Istoria delle guerre gottiche/Libro secondo/Capo XIV

../Capo XIII

../Capo XV IncludiIntestazione 29 giugno 2022 100% Da definire

Libro secondo - Capo XIII Libro secondo - Capo XV


[p. 195 modifica]

CAPO XIV.

Antica dimora degli Eruli; loro crudeltà verso gl’infermi ed i vecchi. Barbaro costume delle mogli ne’ funerali dei mariti. — Rodulfo re loro armasi contro ai Longobardi chiedenti pace, sfidali a battaglia e v’incontra morte, per divina vendetta, colla massima parte de’ suoi. — Ritirata degli Eruli presso i Gepidi, quindi, imperante Anastasio, presso i Romani. — Sotto il principato di Giustiniano adorano Cristo ed abbandonano lor empie costumanze. Uccidono il proprio re.

I. Ora dirò qual gente sieno gli Eruli, e come venissero a strigner lega co’ Romani. Eglino tal fiata dimoravano di là dal fiume Istro, veneratori di molti Numi, che cercavano rendersi propizj con vittime umane. Differivano assaissimo dagli altri popoli nelle usanze loro, estimando azione iniqua il prolungare la vita ai vecchi ed agli infermi, di maniera che ove alcuno de’ suoi aggiugnesse alla vecchiaia od a malattia, dovea egli stesso pregare i consanguinei che al più presto lo togliessero dal numero de’ viventi. E quelli approntato altissimo rogo e postovelo sopra, inviavangli tale de’ paesani, ma non parente, giudicando empietà il dare morte al proprio sangue, armato di stile e coll’incarico di metterlo a morte. Ritornato l’uccisore di subito incendiavano il rogo sottoponendovi fiaccole accese, ed allo spegnersi della fiamma venivan raccolte le ossa per [p. 196 modifica]seppellirle incontanente nella terra. Al trapassare dei mariti le mogli doveano, in pruova di virtù e per conseguire una sopravvivente gloria, pur esse terminare ben presto di laccio la mortale carriera sopra la tomba del consorte, e rifiutaudovisi aveanne disdoro dai congiunti di lui. A simiglianti leggi gli Eruli in epoca più remota stavansi sommessi.

II. In processo di tempo cresciuti di numero e di forze sopra tutti i vicini barbari ed assalendoli alla spicciolata riportavanne agevole vittoria e molto bottino. Istigati poscia dalla propria cupidigia ed arroganza renderonsi tributarj, contro la consuetudine de’ paesani di quelle regioni, i Longobardi, già seguaci di Cristo, ed altre genti. Alla per fine venute ad Anastasio le redini del romano imperio, costoro non avendo più vicini da guerreggiare, deposte le armi, si rimasero in pace, e vi durarono tre anni; se non che attediati oltre misura da tale inerzia dicevano sfacciatamente ogni male di Rodulfo loro monarca, e chiamavanlo, accennandogli, vile ed effeminato coll’aggiunta per somma ignominia di altrettali improperj. Allora il re commosso da sì gravi ingiurie divisò portare le armi contro degli innocentissimi Longobardi non richiamandosi di colpa veruna, ma per solo capriccio dell’animo suo. Questi risaputolo mandano chiedendogli supplichevoli il perchè e’ s’inducesse a combatterli, bene informati di quanto andasse ognora per le menti e per le bocche degli Eruli intorno alla divisata impresa. Che s’eglino dichiarinsi frodati in qualche parte de’ tributi promettono di subito ripararvi con grande usura; se [p. 197 modifica]lagninsi della soverchia scarsità di esse gravezze, sappiano che non arrecherebbe molestia ai Longobardi il pattuirne altre maggiori. L’Erulo porto orecchio a tali proposte in tuono minaccevole dà commiato all’ambasceria, e procede oltre. Nuovi oratori, e con vie più fervorose suppliche mandansi dalla stessa gente; ma dell’egual maniera accommiatati, ecco arrivare una terza deputazione, la quale apertamente dichiaragli non doversi senza offesa di sorta impugnare le armi contro di loro, ed a quanti osassero assalirli a torto resisterebbero non di propria elezione, ma costretti da gravissima necessità chiamandone testimonio il Nume, ad un cui cenno il menomo vapore basterebbe perchè invanissero tutte le umane forze. Volersi poi ritenere che questi, giustissimo, commosso dai motivi della guerra aggiudicherà da padrone intra’ due litiganti la final sorte di essa; così gl’inviati, colle quali parole opinavano d’incutere temenza negli assalitori. Gli Eruli in iscambio conservando gli animi loro affatto imperterriti durano vie più fermi nel concepito divisamento. Schieratisi adunque gli eserciti di fronte una densissima oscura nube coprì la parte del ciclo sopra le teste de’ Longobardi, avendovi per lo contrario aere serenissimo laddove stavasi l’oste nemica. Donde potevasi ben conghietturare da taluni che gli Eruli andrebbero ad incontrare perniciosa battaglia. E di vero sopra ogni altro funesto era il portento presentatosi agli sguardi loro nell’atto di venire alle mani; tuttavia non badandovi per nulla pieni di sicurezza e di orgogliosissimo disprezzo assalgono il nemico, dalla [p. 198 modifica]moltitudine de’ suoi pronosticando la riuscita del combattimento. Nella mischia si fa grande strage degli Eruli, e da lei non va esente lo stesso Rodulfo; gli altri tutti, dimentichi del patrio valore, dannosi alla fuga; se non che perseguitati anche in essa dai Longobardi molti vi giuntan la vita, ed a ben pochi è concesso di ridursi a salvamento.

III. Dopo questa rotta gli Eruli, non avendo più mezzo di rimanere in patria e tosto abbandonatala, proseguirono lungamente il loro cammino con le donne e la prole errando per tutte le piagge di là dal fiume Istro. Entrati alla per fine in quel già tempo de’ Rugii, venuti in Italia coll’esercito de’ Gotti, vi fermarono stanza. Ora essendo quivi tutto incoltivabile deserto, sospinti dagli stimoli della fame partironne dopo breve dimora per accostarsi alle frontiere de’ Gepidi, i quali dapprincipio accordarono alle suppliche loro di averli per confinanti ed inquilini; ma poi si diedero a travagliarli con ogni guisa di mali. Imperciocchè e di forza impossessavansi di quelle femmine, e predavanne i buoi e tutte le altre suppellettili, nè aveavi iniquità di cui non li rendessero vittime; e giunsero da ultimo a tanto che pigliarono a guerreggiarli sebbene affatto privi di colpa. Gli Eruli, perduta la pazienza, valicano il fiume Istro, e chiedono premurosamente di occupare il suolo in vicinanza de’ Romani a dimora in quelle parti, ed Anastasio a que’ dì imperatore 1 accolseli in umanissima [p. 199 modifica]guisa e consentì loro di allogarsi presso le sue terre; se non che trascorsi pochi anni offeso dalle costoro sceleraggini verso i confinanti Romani, vi spedì un esercito, il quale uscito vittorioso della pugna ne uccise moltissimo numero, e potevali ben anche disterminare se que’ superstiti non avessero chiesto supplichevoli ai duci di strigner lega per l’avvenire co’ Romani, e di prestare fedeli servigi all’imperatore. Anastasio informatone condiscese a tale proposta, e così i pochi rimasi ebbero salvezza. E’ tuttavia non furono socii dei Romani, e molto meno rimeritaronli come che sia del beneficio.

IV. Allorchè poi Giustiniano ebbe il trono 2 accordò loro ubertosissime terre, e indusseli, fatti ricchi col dono, a volersi tutti dichiarare confederati de’ Romani e seguaci della sua religione. Così eglino passati ad una più umana vita con illustre professione di fede abbracciarono i cristiani dommi, e spesse fiate con sociale diritto li vedemmo in campo sotto gli imperiali vessilli. Ma a dir vero li troviamo ancora del tutto infedeli, e derubatori de’ vicini con tale sfrontata cupidigia che punto non vergognansi del misfatto, oltre di che dannosi in preda a turpi congiungimenti non risparmiando uomini e bestie; sono infine i peggiori de’ [p. 200 modifica]mortali e ben degni delle più tristi sciagure. Pochi in appresso ne rimasero in lega co’ Romani, come ricordava negli antecedenti libri, essendosene gli altri tutti distolti, ed eccone il perchè. Gli Eruli mostrarono cotanto abbominevole e ferino veleno contro il proprio monarca di nome Ocone che d’improvviso l’uccisero innocentissimo, adducendone a solo motivo il non volere da quinci in poi andar ligj di alcun re; sebbene l’eletto al trono loro, toltone il nome regale, non acquistasse agi e diritti maggiori di qualsivoglia privato, ognuno potendo sedergli dappresso, partecipare della mensa di lui, ed a viso a viso in impudentissima guisa villaneggiarlo; nè havvi gente che li superi in viltà e leggierezza. Al delitto seguì di colta il pentimento, dichiarandosi incapaci di vivere senza re e senza condottiero; più volte discussa questa faccenda tutti convennero nella sentenza giudicata migliore, quella cioè di chiamare al trono dall’isola di Tule personaggio di regio sangue; che poi si volessero di tal guisa operando passo direttamente a narrarlo.

Note

  1. Eletto imperatore l’anno 492 dell’era volgare, e morto nella decrepita età di ottantotto anni, dopo trentasette di regno, nella notte dall’8 al 9 luglio del 519. Si vuole che una folgore, o lo spavento avutone, lo togliesse ai vivi, essendosi rinvenuto spento, dopo orribile temporale, in una piccola camera del suo palazzo.
  2. Nell’anno 527 dell’era volgare.