva sua.

Roberto. C’è il signor Gottardo?

Placida. Non c’è, ma starà poco a venire.

Roberto. Se vi contentate, l’aspetterò. [p. 359 modifica]

Placida. Scusi. Ha degli interessi con mio marito?

Roberto. Niente affatto, ma egli è pieno di bontà per me; mi ha invitato questa mattina a pranzo da lui. Ci sono stato, e non ho avuto il piacer di vedere nè lui, nè voi. Ora andando al caffè, ho trovato un suo cortese biglietto, con cui mi dice che tutta la compagnia di questa mattina sarà a cena questa sera da lui, e mi prega di esser della partita.

Placida. Mi dispiace che mio marito non è in casa e non mi ha lasciato alcun ordine...

Roberto. Non importa, lo aspetteremo. Avrò l’onor di godere della vostra amabil compagnia.

Placida. Ella mi onora troppo. Io non ho alcun merito...

Roberto. Probabilmente verrà anche il signor Pandolfo e la signora Costanza.

Placida. Anzi, sono di già venuti.

Roberto. È venuta la signora Costanza? (con movimento)

Placida. Sì signore.

Roberto. E dov’è? Dove è? (con premura)

Placida. In quella camera.

Roberto. Con permissione. (vuol correre in camera)

Placida. Signore. Una parola in grazia. (lo trattiene)

Roberto. Scusate. (tornando indietro qualche passo)

Placida. Ella mostra una gran premura.

Roberto. Oh sì veramente...

Placida. Per il signor Pandolfo, o per la signora Costanza?

Roberto. Oh potete ben figurarvi... (scherzando)

Placida. Passano di buona corrispondenza?

Roberto. Perfettamente. Ero in dubbio, ma questa mattina, grazie a quel desinare di cui non mi scorderò mai, ho assicurato la mia felicità.

Placida. E il signor Pandolfo lo sa?

Roberto. Non lo sa ancora, ma lo saprà...

Placida. Ma signore, ella vede che non conviene.

Roberto. Zitto, per carità, so quel che volete dirmi, son galantuomo. Voi siete giovane, ma sapete che cosa è amore. [p. 360 modifica]

Placida. Vi dico, signore... (battono alla porta) Gran battere che si fa a questa porta. (va per aprire, e Roberto corre in camera)

SCENA IV.

Placida, poi l’Oste e Garzoni con ceste di biancheria ecc.

Placida. (Apre la porta e si volta, e non vede Roberto) Ah l’impertinente si è cacciato in camera.

Oste. Servitor umilissimo.

Placida. Siete qui un’altra volta.

Oste. Questa sera non dirà che m’inganno. Il signor Gottardo medesimo...

Placida. Lo so, lo so.

Oste. Manco male. Permette che i miei garzoni comincino ad apparecchiare la tavola?

Placida. Sì, facciano pure.

Oste. Entrate, già sapete la camera. (Garzoni entrano in camera) Sono venuto io stesso ad accompagnarli, acciò non vi siano equivochi.

Placida. Ma si può sapere chi vi ha ordinato questa mattina?

Oste. Perdoni. Ho d’andare a terminare la cena. Tornerò qui, e la soddisferò intieramente. (parte)

SCENA V.

Placida sola.

Comincio ora a capire la ragione, per cui mio marito mi ha tenuto nascosto questo desinare. Egli è stato sedotto da qualcheduno e l’ha fatto apposta per tener mano a questi amori fra il signor Roberto e la signora Costanza. Sa che io non l’avrei sofferto, e mi maraviglio di lui che lo soffra, e quando viene, mi sentirà. Eccolo qui a tempo. [p. 361 modifica]

SCENA VI.

Gottardo e la suddetta.

Gottardo. Oh eccomi qui. (allegro)

Placida. Venga, venga, signore, che viene a tempo.

Gottardo. Non istate più a taroccare, che ora vi conterò tutta la faccenda com’è.

Placida. Non vi è bisogno che me la raccontiate, che la so meglio di voi.

Gottardo. Sì. Sapete dunque l’impertinenza che mi ha fatto Agapito?

Placida. Che Agapito? Qui non c’entra Agapito. Siete voi che tenete mano a delle tresche illecite, a degli amori sospetti.

Gottardo. Io?

Placida. Oh non fate l’idiota, che il signor Roberto mi ha detto tutto. Ei vi ringrazia del comodo che gli avete dato stamane di amoreggiare la signora Costanza, senza saputa di quel buon uomo di suo padre.

Gottardo. Anche questo di più? Maledetto Agapito!

Placida. Ma voi volete gettar la colpa sopra di Agapito.

Gottardo. Sì, è egli che mi ha cambiato la chiave, che ha dato qui da pranzo in mio nome, che mi ha fatto quasi precipitare con l’oste, ma lascia fare, che ho trovato io la maniera di vendicarmi.

Placida. Sia quel che esser si voglia; in casa nostra non si ha da soffrire una simil tresca e non la voglio assolutamente. Ecco in quella camera vi è già il signor Pandolfo e la signora Costanza.

Gottardo. Sono di già venuti?

Placida. Sì, ed è venuto subito quel ganimede del signor Roberto, e si burla di me, e si burla di voi, e si burla di quel povero vecchio del signor Pandolfo, e fa l’amore colla signora Costanza, e in casa nostra è un insulto, è un’indegnità, è una vergogna. [p. 362 modifica]

Gottardo. Zitto; non fate rumore, che la cosa durerà poco.

Placida. Che non faccia rumore?

Gottardo. È venuto altri?

Placida. È venuto l’oste; e vi sono i garzoni in camera che preparano la tavola. Ma io assolutamente non voglio in casa mia dar da cena a chi si beffa di noi, e voglio andare in questo momento a scoprire ogni cosa al signor Pandolfo. (in atto di partire)

Gottardo. No. venite qui: aspettate.

Placida. Oh lo voglio fare. Non mi terrebbero le catene. (entra in camera)

SCENA VII.

Gottardo, poi Leandro.

Gottardo. Faccia quel che diavolo vuole. Mi dispiace che va a pericolo di disturbare la cena. E se non si fa la cena, perdo la metà del gusto che mi ho preparato.

Leandro. Si può entrare?

Gottardo. Favorisca.

Leandro. Sono molto obbligato alla bontà che avete per me. Ho ricevuto un vostro biglietto...

Gottardo. Sì signore. Ma mi ha favorito a pranzo. Non ho potuto godere la sua compagnia, e mi sono procurato un tal onor questa sera.

Leandro. Voi mi obbligate infinitamente.

Gottardo. Andiamo a trovare la compagnia... Ma vengono qui: aspettiamoli.

SCENA VIII.

Pandolfo, Costanza, Roberto, Placida ed i suddetti.

Roberto. Caro signor Pandolfo, vi domando perdono. Scusate l’amore... [p. 363 modifica]

Pandolfo. E se voi avete dell’amore per la mia figliuola, perchè non trattare da galantuomo? Perchè non dirmelo, senza fare di tai scondagne?

Roberto. Confesso che ho fatto male; ma il desiderio di assicurarmi prima della sua inclinazione...

Costanza. Deh caro padre, compatitemi ed abbiate pietà di me.

Pandolfo. Disgraziata! meriteresti... E voi, signor Gottardo, voi date mano a simili impertinenze?

Placida. Gliel’ho detto anch’io, l’ho rimproverato anch’io.

Gottardo. Credetemi, signor Pandolfo, che io non ne so niente.

SCENA IX.

L’Oste e detti.

Oste. Signore, son venuto a vedere, quando comanda ch’io abbia l’onor di servirla.

Gottardo. È tutto all’ordine?

Oste. È tutto pronto.

Pandolfo. Con vostra buona grazia, io voglio andarmene; animo, andate innanzi. (a Costanza)

Gottardo. Caro signor Pandolfo, non mi dia questa mortificazione.

Pandolfo. No, voglio andarmene.

Placida. Via, signor Pandolfo, già ora tutto è scoperto, ci favorisca restare.

Pandolfo. Vi ringrazio d’avermi illuminato, ma voglio andarmene.

Leandro. Favorisca, ho da fargli sentire un sonetto.

Pandolfo. Non ho volontà di dormire.

Roberto. Per grazia, signor Pandolfo.

Pandolfo. Mi maraviglio di voi.

Costanza. Ah caro padre, per la vostra unica figlia, per la vostra cara Costanza che ama, è vero, il signor Roberto, ma lo ama onestamente, e spera amarlo, col vostro consentimento, deh restate, deh non mi date una sì dura pena, non mi fate piangere per carità. [p. 364 modifica]

Pandolfo. Bricconcella! (non ho cuor di mortificarla). (da sè) Tu sai s’io ti amo, s’io merito di essere mal corrisposto. Via non piangere, che resterò. (Tutti fanno allegrezza.)

Oste. Vado a preparare i piatti. (in atto di partire)

Gottardo. Aspettate. Quanto avete d’avere del pranzo di questa mattina?

Oste. Ella lo sa. Trenta paoli.

Gottardo. È giusto che siate pagato, e vi voglio pagare.

Oste. No, c’è tempo. Pagherà tutto in una volta.

Gottardo. Fermatevi, che vi voglio pagare. (tira fuori una borsa) Eccovi trenta paoli.

Oste. Obbligatissimo alle sue grazie. (vuol partire)

Gottardo. Ascoltate. Quanto importerà la cena di questa sera?

Oste. Sono sei, trentasei paoli.

Gottardo. Voglio darvi i trentasei paoli.

Oste. Ma, no, mi scusi. Pagherà dopo.

Gottardo. No, voglio darveli prima. (mette mano alla borsa)

Oste. Come comanda.

Pandolfo. Mi dispiace che vi costi questo denaro.

Gottardo. Eh niente, io sono un uomo generoso, corrivo.

Placida. (Io non capisco questa nuova liberalità di Gottardo). (da sè)

SCENA ULTIMA.

Agapito e detti.

Agapito. Servitor di lor signori. (agitato, confuso, e cercando cogli occhi qua e là se vede la sua chiave.)

Pandolfo. Cosa c’è, signor Agapito? Cosa avete? Mi parete molto confuso.

Agapito. Signore... Vi dirò... Ho perduta la chiave della mia porta di casa... Sono stato qui, e mi preme di ritrovarla.

Gottardo. Avete perduta una chiave? [p. 365 modifica]

Agapito. Signor sì, una chiave. (sdegnato)

Gottardo. Io ne ho trovata una. Sarebbe questa per avventura?

Agapito. (Prendendo la chiave con dispetto e con ira) Sì, è questa; ma cospetto di bacco! mi arriva un accidente terribile. Sono andato a casa, ho fatto aprire da un fabbro, e non ho trovato il mio orologio che aveva lasciato attaccato al letto.

Gottardo. Non c’è altro di male?

Agapito. Con questa chiave che ho qui perduta, non so cosa pensare, e se l’orologio non si trova...

Gottardo. Un momento di quiete, e l’orologio si troverà. Signor oste, voi avete avuto da me trenta paoli per il pranzo di questa mattina.

Oste. È verissimo.

Gottardo. Eccovi ora quarantadue paoli per la cena di questa sera, poichè il signor Agapito ci favorirà della sua compagnia. (conta il danaro all’Oste)

Oste. Va benissimo.

Gottardo. Signor Agapito, tenete questa borsa; qui dentro vi sono ventiotto paoli, che è il resto di dieci scudi. Andate dal caffettiere vicino e dategli dieci scudi, e vi darà l’orologio vostro che tiene in pegno, e voi avrete l’onore di aver pagato il pranzo e la cena.

Agapito. Come! questa è una baronata.

Placida. Mi maraviglio di voi. Mio marito ha ragione, e imparerete a venir a burlare i galantuomini.

Pandolfo. Va bene, vi sta bene, e non potete parlare. (ad Agapito)

Roberto. Io vi sarò obbligato di tutto, e principalmente di avermi fatto la strada per ottenere la mia cara Costanza, (ad Agapito)

Costanza. Sì, il mio caro padre è contento, ed a voi avremo l’obbligazione. (ad Agapito)

Leandro. Ed io egualmente per essere stato a parte della vostra bella invenzione. (ad Agapito)

Gottardo. Voi mi avete onorato di una burla spiritosissima, ed io mi ho creduto in debito di darvi il contraccambio. (ad Agapito) [p. 366 modifica]

Agapito. Non so che dire, sono stordito, mi sta bene, e mi consolo che i poveri miei danari abbiano prodotto un sì bel matrimonio.

Oste. Signori, la cena è pronta. L’anderò a prendere se volete.

Gottardo. Sì andate, e noi frattanto ci metteremo a tavola, ed augureremo la felice notte a tutti questi signori.



Fine della Commedia.


Note

  1. Così nel testo, per ìsbaglio. Questo nome era certo nello scenario goldoniano invece di Roberto, poichè ricorre anche io altri scenari goldoniani scritti in Francia.
  2. Nell’ed. Zatta: perchè cosa ecc.
  3. Nell’ed. Zatta è stampato, certo per errore: favoriscano.
  4. Nell’ed. Zatta le parole che seguono sono attribuite, certo per errore, a Placida.