L'Esclusa/Parte Seconda/Capitolo VI

VI.

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VI.


Entrata nel portantino di casa, Marta, prima di mettersi a salire la scala, lacerò e disperse in minutissimi pezzi la lettera veduta dal Falcone. Insieme con la lettera lacerò un biglietto d’invito a stampa; poi si passò le mani su gli occhi e su le guance infiammate, e stette un po’ perplessa, come se si forzasse a rammentare qualcosa.

Si sentiva pulsare tutte le vene e, in quella momentanea indecisione, l’interno turbamento cresceva e le offuscava il cervello, quasi inebriandola. Era com’ebra, difatti, e sorrise inconsciamente col volto acceso e gli occhi sfavillanti, a pie’ della scala.

Che aspettava per salire?

La calma esteriore, almeno, perchè la madre e la sorella non s’accorgessero di nulla!

Salì in fretta, come se sperasse di sfuggire con quella corsa al pensiero che la turbava. Avrebbe mentito in presenza della madre e della sorella, in qualunque modo, senza preparazione: non mentiva forse ogni giorno per nascondere le proprie amarezze?

[p. 209 modifica]Aveva distrutto la lettera; ma le parole in essa contenute, come se si fossero ricomposte dai pezzettini di carta sparpagliati, la inseguirono su per la salita quasi turbinandole intorno al capo e ronzandole negli orecchi. Le udiva entro di sè confusamente sonare, non con la voce di chi le aveva scritte, ma con quella che dava a loro lei, in quel momento, non dolce nè carezzevole: voce di rivolta a tutto quanto le era toccato fin lì di soffrire.

Appena sola in camera, senti maggiormente quanto fosse per lei angosciosa la continua menzogna a cui era costretta nella propria casa, e più profondo che mai senti il distacco tra lei e la madre e la sorella. Anch’esse, con la schiva umiltà contegnosa, coi riguardi timorosi e l’apprensione costante di non dar mai nell’occhio alla gente, con la obbedienza schiava alla tirannia d’ogni rispetto sociale, non erano forse rientrate in quel mondo da cui ella era stata espulsa e condannata senza remissione?

Una ruga nuova le si disegnò su la fronte a quel nuovo moto deciso dell’animo contro i suoi. Cercò d’arrestarlo, cercò d’impedire che lo scompiglio del proprio spirito s’aggruppasse in quel sentimento d’odio, che le sorgeva spontaneo e prepotente per dominare, per soffocare l’inquietudine della sua coscienza antica.

[p. 210 modifica]Ma perchè doveva essere una vittima, lei? lei, che aveva vinto? una morta, lei che faceva vivere? Che aveva fatto, lei, per perdere il diritto alla vita? Nulla, nulla.... E perchè soffrire, dunque, l’ingiustizia patente di tutti? Nè l’ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Nè la condanna ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all’innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compenso dunque alla guerra patita: era perduta per sempre. L’innocenza, l’innocenza sua le scottava, le gridava vendetta. E il vendicatore era venuto.

Gregorio Alvignani era venuto, era a Palermo: le aveva scritto, unendo alla lettera un biglietto d’invito per la conferenza ch’egli il giorno appresso avrebbe tenuto all’Università nelle ore antimeridiane. — “Venga, Marta!„ — diceva a quel punto la lettera, ch’ella riteneva a memoria quasi parola per parola: — “Venga, s’accompagni con la direttrice del collegio. Vedrà di che luce s’accenderanno le mie parole, sapendo che lei sarà lì ad ascoltarle„.

No, no. Come andare? Già aveva lacerato il biglietto d’invito. E poi....

Ma lo avrebbe riveduto lo stesso, il giorno dopo. Egli le scriveva che si sarebbe recato al collegio per sentire dalle labbra di lei se vi stesse [p. 211 modifica]contenta. Sapeva che ella non gli avrebbe mai scritto, mai manifestato alcun desiderio; e se ne affliggeva assai nella lettera: e per questo appunto sarebbe venuto a trovarla.

Perchè tremava ella così? Si levò in piedi e si rialzò con una mano alteramente i capelli su la fronte. Aveva il volto infocato, era irrequieta, come se un impeto di sangue nuovo le fervesse per le vene. Aprì il balcone e guardò il cielo acceso fulgidamente dal tramonto.

Rimaner fuori per sempre dalla vita? riempir d’ombra e di nebbia quel fulgore? soffocar gli affetti che già da un pezzo cominciavano a ridestarsi in lei confusamente, febbrilmente, come ansiosa aspirazione a quell’azzurro, a quel sole di primavera, a quella letizia di rondini e di fiori; le rondini che avevano nidificato in capo al balcone; i fiori che la madre aveva sparso un po’ da pertutto nella casa? Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere?

“Vivere! vivere!„ — diceva la lettera dell’Alvignani. — “Ecco il grido che mi è scoppiato dal cuore tra le tante cure inutili e vane e gli intrighi e le noje e i fastidii, le tristi arti della finzione e la falsità in quel pandemonio della Capitale. Vivere! vivere! E son fuggito....„.

Marta era stata come investita da quella lettera inattesa, ch’era tutta quasi un inno alla vita.

[p. 212 modifica]“Il tempo mi stringe, m’incalza.... Ogni ora che mi lascio altrimenti sfuggire, è perduta: lo sento! Triste chi non ascolta a tempo questa voce sincera della nostra natura, chi chiude a lei gli orecchi per attendere ad altro. Solo il rimpianto allora riempirà il tremendo vuoto dell’estrema esistenza. Ah, tra quante menzogne si smarrisce, si perde il senso più spontaneo e naturale della vita! Io lo so, Marta! La sua catena è la mia. Ma è mai possibile che due anime, le nostre, fatte per intendersi, passino così sole per la vita, estranee l’una all’altra? Le vie della terra ci dividono, è vero: a ogni angolo, un cerbero alla porta, a cui si è pur troppo costretti a gittare, come offa, il cuore; ma altre vie trovano le anime per la loro comunione, sopra le comuni miserie, ove nessun fiotto fangoso arriva....„.

Marta si sentì stringere all’improvviso da una voglia angosciosa di piangere. Si ritrasse subito dal balcone con gli occhi pieni di lagrime e sedette, nascondendosi il volto con le mani.