I Plinj

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Cagliostro Vincenzo Monti

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I PLINJ


Verona e Como si disputano la culla di Cajo Plinio Secondo: ma a favor di Como sovrabbondano le prove, raccolte, per tacere altri, dal conte Antongioseffo della Torre di Rezzonico1 in due grandi tomi, donde noi ne verremo scegliendo alcuni. L’Achille dei Veronesi è la dedica di Plinio a Tito Vespasiano, che comincia così: — I volumi della Storia Naturale or ora compiuti, lavoro ignoto alle Muse dei Romani tuoi, presento con libera lettera a te, o giocondissimo imperatore. E sia questa la più cara lode tua, mentre imiti il gran genitore: poichè

De’ miei scherzi far conto tu solevi,

per adoprare a schermo Catullo conterraneo mio: tu conosci bene questa castrense parola».

Ecco dunque, dicono i Veronesi, che Plinio stesso, chiamandosi conterraneo di Catullo, si dichiara veronese.

Ma innanzi tutto, questa parola conterraneus non ha altro esempio in latino; 2.° ell’è voce militare, come Plinio avverte; 3.° in varj codici si legge concerraneo, congerraneo, congerrone: parole derivabili da gerra, che suona baja, scherzo: onde congerrone varrebbe uomo lepido, compagnone; e chi ponderi quel passo troverà che meglio vi s’acconcia questo secondo senso. E s’anche vogliasi tradurre quella bisbetica parola a significar uomo della stessa terra, s’avverta che entrambi erano transpadani, e che esser d’una terra non vuoi dire nascere dalla stessa città. Così Catullo chiama suoi tutti i transpadani: Aut transpadanus, ut meos quoque attineam. [p. 32 modifica]

Dagli antichi sempre fu Plinio tenuto per comasco. Nel catalogo Virorum Illustrium, probabilmente di C. Svetonio Tranquillo, certo d’un antico, troviamo: Plinius Secundus Novocomensis. Il Cronico di Eusebio Cesariense sotto l’anno duodecimo di Trajano porta: — Plinio Secondo novocomense, oratore ed istorico insigne.... perì mentre visitava il Vesuvio». Contendevasi interpolato questo passo, ma, oltrechè si trova pure nella vetusta traduzione armena, l’antichissimo palinsesto scoperto dall’infaticabile Maj ne pose fuor di dubbio l’autenticità. Assai luoghi delle opere di Plinio Minore vincono la causa; e per tacer d’altri, in una lettera al decurione comasco Cromazio Firmo dice: — Tu sei della mia patria: teco usai alla scuola: dai primi anni abitammo una sola casa: tuo padre fu l’amico di mia madre, di mio zio materno e di me, per quanto l’età permettea»2.

Donde appare che lo zio materno, cioè Plinio, avea stanza a Como. Poi, nell’orazione ai padri comaschi, rammenta la munificenza di me e de’ parenti miei. Se Plinio fosse stato veronese, non avrebbe avuto colà i suoi beni? Ora Plinio suo nipote, che ne fu erede, ricorda ogni tratto suoi possessi nel comasco, non uno a Verona.

Primo, ch’io mi sappia, a dire Plinio veronese, fu un Giovanni, ignorante prete mansionario di Verona nel 1313. Il citare l’autorità sua e d’altri, cresciuti in tempi oscuri, compreso il Petrarca, non mostra che la debolezza della causa sostenuta dai Veronesi. Vollero anche appoggiarsi alle iscrizioni, e, non accennando quella riconosciuta apocrifa3, ne recarono una spezzata, che fu letta e interpretata in cento modi, e non si sa dove fosse, ed ora più non esiste.

In questa Plinio è detto solo augur: possibile se ne tacessero le tante altre dignità per rammentare solo questa da sì poco? Possibile che nessun altri gli attribuisca tale dignità, neppure il nipote quando, eletto augure, nomina e Giulio Frontino e Gicerone ch’ebbero quel grado?4

Vollero anche dire che il naturalista non fosse dei Plinj, bensì dei Secondi, perocchè varie iscrizioni del veronese commemorano i Secondi. Ma per poco che uomo sappia d’antichità, conosce che [p. 33 modifica]l’appellazione dei Romani componessi del prenome, del nome e del cognome: indicava il primo ciascuna persona, il secondo ciascuna gente, il terzo ciascuna famiglia. Alla schiatta dunque dei Plinj apparteneva questo, della quale un ramo diceasi dei Secondi. Ora, comechè non manchino nel comasco memorie di Secondi, vi abbondano le lapide romane, che parlano dei Plinj come ascritti alla tribù OVFentina5, mentre nessuno gli ascrive alla POBblicia cui apparteneva Verona; ed era famiglia antichissima, che alcuno volle tra le greche, condottevi da Cesare.

Bellissimo argomento poi ad assicurar a Como quel grande ci pare l’amore con che cercò le cose di qui, quelle ancora da altri dimenticate, e che egli racconta come sicuro di veduta: si bada sull’origine di Como; egli solo parla degli Orobj; solo di Liciniforo, posto ivi presso; solo del lago Eupili e del fiume Lambro che ne usciva: conobbe gli animali, i fenomeni, i minerali delle terre comasche; il pesce pigo (cyprinus pico) che egli assomiglia ai chiodetti, e che nel Lario e nel Verbano apparisce al comparir delle stelle virgilie, cioè maggio entrando; le cicogne che distano da questo lago, e le mulacchie che non s’accostavano ad otto miglia di Como, sebbene or di fatti aleggino intorno alle torri cittadine; la pietra oliare onde si formano i laveggi; le cave del ferro, allora non usate; l’ammirata intermittenza di quella fonte, che .oggi ancora dicesi Pliniana. L’invidia dunque con cui lo contrastano altre città non prova se non quanto sia gran pregio a Como l’avergli dato i natali6.

Nacque egli probabilmente l’anno 23 di Cristo, da Celere e Marcella, coltivò i buoni studj, militò in Germania, poi tornato a Roma, trattò [p. 34 modifica]cause nel fôro, fu procuratore di Nerone in Ispagna: richiamato da Vespasiano, nel secondo anno di questo ebbe il comando dell’armata navale di Miseno, là dove comincia il golfo di Napoli. Mentre vi dimorava, eruttò fiamme il Vesuvio. Di quest’unico vulcano del continente europeo, posto sette miglia a levante di Napoli, alto 1292 metri, si accennano tre eruzioni antichissime ed una del mille avanti Cristo7: ma la prima accertata avvenne il 79 dopo Cristo, dalla quale furono o sovverse o sepolte Taurania, Oplonte, Retina, Ercolano, Pompei, Stabia. Il primo novembre una nebbia trasparente copriva quell’incantevole golfo; grave e soffocante Paria,* mosse le onde senza che vento spirasse; divenute acri le acque dei pozzi; disseccato il Sarno; mofette di acido carbonico e miasmi sulfurei infettavano l’atmosfera. La popolazione di Pompei assisteva agli spettacoli quando il Vesuvio ruppe il sonno millennario, e tuoni e folgori rompeano la cupa notte, calata a mezzo il giorno. Lo spavento invade tutto e tutti: fiere ed uomini a fuggire da un grandinar di lapilli e ceneri e grossi basalti, da un irrompere di lave infocate: chi rifugge nelle cantine, chi si salva al mare: tre giorni durò il disastro, al cessar del quale Pompei non esisteva più, nè le vicine terre8. [p. 35 modifica]

Avuto avviso del disastro, la curiosità d’esaminare dappresso quel fenomeno, e la pietà di soccorrere ai pericolanti trasse Plinio colà, dove essendosi affaticato e preso da’ debolezza, postosi a sdrajo, rimase soffocato da vortici di solfo e di gas deleterici.

Plinio minore così ne descrisse la morte in lettera allo storico Cornelio Tacito che giova riferire per conoscere e lui e il defunto.

— Domandi ch’io ti descriva la fine di mio zio, perchè con maggior verità tu possa tramandarne la memoria agli avvenire. Te ne ringrazio; imperocchè alla morte di lui, quando venga da te celebrata, gloria immortale resterà assicurata. E veramente, avvegnachè egli sia perito nella mina di contrade bellissime, non altrimenti che i popoli e le città, con caduta memorabile tanto da viver sempre; avvegnachè moltissime opere, e tali da sopravvivergli, egli abbia composte; tuttavia alla perenne fama di lui non poco aggiugnerà la immortalità delle tue scritture. Beati coloro, ai quali, per benigno [p. 36 modifica]riguardo degli Dei, fu dato o d’operar cose degne di essere scritte, o di scriverne di così fatte da esser lette; ma quanto più beati quelli, ai quali l’una cosa e l’altra toccò! Nel costoro novero sarà mio zio e pe’ suoi e pe’ tuoi libri; onde molto volentieri me ne tolgo l’incarico, anzi lo dimando.

«Egli era a Miseno e di persona comandava alla flotta. Ai 23 agosto9 circa la settima ora, mia madre gl’indica essere apparsa una nube e per grandezza e per sembianza fuor dell’usato. Aveva egli goduto del sole, poscia tuffatosi nell’acqua fredda, e s’era refiziato a letto, e studiava: chiede le pianelle: sale là donde quel prodigio si poteva guardar per lungo e per largo. La nube si alzava (di lontano guardando, era incerto dapprima, da qual monte; poscia conobbesi essere dal Vesuvio) somigliante a un pino, che alzatasi come lunghissimo tronco, si dilargava; quasi suscitata da nuovo vento, poi al cedere di questo vinta dal proprio peso, ricadeva; [p. 37 modifica]candida talora, talora nericcia e macchiata, secondochè aveva sollevato seco terra o cenere. Parve gran cosa e tale, che ad uomo dottissimo convenisse riguardarla da presso. Fa allestire una liburnica, e m’invita se volessi andare insieme. Risposi che amavo meglio studiare; ed egli stesso m’aveva dato per avventura da scrivere. Uscendo di casa, riceve un viglietto. I classiarj di Retina, atterriti pel vicino pericolo (imperocchè quella borgata vi sottostava, nè di là v’era fuga se non sulle navi) pregavanlo di camparli a tanto pericolo. Ei cangia disegno, e ciò che aveva cominciato per sola voglia di studio, ora compie con grandissimo ardore. Cava fuori le galee; vi sale egli stesso per recare ajuto non pure a’- Retina, ma ai tanti di cui l’amenità della contrada ave vaia popolata: si affretta colà donde gli altri fuggono; e in mezzo al pericolo ei dirige il cammino, e regge il timone, scevro da paura a segno, che’ tutti i movimenti di quel disastro, tutte le sembianze, come avevali ricevuti con gli occhi, dettava e notava. Già sulle navi la cenere cadeva, quanto più vi si accostava, tanto più calda e densa; già pomici ancora, e pietre nere e abbruciate intorno e fatte a pezzi dal fuoco; già di subito un guado, e per la rovina del monte inaccessibile il lido. Stato alquanto fra due se piegare addietro, al pilota che l’avvisava di così fare, I forti, ei dice, la fortuna ajuta; drizza a Pomponiano:

«Questi era a Stabia, divisa dal frapposto seno, dove il lido girandosi e incurvandosi, il mare entra a poco a poco. Ivi, comechè il pericolo non fosse ancora imminente, nondimeno era a vista e appressavasi; ond’egli avea trasportato nelle navi i bagagli, deliberato di fuggire, se il vento contrario fosse posato. Mio zio avendolo favorevolissimo, vi giunge, abbraccia lui che tremava, lo consola, lo conforta, e a sminuirgli il timore con la propria sicurezza, si fa condurre al bagno; lavato, siede a mensa; cena allegro o facendo sembiante allegro. Dal monte Vesuvio frattanto in più luoghi larghissime fiamme e alti incendj rilucevano, il cui fulgore veniva fatto più grande dalle tenebre della notte. Egli, come rimedio contro la paura, andava spargendo che le ville, le quali ardevano in quel campo deserto, fossero quelle lasciate in balìa del fuoco, e dai trepidanti coloni abbandonate. Indi si pose a dormire, e, il respiro, che a lui per la corpulenza era grave e sonoro, sentivasi da quelli che in sulla soglia si affacciavano. Ma il cortile, a cui metteva la stanza, [p. 38 modifica]di cenere e di miste pomiciasi fattamente riempivasi, che, o Vegli più lunga pezza vi si fosse indugiato, avrebbene avuta impedita l’uscita. Destato n’esce, e a Pomponiano e agli altri che vegliato avevano, ritorna. Si consigliano in comune se rimanere entro casa, o uscire all’aperto. Imperocchè dagli spessi e vasti scotimenti del suolo le case barcolavano dalle fondamenta; ma all’aperto si temeva la caduta delle leggiere e consumate pomici. Tuttavia, paragonati i pericoli, fu scelto questo. In lui la ragione, negli altri il timore prevalse. I guanciali sovrapposti al capo stringono coi fazzoletti, schermo contro ciò che cade dall’alto. Era ormai giorno altrove, ivi notte più scura e più fitta di tutte le altre notti, tuttavia rotta da molte faci e lumi. Si volle uscire in sul lido, e da presso vedere se conveniva mettersi al mare, che durava ancor grosso e contrario. Ivi sopra umile lenzuolo sdrajandosi, una prima e una seconda volta chiese acqua e bevve. Indi le fiamme e l’odore del solfo, messaggiero delle fiamme, pongono in fuga gli altri, lui fanno risentire. Appoggiato a due servi rizzossi in piedi, e tosto ricadde, essendogli stato il respiro, cred’io, impedito dal polveroso fumo, e serratogli lo stomaco, che da natura aveva sortito debole e stretto, e soggetto a frequenti bruciori. Come tornò il dì (era il terzo da quello, che aveva visto per ultimo) il corpo di lui fu trovato intero, illeso e coperto, come era vestito, in sembianza d’uomo dormente, anzichè morto. «Io e mia madre, frattanto, eravamo a Miseno. Ma ciò non appartiene alla storia, nè tu hai voluto sapere altro, che la fine di lui. Pongo termine dunque, aggiugnendo solo, aver io veracemente tenuto dietro a tutte le cose, in mezzo alle quali io fui, o che mi vennero subito udite, in tempo che segnatamente le cose vere si ripetono. Tu scegli le migliori. Imperocchè altro una lettera, altro la storia, altro’ a un amico, altro è scrivere a tutti. Sta sano».

A questa lettera, che i molti traduttori non pajonmi riusciti a rendere nè meno artifiziata nè più evidente, fa seguito quest’altra:

— Indotto dalla lettera, che richiesto ti scrissi intorno alla morte di mio zio, brami conoscere, lasciato che io fui a Miseno, quali timori non solamente, ma quali avventure io m’abbia sofferto. Quantunque rifuggami l’animo dal ricordare, comincerò Partito mio zio, il tempo spesi a studiare, chè non per altra ragione m’ero rimasto; poscia il bagno, la cena, un sonno inquieto e breve. Per molti giorni s’era antecedentemente sentito il tremuoto, ma non aveva fatto paura, [p. 39 modifica]perchè ci si è usati nella Campania; quella notte poi crebbe così, che, non che muoversi tutte cose, si credeva minassero. Si caccia nella stanza mia madre, mentre io mi levavo per destarla se dormisse: sediamo nel cortile ch’era a pochi passi dal mare. Non so s’io mi debba dirla fermezza o imprudenza; ma io non avevo più che diciotto anni. Chiedo di Tito Livio, e leggo quasi per fare qualcosa, e ne fo degli estratti.

«Quand’ecco un amico di mio zio, che poc’anzi era arrivato di Spagna; e vedendo me e mia madre sedere e leggere, in lei la insensibilità, in me la soverchia fidanza riprende; ed io non per questo tengo intento l’occhio al libro. Già d’un’ora era fatto giorno, e tuttavia dubbia e quasi languente la luce: già, crollate le case circostanti, quantunque in luogo aperto ma stretto, grande era e certo il timore d’una rovina. Allora finalmente ci parve tempo di uscire dall’abitato. Ci segue il vulgo fuori di sè, e, ciò che nella paura par prudenza, antepone al proprio l’altrui consiglio, e a gran folla preme e spinge innanzi quelli, che fuggono. Usciti dalle case, ristemmo. Ivi molti fenomeni, molti pericoli. I cocchi, che avevamo fatti venir fuori, sebbene in suolo pianissimo, a ritroso erano spinti, e neppure per forza di pietre si fermavano sulle proprie orme. Il mare inoltre pareva essere assorbito e, pel tremuoto, quasi risospinto. Certo il lido erasi allungato, e molti pesci tratteneva sulle secche arene. Dalla parte opposta un’orribile e fosca nube, rotta da vorticosi e rapidi avvolgimenti d’infocato vento, scoscendevasi in lunghe fiamme; somigliante, ma più in grande, a lampi. Quel medesimo amico allora, con più forte insistenza, Se il tuo fratello, dice, se tuo zio vive, e’ vi vuol salvi; se è morto, vuol che gli sopravviviate: a che dunque indugiate a fuggire? Rispondemmo, non volere si potesse dire che, incerti della vita di lui, provvedessimo alla nostra. Egli non ristando balza fuori, e a spron battuto schiva il pericolo; ne molto dopo quella nube scende a terra e copre il mare; cinse e ascose Capri, tolseci il promontorio Miseno. Mia madre allora pregarmi, consigliarmi, comandarmi che d’un modo qualunque fuggissi; poterlo fare io giovane; ella, e dagli anni grave e dalla persona, ben volentieri morrebbe, se non fosse stata a me cagione di morte. Io protesto non andrei salvo se non insieme; presala per mano, la costringo ad avacciare il passo; ubbidisce di mala voglia, e incolpa sè stessa ch’io m’indugi. Già la cenere veniva, sebbene ancor rada; volgomi indietro; [p. 40 modifica]una caligine ci sovrasta alle spalle, e ci persegue, sparsa per terra a mo’ di torrente. Divertiamo il cammino, dissi, fin che ci si vede, affinchè, battuti per terra, non siamo pesti da coloro che ci accompagnano nelle tenebre. Eravamo appena seduti, e la notte, non come quelle senza luna o nuvolose, ma quale in luoghi chiusi per lume spento: avresti udito gli ululati delle donne, lo schiamazzo dei fanciulli, il gridìo degli uomini; altri i loro padri, altri i figliuoli, altri i. consorti con le voci richiedere, alle voci riconoscere: qui la propria sciagura, là quella dei suoi commiseravano; c’era chi per timor della morte la morte invocava; molti levavano alto le mani agli Dei; i più negavano che Dei vi fossero, e quella notte eterna e ultima al mondo interpetravano. Nè mancarono di tali che con falsi, e bugiardi terrori i veri pericoli crescessero. C’era taluni che, falsamente ma creduti, riferivano d’essere stati a Miseno e che quello era ruinato e ardeva tutto. Si fece un po di giorno, ’che non parve giorno, ma riverbero del fuoco che facevasi più e più vicino; poi il fuoco ristette più lontano, e novamente tenebre e novamente molta e pesante cenere. Questa, a quando a quando rizzandoci, scotevamci di dosso, altrimente ne saremmo stati coperti e schiacciati dal peso. Potrei gloriarmi che non un gemito, non una voce che non fosse da uomo, siami uscita in tanto rischio, se non avessi creduto ch’io con tutti, e tutte le cose con me perissero: misero ma pur grande conforto nella morte. Finalmente quella caligine assottigliata, quasi in fumo e nebbia risolvevasi; si fece pur giorno; il sole ancora rifulse, scolorito tuttavia, quale suol essere nell’ecclisse. Agli occhi ancor tremanti tutte cose affacciavansi mutate, coperte di alta cenere, quasi neve. Tornati a Miseno, refiziata comechessia la persona, passammo la notte sospesi e incerti tra la speranza e il timore; il timore però prevaleva, giacchè e il tremuoto continuava, e parecchi fanatici con ispaventevoli predizioni pigliavansi giuoco dei proprj e degli altrui mali. Noi poi, avvegnachè fatti sperti dei pericoli e aspettandone di nuovi, non ancora consigliavamoci di partire, finchè non ci giugnesse novella dello zio. Queste cose, non degne certo di storia, tu leggerai senza averle a scrivere, e te incolperai d’avermene fatto dimanda, se non ti parranno degne neppure d’una lettera. Addio».

Queste lettere retoriche sono ben lontane dall’appagare la nostra curiosità. Plinio non era sul luogo, e inoltre, come tutti gli antichi, [p. 41 modifica]non s’appassionava delle particolarità al modo nostro: non ne raccogliamo nè quanta fosse la popolazione della città sepolta, se romana, osca, greca; in quali circostanze fu sorpresa: come si cercò evitar la morte; se numerose le vittime: quai drammi le accompagnarono: e altre curiosità, che appena ci vengono tratto tratto soddisfatte dalle scoperte che si fanno fra quelle ruine.

Plinio stesso in un’altra lettera racconta il vivere e le occupazioni di suo zio. Parco del cibo e del sonno, poco dopo mezzanotte cominciava i suoi studj, ai quali attendeva e passeggiando e nel bagno e a cena, sempre avendo a lato uno schiavo, che leggesse o scrivesse: tanto che lasciò al nipote 180 volumi, in minutissimo carattere. Furono opera sua tre libri d’arte oratoria; trentaquattro di storia de’ suoi tempi; e ventiquattro delle guerre de’ Romani in Germania; un trattato del lanciar dardi a cavallo; la vita di Pomponio Secondo; perfino scritti grammaticali, quando la tirannia di Nerone rendeva pericoloso ogni studio più elevato. Narrò in venti libri le guerre da lui fatte in Germania come capitano della cavalleria, avendogli in sogno l’ombra di Druso, nipote di Augusto, raccomandato di onorare così la sua memoria10. Varietà tanto più ammirabile, se si consideri e la brevità di sua vita, e l’occupatissimo ch’egli era in altri affari.

L’opera, che sola a noi giunse, è la Storia Naturale in trentasette libri. Nello stile cerchi invano la purezza elegante del secol d’oro; non ordinaria però n’è la forza e la evidenza: e quanta men parte di lingua latina possederemmo noi se quella fosse andata perduta! e quanto poco conosceremmo delle arti antiche! Esibito nel primo libro uno specchietto delle materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli elementi e delle meteore; seguono quattro libri di geografia, poi il settimo delle varie razze umane e dei trovati principali: i quattro seguenti versano sugli animali, classificati giusta la grossezza e l’uso, e ragionando dei costumi loro, delle qualità [p. 42 modifica]buone o nocevoli, e delle men comuni loro proprietà. Dieci libri vanno nel descrivere le piante, la loro coltura e le applicazioni all’economia domestica e alle arti; poi cinque ai rimedj tratti dagli animali; altrettanti ai metalli, col modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito di questo parla della scultura, della pittura e de’ primarj artisti, come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame; e le materie coloranti il recano a dire de’ quadri, della plastica le stoviglie. È dunque un’enciclopedia delle arti, delle scoperte, degli errori dello spirito umano, con distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sempre l’idea è sottoposto alla materia.

Nol crediate un naturalista che raccoglie, osserva, sperimenta, aggiunge al tesoro delle cognizioni; sibbene un erudito, che alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche ora per legger libri, dai quali estrae o fa estrarre pezzi, che poi dispone, senza genio e senza critica, neppure conciliando i fatti contradditorj, neppur riducendo ad unità le misure; nè confrontando i passi che non capisce coi noti, o le asserzioni degli autori colla realtà; spesso ripetendosi e descrivendo cose non vedute; talvolta riesce inintelligibile volendo stuzzicare la curiosità più che accertare il vero, mostrare retorica più che precisione, coglie di preferenza quel che ha del singolare e del bizzarro; beve assurdità già confutate da Aristotele.

Pertanto fu chi lo svillaneggiò come uomo che d’ogni erba facea fascio, nulla digeriva, sentina di bugie, oceano di errori11. Lo scherzevole Boccalini collocollo su pel Parnaso a piantar carote; ed un grande naturalista recente italiano chiamollo «addormentato interprete della natura». Eppure il Buffon, cui come titolo di gloria venne assentito il nome di Plinio moderno, scrive che questi «lavorò sopra una tela grande e forse troppo vasta: volle tutto abbracciare: sembra aver misurato la natura, e trovata troppo piccola ancora pel suo grande ingegno. La sua Storia Naturale comprende quella del cielo e della terra, la medicina, il commercio, la navigazione, i fasti delle arti meccaniche, l’origine degli usi, tutte in somma le scienze ingenue e le arti umane. Meraviglia ancora che in ogni parte Plinio è egualmente grande: l’altezza delle idee, la [p. 43 modifica]nobiltà dello stile danno risalto alla sua profonda erudizione: non solo egli sapea tutto ciò che poteva a’ suoi giorni sapersi, ma avea quella felicità di pensar vasto, che moltiplica la scienza; quella finezza di riflessione, da cui dipendono l’eleganza ed il gusto, e che comunica a’ suoi lettori la libertà di spirito; una franchezza di pensare, che è il germe della filosofia. Il suo lavoro, vario come la natura, la dipinge sempre bella; è, se si vuole, una compilazione di quanto era stato scritto ed importava sapere, ma le cose vi sono riunite di maniera sì nuova, che la copia è preferibile alla più parte delle opere originali»12.

Per verità l’essersi perduta la maggior parte delle duemila opere da Plinio spogliate, lo rende preziosissimo; e senza la sua farragine, tropp i parte dell’antichità ci rimarrebbe arcana. Egli ci rappresenta pure il vacillare della ragione umana, ancora ostinata a chiuder gli occhi incontro al lume che erasi rivelato; onde spesso ai fatti chiede spiegazione da una filosofia atrabiliare, che assiduamente accusa l’uomo, la natura, gli Dei, colla retorica aggravando le miserie umane, acuendo l’ingegno per iscoprire i disordini di questo mondo, senza elevarsi alle armonie d’un altro. Nell’indagine del quale non trova interesse veruno13; anzi nega Dio, o lo fa tutt’uno col mondo; deride la Provvidenza, e precipita nello scetticismo, fino a considerare l’uomo come l’essere più infelice e più orgoglioso14, ed insultare la divinità, che «nè può concedere nè togliere a sè stesso la vita, la qual cosa è il dono più bello che essa abbia a noi lasciato»15.

Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, indulge a superstizioni, crede a ermafroditi, a maschi cambiati in femmine, a fanciulli nati coi denti o rientrati nell’alvo materno, alla longevità di chi ha un dente di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Vi dirà d’una pietra, la quale, posta sotto al capezzale, produce sogni veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d’uom digiuno; [p. 44 modifica]che sputando nella mano si guarisce l’uomo, involontariamente feritosi: un abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle tarme:

chi fu morso da un serpente più non ha a ’temere di api o dì vespe: le morsicature d’un animale si esacerbano alla presenza di persona morsicata da un animale della specie medesima; nè è stupore che v’abbia mostri così strani in Etiopa, avendoli formati Vulcano, abilissimo modellatore, giovato da quel gran’caldo16.

L’attrazione verso il centro della terra era stata asserita da Aristotele, accettavasi come una verità comune dai Romani, e Cicerone la esponeva con felicissima esattezza17. Plinio invece vi dirà che i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all’alto; s’incontrano, e per mutua resistenza si sostengono: così la terra è sorretta dall’atmosfera, altrimenti. lascerebbe il suo posto e precipiterebbe al basso. Non solo ripudia il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia il supporre altre terre ed altri soli di là dal nostro, misurare la distanza degli astri, seminare d’infiniti mondi lo spazio18.

Chi volesse (nè ammanirebbe impresa difficile) riscontrare l’età dì Plinio col secolo precedente al nostro, troverebbe somiglianza tra lui e gli Enciclopedisti nel dar copertojo scientifico all’ignoranza e alla credulità, nell’armeggio di sapere o mostrar di sapere, nel ripudiare la luce che viene dalla vera fonte, nel professarsi materialista e tuttavia per buon cuore giungere a conclusioni benevole.

Col tono sentimentale di questi, declama contro chi inventò la moneta; benedice i secoli, ove altro commercio non si conosceva che di cambio; maledice la navigazione, la quale, non paga che l’uomo morisse sulla terra, volle mancasse perfino di sepoltura19. Eppure intravede la perfettibilità, e «quante cose erano considerate impossibili prima che si facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre meglio»20. Tuttochè materialista, al nome di Barbari sostituisce quello d’uomini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio d’aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni [p. 45 modifica]in Africa e in Germania; bofonchia contro quelli che il ferro ridussero in armi, pure della guerra riconosce i vantaggi, professando che l’Italia fu scelta dagli Dei por riunire gl’imperj dispersi, addolcire i costumi, ravvicinare in comunanza di linguaggio gli idiomi discordi e barbari di tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d’intendersi, incivilirli, divenire insomma la patria unica di tutte le nazioni del mondo21. Di queste idee avanzate, di questa filosofia tollerante e cosmopolitica egli non conosceva o rinnegava l’origine.

Attraverso alla barbarie, che separa le antiche dalle moderne età, ci pervennero quelle opere lorde d’infiniti errori. Onde il Petrarca:

— Credi forse che, se ora risorgessero Cicerone e Livio e molti altri antichi e singolarmente Plinio Secondo, e si facessero a rilegger i loro libri, essi gli intenderebbero? o che anzi, esitando ad ogni passo, li crederebbero opere altrui o dettature di barbari?»22 E l’arguto Erasmo da Roterdamo ebbe a dire che, chi piglia a restituire le storie di Plinio, si toglie sulle braccia tanta briga quanto chi prende o una nave o una moglie23. Nè ancor vi provvidero le tante edizioni che, da Ermolao Barbaro, in poi se ne fecero24: nè le versioni in ogni lingua, fin nell’araba. Bramava il Tiraboschi che una società di valorosi italiani desse una bella traduzione di quest’opera con note doviziose ed esatte: dopo quasi un secolo rimane ancora inadempito quel voto.


Quando Plinio morì, menava il diciottesimo anno Cajo Cecilio Secondo, nato a Como da una sorella di Plinio e da Lucio Cecilio, casa [p. 46 modifica]plebea ma nobile. Rimasto orfano nella primissima età, fu adottato dal naturalista, da cui ereditò il nome di Plinio e la passione degli studj, e fu dato alla tutela di Virginio Rufo. Questo grande romano, il quale possedeva vicino a Como la villa d’Alsio, forse Alserio, che fu poi della suocera di Plinio, era stato quattro volte console, generale delle armi romane, vincitore di Giulio Vindice; avea ricusato l’impero del mondo e preferita la quiete delle terre comasche. Plinio si lagna che, dopo dieci anni, rimanessero ancora le sue ceneri senza iscrizione e senza onore25.

Da quest’illustre personaggio Plinio avea ricevuto i precetti e gli esempj della virtù. Condottosi a Roma, ebbe assai profittevole scuola da Quintiliano, invidiabile maestro, e di soli quindici anni comparve nel fôro a patrocinare la giustizia: poi sempre trattò cause gratuitamente, talvolta discorrendo fin sette ore di seguito, senza che la folla si diradasse. Eucrate, filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto, austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all’umanità, incontrato da Plinio nella Siria, l’innamorò della filosofia, e gl’insegnò che il più nobile scopo di questa è far regnare tra gli uomini la pace e la giustizia. A Plinio che, colle consuete cautele oratorie, girava e rigirava attorno alle cause imitando Cicerone, Aquilio Regolo disse: — Tu credi dover trattare tutti i punti della causa: io subito vedo ov’è la gola, e la stringo». Pure sembra che Plinio davanti ai giudici veramente si riscaldasse, perocchè racconta che il buon Trajano gli mandava dire da un liberto che avesse riguardo al suo petto, e non adoprasse maggior veemenza di quella che comportava la sua debolezza26.

Quando, il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico più sembrava dileguarsi, consola l’imbatterci in quest’uomo, appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del regno delle [p. 47 modifica]spie e de’ carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore di Cesare, legato d’un proconsole, decemviro a giudicar le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de’ cavalieri, curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all’erario di Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto.

Trajano, anche giunto al fastigio della fortuna, serbò amicizia per Plinio; e le lettere che gli diresse mentre governava la Bitinia sono un’importante rivelazione de’ migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso: a troppo gran pezza dalla cara ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci rivelano un eccellente naturale, e c’introducono nella vita, massime letteraria d’allora.

Era Plinio legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò una somma per imbandire annuo convito al popolo; Calpurnio Fábato, onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico, e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stesso lasciò un quarto della propria eredità; Virginio Rufo suddetto. Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l’ordine e la compostezza; nella casa di questo buon vecchio osservando quella regolare occupazione, quella serenità d’uomo che si accosta al sepolcro. In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia, nipote di Fabato, alle doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie; andava ad ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Plinio gloriavasi che la posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l’avvenire dirà che noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano (dirassi) l’età stessa, egual grado, egual rinomanza, e a tante cause d’emulazione la loro amicizia resistette.

E come già ci collocano l’un presso all’altro! già siamo inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a te: ma venire dopo te è per me una preminenza»27. [p. 48 modifica]

A sette ore sveglia vasi, e subito riandava i casi di jeri: alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo lasciolvere, ritiravasi nel gabinetto a compor in greco o in latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere, raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo combattendo così la vecchiaia; gettasi poi s’un lettuccio, ed accoglie gli amici. Ha tavola fra ricca e frugale, con argenterie massiccie che rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate d’amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del senato, del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista, l’udito, la vivacità, la facile parola.

Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti giovani, cui principale passione era l’istruirsi, esercitava nell’eloquenza, e ajutava ne’ primi passi verso gl’impieghi; dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico Aruleno, che «coll’anticipargli elogi aveagli insegnato a meritarli in avvenire»; fornì lautamente l’epigrammatico Marziale che partiva per la Spagna; a Romazio Firmo, concittadino e condiscepolo, suo, diede 300,000 sesterzj onde potersi far cavaliere: a Cornelia Proba, illustre dama che desiderava una villa sul lago, da lui ereditata, la fece vendere da un liberto a tenue prezzo: alla nutrice regalò un podere che valeva 100,000 sesterzj28, e gliel faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ti ricorda che non sono gli alberi e la terra che ti raccomando, ma il bene di quella che da me li tiene». Cornelio aveva sollecitato i primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti su Plinio»; e Plinio ne assunse la difesa in una causa. Sottentrò a tutti i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma quando Domiziano proscrisse i filosofi29. Molti schiavi affrancò, agli altri [p. 49 modifica]permise di far testamento, per gli abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dapertutto tracce di sua munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia; riparò Crisopoli (Scutari); a Libania rialzò la tomba d’Annibale: in Nicomedia, guasta da incendio, fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d’Iside, ed aprire una piazza, un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio.

Larghissimo poi fu colla patria, alla quale mandò una statua da collocare nel tempio di Giove, prezioso lavoro greco antico, che rappresentava un vecchio ignudo30. Più singolare è il dono che le fece di pubbliche scuole. Trovandosi nella città di sua nascita (scrive egli stesso a Tacito), visitato da un giovinetto concittadino, gli chiese dove studiasse; — In Milano», rispose quegli. — E perchè non in patria?» soggiunse Plinio al padre che glielo avea guidato. — Perchè (gli fu replicato) qui scuole non abbiamo». Voltosi egli allora ad alcuni cittadini, che là a grand’uopo si trovavano, mostrò la vergogna del non avervi scuole, che procacciassero ai giovinetti il vantaggio di restare in patria sotto agli occhi dei genitori, e come con dispendio poco maggiore si sarebbe qui potuto mantenere maestri. — Io medesimo (soggiungerà), io che pur non ho prole, sono pronto, pel bene di questa nostra repubblica per la quale ho viscere di padre e di figlio, a dare la terza parte di quanto voi a tal uopo fisserete. E anche l’intero darei se non temessi che questa liberalità servisse un giorno di fomento all’altrui ambizione, come accade là dove i maestri son chiamati a pubbliche spese. Per ovviare tal pericolo è mestieri lasciare ai soli padri il diritto di eleggere i professori, e costringerli a fare ottima scelta coll’obbligarli ad assegnare parte dei loro averi; dovendo cavar dalla propria borsa, faranno che la mia non sussidii se non chi sia meritevole. Convenite dunque in un sentimento; pigliate coraggio ed esempio da me; compite questo fatto, di cui non può essere nè il più onesto pei vostri [p. 50 modifica]figliuoli, nè il più gl’adito alla patria, ove gli stranieri, se v’abbia maestri valenti, potranno mandare i proprj figli, ed i vostri vi porranno più grande amore avvezzandosi ad abitarvi». E scrisse a Tacito perchè da Roma gl’inviasse un maestro, senz’altra sicurtà d’esser trascelto, fuor la fiducia nel proprio ingegno31.

Voi vedete con quanta sapienza egli e i suoi coetanei già professassero il concetto di costituire i genitori unici giudici de’ maestri; concetto adottato pienamente dagli Americani con tanto vantaggio, e combattuto da’ nostri liberalastri, che implorano dal Governo l’insegnamento obbligatorio. Nè è fuor di luogo cercare quali idee avess’egli sull’educazione. Pregato da Maurico di cercargli un maestro pe’ suoi nipoti, mostra conoscere quanto importante e scabrosa sia questa scelta, e promette adoprare a ciò tutta la sua autorità, tutta la sollecitudine32. E maestro ben degno gli parve il retore Iseo33 che avea «grande facondia, abbondanza, pienezza; parla improvviso, ma come avesse scritto con lungo studio; usa linguaggio greco, anzichè attico34; limpidi, naturali, dolci gli esordj, talvolta gravi ed elevati; chiede soggetti, ne lascia la scelta agli udi’ tori, s’alza e comincia, e subito ha tutto sulle dita, con concetti pellegrini, squisitamente espressi. Ha passato i sessant’anni, eppure non è che rettore».

Da quella lunga lettera traspare il vizio dell’età e di Plinio, di valutare o soltanto o troppo la parola. Più specialmente in un’altra35 esamina le doti d’un maestro e d’una scuola. A Corellia Ispulla scrive dunque che il suo figliuolo somiglierà agli avi, al padre, allo zio, se ben educato. «Sinora fu tenuto nelle pareti domestiche, ebbe maestri in casa, dove è rara o nessuna occasione di sviamenti. Or è tempo di trarnelo fuori, trovargli un retore latino, conosciuto per severità di precetti, modestia, illibatezza. Il giovinetto, oltre il resto, è bellissimo, onde maggiore il bisogno di dargli non soltanto un precettore, ma un ajo e custode. Parmi a ciò proporti Giulio Genitore. Io l’amo, ma l’amicizia non mi fa velo. È uom coi stumato e grave; alquanto sucido e austero pei tempi che corrono [p. 51 modifica]Quanto valga nell’eloquenza te lo potran dire quei molti che in pubblico l’udirono; e sebbene la vita dell’uomo abbia degli abissi profondi, io sto garante per lui. Da esso nulla udrà il tuo figlio che non possa giovargli, nulla apprendere che gli rincresca d’aver imparato. Pure e tu ed io non cesseremo di rammentargli da che antenati provenga, quai nomi deva sostenere. Col favor degli Dei consegnalo dunque al maestro, da cui impari prima la costumatezza, poi l’eloquenza, la quale senza costumi mal s’impara».

Sono generalità, dove l’educatore ha troppo poco a raccogliere. Qualche maggior pratica mette nella lettera al giovane Fosco36, che gli domandava che cosa studiare nel suo ritiro. — Utilissimo dapprima è il voltar dal greco in latino o viceversa, col quale esercizio si ottiene la proprietà e nobiltà delle parole, la copia delle figure, la forza dell’esprimersi e la facoltà di somigliare ai migliori coll’imitarli; oltrechè, se nel leggere sfuggo molte idee, non così nel tradurre. Laonde si formano e l’intelletto e il discernimento. Letto in modo da ritenere la sostanza e il tema, potresti farti emulo del tuo autore scrivendo le cose medesime; poi con diligenza osservando dove o tu o lui siate meglio riusciti. Talvolta gioverà scegliere cose comunissime, e gareggiare colle più elette; provoca ardita, pur non temeraria perchè secreta; non essendo raro che alcuno superi quello cui sperava solo raggiungere. O, dimenticato che tu abbi la cosa scritta, potrai trattarla tutto di nuovo, parte ritenendo, parte ommettendo, parte emendando, parte rifondendo.... Tuo scopo principale so che è l’arringare, ma non ti consiglierei a star sempre nello stile contenzioso e battagliero. Prendi talvolta qualche punto di storia; scrivi con tutta accuratezza una lettera; che anche nelle arringhe vien talvolta bisogno d’una descrizione non solo storica ma quasi poetica; e colle lettere si forma lo stile serrato e schietto. Anche giova il divagarsi coi versi, non di continuo nè in lunghi componimenti, ma in quel genere arguto e spiccio che ricrea anche fra le più serie occupazioni. Li chiamano scherzi, ma talvolta conseguiscono lode non minore che le gravi sentenze; sicchè oratori insigni e insigni personaggi vi si esercitavano e ristoravano insieme; dando queste composizioncelle luogo ad amori, odj, ire, compassione, lepidezze, insomma a quanto occorre nella vita, nel fôro, nelle cause; [p. 52 modifica]costretti dalla necessità del metro, con più baldanza procediamo, nella prosa, e di miglior animo scriviamo quel che più facile ci riesce.... Nulla t’ho detto delle opere da leggersi, ma ritieni di sceglier in ogni genere gli autori più eccellenti; legger molto, ma non molti».

A qual fine uscissero le premure di Plinio per le scuole di Como ignoriamo; giova credere, che non sarà tornato vano il suo ardore; tanto più che troviamo aver lui assegnato un capitale di 500,000 sesterzj, che ne rendeva annualmente 30,000, acciocchè fanciulli e fanciulle ingenue caduti in basso, potessero trovare quel soccorso che era loro dalla fortuna sottratto. Anche di una pubblica biblioteca fece dono alla patria, collocata presso alle terme, nell’aprir la quale e nei dedicarla secondo il rito, presenti i decurioni della repubblica, recitò un’orazione37. Parla egli di queste opere colla compiacenza che gustano le anime grandi in fare il bene; prevedeva però gli verrebbe rinfacciato questo discorrere di sè da uomini «che gridano come vano ciò che non possono appuntar come cattivo. Se non meritiamo (soggiungeva) che di noi si parli, siam rimproverati: se meritammo, non ci si perdona il parlarne noi stessi»38.

Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura; [p. 53 modifica]il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e dalle ville che v’aveva, e con esso ci dilettiamo ancora a cercare que’ platani opachi, quell’insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel canale protetto da ombre ospitali, dov’esso veniva a cercar riposo dalla assordante operosità di Roma39. Là pesca, là caccia ne’ boschi popolati di cervi e di damme, là comprendeva che non solo Diana, ma anche Minerva ama le foreste. Di esse ville una intitolò Commedia perchè dimessamente situata, quali gli attori comici sul socco; mentre l’altra elevavasi come i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia40; quella vicina al lago; questa più discosta; la Commedia con molle curvatura abbracciava il lago, la Tragedia sovra un alto promontorio lo divideva; questa sentiva i flutti, quella ne era lambita. Molto si disputò sul posto di quelle; a noi pare probabile la Tragedia fosse sul promontorio di Bellagio, la cui amenità ispirò tanto potentemente la splendida bile del Parini a pungere il nobile costume: la Commedia, non alla Pliniana, recente edifizio, ma piuttosto a Lenno in Tremezzina, ove si trovarono un pavimento a musaico, e capitelli e [p. 54 modifica]colonne antiche. Ivi bagni, ivi una fontana intermittente41, che cascava romoreggiando in una sala decorata di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava le storielle de’ luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle onde e seco, traendolo.

Questa miserevole disperazione al filosofo parea degna di monumento, quanto la costanza di Arria moglie di Cecina Peto42.

Viepiù comoda eragli la villa di Laurento, a diciassette miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d’eterna primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il di. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva stagione, introduce all’abitazione, e attorno praterie sempre verdi, boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si sporge sul mare e lo prospetta da tre lati, mentre apre s’un verziere, arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi d’Aricia, d’erbe per la cucina; a mezzo della galleria trovasi la camera da letto, vicino all’incessante mormorio d’una fontana; poco lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti adorne d’uccelli e fiori e fronde, e con libri che mai troppo si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d’acqua, e l’inverno da un tepidario nascosto ne’ muri. Una scala conduce nei bagno a sole aperto, un altro all’ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben collocate da evitar il sole dall’una all’altra43. E le [p. 55 modifica]cerchiate di platani, connessi dall’edera e dal flessibile acanto, e i viali ornati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli zampilli d’acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e il tempietto di marmo, e le statue, e i mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere un privato, che non era de’ più ricchi, e che pur possedeva una casina a Tuscolo, una a Tivoli è a Preneste in commemorazione di Tullio e d’Orazio.

Oltre le epistole44, lo credettero autore di storie, e alcuni gli attribuiscono le vite, comunemente intitolate da Cornelio Nepote. Ma egli in un’epistola a Capitone si scusa dallo stendere storie, e Sidonio Apollinare ci assicura che Tacito intraprese i suoi Annali perchè vi si era ricusato Plinio. Bensì fece una tragedia greca, perduta come i suoi versi greci e latini; e tuttochè onest’uomo e di spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi esempj.

Vedemmo ch’egli, come molti oratori, credeva necessario l’esercizio poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia è nata per l’ostentazione, l’eloquenza per l’utilità. Noi oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini da corda; combattiamo per interessi rilevanti, per vittorie serie. L’armi nostre devono brillare e colpire al tempo stesso; avere il lusso terribile dell’acciajo, non la brunitura dell’oro e dell’argento. Via quell’abbondanza lattea, che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità».

E nitidezza avea Plinio, non sempre forza e spontaneità. Giornalista officioso della letteratura di quel tempo, egli c’informa della futilità di quelle consorterie, che invitate come si trattasse d’aprire un testamento, si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè, non per giovare all’autore. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un nuovo galateo erasi combinato per codeste letture, dove s’insegnava: [p. 56 modifica]— Il lettore dapprincipio mostrisi modesto, indulgenti gli uditori. A che con letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le orecchie benigne? Più o meno meritevole ch’e’ sia, lodate sempre. Il leggente presentirsi con diffidenza rispettosa, qual l’uso impone; abbia disposto un complimento, una scusa: — Stamane fui pregato di arringare in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai piaceri, gli amici a me stesso»45.

L’autore è di sgraziata voce? affidi la recita ad uno schiavo46. Declama egli stesso? è tutt’occhi all’impressione che produce sugli uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d’averli nojati e lasciandosi pregare di proseguire. Ai passi belli, e ancor più alla fine scoppiano gli applausi, divisi anche questi artatamente in categorie. Nell’una il triviale bene! benissimo! stupendo! nell’altra si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo. Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il poeta non dimenticherà un complimento pel giornalista, e dirà, Unus Plinius est mihi; e Plinio giornalista domani pubblicherà: — Mai non ho sentito meglio l’eccellenza de’ tuoi versi».

A quelle adunanze l’avvocato Regolo leggeva composizioni famigliari; un poema Calpurnio Pisone; elegie Passieno Paolo; poesie leggiere Sentio Augurino; Virginio Romano una commedia; Titinio Capitone le morti d’illustri personaggi, altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite sono popolose o deserte. — Quest’anno abbiam avuto poeti in buon dato. Per tutto aprile quasi non è passato un giorno, in cui taluno non abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo al vedere oggi coltivato il sapere, e che gl’ingegni della nostra età procurino darsi a conoscere; quantunque a stento gli uditori si raccolgano la maggior parte siano in panciolle nelle piazze, e s’informino di tempo in tempo se chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione, o letta la maggior parte del libro; allora finalmente giù giù vengono allo scanno assegnato; nè però vi si trattengono tanto che la lettura si finisca, ma molto prima svignano, chi con finta cagione ed occultamente, e chi alla libera [p. 57 modifica]senz’ombra di riguardo. Non fece così Claudio Cesare, il quale, secondo vien narrato, un giorno mentre la passeggiava pel palazzo, sentendo acclamazioni ed avendo inteso che Novaziano recitava non so qual componimento, subito e alla sprovveduta entrò nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche faccende che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; e poi o non vi va, o andandoci, si lamenta d’aver perduto il giorno perchè quegli non l’ha perduto. Tanto più degni di lode sono coloro che non si distolgono dallo scrivere per la dappocaggine e superbia di questi tali»47.

Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano. — Io son persuaso, negli studj come nella vita, nulla convenga all’umanità meglio che il mescolare il lepido col serio, per paura che l’uno degeneri in ipocondria e l’altro in impertinenza. Per questa ragione, dopo travagliato intorno alle più importanti cose, io passo il mio tempo in qualche bagatella. E per far queste comparire ho piglialo tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle a mensa: scelsi però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza, e disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una mattina vennero alcuni a pregarmi di difendere una causa, allorchè io men vi pensava; pigliai l’occasione di fare agl’invitati un piccolo complimento, e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli chiamati in piccol numero per assistere alla lettura d’un’opera, io l’interrompeva come poco importante, per correre al fôro dove altri amici m’invitavano. Gli assicurai ch’io osservava il medesimo ordine ne’ miei componimenti, che davo sempre la preferenza agli affari sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a’ miei amici sopra me stesso. Del resto l’opera, di cui ho fatto loro parte, è tutta varia, non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E così, diffidente come sono del mio ingegno, soglio premunirmi contro la noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori; e benchè gli altri saltino e sopprimano molti passi, io niente ommetto e niente cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo tutto, per essere in grado di poter tutto emendare, il che non pos• sono fare coloro che non leggono se non alcuni squarci più forbiti. E in ciò danno forse a credere d’aver meno confidenza ch’io non abbia nell’amicizia de’ miei ascoltatori. Bisogna in realtà ben [p. 58 modifica]amare, se non si dee aver tema di nojar coloro che sono amat:.

Oltreciò, qual obbligo abbiamo a’ nostri amici, se non venissero ad ascoltarci che per loro. divertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui che ama più il trovar ne’ componimenti de’ suoi amici l’ultima perfezione, che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest’opera, ch’è nuova. Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad altro fine che di ripulirla. Tu ne riconoscerai buona parte; quanti luoghi sieno stati perfezionati, o, come spesse volte succede, a forza di ripassarli sien fatti peggiori, pur ti sembreranno sempre nuovi. Quando la maggior parte d’un libro è stato variato, pare insieme mutato tutto il rimanente, benchè non sia»48.

Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per ascoltare, potevasi egli attendere nulla di virile e d’efficace? Nessuno leggeva allora libri fuorchè l’aristocrazia, onde all’autore non soccorreva la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta società poteva, come oggi, comprare tante copie d’un libro, che l’autore ricevesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore teneva servi apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del popolo non ne usava se non qualcuno, preparatogli dagl’imperatori nelle biblioteche o al bagno; laonde lo scrittore, mentre insuperbivasi di esser letto ovunque arrivassero governatori o comandanti romani, si trovava costretto a mendicar il pane e le sportule da un patrono, dall’economo di un mecenate, o dal distributore de’ pubblici donativi49. E come conseguirli altrimenti che lodando? E come lodar dei mostri padroni o de’ vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il .segnalarsi eccitava la gelosia degl’imperatori, si trovò più comoda, più utile l’adulazione, e vi s’andò a precipizio. [p. 59 modifica]Il poeta Stazio blandisce non solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo e Vellejo Patercolo, storici, esaltano le virtù di Tiberio; Quintiliano retore, la santità di Domiziano e, ciò che al suo gusto dovea costare ancor più, l’abilità di esso nell’eloquenza, e lo chiama massimo tra i poeti, ringraziandolo della divina protezione che concede agli studj, e d’avere sbandito i filosofi, arroganti al segno da credersi più savj dell’imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e gli par troppo poco il collocarlo a paro coi numi: Giovenale satirico adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i pappagalli che ad ogni atrio d’illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il cavalleresco Caligola. Plinio maggiore adula Vespasiano; Plinio giuniore non sa che adulare Trajano; Seneca adula Claudio, e per invitare Nerone atta clemenza, gli accorda la potestà di uccider tutti, tutto distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui colla debolezza dell’universo, onde ispirargli la compassione per via dell’orgoglio.

D’altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni plaga del mondo a Roma per godere le imperiali munificenze; a cotesti liberti traforatisi nel senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze restavano di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da svegliare? Vedevano l’oggi, e bastava per divinizzare i padroni del mondo.

Anche Plinio, eletto console di quarantun’anno, dovette per costume fare il panegirico all’imperatore, che fortunatamente era il virtuoso Trajano; e quel panegirico ci rimane come l’ultimo sforzo, e l’unico e non felice monumento della romana eloquenza, sì rapidamente decaduta, dacchè, sbalzata fuor della pubblicità ch’è sua vita, formavasi sui precetti dei retori, si trastullava in esercitazioni vane e stravaganti, e assumeva il tono della declamazione, madre nècessaria di esagerazioni nel sentimento e nella forma.

Il secolo nostro che ha disimparato l’ammirare, si stomaca di lodi buttate in faccia a un vivo e potente; e davvero Trajano era tal imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità: ma Plinio, console, augure, al cospetto del popolo, non seppe che seguir l’andazzo, e dargli adulazioni, sebbene somiglino meno a cortigianesca lusinga che all’enfasi d’uomo, spinto oltre il vero dall’ammirazione della virtù.

Però non soltanto lodi sapeva tessere Plinio, e s’infervorò contro i [p. 60 modifica]delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la reputazione, ma metà dell’oro, passione sua. In quel caso Plinio badò meno all’eleganza che alla forza; ma nello stendere quell’accusa rileggeva di continuo l’arringa di Demostene contro Midia50; eppure, potenza del danaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa improntata d’infamia dall’avarizia e dalla ricchezza del sordido vecchio. Aveva dunque ragione Giulio Maurico, allorchè, alla tavola di Nerva, rammentandosi un Catulo Messalino, spia e agente provocatore del regno precedente, e domandando l’imperatore che ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Per dio, sarebbe qui a cena con noi».

Plinio niuna cura lasciava per emendare le sue opere; egli stesso le rivedea, poi leggeale a due o tre amici, indi a molti, studiando però esser lodato non da chi ascoltava, ma da chi leggeva51. E prima di recitar il panegirico, tre giorni lo lesse agli amici, i quali, oltre rinvenire scevri d’adulazione quegli encomj, applaudivano singolarmente ai passi ove meno l’arte appariva: dal che Plinio traeva argomento che potesse rivivere la maschia eloquenza antica, ma non ne facea senno per tenersi alla naturalezza, E il soverchio studio è colpa delle opere di Plinio; nelle lettere è troppo evidente come avesse di mira il pubblico e non solo l’amico, all’espressione vera preferisse la pomposa, talchè sono troppo lontane da quella agevole e spontanea ingenuità, non dissimile dal famigliare colloquio, nella quale sta il miglior pregio delle lettere. Altissimo nome godea già vivo, sicchè le opere sue si vendevano fin a Lione52, e Marziale amico suo non dubitava cantare che i posteri ne paragonerebbero gli scritti a quelli dell’Arpinate. In fatto il panegirico in altri tempi fu tenuto un modello d’eloquenza, preferito fino a Cicerone; l’età più severa trovò noja in quell’affettata pompa di acuto ingegno, nella asmatica elevazione, nella inani generalità, nel [p. 61 modifica]compassato stile di soverchio sentenzioso, nella smania di dare a tutto un aspetto nuovo e meraviglioso, affollare antitesi e raffronti, inaspettati. Sembra conciso pel suo periodare sfrantumato, mentre in realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a lungo intorno alla stessa.

Fra le lettere che dalla Bitinia Plinio scrisse a Trajano ottenne gran celebrità quella a proposito de’ Cristiani, donde appare la lotta fra la legalità e la naturale onestà; convenendo egli che costoro sono gente pia, docile, inoffensiva, ma colpevole di non obbedire; ond’egli esita sulla giustizia del metterli al supplizio, ma intanto per esperimento li tortura; e ne chiede parere all’imperatore, mostrandosi disposto a mandarli alle fiere e al fuoco benchè incolpevoli, se esso glielo comandasse.

Per verità è molto il ritrovare questa imparzialità verso i Cristiani in un amico di quel Tacito, che, narrando l’incendio di Roma, soggiunge come «la semenza pestifera dei seguaci di un Cristo, crocifisso sotto Ponzio Pilato, si dilatasse in Roma ove tutte le cose brutte e atroci si solennizzano; e quivi scoperti, non come colpevoli dell’incendio, ma come nejnici del genere umano, furono presi, uccisi con scherni, vestiti di pelli d’animali perchè i cani li sbranassero vivi, o crocifissi, o arsi, o accesi come torchi per far lume la notte. E Nerone prestò a questi spettacoli i suoi orti, e vestito da cocchiere trascorreva; onde di que’ malvagi, benchè meritevoli d’ogni più squisito supplizio, veniva compassione, non morendo pel bene pubblico, ma per la colui bestialità»53.

Tanto il più forte pensatore di quel tempo restava accecato dall’orgoglio romano, che umanità non riconosceva fuori di Roma e della Grecia.

Morta Calpurnia che teneramente amava, Plinio sposò un’altra, ma niuna gli portò figliuoli; sicchè non potè gustare quanto è dolce e delizioso ricalcar la fiorita carriera della gioventù per mano d’un dolce figlio, e ritessere il piacevole sogno della vita. Di corpo era gracile, poco alla fatica capace, e credesi comunemente morto a cinquantanni, nel dodicesimo di Trajano imperatore, 109 o 110 di Cristo. L’annalista comasco Tatti vorrebbe ch’egli fosse stato istrutto nella vera fede da Tito, discepolo di san Paolo, e che anzi divenisse [p. 62 modifica]martire; sogno di quel buon cristiano, cui non pareva che Dio potesse lasciar perduta eternamente un’anima sì onesta, sì volonterosa al bene.

E che tale fosse, basta aprir l’opere sue per rimanerne convinti, ad ogni passo apparendovi un disinteresse, una riconoscenza, una fedeltà nell’amicizia, un amor perseverante del vero e del retto, uno zelo per gli studj, una passione per la virtù, che ti fa amar l’autore, e ti inanima a somigliargli.


  1. Disquisitiones Pliniancæ. Parma, 1763.
  2. Epist. 19 del lib. I.
  3. Vedi Muratori, Novus Thes., III, 1803.
  4. Epist. 8 del lib. IV.
  5. Ricordano quelle di C. Plinio Calvo sestumviro, Plinio Cerdone suo fratello, Plinio Filocolo amico suo, L. Custicio e Massimo Plinio nipoti suoi: L. Plinio Burro, P. Plinio Tern..., G. Plinio Valeriano medico, Plinio Pliniano, Plinio Fainomeno, e forse altri. Entrando nel castello Serbelloni sopra Bellagio, a manca della porta leggesi M. PLIN OVF SAC IIIIVIR TM. Fino a Ginevra trovossi memoria d’un C.Plinio Fausto dell’Oufentina tribù, duumviro della colonia Giulia equestre, e che alcuni supposero padre del nostro naturalista.
  6. Alcuno, e nominatamente il paradossale padre Arduino, lo pretese romano, e tale egli appunto si chiama; ma Roma era patria comune; onde Cicerone, De legibus II: «tutti i municipj reputo aver due patrie; una di natura, l’altra di cittadinanza». Così diciamo romani e Cicerone e Orazio, che pure son nati altrove che a Roma.
  7. Dal 79 al 1036 sette sole eruzioni si ricordano, e non pare che, salvo nell’ultima, si osservassero torrenti di lava; le sostanze eruttate consistendo di lapilli, ceneri, frammenti di lava antica. Le altre eruzioni succedettero negli anni 1049 — 1138 — 1302 — 1306 — 1631 — 1666. D’allora in poi ne fu una successione con riposo non eccedente 10 anni, e le più violente ebbero luogo gli anni 1730 — 1766 — 1779 — 1794 — 1818 — 1822 — 1833 — 1834 e 1835 — 1839 — 1847 — 1850 — 1855 — 1861 — 1867 e 1868.
  8. La distruzione di Pompei fu tema di romanzi e tradizioni popolari, più che di studio severo, qual pare ve l’abbia recato ultimamente il signor Beulé. Da esso accertasi che numerose furono le vittime: le demolizioni prodotte dalle violente scosse del suolo seppellirono molti fuggitivi; altri rimasero murati vivi, o soffogati nei sotterranei, sia dall’accumularsi delle materie vulcaniche, sia dai torrenti di lava e di altre sostanze infocate sulla superficie; i più per soffocazione, il mostruoso fenomeno essendo accompagnato da gravi esalazioni di gas mefitici, cui i fuggitivi attraversando rimanevano asfisiati.
    Non può spiegarsi altrimenti la morte di Plinio a Stabbia. Si era sdrajato a terra, senza avvedersi d’essere avviluppato da un’atmosfera d’acido carbonico a fior di terra, che aveva prodotto in lui quel torpore vertiginoso che precede l’asfisia. Gli uomini, che gli sono accosto, lo sollevano per fuggire; ma egli ricade spirante. Suo nipote ne attribuiva la morte a soffocazione subitanea, proveniente da asma che da tempo lo tormentava; ma Beulé scrive: — Plinio morì perchè si era coricato a terra; i suoi compagni, rimasti in piedi, non ebbero alcun danno; a lui toccò la sorte del cane che entra nella grotta presso a Pozzuoli; dove sollevato in aria, respira al pari di ogni visitatore; ma appena posto a terra, cade asfisiato dall’acido carbonico; come avverrebbe ai visitatori se si chinassero al suolo.
    Calcoli minuti fanno ascendere a 1300 i Pompejani periti, cioè il decimo della popolazione. Al professore Fiorelli venne l’idea di far fondere del gesso nelle cavità rimaste dov’erano avanzi umani, così ottenne stampi di persone sepolte, che sono talora di una esattezza meravigliosa, apparendo non solo le forme e gli atteggiamenti, ma ancora i lineamenti del volto e perfino le pieghe degli abiti; lo che permette di indurre il genere di morte, oltre svelar molte circostanze prima ignorate riguardo alla vita domestica degli antichi.
    Nel 1863, nel Vicolo degli scheletri, egli ottenne le impronte di un uomo, una donna e due giovani figlie, colpite d’asfisia mentre fuggivano. Il volto della donna, benchè i lineamenti ne siano poco distinti, esprime la sofferenza; eleva la testa in cerca di aria; una treccia di capelli le attornia il capo. Per meglio fuggire, aveva sollevati gli abili, che le stanno raccolti sul ventre. Ella è alta di statura, veste con eleganza e, per meglio camminare sulle pietre e i rottami, si era messi stivalini di cuojo più forte. Porta un anello d’argento; accanto a lei fu raccolta una statuetta d’un sol pezzo d’ambra, che rappresentava un amorino avviluppato nel mantello, colla capigliatura a tre ordini di ciocche, e ricadente annodata sul dorso.
    Davanti camminava, come guida, un uomo attempato, di statura colossale, con zigomi prominenti, sopracciglia arcuate, grossi baffi, come di vecchio soldato. Rovesciato sul dorso, volle rialzarsi appoggiandosi sul gomito, e si era tirato sul capo un lembo del mantello per ripararsi contro la cenere o il gas che lo soffocava.
    Due giovinette, probabilmente sorelle, correvangli pochi passi dietro; la maggiore, coricata sul fianco quasi per dormire, ha abito grossolano: l’altra di non quattordici anni, cadde sul ventre, colle braccia protese in avanti; una mano contratta indica il patimento; l’altra tiene stretto sul viso un lembo di panno, o un fazzoletto, ha i piedi impigliali nelle pieghe della tunica, acconciatura analoga a quella delle montanare di que’ contorni.
    Nel 1868, esso Fiorelli potè levar la forma di un altro corpo, trovato in una camera della casa di Gavio Rufo. Era un uomo, caduto boccone, nè mostra più che una testa terribile, quasi interamente spoglia di carne, coi denti serrati: è in gran parte nudo, la tunica essendosi nella lotta suprema rovesciata e avvoltolataglisi sul dorso.
    Continuandosi a levare tali forme si avrà un museo, il quale offrirà ai visitatori gli episodj più drammatici di quella tremenda catastrofe. Lo strato di cenere e di pietre pomici non aveva oltrepassalo l’altezza del secondo piano, e cessato il cataclisma, gli abitami vi ritornarono a fare scavi e ricercare gli oggetti più preziosi; sicchè le investigazioni dei moderni cadono su campi già esplorati. Non è così di Ercolano, che fu veramente ricoperta da immensa quantità di ceneri e di lapilli che le pioggie torrenziali dell’eruzione solidificarono subito. In alcune parti la profondità di questo strato supera i venti metri. È errore il credere che Ercolano sia sepolio sotto la lava; questa avrebbe distrutto tutto, mentre tutto vi è mirabilmente conservato. La lava raffreddata è dura come il granito, e il suolo di Ercolano è lieve, onde il levar lo stampo sarà facile, e si possono sperare ritrovamenti copiosissimi, quando là si dirigano tutti gli studj e le spese.
  9. Nonum kalendas septembris dice il testo, ma è provato che il fatto avvenne il 1 novembre, autumno jam ad exitum vergente, come dice Dione. Bisogna dunque correggere Nov. Kal.
  10. Pare che quest’opera fosse ancora conosciuta in Germania al XVII secolo, poichè Ferdinando di Furstenberg, nei Monumenta Paderbornensia, 1669, in-4, scrive: «Plinii XX volumina de bellis germanicis, quae Conr. Gesnerus Augustse Vindelicorum, alii Tremonicæ in Westphalia apud Gasparum Swarzium patricium tremaniensem extitisse tradiderunt». Anche il Poggio, nelle lettere 207, 208, dice che un suo corrispondente doctus et, ut videtur, minime verbosus et fallax, gli aveva indicato un manuscritto di quest’opera.
  11. Blount, Censura celeb. auctorum, 119.
  12. Histoire naturelle, I, 48.
  13. Mundi extera indagare nec interest hominis, nec capit humanse conjectura mentis.
  14. Solum certum nihil esse certi, et homine nihil miserius aut superbius.
  15. Naturæ historia, III, 7; VIII, 55; II, 7. Buddeo accusa Plinio di ateo; Brukero lo scagiona.
  16. VII, 2, 3, 6, 46; VIII, 66, 67; XXVIII, 2, 3, 4; V, 30.
  17. Terra solida et globosa et utidique ipsa in se nutibus suis conglobata. Omnes ejus partes undique medium locum capessentes, nituntur sequaliter. De natura Deorum, II, 39 e 43.
  18. II, 5 e 1.
  19. XXXIII, 1, 3, 4, 13; XIX, 1, 4.
  20. VII, 1, 7; II, 13, 1.
  21. XXX, 4; III, 6, 2.
  22. De remediis utriusque fortunæ, lib. I, dial, 43. Altrove si lagna che in Avignone presso il papa fosse una sola copia della Storia Naturale. Vedi De Sade, Mem. de la vie de Pétrarque, III, 196.
  23. Ep. ad St. Turzum.
  24. La prima edizione certa del Plinio è quella di Giovanni di Spira in Venezia, 1469; al 1480 già sei ristampe se n’erano fatte. La biblioteca Ambrosiana ne possiede un superbo manuscritto, compito dal celebre calligrafo frà Pietro da Pavia nel 1389. Le edizioni di Plinio finiscono alle parole Hispaniam quacumque ambitur mari. Luigi di Jan nel 1831, in un manuscritto di Bamberga, trovò la fine dell’opera, che dà un quadro comparativo della storia naturale de’ paesi posti sotto zone diverse; loda l’Europa meridionale e specialmente la Spagna «ove la dolcezza d’un clima temperato dovette, giusto il dogma de’ primi Pitagorici, ajutare di buon’ora la stirpe umana a spogliare la rozzezza selvaggia».
  25. Epist. 10, lib. VI.
  26. Tantam curam præstitit, ut libertum meum post me stantem sæpius admoneret voci laterique consulerera, curri me vehementius putaret intendi quam gracilitas mea perpeti posset. Epist. II, 11.
  27. Ep. VIII, 20.
  28. Il sestertius o nummo valea da 15 centesimi; il sestertium mille volte di più.
  29. Quest’Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa; e gliene indicano una grande e bella eppur deserta, perchè ogni mezzanotte vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva un vecchio, scarno, arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, spirito forte, compra la casa a poco prezzo, vi si alloggia, mettesi a scrivere; ma a mezzanotte ecco lo spettro, che gli fa segno col dito. Artemidoro gli accenna che aspetti, ma l’altro raddoppia il fragore, sicchè il filosofo si alza, prende la lucerna e segue il fantasma. Era l’ombra d’uno quivi trucidato, che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali, Artemidoro godè tranquillamente la sua casa.
    Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell’ignorante medioevo, e potete leggerla in Plinio, ep. VII, 27.
  30. Ep. III, 6.
  31. Ep. IV, 13.
  32. Ep. II, 18.
  33. Ep. II, 3.
  34. I nostri direbbero «italiano, anzichè toscano».
  35. Ep. III, 3.
  36. Ep. VII, 9.
  37. Gli scrittori milanesi pretesero tale biblioteca fosse da lui aperta in Milano; ma che andassero errati dimostrò il Tiraboschi, Storia letteraria, lib. III. c. I, n. 9. Il Sassi per toglierla a Como si appoggiava molto al non sapersi che esistessero terme in Como; invece son menzionate anche in un’iscrizione.
  38. Ep. I, 8. Plinio racconta a Canino, Ep. VII, 18. — Tu mi domandi in qual modo assicurare un assegnamento che tu esibisci a’ nostri cittadini per un pubblico annuo banchetto affinchè sia perpetuo. Niente più onesto che siffatta domanda; ma niente è più difficile che il darne un pronto e giusto consiglio. Vuoi lasciare l’assegnamento in contante alla comunità? É a temere non si dissipi. Vuoi lasciarlo in istabili? È da temere non si trascurino come pubblici. Niente troverei più sicuro di quanto io in caso simile ho praticato. Avevo promesso cinquecenlomila sesterzj per dare alimenti a giovani di nobile condizione: assegnai al procuratore del pubblico un fondo staccato da’ miei beni, il cui valore in realtà superava di molto tal somma. Di poi ricomprai il fondo medesimo coll’obbligo di contribuire un’annua e perpetua pensione di trentamila sesterzj. In tal forma il fondo si è posto in sicuro pel pubblico; la rendita non è incerta, ed il podere medesimo, come capace a render frutto molto maggiore dell’annua pensione, troverà sempre chi si pigli la cura di mantenerlo ben coltivato e fruttifero. So benissimo che ho dato alquanto di più di quello che io avessi donato, mentre l’imposta pensione scema il valore d’una bellissima tenuta. Ma giova dar preferenza all’utilità pubblica sopra la privata, all’eternità sopra il tempo, e pigliare maggior cura del beneficio che si fa, che de’ beni che si possiedono. Sta sano».
    Per ben capire questa lettera vuolsi por mente alla natura dei possessi fra i Romani. All’amico suggerisce dunque di far come lui, che, invece dei cinquecento mila denari che aveva promesso in alimento dei poveri, vendette (mancipavi) al sindaco un campo suo d’assai maggior valore, e lo ripigliò come campo vectigale, cioè al fitto perpetuo di trema mila: così resta assicurata la rendita, e non gli mancherà mai un fittajuolo, poichè rende di più. Mancipare non si poteano che terreni di paese che godesse del diritto italico, e restavano esenti da qualunque imposta. Plinio poi lo ricupera per diritto quiritario: lo conserva egli stesso obbligandosi a un canone, a un livello perpetuo, che equivaleva al sei per cento di frutto del promesso fondo. Questi fondi son detti, nel Digesto, ora vectigali, ora enfiteuticarj: poteano trasmettersi agli eredi, e la città non li ricuperava se non qualora il canone non fosse pagato. Ma pel diritto civile, chi gli aveva non erà considerato possidente, restandone proprietaria la città: bensì per diritto pretorio erà assimilato al possessore, e poteva agir come tale.
  39. E la conduce all’Olmo, ove in antico
    Plinio chiamò le muse al rezzo amico.

    Cantù, Algiso.

  40. Ep. IX, 7.
  41. Alla villa, che dalla fontana intermittente dicesi Pliniana, non è il minimo vestigio di antichità.
  42. Ep. VIII, 24. Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo tutore Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite il mio medico; io non sono insensibile alle preghiere di mia moglie, alle lagrime di mia figlia, all’inquietudine de’ miei amici, ma non voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise d’avvertirlo quando fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente guarì. Rufo, fratello di Spurina, uomo d’alta ragione, preso dalla gotta, disse a Plinio che avea stabilito di lasciarsi morire, nè preghiere di parenti o d’amici valsero a stornarlo.
  43. Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli antichi, s’incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani si fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L’architetto francese L. P. Hudebourd scrisse nel 1838, Le Laurenlin, maison de campagne de Pline le Jeune. restituée d’après la description de Pline. È il Castel Porziano, comprato testè da Vittorio Emanuele: e può dare idea delle ville romane, per riscontro al Palais de Scaurus, che descrive i palazzi di città.
  44. Il marchese Poleni, sull’autorità del Fabricio, crede le epistole di Plinio fossero la prima volta stampate a Bologna il 1498: allora però non erano che poche, e il resto fu scoperto in Francia dall’architetto frà Giocondo da Verona; e le diede ad Aldo Manuzio, che le stampò a Venezia il 1508. La migliore edizione si reputa quella di Curzio e Langolio ad Amsterdam, 1734.
  45. Ep. VII, 17.
  46. Giovenale, V, 82, 93.
  47. Ep. I, 13.
  48. Ep. VIII, 21.
  49. Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello
         Constabit, nummis quatuor emta Ubi.
    Quatuor est nimium: poterit constare duobus,
         Et faciet lucrum bibliopola Triphon.
    Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,
         Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit.

    Marziale, III, 3.

  50. Ep. VII, 30.
  51. Ep. VII, 17.
  52. Ep. IX, 11
  53. Annali, L. XV, 59-61.