Lisa

../Introduzione ../Panche di scuola IncludiIntestazione 25 febbraio 2009 75% romanzi

Introduzione Panche di scuola


I vecchi Re Magi – questi buoni amici dei fanciullini – avèvano già, per la sesta volta, colla lor stella chiomata, i loro carri zeppi di scàtole misteriose, i loro elefanti, i loro muli a pennacchi e a sonagliere, la loro famiglia color cioccolata, dai grandi anelli alle orecchie, fatto tintinnire i vetri della mia destra, quando mi apparve... chi? – dirò poi. Io, proprio in quel giorno, al baturlare di un tamburello, aveva nettamente saltato quella famosa cordicina che, per detto del catechismo, divide la cecità dalla chiaroveggenza, l’avventatàggine dalla posatezza; io, al di là del confine, doveva, con la intirizzita gonnelluccia (scambiata contro un pajo di calzoncini) avere svestito ogni capriccio, ogni bambinerìa... Cioè! adagio... almeno voleva così mio padre. L’eccellente persona! Guardando con superbiuzza il suo ben stampato bambino, sciamava: – ve’, gli è un ometto, ora. – Ch’io per altro lo fossi, ne dùbito; anzi, riflettèndoci un pochino, sono sicuro di no. Inquantochè, cari mièi, per èssere uomo non mi bastava, certo, balbettare più nè dindo nè bambo nè pappo se, moralmente, portavo cèrcine ancora e camminavo in carruccio. E questo, le molte sbarre, ramate, inferriate che voi vedete ancora oggidì nei luoghi pericolosi del nostro giardino ed i giallicci conti del farmacista, lunghi come la fame – conti in cui le parole di cerotto e di àrnica si altèrnano fino alla somma – lo càntano.

Ma qui, a scusa mia e d’ogni folletto di bimbo, confiderò alle sfiduciate mammine una incuorante opinione. Non la giurerèi, avverto; pure, credo che non la sia errata del tutto. Voglio dire che come vi sono le fìsiche espulsioni, quali le ferse, la rosolìa, la scarlattina ed altre ed altre, così ve ne dèvono èssere anche di morali, e pur benedette, poichè per esse qualcuno di noi riesce a spazzarsi via, tutta o in parte, la cattiveria infùsagli dai genitori.

E – qual frùgolo ero allora, qual nabisso! Dal punto che, godùtami una dormitona, io cominciava a zampettare sotto le lenzuola, a quello in cui, scalcagnato, infangato, cadevo sopraccolto dal sonno sul canapè della sala, fate conto ch’io fossi come in mezzo alle ortiche. Quante diavolerìe! quanti dispetti! Per non dire de’ ciòttoli ch’io lanciavo sui tègoli contro i piccioni o contro qualche grazioso gattino che si leccava quetamente i baffetti e spiluccàvasi al sole; lasciando stare le girellette de’ seggioloni, strappate; gli squassati àlberi gravi di frutti, i sotterranei da talpe minati e simili piccolezze, io non poteva, a mo’ d’esempio, passar vicino a un vassojo carco di bicchieri e di chìcchere, senza formicolare dalla prurìgine di mandarlo in frantumi, nè, incontrando un contadinello, vincer la smania di regalargli uno scapezzone o almeno almeno, un gambetto.

E, trottar sui viali... lo sperereste? Chèh! Era sempre al di là de’ cordonati, a traverso pòpoli di vainiglia e garòfani, pestando gerani, fracassando vitrei guardameloni, vasi da margotte; in una parola, insalando ben bene la faticata minestra di Tonio, il nostro ortolano – Tonio – il cui greggio faccione m’ho tratto tratto innanzi, grottescamente atterrito, fiso agli adaquatòi del giardino, che nuòtano presso il zampillo d’una ampia vasca. Un giorno poi (e questo è il solo dispetto in cui c’entri pazienza) stratagliài il disegno della facciata di casa, forbiciàndolo finestra per finestra, porta per porta; un altro – versato sul busto in gesso del nonno, un calamajo ben pieno – per compir l’òpera m’inchiostrài viso, panni, camicia.

E a dire che intanto i mièi buoni parenti ricamàvano con seta ed oro mille e mille progetti sul mio avvenire! La prima agugliata, essi l’avèvano inalata quando il mèdico del villaggio, intascando un greve rotoletto – idest il mio pedaggio per qui – lor presentava con prosopopèa una sentenza, chissà quante volte riattepidita, quella cioè che la testa del neonato, essendo di una misura e di una montuosità non comuni, indubbiamente pronosticava un uomo dai ventidùe ai ventiquattro carati: nientemeno! Eppure, essi, credèndoci, affinchè non fallisse un così grande avvenire mi avèvano di presta ora stanato tutti quèi pochi maestri che un pìccol villaggio come Praverde (in cui vivevamo, lavorando mio padre le sue tenute) poteva ospitare.

Ma e che ne veniva?

Pòvero organista! – un vecchietto dai capelli bianchi, e dalla voce saltellante. Avèa bel tenermi le dita sui tasti; io mi sentiva sempre addosso il prurito: avèa bel spiegarmi il valore delle semibiscrome; io mi agitava intanto sullo sgabelletto e, cercando con i piedini (che non toccàvano terra) il pedale della gran cassa, andavo, sul più buono della ricerca, a gambe levate, io e il sedile.

E, press’a poco con il maestro di disegno – un piccolino, dèbole, magro e dalla voce velata. Infelice! Era la ventèsima volta ch’egli si metteva a corrèggermi la foglia (lezione ottava) o la roccia (lezione nona) tornàndomi a spiegare, per filo e per segno, il da farsi; io invece, concentrava tutta la mia attenzione a ròmpere la mezza pagnotta destinata alla cancellatura ed a gettarne i pezzi, uno per uno, sotto la tàvola, verso le fàuci di quel bracco che li abboccava a metà viaggio con imperturbàbile franchezza. Dunque, per ricondurci in chiave, èrano ben tre mesi che Nencia, spigolando ritagli di grembiali, avanzi di nastri, merletti, cinigli, imbastiva già il bizzarro abbigliamento pel futuro ceppo di Natale – allorchè io, la prima volta, la vidi.

Fu tra il chiaro ed il bujo. Io mi trovava su uno scaglione della gradinata che metteva in giardino – mi vi trovavo, analizzando, con una tanaglia trafugata al legnajolo, un girarrosto complicatìssimo – quando, sul ripiano, nello squarcio della porta, si fece, insieme alla onesta tonda persona di mio padre, quella, svelta, di uno sconosciuto, dall’aria melancònica, pàllido, con i mostacchi biondi. E questo signore teneva per mano una ragazzina di circa sett’anni, in una robuccia strozzata alla vita, nera, sulla quale staccàvano i bianchi polsini e l’inamidato colletto – una ragazzina gentile di complessione, graziosa nelle movenze; insomma, di quelle fràgili creature da scatolino e bambagia in cui l’ànima è tutto. Gli occhi di lei lucentìssimi, lasciàvano, per così dire, lo sguardo dove fissàvansi.

– Marchese – diceva il babbo al nuovo arrivato – questo è il giardino. Spazioso, ha molta ombra e, quanto più preme, è sicuro... La vostra cara figliuola col mio demonietto... –

Io salìi verso loro.

– Ah! èccolo appunto – sclamò mio padre. – La nostra speranza! – aggiunse nell’indicare al nòbil signore, mè, suo impacciucato erede.

Il marchese mi fe’ un complimento. Quì nol ripeto, ma esso stà ancora, ci scommetterèj, in cuore a babbo.

Poi:

– Giuocheràj, n’è vero? – domandò egli – con la mia Gìa, o...o... – e dovette interròmpersi, non conoscendo il nome del vostro amico scrittore.

– Mi chiamo Guido – gli dissi – Guido è un gran bel nome – aggiunsi con forte convinzione.

– Certo – sorrise egli.

– Ed io vorrò molto bene alla tua bimba – continuài. – Mi piace tanto, ve’!

– Allora – disse il marchese volgèndosi alla bambina che si serrava timidamente a’ suòi panni – Giacchè il nostro Guido è così gentile, gli offriremo una mela, eh? –

Lisa ne cavò due dalle sue taschine e me le porse.

– Tie’ – disse.

– Grazie – risposi. E, senza esitare, le aggraffài ambe, ne insaccocciài una, addentài l’altra. – Sei pur buona, Gìa. Dammi un bacio. –

La bimba aguzzò le labbra. Inutilmente.

– Ah!... già – riflettèi, orgogliosetto della mia statura – sono troppo alto, io – per cui, di botto, chinàtomi, le stampài sulle gote un par di baci sonori – Uno, due... – Poi?... poi, pigliàtole la mano, la trassi a corsa con mè.

Stendèvansi, ove noi correvamo, le mie possessioni – cinque o sei metri quadrati di terra che il giardiniere, com’io ne avèa sentita vaghezza, mi aveva tosto concesso, imaginando il brav’uomo di così scampare i mille altri. A voi il dire se tale speranza potesse aver fondamento! Stà il fatto che il pìccolo già si mangiava il grande giardino e Tonio se ne convinse ben presto, chè, venendo sul mio per qualche irreperibil falcetto, ivi scappucciava sempre e nella vanga e nel badile e in fasci di sbarbicate piantelle.

Del resto, tuttochè io continuassi, secondo il sistema delle formiche, ad ammassarvi roba su roba, certamente il mio parco non respirava ricchezza. Al contrario! Di verzura, filo: non vi si scorgèvano che foglie e rami secchi, buche profonde, mucchi di sassi; un mastello interrato (il lago) pieno di un’aqua che parèa sugo di lenti, pali con corde – a scopi ignoti anche per mè – più, sparpagliati, cocci di vasi, gambe di sedie, un caldarino rotto, un crivello, due parafuoco (e intanto mamma si disperava a cercarli), in poche parole, un guazzabuglio, una confusione di cose.

Di notàbile, nulla. Tuttavia, siccome Lisa mi era stranamente andata a genio e siccome di parlantina non ne mancavo, così dièdemi ad illustrarle la suaccennata grillaja come se si trattasse degli orti di Babilonia. Nè me ne stetti al solo presente, no: di voglia intaccài l’avvenire; le dissi cioè, quanti e quali disegni astrologava il mio biondo ciuffetto, anzi, mi lasciài andare verso di lei alle più strane, gelose confidenze. Imperocchè, figuràtevi, io le aprìi il quia – quel quia di cui mio padre avèa dovuto pulirsi la bocca – sopra una buca che vaneggiava a’ pie’ nostri; come, essa fosse strada alla scoperta di un tesorone di soldi d’oro (Gìa sbarrò gli occhi) profondo... una schioppettata a mezza; nascosto, dicèa il cocchiere, or fà millantanni dal Re Salomone – il quale noi spartiremo – poi, accennando a varie assi scheggiate, le sussurrài all’orecchio, che, se io avessi potuto trovare certi lunghi chiodi, che m’intendevo, ero sicuro di costruirne una casettina sul gusto di quella delle chiòcciole... colla differenza peraltro che volerebbe... la volerebbe: e, noi – aggiunsi – «ruberemo la luna». Ciò mise la fanciullina di buon umore. Ed ella, che avèa centellato, assaporato le mie parole, che come carta sugante se n’era imbevuta – finito ch’io ebbi – vinta una leggiera riluttanza, cominciò dal canto suo, con una voce sottile, accarezzante, a digabbiare colombini pensieri, a confidarmi i suòi segretucci. Mi contò su, fra gli altri, ch’ella era la fortunata mammina di una poppàtola, alta sì e sì – imbaulata per anco – la quale possedeva de’ veri e ricci capelli, occhi di smalto, che si movèvano; vesti, più che più... un ombrellino... pèttini, scarpette... Dio! che frègola io sentìi di toccarla:

– Gìa, lo permetterài? -

Essa me lo promise... Alla sbrigata, c’innamorammo l’uno dell’altro, ci prendemmo tanto, che, quando Nencia venne per appollajarci, noi, in quella, barattavamo le impromesse.

Una settimana dopo – due ànime in un nòcciolo. Dove mi si trovava, certo, voi vedevate anche la bimba, salvo se l’aspettassi e, lei non giungendo, io non poteva requiare. E, a goccia a goccia, ci subentrò il costume – al gèmere della caffettiera – di scèndere nel giardino e là, sul pratello di fronte alla casa, produrre ciascuno fuori, una quantità di scamùzzoli di vivande, raccolti e messi da parte a tàvola, trinciarne alcuni, ricuòcerne altri – poi – insieme alla bàmbola (quella graziosa donnina di legno, sopr’annunziata da Lisa e che mio babbo già mi citava come un model di saviezza) incominciare un pranzettino con istoviglie e cristalli da Lilliputiani. Appresso il quale, persuadevo la Gìa a rassettarsi entro la nostra carrozza, carrettàndola con trabalzi su e giù per i fiori e gli ortaggi e ribaltàndola di tempo in tempo, o pure – e questo le quadrava di più – offèrtole il braccio, ci incamminavamo come due vecchiotti, piede innanzi piede, schizzando nell’aria mille ed uno progetti... da murarsi alloraquando, sul dosso gli anni e i soldi nelle tasche, ci si sarèbbero ammonticchiati – progetti capaci, se messi in òpera, di mutare la faccia del mondo. SE! tuttavìa; perocchè, giudicàtene: ora, trattàvasi di succhiellare un pozzo della tirata di un milione di leghe; ora, di procurarci la famosa pòlvere di Pimpirlimpina che fa nàscer le ova dai sacchi e sparir le pallòttole.

Ed era allora altresì, che, tra lo sciorinamento d’un piano e la narrazione di un sogno (noi sognavamo sem pre: in generale io, la notte, m’acciapinavo a zeppar bauli inempibili e a intrabbicolar sulle sedie; Gìa parpaglionava attorno alle rose e sorradeva, volando, le scale) che tra un sogno, dico, e un piano – ci scambiavamo i più carini presenti... Orecchini di ciliegie, collane di azzeruole, cestelli di bòzzoli e di ossi di frutta... tutti accomodati nella bambagia, in astucci da fiammìferi o penne, incartati di bianco e stretti da rossi nastrini di seta.

Rasentàndosi poi continuamente, i nostri caràtteri – come due palline di mercurio – tiràrono a conglobarsi. Sfumati sei mesi, io poteva già assìstere alla distribuzione di bricie di pane che Lisa, nel labbreggiar billi billi... usava di fare ogni mattina all’uscio del gallinajo; potevo sentirmi tutto in giro, polli, chioccie, anitrocchi, galli dal rosso bargiglione e dalla cresta superba, gracidando, pigolando, senza che mi saltasse l’abituale ticchio di scompigliarli, e Gìa dal canto suo, la tìmida Gìa, si trastullava anche lei a battagliare sull’aja gettàndomi bracciate e bracciate di fieno, o, gentilmente, con un cappello alla marinaresca e un bottaccino di limonèa, a far da cantiniera al mio esèrcito.

Sul quale esèrcito... due cenni.


Guerra io l’avèa sempre nudrita contro ai polli che osàvano passar l’imprunato del nostro giardino: le ostilità, sospese per la venuta di Lisa, dal moltiplicarsi delle scorrerie nemiche, si èrano, necessariamente, riaperte.

E fu, da parte mia, con un esèrcito di contadinelli; – intorno a dieci. Li aveste veduti! Schierati innanzi a mè con i pie’ nudi staccanti nel verde cupo dell’erba, silenziosissimi (io capitanava a bacchetta) portàvano sulle bionde testine, un po’ in traverso, bianche calze da donna e, nelle mani, alla cintola, armi di ogni fatta... mànichi di scopa, sciàbole di àcanto, ferri da tende, pistole di sambuco... Martorelli graziosi! La scoletta intanto aspettava.

Ma, anche con tali ajuti, la guerra non riusciva a risultati soddisfacenti; anzi, fuorchè da un mìlite che si alettava la punta di un dito nel tagliare una mela – salsa di pomidoro non se ne era versata. Gambe lunghe sostenèvano i signori nemici, troppe porte foràvano le siepi, ed io, rattacconate venti volte le scarpe, non avèa raccolto, al postutto, sui campi dell’onore che una penna di gallo – la penna fieramente piantata nel mio berretto.

Finalmente, un giorno, com’io e Lisa, coccoloni in mezzo a un’ajuola, spiccavamo maggiostre (e ciò tanto per disallegarci i denti dall’acerbezza di non so che frutta), udimmo grida, bàtter di mano, e vìdimo la nostra ragazzaglia, che sparpagliata guardava i corni del campo, còrrere attruppàndosi verso di noi: dinanzi a tutti, Cecco, il mio luogotenente, reggeva alto per le zampe un pollo.

Io mi rialzài di botto; ridivenni il capitano. Insaccocciavo carta bianca sul come trattare i prigionieri pennuti e lo confesso, trovàndomi alla fin delle fini, averne uno, inclinavo verso la proposta di Cecco – quella di giustiziarlo. Se non per crudeltà, certo, mosso dal nuovo.

Ma Gìa intervenne.

– Guido – pregò essa dolcemente, tiràndomi per la mànica – làscialo andare... – Io ebbi un moto di stupore. In verità la domanda oltrepassava i tègoli.

– Ebbene – riappiccò Lisa, dopo una cucchiajata di silenzio – non uccìderlo almeno. Portiàmolo a babbo, Guidella. –

Io rimasi intradùe. Guardài la bambina, fissài gli occhi sul malcapitato, mi grattài la nuca... ma... Ma dirle di no, non potevo.

– Sia – sospirài. – Portiàmolo a babbo. –

Lisa balzò di gioja e mi mandò per l’aria un bacetto.

De’ mièi guerrieri èbbevi tali che applaudirono, tali che grugnàrono.

– Silenzio! – comandàî – In fila. –

La fanciullaja si ordinò – nè più disse motto. Pesche! ella covava una ladra paura (pensavo in quel tempo) per certe mie pistole di latta che recavo alla cìntola; adesso invece, lo giurerèi, pei quarti d’ora che ai disobbedienti facevo contare, oltre generosi cazzotti, dietro alla ramata di una moscajuola od al graticcio di una capponaja; poi, banda in testa (la nostra banda si componeva di uno zùfolo, un tamburo stonato, e due coperchi di casserola)... marciammo verso la casa.

Babbo dormiva. Dormiva precisamente nel suo fresco studiolo, dove ogni dì, dopo il pranzo meridiano, egli si ritirava con qualche gazzetta, oppure, con un certo libro piuttosto grosso; un libro del quale non mi sovviene il titolo, ma benìssimo due pàgine giallo-rossastre, macchiate di caffè e di vino, con una carta da tresette per segno (le sole pàgine, credo, che conoscèssimo, io e babbo di lui) quando... Ah! fu proprio peccato, svegliarlo. Che faccia assonnata ci mostrò egli nell’aprire ai nostri picchi l’uscio, comparendo in mànica di camìcia, mutande e pantòfole! Tuttavìa non ci rabuffò: al contrario: raccomandàtoci di andar pianini pel bujo, intanto ch’egli tastava a sbarrar le imposte, e sedùtosi allo scrittojo, coll’aria la più buona del mondo chièseci che volevamo.

Io allora, gloriosetto, deposi sopra la tàvola il prigioniero legato e, dal c’era una volta un rè a la panzana è bella e finita, spifferài su la cosa.

– Bravissimo – disse mio padre, soppesando il pollastro. E tòltasi dal borsellino una lucente lira, me la chiuse in mano.

– Vi ha – aggiunse – molti topacci in giardino. Io ne dò un soldo la coda.

– Morte ai topi! – gridài con ferocia.

– Morte! – echeggiàrono i mièi.

Babbo si mise le palme alle orecchie.

E – quel giorno – fu la gran festa per tutti noi. Io aveva montato un piuolo nella stima di babbo, il mio esèrcito sgretolava un cartoccio di màndorle confettate, segno della mia alta soddisfazione, e quanto a Gìa, la si sentiva allegra come rondinella reputàndosi la salvatrice di un’innocente bestiuola. È vero che poco dopo, mio padre, accomodando a pranzo sul piatto pezzi tagliati di carne con becco, avvertito da una tosse ostinata del servitore: ve’ la caccia di Guido – esclamò; è vero, ma Lisa, questo, non lo seppe mai... mai...

Allorchè ci penso, che bei tempi èran quelli! Quante volte io mi sento ancor presso alla mia pìccola compagna, su quella ringhiera che rispondeva sopra la via, gonfiando bolle di sapone, le quali, staccàtesi dalla cannuccia (oh! le granate di casa) tremolàvano, cullàvansi nello spazio, poi, divenute colore cangiante, trasparentissime – a gran dispetto di quattro o cinque ragazzi che li attendèvano, la bocca aperta, svanivano; e quante volte anche, mi trovo faccia a faccia colla mia cara bimba la sera, a costrurre sul tavolino, ratenendo il fiato, torri di tarocchi e ridendo di gusto quando, per un buffo del mio cattivo babbino, le sprofondàvan di colpo.

E voi, minuti d’oro, ho forse mai obliati? minuti in cui – con de’ cappelloni di paglia – accoccolati sotto una vite, tra le frasche, i tortuosi ceppi, i pàmpani, noi sgranavamo il rosario dei gràppoli? Ah no – voi lo sapete – sempre io mi ricorderò di voi, sempre, come della intensa gioja che in noi crepitava veggendo disserrarsi il chiusino del forno e uscirne, sopra la pala càrica di scroscianti fragranti pagnotte, i panettucci, grossi non più di noci, per noi; come del sapore di quelle gentili colazioncine di pane giallo nuotante in iscodelle di freschissimo latte – straripetute, insieme a Nencia, nelle capanne, fra una covata di bimbi ed una di pulcini, intanto che i bachi, brucando su pe’ cannicci la foglia, sembràvano, con il fruscìo, contare già i ventilire del loro padrone o strascicarsi dietro la sèrica vesta della signora.

Sì! lo ripeto, quelli èrano pure i bei tempi. Ma, Dio! Mentre là – dove il ruscello scendeva più lentamente sulla finissima erba, sotto il rezzo de’ pioppi, che frascheggiando si salutàvano di continuo – noi ascoltavamo il frottolare di Nencia intorno o al vecchio incantatore Merlino o allo stregazzo di Benevento, una volta, Lisa, io la scôrsi raccapricciare tutta come allo sgrigiolìo di un ferro e vòlgersi, pàllida, con sospetto.

Proprio io non saprèi dirvi il punto in cui primieramente ciò avvenne, ma so che d’allora in poi pàrvemi l’aria appesantirsi come una mola mugnaja, pàrvemi che un nemico invisìbile ci seguisse dovunque, intristendo, avvizzendo la mia delicata Gìa e so che quando questa creaturina gricciolava, io le chiedeva: che hai? – a bassa voce, a bassa voce. Allora essa, serràndomi con passione la mano: m’han stranamente chiamata – rispondeva. Ed io rimuginava con lo sguardo attorno: dallo stesso non incontrare mai niente, io, il rischioso fanciullo, soffocavo dalla paura.

E pàssane, pàssane – un dì – la mia tòrtora, stringèndosi più del consueto a mè, susurrò tremante di averlo veduto. Era, per detto di lei, un viso ovale, smorto, colle occhiaje lìvide, che le appariva nel folto della fratta, la guatava immòbile... dileguava. Dio! Che terribile dormiveglia io ne ebbi, la notte. Quantunque mi sentissi ancora nella mia càmera, nel mio letto, quantunque al chiaro di luna distinguessi uno per uno gli arredi, nondimeno e’ mi pareva anche di starmi in una praterìa di sprofondata lunghezza, tutta a fiori, che mi rendeva aria di un’insalata d’indivia sparsa di nasturci e begliòmini, in cui scorrèvano lìmpidi ramicelli d’aqua, intertenèvansi crocchi di pini, ma dove, come nel vuoto, non propagàvasi rumore. Ed ecco staccarsi dall’estremo orizzonte, ecco ingrandirsi una massa informe (qui la memoria mi zòppica) una specie di ragno iperbòlico, giallo-limone, macchiato di nero, enfio, glutinoso, a grumi di sangue, bava, dai mille bracci, che – nel procèdere a saltacchioni o dondolàndosi sulle anche – altalenava.

Allora i bei fiorelli essiccàronsi, impallidì il raggio del sole, appannàronsi i canalucci.

E quel mollame si avanzava sempre, senza pietà, lasciando una lunga striscia come di arso, uno schiccheramento di lumaca, si avanzava e... Colto dallo spavento io mi snicchiài dalle coltri, tombolài con lenzuola e imbottita, in un fascio, sull’intavolato. Poi, riparài da mamma. La buona donna, toccàtomi la fronte che mi scottava, interrogàtomi gli occhi e la lingua, mi scongiurò di non mangiar troppi lamponi.

Oh! pel sogno ciò poteva essere, ma, storielle da nonna! per la realtà, non vi èrano nè lamponi nè sùsine. Per la realtà, la convinzione che qualcuno, che qualchecosa invidiasse alla felicità nostra, se non procedeva da un ragionamento lardellato di sillogismi, veniva da un profondo misterioso senso e, tuttochè non ce la confidàssimo, noi la provavamo ambedùe e sapevamo di provarla.

E sotto l’ombra di tale nero presagio, buon dato di quella briccona filatera di santi che immalinconisce il taccuino – colle sue piaghe, le glorie, i brevetti – passò.

Giunse l’ottantasettèsimo – Noi correvamo nel giardino; Lisa, dietro di mè per pigliarmi; io, sostando ogni tanto, a vòlgermi verso lei, a ridere, a farle bocchi...

Ma, a un tratto, la veggo arrestarsi. Ella arrossa, vacilla; presa da sùbita ambascia, poggia il capo ad un tronco, tossendo violentemente.

Ed io mi rimasi impietrito... cioè a dire, mi sarèi creduto di pietra se il cuore non mi fosse balzato a strappi.

Riavèndomi, le volài a presso.

– O Gìa! – esclamài.

L’ìmpeto era cessato. Ella asciugassi le ciglia, tornò sereno il visino ed inghiottendo un singulto:

– È niente, ve’, Guido – mormorò.

Oh! sì! niente... ma intanto suo padre spiegazzava, nervoso, i guanti e più che fumare masticava gli zìgari buttàndone via il mozzicone con rabbia; ma intanto i mièi genitori, guardando la piccolina, parlottàvano tra di loro, poi mi raccomandàvano di non strappazzarci, di stare in riguardo... Dunque, niente? ma – in questo – Gìa viveva, si può dire, di limatura, s’assottigliava viepiù, traluceva a guisa di ambra... Niente, niente! ed essa ingollava certi cucchiajoni di liquidi crassi, mucilaginosi, la cui sola veduta impauriva mè non uso che a spìzzichi di santolina, a qualche po’ di magnesia.

Eppure era destino che il dolore fisico e le pozioni non dovèssero, soli, distrùggerla.

Pòvera Lisa! vedètela... Ella si dirige alla gabbia del suo caro uccellino, di quel pàssero delle Canarie che, saltando sullo sportello del palazzetto in vimini, usava spiccare dalle labbra stesse di lei il pinocchio; che sì gentilmente aliava di ballatojo in ballatojo e sciaguattava nel beverino i pieducci e beccucchiava il suo rottame di zùcchero... L’amato cip-cip è là, sulla sabbietta, irrigidito, le ali sciupate, la pupilla nebbiata. Ella ribrezza, stende la mano su lui. Con uno sbàttito che le traspare nel viso, se l’avvicina, se lo preme alla guancia...

E stette in ascolto: nulla. Gli occhi le si fècero rossi, arricciò le labbra, diede in uno scoppio di pianto. Uno scoppio sì forte, così straziante che io mi stupisco ancora di non avere veduto il canarino drizzàrsele in su la palma, vispo, ricominciando il suo gorgheggio, uno scoppio che, quando il cielo e l’ànima mia son bruni bruni, riodo. Mi volgo allora a cercarla: inutilmente!

Ed altri ed altri dì scomparìrono. Infine...

Il giorno era stato caldìssimo; uno di que’ giorni di estate in cui non svetta un fil d’erba, in cui ti senti addosso, ovunque t’appiatti, un fastidio, un disagio, una nausea, e pare, che tè stesso e tutto che ti circonda raggiunga il peso morto de’ corpi inzuppati. È l’aspettazione di un temporale, grande, che sembra imminente ma che non viene mai: nell’aria, un rombo, un bombitare come di api intorno al melario.

Senonchè le stelle èrano apparse: con esse il fresco.

Noi ci trovavamo in sala. Mio babbo ad un tàvolo, sotto il giallo lume della lucerna sudava, come di sòlito, la sua camicia, pigliàndosela coll’àbaco, tra una moltiplica che non batteva mai giusto e un calamajo stopposo; il marchese, in piedi, accostato allo stipite della porta che riusciva sopra la scalèa, fisava, collo zìgaro in bocca, d’un fare astratto, i cieli; noi intanto, Lisa ed io, aggruppati sulla medèsima sedia presso il clavicèmbalo cui sedeva mia mamma, ascoltavamo con angoscia quelli accenti tristìssimi, quel nodo alla gola, quello stracciamento di cuore, che Wèber lasciò insieme alla vita nel suo «ùltimo pensiero».

E gli accordi estremi – note fiacche, soffocate, a sbalzi – singhiozzàrono nelle nostre ànime. Gìa mi si strinse al braccio.

– Guido... – cominciò debolmente.

La interrogài collo sguardo.

– Andiamo all’aperto... -

Nessuno si oppose: uscimmo.

La viuzza, che per la prima si offriva, storcèvasi, grigia, in mezzo all’erboso punteggiato di scintillanti lùciole, e, non molto lontano, metteva capo ad un rialzo di terra e ad un boschetto di robinie. Prendèndola, com’io machinalmente dava dietro di mè un’occhiata, pàrvemi l’alta persona del marchese spiccarsi dall’ardente vano della porta, poi còrrere lungo il muro esterno di casa sul quale la luna tendeva lenzuoli di splendente bianchezza; pàrvemi, dico. Noi continuammo il nostro cammino, passo a passo, ratenendo il parlare.

Con quale fatica la fanciullina si trasse su per l’ascesa (ed era dolce salita) come anelante, affranta, si abbandonò sul sedile!

Là c’intorniàvan robinie. L’ombre di esse, una di cui ci copriva, allungàvansi tra le gambe delle panchette, sul suolo, bizzarramente; e, negli squarci da fusto a fusto, scorgèvasi giù sciorinata la campagna, gibbosa, sparsa di villaggi dai lucenti tetti d’ardesia, macchiata da querceti – masse nere, cupe. In fondo, una benda argentina: il Po; al di là, terra terra, un fumoso chiarore (esalazioni appestate): una città. Appresso, tutto si confondeva col cielo, d’un azzurro cinereo, giojellato di stelle che lappoleggiàvano senza posa e dalle quali staccàvansi di tempo in tempo ràpide striscie di fuoco.

Era la calma, solenne; nè la rompeva il monòtono continuo grillare, nè, della cornacchia, il sinistro, rado cra cra.

– Che notte strana! – fe’ Gìa raccogliendo l’àlito, con suono, che, più dolce, più carezzante, io non le avèa udito mai.

– Non è vero che è strana? -

Taqui. Essa continuò:

– Stasera mi chiàmano da ogni parte... ascolta... il mio nome tintinna come in suono di baci... piccolini... piccolini. Io mi sento leggiera, più leggiera di una pennamatta... volo, vado come in dileguo... –

E azzittì. Poi capricciò. Sopra di noi, ad un frullo, s’era mosso il fogliame.

Gocciàrono silenziosi momenti.

Di botto:

– Vedesti tu il mare? – mi domandò essa.

Risposi con un: no – appena udìbile.

– Ebbene – ella seguì, fantasticando dietro a sfilati ricordi – quella sera si assomigliava punto a punto a questa... La stessa tranquillità... lo stesso abbarbagliamento di stelle. Noi sedevamo sulla spiaggia... uno de’ mièi bracci posava sul ginocchio di babbo, la mano dell’altro la teneva mammina... E tacevamo. Le onde intanto, con de’ sospiri lunghissimi, ruotolàvano, si allargàvano pel lido: ritiràndosi lentamente, scoprìvano sassolini, lùcidi come lire di zecca. Oh! mamma, quanto mi amavi!... Mesta, fisa, era essa... A un tratto, la prese un singhiozzo: smarrita, piangendo, curvossi su mè... E mi coperse di baci... –

Qui mancò a Gìa, la voce. Un sospiruccio... poi:

– Ora mammina è partita – riannodò dolcissimamente – Babbo dice che è in una stella, ora. In quale sarà, Guido? –

Io le ne accennài una; una che imbiancando, azzurrando, ci ammiccava più delle altre: Lisa, pigliàtami la mano (quanto la sua era fredda, màdida! quanto la polseggiava!) fissò intensamente lo sguardo nel diamante celeste.

– E... e il mio canarino? – chiese la poveretta; a sbalzi, con pena.

Restài senza sangue.

In questa, il raggio lunare, passando tra ramo e ramo, colpì diritto su lei, l’avviluppò... Come ne era smorta la faccia, come affossati gli occhi!

– Ah! – fece essa, liberando la sua dalla mia mano e distendèndola convulsa – Ec... co... lo... – Aggrovigliò tutta; sbigottita, ritrasse la palma. E una turchina orlatura tinse le sue pàllide labbra. E cadde sulla spalliera della sedia... Addormentata? Un grido; il mio: un altro – lamento da ferita pantera – risuònano. Facèndosi strada per il cespuglio, il marchese precìpita presso la bimba. – Vive! – fà egli, in tuono, non giurerèi se di gioja o di angoscia – vive ancora... –

E incerto si guarda attorno. Ma è un àtimo; abbranca il sedile di Gìa ed essa con quello – essa le cui braccine spènzolano pesantemente: poi – tiene verso la casa. Io m’attacco a’suòi panni, gli corro di pari.

Amici, amici, qual notte!

Dalla saletta dove mi stavo, muro a muro colla càmera in cui il marchese avèa deposto sua figlia, udivo lo scricchiare degli stivali e degli intavolati, i pispigliamenti, il cigolar degli armadi, il frusciare della sèrica gonna di mamma che passava e ripassava. E scôrsi nelle tenebre rosseggiare i carboni di uno scaldaletto aperto, e scôrsi, come io cacciava il capo dentro lo squarcio della vicina porta, sulla parete illuminata di faccia, tremolare la gigantesca ombra del vecchio dottore dall’adunco profilo. Pensate voi se chiusi presto palpèbra!

Dal mattino seguente in poi, stette, la finestra di Gìa, serrata; quella finestra alla quale sì spesso ella si affacciava a salutarmi, a sorrìdermi, a discèndere verso mè un secchiolino, affinchè io lo empissi di fresca aqua pel suo mangiapinocchi. E insieme a quella si serrò anche il mio cuore.

Io mi stabilìi allora alla porticina che conducèa dal marchese. Là vi appostavo chi usciva... domandavo loro... che domandassi, è inùtile dire. E molte e molte volte vidi aprirsi le imposte davanti a mamma, a Nencia, al dottore. Dio! che lanciettate. Afflizione, travaglio, respiràvan sempre le prime; l’altro, nel ritornare al suo rinsaccante ombroso bidetto, portava in sghimbescio il cappello e doppiamente lunga la faccia. Quando poi si confondeva ogni ombra – niente mùsica, niente lume in sala – di buon’ora mi si metteva a dormire, e mamma, nel suggerirmi – dolce illusione – le preci, vi ricordava il nome di Lisa. Ve l’assicuro: ben più di una volta, esso era ripetuto da mè.

E la bindella dei tempi, senza capo nè estremo, continuò a svilupparsi.

Diciàmolo, quel mattino, com’io, secondo l’usato, m’indirizzava al mio posto di guardia, un accoramento, una voglia di pigliàrmela con qualcheduno mi tormentàvano. Erano i mièi genitori, è vero, parsi, la sera innanzi, sciolti dall’inquietùdine, dall’agonìa de’ giorni andati; ebbene, la loro inamidata tranquillità, il loro far grave, m’impaurìvano al doppio, mi stuzzicàvano a ricondurmi alla nota porta, grigia, dal martello di ottone. E questa, avvicinàndola io, si chiuse: Nencia, nell’aggropparsi un fazzoletto, venivane con un volto affìlato, le occhiaje morelle, ingarbugliati i capegli.

– Guido – affoltò essa d’un tuono ràuco, – ti cercavo a punto... Tua madre dice... dice che non ti muovi abbastanza. Vuole che ti muova, tua madre... Quà dunque – e bruscamente s’impossessò del mio braccio.

Io l’adocchiài con ansia, alitando. Ma ella non si trovava in vena di dire; io, d’interrogare altrimenti.

Così, noi ci avviottolammo più che di passo per quel cammino affondato tra due poggetti che erbeggiàvano con un verde smagliante e sopra i quali curvàvansi flessuosi olmi – il preferito cammino di Gìa, tuttochè i suòi pieducci v’intoppicàssero ne’ciottoloni o, soventi, restàssero nelle profonde rotaje. Da molto io non l’aveva più tocco. Pamporcini, more, vi èran spuntati a bizzeffe: oh sì! potèvano fioreggiare, insaporirsi a loro agio.

E noi procedevamo, tutti e due sopra fantasìa, atterrati gli sguardi: io imaginava sempre vedere, in mezzo alle fortimpresse orme di una scarpaccia a chiodi, le fresche leggiere traccie del borzacchino di Lisa.

E va e va, svoltammo alla fine in un pratello fuori di mano, abituale nostra fermata.

– Se’ stracco? – domandò Nencia sostando.

Io non lo era affatto. Nè vi avèa perchè. Pure la volli imitare: siedetti. E lì un fastidioso silenzio. Nencia si appisolava o ne faceva le mostre.

– Neh – dissi allora tiràndola per un gherone – e Gìa? –

Che ghiribizzo died’ella! Guatommi come l’avesse con mè, le imbambolò la pupilla e, gonfiàndosele il viso... – Ma no – si rattenne.

– Guido – scoppiò poi a ciarlare con eccitazione nervosa – vuòi che ti conti una istoria? una storia... bella, lunga, di maghi? Di’, vuòi de’ quattro figli di Aimone, vuòi de’ tre pomi confusi... del diàvol d’argento, di Goga e Magoga, eh? vuòi? di’ su, Guido, di’... –

Io non intendeva di scègliere; tampoco di udire.

Ed ella:

– Bene, la storia delle tre melarancie d’oro – seguì convulsamente. – Ve l’ho già... Te la dissi, credo, altra volta... La ricorderài forse... È quella del principino che mise al lotto... cioè, no... io la scambio... questa è «Dorotea.» È quella del regalo della fata bianca, dell’incantamento, dell’aqua che balla – e pausò. – Giusto... proprio... làh! cominciamo...

«C’era... c’era dunque una volta... »

Ma, in quella, staccate note di un canto, lontan lontano, flèbile, senza speranza, ondèggiano – note che una buffata, curvando le alte teste de’ pioppi, ci apporta. Un brisciamento mi corse; rimàsero le tre melarancie nel loro cestino.

E Nencia scattava in piedi: le sue labbra tremàvano. – Torniamo – barbugliò essa – torniamo a casa. Qui v’ha tal guazza! (non una stilla, notate) su! Guido – e la mi prese la mano.

Già tutto – riposàtosi il vento – taceva.


Il cancello era aperto: la prima cosa ch’io scorsi fu la finestra di Gìa – aperta; l’odore che mi colpì, un leppo di arsi cerei. Ed ecco, entrare anche il marchese, instivalato, con gli speroni – mentre al muro di cinta, sul limitar della porta, sparso di rose sfogliate, fermàvansi, si aggruppàvano de’ contadini... fra gli altri, alcuni angioletti dagli àbiti a strappi, i pie’ nudi, l’ali di cartone sotto le ascelle. Il marchese avèa la faccia sbattuta, silenziosamente disperata. Pàllido forse al par di colèi che se n’era partita, egli si diresse al suo nero cavallo, raccolse le rèdini, montollo. Poi – di galoppo. Nè mai più l’incontrài.

E quella sera, sdrucciolàndomi in nanna, di quanti baci, di quante carezze, oh! mi tempestò mia madre! La mi stringeva a lei, la mi guardava passionatamente e due lagrimone le tremolàvano, le scendèvano per le guancie... Cara, dolcissima mamma – e perchè palpitavi?