Libro terzo Dialogo secondo
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DIALOGO PRIMO DEL TERZO LIBRO


DEL CAVALLARIZZO DI CLAUDIO CORTE


DI PAVIA. INTERLOCUTORI.



PROSPERO ET CLAUDIO.


P.
Prima ch’io altro dica vorrei sapere da voi Messer Claudio mio, se volete ch’io vi proponga tutte le proposte insieme ch’io penso farvi, overo ad una per una? perche se le vi proponerò tutte le proposte insieme ancor voi sarete obligato à risolverle per ordine tutte.
C.
Fate pur mò come volete Cavallier mio, ch’io son’apparecchiato à farla con esso voi, come vi pare; & ancora ch’io non habbi così tenace memoria come havete voi; pur non dimeno ho speranza di saper rispondere à tutto quello che in questa lite voi mi saprete proponere.
P.
Bel modo d’argomentare è certo quello, che s’usa in alcune Academie, che tutti gli argomenti fanno prima che far vogliono in una conclusione, & dipoi dal catedrante n’aspettano tutte le risposte insieme; circa che si vede dall’una parte, & dall’altra; memorie grandi, & ingegni sottilissimi; ma, perche in vero la cosa non è senza qualche ostentatione, fuoco, & fumo di lattantia, & vanagloria, non voglio che seguitiamo quest’ordine; ma si bene quell’altro più chiaro, & agevole dell’arguire argomento per argomento, e risolvere cosa per cosa. Dico adunque che quanto al Proemio prima non mi pare che sia vero che il saper comandare sia meglio del saper fare; perche più difficil credo che sia il fare che il dire; così ancora l’osservanza delle leggi, che l’ordinarle; essendo che ogni virtù nell’attione consiste; facilmente si ordinano le leggi, ma con difficoltà certo si esseguiscano; perche per ordinarle vi sono mille, & chi l’esseguisca & osservi, pochi si trovano.
C.
Vi rispondo che nelle cose, che alla giustitia s’apartengano egli è verissimo quel che dite, ma non già nell’arti virtuose; delle quali ragionav’io là in quel luogo, & che sia vero mirate gli essempi ch’io vi diedi de i Medici, Architettori & altri. Oltra che non niego che nel caso che noi havemo per le mani, non sia necessario in fatto saper ben cavalcare, & altro se noi vogliamo saperne ben ragionare, & dire quello che à perfetto cavallarizzo si conviene. Ma non però potrassi dare precetti buoni senza il sapere (oltra la pratica) la teorica. La quale io reputo che sia molto meglio, & giovi più in generale, & habbi più dell’ingegnoso; dove il saper cavalcar schietto in atto del fatigoso.
P.
Se il cavalcar bene, & operare è più faticoso, dev’esser anco di ragione più facile, & meglio del saperlo comandare; & ordinare con precetti.
C.
Vi si potrebbe concedere in quanto alle fatiche del corpo, ma non à quelle dell’intelletto; l’attioni del quale quanto siano migliori delle corporali, & anco più faticose, lascio [p. 113r modifica]considerare à voi; che troppo sarebbe à volerne disputare minutamente.
P.
Quanto al titolo poi del nostro libro, mi pare che voi siate mancato assai, che dove lo dovevate intitolare più tosto i libri della natura, governo, & cura de’ cavalli, & dell’arte del cavalcare, per ragionare di tutte queste cose, voi habbiate fatto tutto al contrario intitolandolo il Cavallarizzo; del quale ò non ragionate pur mai, ò pur sì poco, che non si può addurre in consequentia; & nondimeno il titolo richiederebbe altrimente; & che sia vero mirate Marco Tulio se nell’Oratore parla mai d’altro, che non sia tutto al proposito dell’oratore; & se Vergilio nel più osserva il medesimo nell’Eneida parlar medesimamente nel più delle cose che alla grandezza di Enea s’apartengano; & senza più d’altri dire venitevene al Castiglione, che ha descritto il Corteggiano, & trovarete che tutto l’intento suo è stato di non parlar nel suo libro d’altro che di questo.
C.
O non ha egli alle volte digredito assai con alcuni discorsi, li quali forse di poi sono stati tirati al proposito di quello, come si dice, con gl’argani, & attacati con la cera? Ma di poi che andate argomentando, & ingagliardendo i vostri Silogismi in modo tale contra il titolo del mio libro, io gli andarò distruggendo così pian piano, per il contrario argomentando contra di voi, che se ciò ver fosse l’Ariosto ancora devrebbe esser ripreso, che intitolando il suo libro Orlando furioso non parlò non solamente sempre d’Orlando tale, ma ne anco tanto, che non fosse poco à rispetto del parlare, che fece di Rugiero & d’altri; ma perche questo pò stare, & ben è diffeso da galanti homini, ne accade ch’io hora ve ne rendi altro raguaglio per saperlo ancora voi, pò stare anco il mio, e massime che di già vi devreste essere accorto, per quello che voi maestrevolmente usate nella vostra Musica per sonare la viola; dove prima che voi veniate à quel che già havete in animo disposto di sonare, lo andate ancora meglio disponendo con le ricercate, & di poi sonate quello che havete in animo di sonando cantare. Medesimamente lo devreste conoscere da chi fabrica, che per fare una casa, prima dispone la materia per fabricarla; & l’apparecchia, & di poi la riduce al termine, che si vede quando del tutto è fabricata.
P.
Così fece il grande fabricatore Iddio, che volendo introdurre in questa gran fabrica mondiale che noi vediamo, l’homo come hereditario & signore, prima fabricò & creò con tanto bell’ordine quanto si vede il Cielo e la terra, & tutte le altre cose.
C.
Altro tanto ne fanno i Dipintori, che prima addattano i colori & i lineamenti secondo la forma che hanno in mente della dipintura che vogliono fare, e di poi la fanno; Così gli Statuari fanno de’ marmori, li quali prima vanno disgrossando, & di poi tirando quei loro tiri di carboni quasi dipingendoli, li riducano à quella perfetta forma, che lor hanno disegnato in mente di ridurli; & però ben si dice che la forma, & il modello, & il fine è primo nell’intentione, & ultimo in essecutione; Così dunque ho fatt’io, che volendo istituire un buon Cavallarizzo [p. 113v modifica]ho detto prima tutte quelle cose che havete inteso ne i libri superiori.
P.
Adunque voi volete così al vedere, che uno non possi essere perfetto cavallarizzo se non sa tutto quello, che voi havete detto di sopra?
C.
Come se voglio, Anzi io vo che ne sappi infinit’altre; parte delle quali io ve ne dirò prima che finiamo il nostro discorso.
P.
Adunque quelli che non sanno leggere non potranno, secondo voi, essere perfetti cavallerizzi; & nondimeno si vede il contrario, che molti non sanno, ò sanno a mala pena malamente leggere, come per non andar lontano per essempio fu poco è il valentissimo in quest’arte messer Ambrosio di Milano, i cavalli fatti per mano del quale erano finissimi, & per questo, & per il buon governo che havea d’una cavallerizza, & intendersi bene della natura de’ cavalli fu sempre cavallarizzo istimato di Prencipi e Signor grandi. Et paremi che la maggior parte de’ cavallarizzi hoggi di sappino non che poco ò niente di filosofia, & lettere latine, ma ne anco leggere bastevolmente, & nondimeno sono pure eccellentissimi, & istimati molto.
C.
Questi, cavallier mio sono di quelli che disse zanni che sanno scrivere ma non sanno leggere. Et io non vi niego che uno non possi cavalcar bene, & far anco ben governare una cavallarizza col buono ingegno naturale, & lunga pratica, & memoria tenace senza sapere a mala pena leggere, & anco senza, ma vi dico ben questo che costui farà le sue cose senza stabile fondamenta, ancor che n’habbi una gran pratica; & durerà doppia fatica, per bisognarli havere non che tenace memoria ma tenacissima; dove allo’ncontro colui che la saprà anco meglio, & più facilmente, & con maggior autorità appresso à ciascuno prevalersi del suo offitio, & farsi istimare. Ne mi negarete che quelli che non sanno leggere non siano anco nel piu d’ingegno obtuso, & per consequente di non ben composte maniere; le quai cose quanto si disdichino in un perfetto cavallarizzo giudicate mò voi; & anco che Ambrosio, qual fu certo mio grande amico, & creato in parte del padre mio, riuscisse, sapendo poco ò nulla di leggere, & così alcuni altri rieschino, haveva costui & hanno questi si pò dire l’arte utente, & non la docente, sì come si vede che molti anco hanno, ancor che siano rustiche & habitano le Ville, la logica in questa guisa insegnatali dalla natura, ma quanto sia meglio havere & l’uno et l’altro non credo che dubitate. Oltra che io vi potrei rispondere che se Ambrosio & quest’altri sono stati, o sono eccellenti nel mestieri, non sono d’adurre in consequentia; per che già ho detto più volte che una rondine & un fiore non fanno Primavera; perche nella maggior parte trovarete che quelli che sanno non solamente ben leggere, & scrivere, ma hanno ancora lettere latine, & non solamente hanno buona humanità, ma filosofia ancora, sapranno anco meglio conoscere la natura de’ cavalli, & isprimere li loro concetti; & conosciuta li sapranno con più ragione amaestrare, governare, & renderne ferma & vera demostratione; dove quegl’altri anderanno sempre da ciechi, [p. 114r modifica]come si dice, a tentone, non havendo mai chiarezza salda, che li facci discernere & conoscere il vero. Et ditemi per vostra fede quanto è importato questo à voi à darvi aiuto, favore, & credito? Che se non havessero havuto lettere non so se facilmente foste salito al grado honorato dove voi sete appresso à tutti quei cavallieri, e signori, che sanno, nel mestiere del quale hora discorremo.
P.
Non dite questo di me, ch’io so che sapete ch’io non ho filosofia, & ho pochissime lettere latine.
C.
Basta che voi n’havete tante che intendete quel che leggete, & leggete assai per dilettatione, & per saperne ogn’hora più, immitando in questo quel buon filosofo che disse, ancor ch’io avesse i piedi nella fossa vorrei imparare, perche (come ben disse quell’altro) altro diletto che imparar non prova quel spirito, che è ben qualificato. Hor quello adunque cavallerizzo, il quale sarà letterato havrà delle tre parti del gioco le due in mano; & potrà dirsi veramente cavallarizzo: che non vuol dire altro (al mio parere) che cavallo indrizzo; & però potrassi diffinire cavallarizzo perfetto esser homo che ha vera cognitione della natura de’ cavalli, per la quale gl’indrizza sì nel maneggio, come nel governo, & altre cose, che se gl’apartengano.
P.
Di gratia andate adaggio, voi dunque volete che cavallarizzo quanto al nome vogli dire caval indrizzo, & per vero questa etimologia di vocabolo mi piace, ne mai piu l’ho intesa se non hora; così anco si potrà dire in alcune corte, dove non s’usa questo nome, ma mastro di stalla, che venghi dalla peritia che ha del governo della stalla.
C.
Così credo che sia i Francesi a’ maestri di stalla & cavalcatori buoni dicano Eporedichi, & scudieri, si chiamano anche Agasoni ma impropriamente perche agaso propriamente si pò dire il servo che ha cura dei cavalli, ma equisone è stata detto per moderatore o maestro de’ cavalli, così anco Agitatore.
P.
Questo mi satisfa quanto al nome, & quanto alla diffinitione non mi dispiace; ma voi volete che il vostro cavallarizzo ad ogni modo sia letterato, & sappi tutte quelle cose, che havete dette di sopra ne i due primi libri?
C.
Seguitate pure.
P.
Se così è bisognerà prima farse dottore, chi vorrà divenir cavallarizzo tale. Ma se costui non le sapesse tutte volete voi che per questo sia scancellato, & casso dal catalogo de i buoni, & perfetti cavallarizzi?
C.
Mi par bene che da vero vogliate la burla, ma fate come volete che formandolo io, l’ho à formare come mi pare, & però vi dico che se’l cavallarizzo non sarà letterato non potrà gia mai ascendere à quella perfetione, alla quale è obligato ogni cavalliere, & gentilhuomo ben nato.
P.
Vi concedo ancora questo, perche gia io intendo che voi volete fare un cavallarizzo nell’aere, astratto da ogni materia; sì come fecero gl’antichi Platone, Xenofonte, Marco Tullio, & altri; li quali descrissero una perfetta Republica, un Re perfetto, & un perfetto Oratore; & piu tosto dipindero la Iddea, & forma, alla quale si deveano assimigliare, che mai [p. 114v modifica]tali si ritrovassero, ò fosseno per ritrovarsi; il Castiglione fece il simile del suo Cortegiano astratto, Giulio Camillo del suo teatro, il Garimberto del Capitan generale, & quell’altro del Prencipe christiano: così dunque havete voluto fare ancora voi.
C.
Non vi niego che costoro non habbino fatto come voi dite, da che per vero non si trovò mai una Republica, ne è per trovarsi, come la ordinò Platone, ne un Re come vuol Xenofonte, ne un’Oratore come descrive Cicerone, ne il Cortegiano, ne il Prencipe christiano che dipingono gli altri, ma ben vi affermo che costoro descrissero egregiamentte come devono essere tutti questi per essere perfettissimi: & per essere il modello, l’essemplare, & il berzaglio nel quale per essere perfetti devono mirare, & immitare tutti gl’altri. Ne vi nascondo che quest’anco non sia stato l’intento mio nel descrivere il Cavallarizzo, al quale quanto più s’accosteranno gl’altri col sapere, & con l’altre virtù, più perfetti saranno; & si potranno veramente chiamare Cavallerizzi perfetti ancora che non desseno nel scopo, & centro di quella perfettione, che noi vogliamo, pur che non diano si lontano che, come si suol dire, errassino tutto il mondo.
P.
Hor io v’intendo, & certo mi piace, & credo che vogliate anco che sia letterato, & saputo, accioche sappi rendere conto per ragione, & auttorità di tutto quello che d’intorno al suo mestiere potrebb’essere adimandato; & che tutti per questo, come à perito nell’arte sua, habbino à credere, & riverirlo. Et certamente mi maraviglio di molti Prencipi & signori che fanno professione, over la devriano fare, per dir meglio, di cavalleria, che si servino di cavallarizzi ignoranti, & senza alcune virtù; anzi, più tosto vitiosi, & incompositi; essendo non dimeno tanta differentia dall’huomo letterato, & virtuoso, à quello che non ha lettere vitioso,quanta similitudine è tra l’huomo dipinto, & l’huomo vero, anzi maggiore; perchè tra’l vitioso, & virtuoso non è similitudine alcuna, ma disuguaglianza infinita, & più che non è tra’l nero e’l bianco, & la notte e’l giorno; & i Signori lo sanno pure, & pur se ne serveno, e da che viene? e da che viene ancora che tali cavallarizzi sapendo che le lettere sono l’ornamento, & il splendore de gl’uomini anch’essi non se ne adornino? ma più presto le fuggano, & le biasmano molte volte, & le dispreggiano istimandole come contrarie, ò che poco ò niente habbino a che fare col mestiere del cavallerizzo?
C.
A’ chi dicesse che le lettere non si convengono al cavallarizzo, & le biasimasse io direi quel che disse un grande, & savio Prencipe ad un’altro che così diceva, questa è voce di bove, & non d’huomo, però a voce di bestia non dev’essere dato risposta. Ma sapete da che viene parlando prima de’ Cavallarizzi che cosi dicono, che poi risponderemo à quel che havete detto de’ Prencipi, & Signori, viene dall’ignorantia loro grassa, & dalla vita che per aventura fin dalla fanciullezza hanno mal guidata, ò per errore dei parenti loro, che gl’hanno mal educati, ò pur che loro non si hanno lasciati [p. 115r modifica]ben educare, & mandare alle scole, & alli maestri che lor prima amaestrassero ne i buoni costumi, & poscia nelle lettere; & in vero à questo dovrebbeno ben aprir gl’occhi i padri di provedere fin dal principio alli lor piccioli figlioli di precettori che lor insegnassero non solo le lettere ma i buoni, & santi costumi; dalle quai cose poi segue il bene, & beato vivere di tutto il rimanente della vita dell’huomo. Et credetemi certo, che sono di tanta forza i primi principij ch’entrano nell’intelletto dell’huomo quando è fanciullo, che difficil cosa sia, anzi, ardirò dire, impossibile à lasciarli, & da qui venne quel proverbio che volgarmente si usa dire che la testa giovane impara, invecchiata ritiene; perche il fanciullo che imparerà cattiva strada, ancora che s’invecchi non si partirà da quella. Hor così costoro discorrendo d’anno in anno, e di età in età, guidati dal senso senza castighi paterni over non ne facendo stima, sono tenuti poi à quell’età della gioventù tutta sottoposta alli errori di Venere, & mill’altri inconvenienti, poscia da questa trapassando nella virilità hanno fatto si dura la pelle che non l’ossa, che non possono più impiegarsi, à guisa di pianta che sia indurata, & fatta grande ne sottoporsi alli studi delle lettere, & di quell’altre virtù, che noi volemo che siano nel nostro cavallerizzo; & tanto meno questo far possono se sono discesi nella vecchiezza al tutto fredda, & debole, essendo quelli difficili molto, & molto aspri à caminare, non che ad acquistare; li quali però se nell’età tenera, quando la pianta è novella da potersi piegare, havessino seguiti, senza dubbio nelle altre età havrebbero trovati piani, dolci, & dilettevoli, se ben dal principio del salire à quelli gl’havessino gustati amari: perche le vie della virtù sono si fatte, che se nel principio paiono amare, & aspre, & con le fatiche s’acquistassero, & non con l’otio, & col starsi con le mani à cintola ad aspettare che passi il tempo, ò col giocare, ò con altro; però se lor non le hanno acquistate, ne cercano di acquistare, quest’è la causa, con l’avaritia insieme, la quale essendo radice di tutti i mali & cupidissima di avere, da che si vede premiata nell’arte schietta del cavalcare, & del governo dei cavalli, che volete voi che altro ricerchi? et da qui viene ancora che hoggidì è quasi cresciuto in infinito numero de’ cavalcatori, & maestri di stalla; & che la maggior parte ancora d’essi sono d’animo vile; & essendo nati vilmente sono anco alle volte d’incomposti costumi; & ben spesso di non troppo bona natura; perilche vengano à disonorare quest’arte nobilissima in così ignobili soggetti assassinata. Et non parl’hora de’ boni, che anco se ne trovano di quelli, che nati ignobilmente hanno nondimeno maniere d’huomini nobilissimi, ma parlo nel più di quelli, che accompagnano il nascimento loro vile con le operationi tristissime, li quali à mio poco giuditio piu tosto si devriano adimandare Tobioli, & maestri guasta cavalli, & mestiere, che maestri di stalla, cavalcatori, & cavallarizzi; dove all’ncontro quelli che [p. 115v modifica]nobilmente sono nati, & bene educati voi vedete, & ciascun’altro chiaramente pò vedere quanto di splendore per questo portano seco, & come con le virtù insieme queste due cose l’honorano, & ess’arte per questo essalta loro, & volendo stare ne gli esempi del primo libro, non vi partiate da Cesare Feramosca gentilhuomo Napoletano, & da Don Ciarles dalla Noia: e se questi non vi bastano, considerate chi fu il Signor Galeazzo Sanseverino gran scudiere di Francia, il quale, oltra alla nobiltà che havea del suo sangue illustre, e la bona educatione che hebbe in fin dall’infantia, & nelle lettere era ingegnosissimo, & in tutti gli esercitij del corpo, che à cavallier si convengono, aggratiatissimo; & chi è il conte Brocardo, per restringerci à tempi d’hoggi, gentilhuomo di Cremona, il quale serve al Re Filippo d’Austria. Non ha egli il conte, & per nascimento e per virtù e nobiltà grande? Non sa egli quest’arte, secondo mi vien detto, più per Theorica, che per pratica? ancor che nella pratica di quella sia consumatissimo, et gratioso. Potrei dire d’altri molti virtuosi, et nobili, che l’essercitano hoggi come si deve, ma non voglio, che sarei troppo lungo; però se ven la più parte de’ cavallerizzi d’hoggidì sanno che le lettere, et le altre virtù recano infinito aiuto, ed splendore al mestier loro, non le havendo aprese di prima nella fanciullezza, per la fatica, et vergogna accompagnati nell’altre età dall’avaritia, si come ho detto, non se ne curano poi di apprenderle, et imparare, et forse ancora che non possono per il cattivo, et lungo habito, che hanno fatto; ma per non parere che lor rimanghino in una ignorantia crassa, et volontaria mostrano di non istimarle, et le biasimano à guisa di Lecinio, il quale soleva dire, che le lettere erano la peste pubblica delle città, ma non era maraviglia ch’egli dicesse questo, essendo in tal modo ignorante Imperatore, che non sapeva ne anco sottoscriversi à un decreto, et ben gli sarebbe convenuto in sepoltura l’epitafio, che nella sepoltura di Caligola fu scritto. Qui giace l’Imperator Caligola, il quale fu indignissimo dell’Imperio per essere ignorante, & fu privato della vita per essere vitioso. Così a cavallarizzi del tutto ignoranti si potrebbe anco dire quell’Adaggio over proverbio che dice, sono più ignoranti di Filonide, che fu tra gl’ignoranti ignorantissimo. Biasimano anco le lettere, la musica, l’atteggiar a cavallo, il giocar d’arme, il ballare & altre virtù in quest’arte, dicendo che hanno à far lettere & quest’altre cose col cavalcare, & col governo di una stalla? quasi che dir voglio tanto proprio quanto la Luna non i gambari: & soggiungano à noi basta il saper ben cavalcare, noi non vogliamo essere dottori, scrittori, atteggiatori, & musici; & però il fine di questi tali è propriamente il guadagno; dove di quelli che hanno col ben’agitar cavalli congiunte le virtù suddette e spetial & principalmente l’honore & la virtù.
P.
In questo m’havete così ben sodisfatto ch’io non vò dirvi altro, ma i Prencipi perchè se ne servono?
C.
Di chi volete voi hora che si servino, [p. 116r modifica]da che il mondo guasto è quasi pieno di simili huomini? & à ristamparne uno di nuovo come dev’essere è quasi impossibile. Poi ancora voi sapete che questi tali si trattano più alla dimestica che non si farebbeno i nobili & virtuosi; alli quali se deve havere maggior rispetto in tutte le cose. Vien anco che à Principi e Signori non vien quasi mai detta la verità.
P.
O come mo voi dite il vero. Io mi ricordo haver letto in un Dialogo, che la verità non entra mai dove stanno i Prencipi, & Signori, perchè è ritenuta & ributtata da quelli che guardano la porta. Sì che voi dite bene che questa non perviene quasi mai all’horecchie del Prencipe, che sono le porte, & però non essendo proposto questo per il migliore, che veramente è il meglio, & quello non essendo scoperto per quello che è i Prencipi rimanghino serviti il più delle volte da peggiori. Sarebbe quest’anco in vero bonissima ragione, la quale vò dir’io, se ben toccasse dirla à voi, & è che i Signori tal hora sono ostinati, & per voler far miracoli alle volte favoriscano uno, & di un asino ne fanno un destriero, inalzandolo à gradi honorati, il quale meriterebbe disfavore & di essere abbassato, & per contrario molte volte diffavoriscano quello & lo abbassano che degno saria d’ogni favore, & di essere inalzato.
C.
Non credo che in questo numero de’ Signori comprendiate il vostro gran Cardinal Alessandro Farnese.
P.
Ne esso per certo ne molt’altri Prencipi e Cardinali i quali so ben che mal la farebbeno molti virtuosi senza il lor pane, à tanta miseria & tristitia è ridutto il mondo: hor da questo inalzare & abbassare deriva bene spesso la bona & cattiva fama ancora di questi e di quelli. Come per lo più si vede che ciascun si move à lodare ò vituperare quelli che sono più famosi & in più credito appresso à prencipi.
C.
Questo è verissimo in tutti gli essercitij virtuosi, & ci sarebbeno dell’altre ragioni à provarlo ancora se noi volessemo prolungarsi, ma non essendo di mestiri trapassiamo più oltra.
P.
Trapassiamo di gratia di sapere perche causa non havete dato fuori il terzo libro che prometteste nel proemio? & se pur lo darete quando sarà? perche questo parmi che habbi ad essere la conclusione di tutto l’intento vostro, & per vero è quella che più si desidera in ogn’opera.
C.
Molti auttori hanno fatto il simile, che havendo promesso di dar fuori tutta una lor compositione over opera, ne hanno poi dato parte, & parte se ne hanno riserbata ò per vedere che apporti il grido de gl’huomini sopr’essa, che se sarà biasimata à torto ò con ragione, potranno nel seguente emendarla, scusarsi, & diffondersi dalli biasimi & calunnie che à torto le furono dati. Se la riserbano ancora bene spesso ò per non haverla loro così ben limata come desiderano, ò per vedere il desiderio de i lettori in aspettarla; percioche se la parte prima sarà loro piaciuta, non è dubio alcuno che desideraranno anco di leggere la seguente, & così l’autore pigliando questo giuditio da sì fatto desiderio che lor debbi essere grata, di poi limata, la manda fuori appresso alla prima; non così però ho fatt’io, che havendo publicati [p. 116v modifica]li due primi libri potevo lasciarli così stare senza il terzo, che ben poteano stare se non fusse ch’io havea promesso di darlo, & per il titolo, il quale s’io havessi scritto ò della natura de’ cavalli, ò in altro modo come diceste voi, over hippico assai bastava, & io per aventura non sarei stato obligato ad altro, ma condennandomi tal titolo fui tenuto sodisfare, & però lo diedi, nel quale chiaramente si vede l’intento ch’io ho havuto ne gl’altri dui libri, & se ben feci hysteron proteron, cioè che quello ch’io devea dir di poi lo dissi prima, l’ordine però è stato necessariamente commutato, & à me è stato lecito di fare come molti degni auttori hanno fatto; nel qual’ordine & discorso io non vò dir altro, rimettendomene al giuditio vostro, e di chi sa.
P.
Io per me non saprei dare questo giuditio, ma credo bene che quest’ordine trasposto sia stato da voi non solo necessariamente, ma etiandio bellamente commutato, & però circa questo non dirò altro. Ma voi dite di haver dato fuori il terzo libro.
C.
Sì dico.
P.
Et qual’è questo?
C.
Questo che tra noi trattiamo hora è d’esso.
P.
Che, questo ragionamento che noi facciamo insieme adimandate voi dunque il terzo libro?
C.
Sì dimando.
P.
A’ me pare che altro sia il ragionare, & altro sia lo scrivere, & di poi scritto cavar fuori un libro.
C.
Voi mi fate ridere, tanti libri che si trovano in dialoghi che cosa sono? Sono altro che ragionamenti tra più persone?
P.
Questo ragionamento nostro adunque è un Dialogo e un libro, & questo libro sarà il terzo che havete promesso.
C.
Sì, questo è il terzo ch’io promisi nel Proemio.
P.
Et quando lo darete voi fuori?
C.
Non vedete voi che secondo che mi andate interrogando, & io rispondendo lo veggo à cavar fuori, ò per più vero dire, voi & io lo caviamo fuori?
P.
Adunque di tutto quello ch’io vi ho adimandato, & che vi adimanderò d’intorno al soggetto che havemo per le mani, & voi mi risponderete sarà composto il libro? & altri non lo intenderanno se non quei pochi gentilhomini & cavallieri, che qui hora ci ascoltano? Se così sia, credo, che rimarà istampato in aere & non in carta, come credo quasi che habbi ad essere del vostro cavallarizzo, il quale per volerlo con tante virtù & conditioni farlo volar al cielo rimarasse nell’aere, & nell’aere à chi vorrà vederlo in atto bisognerà contemplarlo peggio che le Idee di Platone. Ma senza burla di gratia ditemi da vero questo discorrere che noi facciamo hora, del quale voi v’ingannate di farne il terzo libro, lo farete voi stampare presto ò tardi?
C.
A dirvi il vero di già è istampato, & non è cosa che voi hora mi adimandiate, che da me non sia stata prevista, & stampata in quello.
P.
Et in Dialogo l’havete fatto stampare?
C.
In Dialogo.
P.
Io vi dirò il vero, che per essere in Dialogo attaccato con gl’altri insieme, io non l’ho detto, credendomi che non fusse il terzo, il quale io non so come ben si convenga che questo sia in Dialogo, essendo gl’altri due con continuo discorso di voi solo.
C.
Vi rispondo, che se haveste avertito al titolo di questo terzo, over letto la lettera ch’io scrivevo al gran Farnese [p. 117r modifica]sopra di questo, voi non havreste havuto causa di dubitare hora: dico ancora che per questo si convien che sia in Dialogo, perche discorrend’io della natura de’ cavalli ne gl’atti, del cavalcare, e di tant’altre e cose pertinenti al sapere d’ogni buon cavallarizzo, & voi hora essaminandomi, che ben si pò dire essamine, il sottil interrogare che voi mi fate, habbi quasi sotto un sol discorso risposto à quanto voi havreste potuto adimandare in più, & più volte in tal discorso; lasciando solo di nuovo il dubitare à voi sopra esso, & adimandare.
P.
Veramente che queste vostre ragioni mi piaceno ma non so però bene come si attacca, che prima habbiate dato il Dialogo fuori che sia stato il ragionamento tra noi: non dimeno si ammette ancor questa. Hor voi però havete seguito il rimanente de gl’altri due libri che vi restava in quest’ultimo, che havete fatto in dialogo, volendovi forse di questo in questa forma tacitamente quasi come per Apologia servire, et rispondere ad alcune tacite obiettioni, che vi havrebbon potute fare.
C.
L’intento mio non è stato già di servirmente in questo conto, ma pur quando il Dialogo in ciò mi servisse che mal sarebbe? Ma lasciando hormai questo discorso, seguite vi prego oltra nel dimandare, che per vero mi fate cosa gratissima, percioche oltra ch’io desidero di compiacervi, voi mi date anco causa con le vostre adimande, & obiettioni di acuirmi l’ingegno nel rispondere.
P.
Da che conosco di farvi cosa grata seguirò il dimandarvi; & prima desidero sapere che altre cose sono quelle che al cavallarizzo s’apartengono di sapere oltra quelle, che ne i libri superiori havete detto.
C.
Tutto quello che si è detto de’ cavalli, & del cavalcare credo che habbiate per manifesto che se gli convenghi sapere, & molto più ancora ch’io non ho detto circa le cose medesime; il che io ho lasciato, & lascio, perche sarei stato, & sarei più lungo di quello, che il dovere havrebbe voluto, & il rimanente del giorno d’hoggi comporta; & perche anco se sarà letterato, & intelligente lo potrà sapere, & cavare agevolmente da libri, con legger spesso, & attentamente molti auttori, che di si fatte cose hanno trattato. Ma quelle però ch’io vorrei che sapesse il mio cavallarizzo, & che l’ornassero in guisa tale che perfetto si potesse adimandare non sono ne queste, che hora vi ho conte nel ragionar nostro ne quelle che ne i libri di sopra dissemo disgiunte dall’altre ch’io vò dirvi hora, se pur il tempo ci basterà à ragionare, che già vedo, che l’hora si fa tarda, & non potremo.
P.
Havemo ancora più di un’hora di tempo prima che l’hora sia d’andare a spasso, & però fatelo di gratia in questo mentre piu perfetto che potete, che se bene il naso, ò le mani, ò altro gli mancasse per compirlo, noi siamo per riddursi un’altro giorno, e un’altro se non basta, per sentirvi che finiate.
C.
Ancora che voi habbiate voglia di burlare, io non dimeno vorrei da vero, che’l cavallarizzo del qual parliamo fosse come voi siete Cavallier Prospero, che almeno sarebbe & compito cavalcatore, [p. 117v modifica]& arguto Cortegiano. Ma per non perdere piu tempo in questo, ristringendomi quanto posso, vi dico da senno, ch’io desidero che sia, che havendo a servire, massime à Prencipe grande, ben nato, alattato, & disciplinato, bello di corpo, & d’animo, ornato di gratia, & di quel non so che, che non si sa, ne si pò esprimere, che lo rendesse nelle sue attioni grato non solo à Prencipi, e cavallieri, ma à ciascuno che lo mirasse; il che anco che sia singolarissimo dono della natura, non è però che anco non s’acquisti co’ libri in mano, & con una bona, & lunga esperienza, & però ho detto ancora per questo, ch’io vorrei, che fosse letterato. Vorrei oltre di ciò, che fosse esercitato fin da fanciullo, nel ballare, nel lottare, nell’atteggiar à cavallo, & nel giuocar d’armi; cose tutte che lo disciolgono molto, & lo fanno disinvolto, & rendono piu atto in ogni impresa, che al corpo s’appartenghi, & massime nel cavalcare. Vorrei sopra tutto che armato, & disarmato sapesse correr lancie in ogni guisa; Torneare, giuocar alle canne, & à caroselli; & in tutti quei modi aggitar cavalli, che sia possibile con quella debita misura, che si richiede; il che habbi cominciato fin dalle tenere unghicciolette come dicano, & dalla sua età tenera; nella quale le vie che si aprendino, mai si lasciano, anzi in quelle si divien sempre più perfetto. Et però vedete, che costoro che istituiscano un gentilhuomo per essere come si deve, vogliono che di sei anni impari le lettere Latine, & Greche, nelle dodici il cavalcare, & le virtù, che richieggono piu fortezza di corpo, & saldezza di membra; & per saper con debita misura, & tempo aggitar cavalli, vorrei che sapesse almeno tanto di Musica di canto che à battere ogni tempo fosse conveniente. Vorrei di più, che cosa alcuna non facesse per ostentatione, ne per iattantia, ne superbia ma per honore, & per amore di far cosa debita, & grata al suo Signore; per il quale fosse pronto à mettere la vita, se fosse di bisogno. Vorrei che fosse astuto, & sagace, & sopra tutto prudente, patiente, & temperato. Desidero anco che sia non men piacevole, affabile, & gioviale che bellicoso, & martiale, & però dev’esser forte, & di corpo robusto, & d’animo costante. Che così il Prencipe, che havrà cavallarizzo tale, veramente si potrà adimandar felice; & l’istesso cavallarizzo sarà felicissimo, ancor che mai premio alcuno uguale al merito delle virtù sue ricevesse; se però la vera gloria & felicità propriamente nelle virtù consiste.
P.
Havete voi à dir altro M. Claudio?
C.
Havrei à dire assai piu, & mi pare non haver detto il terzo di quello ch’io desidero nel nostro cavallarizzo; ma poi che l’hora è così tarda, non vo dir altro.
P.
Voi havete detto tanto, & sete stato si lungo in questi vostri io vorrei, io vorrei, che non l’havete quasi mai finita, & però non vi si ha potuto opponere, ne adimandar altro. Perche io adunque come giudice non dò sententia, ma essendo l’hora tarda del riddursi, ci ridurremo à i nostri affari, intimandovi, che dimane, all’hora istessa d’hoggi, vi ritrovate nell’istesso luogo, à render [p. 118r modifica]conto di quel che havete detto; altrimente vi si opponerà di essere parlatore senza sale, & fondamento alcuno; & io per questo vi potrò dare giustamente la sententia contra, & sarà vostro danno.
C.
Io per me volentier fuggirei questo peso per ogni buon rispetto, & perciò anco m’ero ristretto nel dire come havete visto, & nel restringermi havevo prolungato il parlar mio piu di quello ch’io non havrei fatto, accioche per questo non mi haveste da molestar piu in cotal conto; ma hora ch’io vedo che non riesce come credev’io, per non haver contrario un giudice severo come voi siete, del quale non che io ma i Radamanti proprij, & i Minoi havrebbeno da temere, mi riddurrò al luogo, sì come havete detto; & aspetterò la tremenda vostra sententia.

Risesi a questo, & ridendo fu trascorso alquanto su tal ragionamento da i cavallieri, & Signori ch’erano presenti & fu concluso che il dì seguente si facesse ciò che dal Commendador era stato determinato. Et così nel giorno appresso ritrovandosi ciascuno nel luogo istesso fecemo il seguente Dialogo. Et ripigliando il ragionare del giorno andato il Commendador Prospero in questa guisa gli diede principio.