Istorie dello Stato di Urbino/Libro Secondo/Trattato Secondo/Capitolo Quarto

Libro Secondo, Trattato Secondo, Capitolo Quarto

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CAPITOLO QUARTO.

Della Città di Ostra, suoi progressi, e distruttione.


F
ra le altre Città della Regione Senonia, Ostra da Tolomeo, e Plinio connumerata viene, & è nel luogo medemo dove hoggi veggonsi le reliquie (ch’è frà il Territorio Bodiano, e Montenovese) sopra le rive del Misa collocata: dove ritrovansi di piombo i condotti, che trà quelle ruine antiche girando, da i fonti del vicino Colle portan l’acque al fiume; macerie infinite; sodi fondamenti di meravigliose strutture; pavimenti pretiosi; e superbi Tempij, Archi, Soglie; Colonne, co i cornigioni di fina pietra lavorati; Tombe, ove di Giganti smisurati cadaveri sepolti giacciono; tavole di marmo, con l’iscrittioni di Greca, e di Latina lingua; marmi parij, bronzi, Corinti, statue, e Medaglie d’ogni materia fuse, con l’imprese diverse d’huomini essimij, c’hebbero del Mondo i supremi honori; serpi d’oro insieme ritorti; imagini di favolosi Dei; Casse di vecchie scritture; thesori, e fragmenti molti di statue, ed altri edificij, che dal vorace tarlo del tempo si sottrassero, senza pensier di mentire (al creder mio si può tenere per fermo, che questa fosse trà le più celebri dell’altre, che nella Contrada situata fossero; e che d’ogni popolo straniero, il quale inondò l’Italia in Dominio cadesse. E per rendere di questa veritade la provanza vera, dell’accennate cose raccontarò i particolari eventi, de’ quali vera cognitione hò potuto havere; Onde mi farò lecito nominare le persone, che in questo recinto d’Ostra, nelle cose più degne, à caso incontrati si sono; & per incominciar da quelle, che sono più meravigliose; dico, qualmente correndo l’Anno della nostra Salute 1612. Fioravante Benedetti, Cittadino Montenovese, cavando insieme con Tiberio edificatore di Cesare figlio (con disegno di fondare nel sodo un’edificio) dentro un campo, che vedesi trà lo recinto di Ostra situato scoprirono un pavimento di vaghe, e di pretiose pietre adorno alla Mosaica, o sottilmente fatto, in cui con la materia l’arte campeggiava non poco. E seguitando questi l’opra incominciata, spezzarono in parte il pavimento sudetto; sotto cui [p. 151 modifica]trovarono una horribil Tomba, nella quale giacevano l’ossa di uno smisurato Gigante; le quali misurate trovossi, che si come il capo era d’ogni altro huomo di questi nostri tempi, sopra la metà tre quarti maggiore; così le tibie, over’ossa delle gambe ad un braccio, e due terzi de Geometrici erano perfettamente uguali; havendo à questi simiatrica proportione la grossezza non solo, mà etiandio ogni altro osso del medesimo cadavero. Da che si hebbe la certezza chiara, che quell’huomo vivendo avanzava di altezza sopra gli huomini ordinari di questa età presente, sette piedi, e mezzo. Divolgato il fatto, andovvi la Contrada tutta per cosa tanto mostruosa vedere, restando quelli di meraviglia ripieni. Nè pur uno, di quelle ossa pigliandosi cura, rimaste à i campi, furono consumate dal tempo. Infiniti vivono hoggi, che allo spettacolo cosi di quanto quì si racconta, fanno intiera fede. Intorno à questo medesimo tempo, ivi, dopò una gran pioggia, Pompeo Angelini della Chiesa del Vaccarile Rettore, ch’è ricca Contea de’ Vescovi di Sinigaglia, passando à caso, scorse due gran pezzi di muraglia durissima, con mattoncelli quadri, e di tenacissima calce fabricate, novamente scoperte dall’inondatione dell’acque. Fermandosi esso dunque à contemplare di quelle reliquie la fortezza, & il magistero dell’arte, vidde non sò che di luce al fondo, & inchinandosi per meglio scoprir la cagione; havendo ben conosciuto, che quello era oro, non gli parve male di farsene possessore; non essendo quello in Dominio d’altri, che dalla sorte, la quale ad esso benigna il concedeva; di cui molto ne spese à fabricar vari sacri; & in molte altre cose, che hoggi à i culti latrij servono. Non tenne questo buon Sacerdote il felice incontro celato: anzi gloriossi, che lo sapesse il Mondo: al contrario di molti altri, à cui avennero simili accidenti; però che dell’oro trovato frà le ruine medesime non ragionando tolsero alla sorte il credito, & à loro stessi di aventurati il nome: ben che poscia divenuti ricchi, fossero in breve dalle ricchezze medesime scoperti. Assai meno del tempo accennato, frà lo recinto delle Ostreane muraglie, Francesco Archangeli nobile Cittadino di Montenovo, facendo coltivare un campo; gli Aratori, alla di lui presenza staccarono con l’aratro, da una gran macerie una Tavola di lustro, e polito marmo, da sottilissimi scarpelli ne gli suoi contorni lavorata; nel cui mezo lineata essendo di caratteri Latini, e Greci, come quì sotto posti, additava essere coperchio della Tomba, in cui l’ossa giacevano de i due Gemelli di Casa Valeria; si come il nome dello Scultore, che lavorato haveva la detta Tomba, che fu Greco, chiamato Diodoro. [p. 152 modifica]



GEMELLORVM VALERIORVM


Διοδοροσ Επηεύ.




Da onde stimasi, che della Tomba detta anche il rimanente, in corrispondenza al coperchio, fosse tutta di Corinto, & di superbissimo lavoro fabricato: come credesi che di Corinto fosse l’Autore; il quale vivesse al tempo, che quel famoso Publico huomini produceva d’ogni perfettione, principalmente nelle scolture eccelsi; la qual cosa fù prima, che Roma divenisse grande. Non fuor di questo secolo, un’altro Cittadino della Terra nominata, facendo cavar in quei campi per far piantar de gli alberi; nell’accennato condotto, che dal Colle descendendo, in grand’abbondanza verso il fiume portava l’acque, incontrossi; e seguendo à cavar in più luoghi, per meglio il suo viaggio scoprire, trovò che con un semicerchio, dopò havere il sito di Ostra girato, accostavasi ad un muro, il quale per esser più d’ogni altro, che trà quelle ruine vedesi massiccio, e forte, avisossi, che della detta Cittade fosse la principale muraglia; alla quale vicina scoprì anche una confusa congerie di tavole di terracotta (tegole da Paesani chiamate) frà cui, con la speranza di pregiata cosa trovare, con diligenza cercando, vidde non molto grande una cassa di piombo, con particolar industria chiusa, la quale da esso aperta, piena trovossi di cenere, con alcune ossa minute; & una Cicala d’oro di bassa lega. Questa con la cassa in mano dell’Inventore conservasi, di cui si tace il nome, non compiacendosi quegli di essere per soggetto burlevole della fortuna chiamato. Nel secolo decorso, dalle ruine medesime s’estrassero colonne, architravi, cornigi, e soglie, che à gli ornamenti di un superbissimo Tempio de’ Gentili haver servito parevano; che portare in Montanuovo, nella Porta principale della Chiesa illustre di S. Francesco furono poste: ove hoggi superbo, & honorevole ornamento le fanno. Arando non molti lustri a dietro in questo terreno, sopra l’onde del Misa un Bifolco (di cui si tace il nome; acciò che memoria di esso alcun non tenga,) havendo egli cancellato le memorie di [p. 153 modifica]quelli, che si eternarono al Mondo) trà le ruine d’alcuni fondamenti una marmorea cassa di grandezza mediocre ne trasse: tosto con la secure la ruppe, dove (in vece dell’oro bramato) un fascio d’antichissime scritture, stretto fra lame di piombo trovatovi, quelle dal piombo disciolte, gittò per isdegno nell’acque; stimando haver anch’egli cosi deriso à bastanza, con la vendetta la sorte. Intesosi da Cittadini Montenovesi atto si fiero, ciascheduno (tenendo certo, che le gettate scritture fossero de i Santi Martiri, che in Ostra morirono per Christo, nelle generali persecutioni, che da Tiranni sofferse la primitiva Chiesa, de quali raccontassero le passioni, i supplici, & i fatti gloriosi) corsero in furia per darli con le pietre la morte; tutta volta, à persuasion de i prudenti, frenarono il zelo, che dall’alterato sangue erasi trasmutato in isdegno, e rimettendo in tutto à Dio la causa, sol con il piombo, la cassa con infiniti lamenti gli levaron di mano; la quale come reliquia santa, dentro la Chiesa del Crocefisso portata, hoggi per pila dell’acqua santa si serve. Dopò questo gran caso non molti giorni morì l’infelicee Agreste. Et in men d’un’Anno al sepolcro seguitaronlo i parenti; si che di lui, affatto s’estinse il seme, & ogni rampollo di si dannosa pianta estirpossi. Et se in meno d’un secolo, cose di tale stupore scoperte si sono in questo sito; quanto altre maggiori ne i più remoti tempi, quando le ruine di Ostra erano più fresche, si saranno dal medesimo estratte; di cui, per la semplicità di coloro, che in quei giorni habitavano la Contrada, in iscritto veruna memoria non trovasi. Dalle raccontate cose per tanto, e da molte altre à noi ascoste, che fra queste ruine trovare si sono, chiaramente raccogliesi: Ostra non solo stata essere Città celebre, & di nobili habitatori ad ogni tempo ripiena, (come dal principio accennossi) mà che da i primi d’Italia habbia tratto gli suoi alti principij, che furono dopò il Diluvio i Giganti, che nell’edificar Babel per guerregiar col Cielo restarono confusi, & per la Terra dispersi (secondo che addita la Scrittura Sacra nel Genesi al Capitolo undecimo in queste parole: Et inde dispersit eos Dominus super faciem cunctarum Regionum.) Gran numero di queste mostruose genti, dal Campo Senaar, dopò la loro degna confusione navigò in Sicilia, ove poi esse genti lungamente l’habitationi fermarono: come di quelli sino al presente vedonsi le smisurate ossa, particolarmente nelle grotte di Leontino, come io le viddi l’Anno 1614. mentre curioso quei paesi scorsi; Tomaso Fazello ne forma un Libro. Da Sicilia in Italia entrati poscia, sino à queste parti si spinsero; delle quali per la fertilità, e bellezza innamorati, si disposero in questo sito di fermarvi la stanza; come nel luogo, ove di Suasa le ruine giacciono per la vera testimonianza, che ne fanno l’ossa de i medesimi quì trovate, & in Cirvignano [p. 154 modifica]luogo del Corinaltese Territorio, secondo che più a basso si farà noto:

In questi lidi poscia il Libico Hercole capitando, l’Anno dell’acque del Diluvio 591. sconfitti i Listrigoni, e Rimino edificato; in questo paese, con gli suoi Compagni trasferissi ancora; il quale da gente si deforme habitato vedendo, tosto mosse lor guerra; e prevalendo con la sua prudenza alle smisurate forze di quelli; ogn’uno irremissibilmente estinse; & occupando egli de’ morti habitatori le stanze, per à miglior forma ridurle, portolle tutte sopra la riva del Misa in questo sito, e sopra quelle del Cesano ancora: ove di Suasa hoggi gli vestigij si vedono; le quali (perche fossero nell’avvenire dalle scorrerie de i ladroni sicuri) fece cingere di mura, e posti in coltura gl’imboschiti campi fermò li suoi Egitij ad abitarvi; i quali dal nome (credesi di una compagna d’Ilea, ò Iside) questa nomarono Ostra; e l’altra, che nel Cesano s’ergea dal nome d’una Città d’Egitto, d’onde partiti erano, Suasa vollero s’appellasse. Tanto si raccoglie dall’antico Beroso Babilonico, nel luogo, altre volte da noi citato. Ornarono col tempo gli habitatori Egitij di fabriche sontuose queste due Città; come dalle reliquie si conosce, che trà le ruine dell’una, e dell’altra si scuoprono. Dopò alcuni secoli, prevalendo il valore de gli altri popoli, furono da queste Città gli antichi habitatori cacciati; ed esse fatte della fortuna trastullo, sotto quelli, che più potenti furono soggette restavano (come più a basso dirassi, quando parlaremo di Suasa. Da tutti quelli però, che Ostra signoreggiarono, trà il suo recinto sontuoso molte strutture furono erette; per l’attestazione, che fanno le reliquie, rilucendo in quelle mirabilmente il Magistero Egitio, Greco, Umbrio, Gallo, Romano, e Tosco. Io (quantunque habbia con diligenza di sapere cercato, se la Città di Ostra fosse de Romani Colonia, ò pur Municipio) non hò potuto cavarne certezza; tutta fiata havendo ella in ogni tempo scorsa la medesima fortuna, che Suasa, può di fermo tenersi, che il favorito privilegio di Municipio godessi; come di sicuro si sà, che Suasa godevalo (come quì sotto son per dimostrare della medesima discorrendo.) Nè meno trovo, che alcuno Scrittore autentico parli del tempo, che Ostra mancò; nè del suo Destruttore: mà io tengo sicuro, che dal perfido Alarico, come Suasa venisse desolata, & arsa; non tanto per la sopra accennata ragione; quanto perche, io havendo fatto delle medaglie osservare l’impronte, che furono da questo sito, in diversi tempi raccolte; hò trovato, che di tutti gl’Imperatori si vedono, che da Cesare Dittatore, sino à Valentiniano regnarono: da che s’inferisce, Ostra, dal tempo, che quest’ultimo viveva, in essere non solo, mà nelle sue grandezze trovarsi; desiderando esso, che in lei co’l mezo delle medaglie dette conservassesi la memoria. E perche da Valentiniano, sino alla venuta d’Alarico, (il qual fù al [p. 155 modifica]tempo di Honorio) non leggesi che fosse questa regione da nemici potenti, fuor che dal detto, molestata, senza errore (per aviso mio) si con Suasa, e Sena, dai Discepoli de gli Apostoli ricevette la fede (come della Religione del Suasano Territorio favellando si farà noto,) e credesi, che di questi Cittadini, molti nelle generali persecutioni, che da Tiranni soffrì la primitiva Chiesa, in testimonianza della verità Evangelica, e dell'acque perenni del santo Battesimo, pigliassero il Martirio; & in conformità di Christo agnello immacolato, se stessi col proprio sangue volontariamente lavassero, per riceverne da lui le corone eterne, E che di essi parlassero le scritture, che il mal nato Bifolco (come si disse) allhor gittò nel fiume.

Dalle ruine di Ostra, i fuggitivi, sopra del Monte, che verso l'Occaso l'ombreggiava) ritirandosi, la riedificarono (benche di habitatori, e di sito rimanesse inferiore, sendo quelli sopra la metà del conflitto mancati.) Dal luogo in cui li fondamenti nuovi gittarono, vollero che Montenovo si chiamasse, il qual ritenendo molto delle primiere grandezze i vestigij, è stato sempre di numerosa nobiltà ripieno. Quindi, se ben contro esso il Cardinale Carilla sdegnato lo distrusse; non potè per questo la generosità de gli habitatori avanzati, con le ruine opprimere; risorgendo eglino vigorosi, & all'attioni magnanime, con più fervore disposti: Onde alla riedificatione della Patria rivolsero i pensieri; & in breve à quella perfettione tiraronla, in cui di presente si vede: non cedendo di bellezza, & di magistero ad altri suoi pari, per esser di grosse, & di alte mura vallato, con quindeci propugnacoli, e tre porte. Al di dentro poi, non meno da belle, & da dritte strade, con vago ordine di Architettura divisa, che le strade istesse, da Case magnifiche spalleggiate. Et alla perfettione dell'aria, & alla fecondità del Territorio corrispondendo la qualità de gli habitanti, riescono molto alla virtù inclinati; onde infiniti nell'armi, e nelle lettere fanno meravigliosi progressi, essendo nelle guerre non meno à carichi supremi di commanpo portati; che nella Romana Corte di Prelature, e d'altri degni officij resi molto ollustri; i quali (per non tediare con la longhezza chi legge) lascio di numerare. Ne altro di Ostra, e di Montenovo in questo picciolo racconto potendo scrivere, quì con le ruine di quella, e con gli avanzi di questo, suggello il tutto.