L'aes grave del Museo Kircheriano/Tavola IX.

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Tavola VIII. Tavola X.

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TAVOLA IX.


Che questa serie si componga delle sei monete qui disegnate, non v’è luogo a dubitarne. L’asse che le sta a capo, porta scolpita la testa d’Apollo nel diritto egualmente che nel rovescio. Dunque per analogia alle serie delle Tavole IV. e V., tutte le sei monete, di cui questa serie debbe comporsi, convien che abbiano un’impronta ripetuta. Vero è che i latini incatenano le sei monete della Tavola V. coll’anello della clava, e con ciò ne indicano accertatamente il legamento delle sei della Tavola IV.: laddove le svariate impronte di queste sei mancano d’ogni picciol simbolo che tra loro le annodi. Ma a quell’indizio materiale si possono sostituire ragioni molto solide ed efficaci, quali sarebbono la identità del peso e dello stile; la maniera del fondere; la eguale facilità di rinvenirle; il non trovare tra le monete di questo genere neppur una coll’impronta del diritto ripetuta nel rovescio. Discorriamo di queste ragioni risalendo dalP ultima alla prima.

Nella insigne varietà e ricchezza dell’aes grave di questo museo non, trovavamo più che dicianove monete effigiate con queste imagini e simboli raddoppiati. Le tredici si richiamavan tra loro in quel giusto conserto, che si è veduto nella prima e seconda serie latina: le sei si rimanevano a creare una nuova serie, ed a predicarci una nuova officina e un nuovo popolo, come qui si vede. Guardando al numero loro rispettivo, le trovammo in sì giusta proporzione riunite, che in poco d’ora otto e anche dieci serie tra d’ottima e di buona conservazione ne adunammo. La maniera del fondere e la qualità del metallo eguale è in tutte. Non parliam dello stile, del quale ogni occhio intelligente vogliamo che qui sia giudice. Finalmente il peso le metteva tra loro in sì buon accordo, che migliore desiderar non si potrebbe dalla incertezza della fusione. Ordinata con queste regole la nostra serie ci volgemmo a cercarne la patria e l’autore.

La tavola XII. delle monete coniate ci presenta l’Apollo che è nell’asse di questa serie sotto i numeri 4., 4. A., 5., 16. e fors’anche sotto il numero 18.; ma quivi l’Apollo in luogo d’essere in compagnia di se medesimo truovasi unito al cavallo de’ rutuli. Il Pegaso de’ semissi vedesi al numero 7, ma congiunto all’Ercole latino. Il busto di cavallo de’ trienti s’accompagna [p. 61 modifica]all’Enea de’ quattro semissi latini sotto i numeri 12., 12. A. e 13. Questo incontrarsi dell’occhio nelle impronte della Tavola IX. accoppiate quivi alle impronte delle cinque tavole latine e rutule, ne guida la mente a rintracciare tra’ popoli vicini a’ rutuli e a’ latini il padrone antico di questa nona tavola. L’unione delle impronte e l’epigrafe ROMA e ROMANO sono per noi argomento poco meno che certo, essere questa una di quelle genti delle quali costituivasi il nuovo Lazio.

La mitologia e la storia, che ci avevano pur dato un qualche ajuto alla interpretazione delle monete latine e rutule, sono quivi per noi affatto mute. Argomentiam dunque dalla provenienza, dal numero e dallo stile. Le vicinanze di Roma, e più quelle che toccano il mare, a noi le inviano con grande frequenza i per cui il ripostiglio di monte Mario ne favori anche l’asse di questa serie. Ma la loro copia è sì considerevole in queste adjacenze di Roma, che alcune tra le monete romane sono men comuni di queste; rare in loro confronto son quelle de’ rutuli; le quattro serie latine insieme riunite appena eguagliano il numero di queste, rimanendole sempre inferiori nel numero degli assi sì della prima e della seconda, come della quarta serie. Tale poi in esse si appalesa l’eccellenza dell’arte, che quando i fatti e i monumenti meglio che la storia non ci avessero con irresistibile forza convinti, che ne’ due secoli che precedettero le romane devastazioni e conquiste vi fiori in quest’amenissima terra una sublime scuola di tutte quasi le arti d’imitazione, noi seguitandola comune sentenza, saremmo iti in traccia de’ sommi maestri campani, siculi, greci de’ tempi posteriori, per rendere una plausibile ragione della origine di questi monumenti.

Ma posciachè i latini ed i rutuli avevano con sì chiaro linguaggio proclamati i loro diritti sopra le cinque serie precedenti, non ci rimanevano tra’ i popoli confinanti, se non i volsci, in cui veder congiunto il doppio titolo e della sformata quantità di queste monete e della somma eccellenza della lor arte. L’ampiezza ed ubertà delle terre che occupavano, il numero e la grandezza delle città che si erano edificate, il mare che in tanta estensione di spiaggia aprivasi a’ piccoli loro traffici, il nobilissimo porto d’Anzio, ch’era l’emporio del loro grande commercio, e dove svernavano le illustri e formidabili loro flotte, la copia e sublimità de’ monumenti tratti in luce dalle escavazioni praticate in tutta quella loro provincia in quest’ultimi quattro secoli, sono questi i documenti per la cui forza non ai sabini, non agli equi, non agli ernici, non agli aurunci, ma a’ volsci stimiamo si possa attribuire la moltitudine e la bellezza di queste sei monete.

Il loro peso negli assi dalle tredici e anche dalle quattordici oncie scende fino alle dieci: dalla quale varietà non ricaviamo altra conseguenza, se non che sono forse d’origine anteriore alle monete latine, rutule, romane.

La nostra erudizione ed intelligenza non hanno saputo penetrare gli oscuri sensi di queste sei impronte. Qualcuno di noi più perspicace e fortunato [p. 62 modifica]studiando ben addentro le poche memorie che i volsci ne hanno lasciate di se, saprà dissipare l’oscurità di questi misterj. Conosciamo la stanza che quivi Circe erasi eletta, la celebrità che tra questi popoli erasi procacciata, il nome che di lei dura indelebile. Talchè non sarebbe forse puro sogno il pensare, che come i rutuli ed i latini vollero ne’ loro assi l’imagine di quella Venere ch’era stata madre al loro Enea, così i volsci nell’asse proprio volessero effigiato nella testa d’Apollo il sole, di cui quella maga predicavasi figliuola. Ma minor danno ne verrà a questo lavoro da un assoluto silenzio, che dalle incerte interpretazioni, le quali potremmo qui senza grave fatica imaginare ed aggiungere.

Il Guarnacci (Orig. Ital. T. II. 288. tav. XXV. 2.) publicò il triente di questa serie in tale disposizione, che il busto del cavallo in luogo d’esser rivolto ad un de’ lati, come truovasi nel nostro disegno, è levato in alto nella direzione verticale delle quattro palle. In tale postura quell’interprete non vi ravvisa più ciò che in verità v’è, un busto di cavallo; ma bensì una poppa di nave, e dentro essa spettri e chimere ben più portentose di quelle della barca di Caronte. Contra il nostro costume ricordiamo questo particolare errore, perchè molti s’avvisino, ch’è pur ottima la virtù della dottrina; ma nella scienza de’ monumenti ella è d’uno scarsissimo giovamento, se non le si aggiunga il fedele consiglio dell’occhio.

Incomparabilmente più dannosa alle giuste dottrine numismatiche è stata la publicazione del quadrante de volsci fatta dall’Arigoni (Num. Etr. Tab. V., Num. Pop. Antiq. T. XVIII.). Ogniqualvolta questa moneta sia uscita sana ed intera dalla fusione, non è mai diversa da quella che vedesi stampata nella nostra tavola. E pure quel dovizioso raccoglitore, che ne ebbe due al tutto guaste ed informi, non sappiamo se per vizio di origine, o per ingiurie sofferte dall’età, o fors’anche per malizia di falsarj, sognò di vedere dietro al cinghiale gigante un cacciatore pigmeo e all’intorno certe lettere, latine in parte, in parte etrusche e greche, il KAM in una, e metà sul diritto, metà sul rovescio dell’altra K v, come legge il Lanzi (Saggio P.III.). Nella quale epigrafe, ridondante di sì manifeste incongruenze, riconoscendovi l’antico Camars degli etruschi, alla illustre città di Chiusi quella moneta attribuisce. Intendesi agevolmente in qual modo la fantasia d’un uomo, abituato a non prender consiglio dal buon criterio, possa dare alcune volte in cotali assurdità: ma che nel corso d’un integro secolo, e d’un secolo sì gagliardemente applicato alla scienza delle antiche monete, e nella frequenza di questo quadrante, che è forse il più comune fra quanti ne conta l’antico aes grave, non siavi stato alcuno che siasi preso cura di dissipare una sì matta fantasima; anzi pressochè tutti i numismatici posteriori, cominciando dal Passeri fino all’intelligentissimo duca di Luynes ne’ suoi Studj Numismatici sul culto d’Ecate, publicati nel 1835 (Paris Didot pag. 75 in not.) l’abbian tenuta per un essere vero e reale, [p. 63 modifica]questo è ciò che umilia anche la nostra presunzione, e ci spiega almeno in parte il perchè, tra la sfolgorante luce d’innumerevoli monumenti, sia tuttora così lento ed incerto il progresso che fra noi va facendo la primitiva storia d’Italia.

Né bastata il difetto dell’occhio: convenia gli si aggiugnesse anche quello del criterio per cadere in tanto inganno, quanto è quello del vedere rappresentata una caccia su d’una non grande moneta di quel genere, che neppure nelle maggiori può introdurre composizioni di più figure, ma è costretto ad attenersi a soggetti unici e semplici; e quando trattasi d’iddii od uomini, alle sole teste. E poi perchè in una moneta di buon disegno illudersi per modo, da vedervi un cinghiale di forme almeno il triplo maggiori di quelle del cacciatore che lo ferisce? Non si rilevino da noi l’altre goffe disconvenienze, né la mostruosità d’un’iscrizione che vuolsi etrusca, ma scritta con lettere latine, greche ed etrusche, non sappiam quali più. I dotti che onorano la moderna Chiusi, e che con tanta liberalità e zelo si sono prestati al qualunque riuscimento di questa povera fatica nostra, aspettino di vederci giungere col nostro ragionamento nella loro Etruria, e non si troveranno forse mal sodisfatti del toglier che noi loro facciamo un quadrante, che non è stato mai di loro proprietà, per rivendicare a quella illustre patria il diritto su due serie ricchissime di vere monete etrusche.

Conchiudiamo con una osservazione che sarà forse riconosciuta per ingegnosa più che per vera. In questa serie all’iddio Apollo degnamente si è donata la prima sede che è quella dell’asse; il Pegaso andava innanzi al cavallo, il cavallo al cinghiale; nell’infimo luogo vi rimaneva il grano d’orzo. Pareva che un ordine più ragionato richiedesse per i figliuoli di Giove e di Leda un luogo più elevato di quello del cinghiale, del cavallo e del Pegaso. Ma forse la moneta delle due oncie è stata destinata ad accogliere i due gemelli, perchè quel numero due guidasse la mente di chi guarda a riconoscere quivi due personaggi diversi, non uno solo, come Apollo nell’unità dell’asse.