Il cholera in Barberino di Mugello/Annotazioni

Il cholera in Barberino di Mugello/Tavola II

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Tavola II Il cholera in Barberino di Mugello

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ANNOTAZIONI

(1) Secondo i computi del Repetti (vedi Dizionario Geografico della Toscana) ascendeva nel 1846 a 6,45 individui per famiglia.

(2) Lo scheletro di quest’uomo gigantesco è posseduto dall’Ecc.mo D. Giovanni Guidotti condotto del luogo. La testa ci apparve molto degna di studio, per la prevalenza stragrande della faccia, per la depressione del frontale, e per l’occipite come ricalcato di basso in alto dentro il cavo del cranio. Il gigante, come tutti i giganti, cominciando da Goliat, era di poco cervello, e lo confermano gli stessi paesani; quantunque fosse onorato allora, come il più grosso di tutti, di parecchie missioni anche diplomatiche. Tant’è vero, che gli uomini grandi sono spesso reputati grandi uomini.

(3) »E ciò egli è appunto, quanto abbiamo osservato accadere nella serie de’ diversi animali e nelle circostanze tutte della vita degli individui, ove sempre scorgemmo più facili e più abbondevoli le formazioni organiche, dalla generazione di nuovi viventi fino alla individuale nutrizione, in proporzione che meno era sviluppato l’apparecchio respiratorio, e quindi meno efficace l’influenza dell’ossigeno, e perciò stesso meno innanzi progredita nelle sue proprie metamorfosi la materia organica.» (Opere di Maurizio Bufalini, Vol. 2. 88.)

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(4) Enrico Mayer. Ricordi del cholera in Livorno nel 1854. Lettera a G. Pietro Vieusseux.

(5) Io ho sotto gli occhi la relazione de’ primi casi, cortesemente favoritami dall’Ecc.mo D. Giovanni Guidotti, ed a quella mi riferisco. La lealtà dello scrivente, e la scrupolosità nell’indagare tuttociò che favorisce l’opinione della contagiosità, che è la sua, varranno a darle tutta la fede. Io fui chiamato a Barberino il 14 Dicembre, e non potei assumer la cura de’ cholerosi che il dì susseguente.

(6) Di questi che furon cinque, in uno solo, nel giovanetto Maranghi d’anni undici posso ammettere certo il contatto mediato, avendo saputo, che la di lui madre avvicinò dei cholerosi. Non posso però ammetterlo nella Catani Anna, la quale avea innanzi assistito una malata, che si volle a tutti costi dalla opinione dotta e indotta del paese malata di cholera, ma che per me nol fu mai. In tutti questi non mancò la diarrea prodromica.

(7) Vedi la Tavola II.ª a pag. 85.

(8) S’intende bene, che io parlo qui della classe più numerosa della popolazione, e non delle famiglie comode e agiate del paese, cui non tocca veruno di questi rimproveri. Ma non si salverebbe però da rimproveri il Municipio, se a simili gravissimi inconvenienti non procurasse rimediare con ogni sua cura.

(9) Gran peccato, che la verità non nasca mai nuda, ma ravvolta in una certa veste, che la invola quasi vergine pudica a’ cupidi sguardi; sicchè molti, dalla troppa furia o smania di scuoprirla, non badano a strapparle anche le carni, e le lasciano tali impronte, che poi più non si riconosce. Gran peccato voleva dire, che l’Ajazzi Filomena, giacchè dovea ammalare, non ammalasse la prima di cholera in Barberino; perchè allora il fatto della importazione sarebbe apparso così chiaro e lampante, da non dare appiglio veruno a contese, e da acchetare i più miscredenti. Ma col fatto così come sta, sembra, che una bizzarra natura abbia posto la questione negli stessi termini di quella, che danno a sciogliere a’ bambini, e comincia. — S. Martino fu il primo, ma S. Donato era nato, — con quel che segue.

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(10) Ho analizzate le impressioni, che ricevei io stesso alle prime visite de’ cholerosi, e confesso, che l’atto del vomitare, o anche il solo udirne le voci che ne accompagnavano gli sforzi, mi cagionava pena all’epigastrio, e vera inclinazione al vomitare. La quale procuravo d’ingannare, o astraendomi forte in qualche pensiero, o mettendomi a passeggiar per la camera. Tornato a casa, specialmente nel silenzio delle prime ore notturne, quelli sforzi li avea sempre negli orecchi, e il malato stesso sotto varii e brutti aspetti sempre dinanzi agli occhi, si che mi parea d’avere a vomitare di momento in momento. E veramente m’era necessario far forza a me medesimo, per non cedere a codesto urto dello stomaco. Paura veramente non era, era una particolare impressionabilità, che poi l’abitudine, questa gran maestra di tolleranza, riuscì a vincere.

(11) Del Rinnuovamento della antica Filosofia Italiana.

(12) Giustizia vuole, che io rammenti di nuovo con lode il Sig. Francesco Baroni, il quale m’ajutò della opera sua nell’assesto del Lazzeretto, e fu poi sempre assiduo nel visitarlo. Meglio poi non poteva essere affidata la sorveglianza del servizio, che allo zelo, alla bontà, e amorevole compitezza del giovane egregio Sig. Giuseppe Comucci di Barberino.

(13) «È ufficialmente costatato (notate bene, ufficialmente!), che la mortalità media de’ cholerosi curati omeopaticamente è stata del 4 o 6 circa per 100 in Boemia, in Sassonia, in Francia, in Inghilterra, in Sicilia, e totalmente nulla (totalmente nulla!) in quelli che aveano usati i preservativi indicati dall’Hahnemann». Sul cholera Asiatico — Avvertimenti del D. Omiopatico Aurelio Rossini — Firenze — Tipografia Tofani 1854.

(14) La China tenne trasportata in Europa dalla consorte del Conte Cinchon, Vicerè del Perù, la quale aveala avuta da un Priore, ed era stata con essa risanata da una febbre pericolosa. Perciò Linneo diede all’albero della China il nome di Cinchona, e questo rimedio, distribuito da prima dalla prefata contessa sotto forma di polvere, venne chiamato polvere della Contessa. (Richter — Trattato di materia medica).

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(15) Vedi una lettera del D. Prospero Pietrasanta — Sulla negazione della medicatura specifica contro il cholera, e sulla utilità della profilassi e della medicatura razionale. — (Gazzetta Medica Italiana Toscana. Anno VI n.° 40.)

(16) At cum discussa cruditas est, tum magis verendum ne anima deficiat: ergo tum confugiendum est ad vinum. Celsus de Medicius. L. IV. Cap. 18.

(17) In casa delle due famiglie Bicchi e Boni, per tacere di altre, tutte volte che io entravo e furono spesse, trovavo un fumo così denso, che mi facea frizzare e lacrimare fortemente gli occhi, e ne escivo con tosse e gravezza di capo. Credo, che un’aria per tal modo alterata, e respirata continuo da’ malati, dovesse contribuir molto a deteriorare l’ematosi, o almeno ad impedirne il ritorno alle condizioni normali.

(18) Mi sento in debito dichiarare, che i 33 notati da me come malati di cholera, erano realmente malati di cholera. Parrebbe, che parlando di malattie, quando si dice cholera, debbasi ritenere che quello sia veramente cholera. Ma a certi citati più sopra, e ad altri fatti a similitudine di quelli, non talenta intenderla così. Costoro credono far gran bene, prima a se stessi e poi alla povera umanità, mettendo sulla bilancia certe malattie di contrabbando, buone a farla saltare molto in alto dalla parte delle guarigioni. La povera verità e la coscienza sono spesso costrette a velarsi il viso per non vedere. Ma che importa? Ciò non toglie, che costoro non vadano pettoruti tra la gente, come tanti taumaturghi, e che il loro merito in guarir malati non venga lor valutato a un tanto la dozzina.

(19) Vedi la Legge Toscana del 4 Ottobre 1854.

(20) A Barberino non mancai di proporre e raccomandare la cosa in seno della Commissione Sanitaria: ma credo, malgrado l’approvazione di qualcuno, che la mia proposta volasse subitamente al paradiso di Astolfo, a prender posto tra’ vani desiderii, de’ quali ve ne son pur tanti, come canta l’Ariosto,

«Che la più parte ingombran di quel loco.»

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So, che anche nel Municipio Pratese una proposta simile mosse dall’Illustriss. capo della Magistratura, e che la fu condannata inesorabilmente a morte. Veramente avviene un po’ troppo spesso (ora parlo in genere, se mi è permesso, e di cose sanitarie), che i Municipii, chiamati a sentenziare tra Cristo e Barabba, gridano — muoja Cristo, e viva Barabba —.

(21) «Forse non havvi nulla di più grande sulla terra, del sacrifizio fatto da un sesso delicato della beltà e giovinezza, spesso dell’alto lignaggio, per soccorrere negli Spedali questi ammassi di tutte miserie, la cui vista è sì umiliante per l’umano orgoglio, e sì schifosa per la nostra delicatezza.» Voltaire, Saggio su’ costumi.

(22) Io mi contenterò di riportare il rendiconto delle somme, erogate dalla Società degli uomini di S. Vincenzio di Paolo in Prato nel decorso anno a benefizio di famiglie povere, sur un’entrata di Lire 2,834.

Rendiconto d’uscita dal 19 Dicembre 1853
a tutto il 31 Dicembre 1854.

A soccorsi di pane in libbre 2438. £ 342 2 8
A soccorsi in carne minestre e medicinali » 184 12 4
A spese di vestiario biancheria e masserizie » 802 5 ?
A recupero di pegni dal Monte di Pietà. » 148 ? ?
A valuta di arnesi per esercizio di mestieri » ??? ? ?
A spese per l’istruzione di alcuni ragazzi » ??? ? ?
A spese di libri sacri ec. » ??? ? ?
A elemosina d’una messa in suffragio d’un povero defunto » ??? ? ?
A spese per la ricer??? ???nenti ad una ??? » ??? ? ?
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Riporto £ 1515 11 -
A incoraggiamenti dati a ragazzi patrocinati dalla Società » 42 -
A spese inerenti alla società, stampe, libri, corrispondenza » 139 14 4
A spese per sacre funzioni » 34 -
A spese di suffragio pe’ soci defunti » 13 10
Offerta al consiglio generale di Parigi » 20 -
Offerte inviate a Conferenze in occasione del cholera » 70 -
Alla conferenza di Livorno £ 40
Alla conferenza di Viareggio » 30
A imprestiti fiduciarii fatti a’ poveri patrocinati » 900 17 4
Uscita totale £ 2735 12 8
Resto in cassa £ 99 5 4




FINE