Libro terzo
Della Colombina, e Polline: della sementa, e modo di conoscer la buona e la cattiva.

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Libro terzo
Della Colombina, e Polline: della sementa, e modo di conoscer la buona e la cattiva.
II IV


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Giunto il sole in Ariete, allor che soffia
Ostro garbino, e gl’incostanti venti,
E l’equinozio notte e dì pareggia;
Ripiglia pur costante la fatica,
Poichè del frutto la stagion s’accosta.
Ma in tanta copia forse non l’avrai,
Se pria di questo tempo, altro sudore,
Allor ch’è in Sagittario il sol, non spargi.
Io tel dovea ridir ne l’altro Canto,
Allor che ne lo stabbio m’imbrattai;
Ma qui pur dovend’io nuovi escrementi
Ricavar fuori da la colombaja,
E dal pollajo, riserbaimi a dirti
Del preparar per l’ultima fiata
Il canapajo in questo sito appunto.
Nel primo freddo adunque, che in Novembre,
Con le tue dita ti farà far pepe,
Per la terza fiata hai con l’aratro

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Da prepararti ’l canapajo , e ’l letto
Adagiar dove la semente cada,
Allor che ’l marzial mese declina.
Ciò tanto fassi tempestivamente,
Perchè il prossimo ghiado , e in un la brina
Nudrichi ’l campo, e in cener lo riduca.
E che non fan le gelide pruine?
Squarciano i monti, ed i macigni stessi,
E le più annose querce: or che faranno
Poi de la creta vil, benchè ostinata?
Che se mai de la forza diffidassi
Del ghiado, o pur, che ’l Verno a noi venisse
Dolce, temprato, a suo bell’agio, e senza
Il venerando pelliccione intorno;
E però dure e immobili le creste
De la tua terra rimanesser anco,
Nè si squagliasser per virtù di freddo;
Tu con più di due mani, e di due braccia
(I robusti garzoni adoperando
Carchi di grave mazzapicchio il pugno,
Per retroguardia del tuo curvo aratro)
Rompi le glebe incolte, e turbatrici
De la bramata egualità del campo.
Questa festosa schiera giovenile
Può la fatica alleviar col canto;
E più, s’è qualche villanella seco,
Che d’amor punta, gli altri a l’opra desti.
Tal gara insorgerà fra d’essi allora,
Che ciascun cercherà d’esser gagliardo,
E nel lavoro d’ottener la palma,
Rompendo a forza di pesanti colpi
Le dure glebe, e i ruvidi matoni,
Fin che l’ombre s’allunghino dei monti,

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E notte gli animai chiami al riposo.
A l’apparir de l’alba poi, lasciando
I giuvenchi a le stalle, il buon cultore,
D’jer sera sul lavor gli occhj aguzzando,
Vedrà se tutto sia d’egual pianura.
Allora, di badil la mano armato,
Noti ’l sito opportun, dove cadendo
L’acque, per sorte, congregar si possano,
E giusta a quel declivio, a cui natura
Le porta, ivi con l’arme astata, e aguzza,
Cavi più solchi scolatoj, da l’una
Parte passando a l’altra, infin che truovi
Il maggior solco, o la maestra fossa,
Dove la neve liquefatta, e l’acque
(Che spesso il cielo da le nubi scioglie,
Allor quando acquazzosa è Primavera)
Possan, quante mai son tutte acquacchiarsi,
Ed inzupparsi nel terreno incolto,
O passar nel comun largo acquidotto.
Così sicuro allor del tuo apparecchio,
Lascia in riposo i buoi, lascia ogni ferro,
Che ruggin prenda, ed al favor del cielo
Abbandona te stesso, e la tua speme,
Il pensier rivolgendo ad altra cura,
Fin che tempo opportun giunga a nuov’opra.
Giunto il sol poscia al declinar di Marzo,
Quando la terra s’innamora al caldo
Di Primavera, ch’ogni cor rallegra,
(Come già udisti al cominciar del canto)
Siccome padre, che la figlia voglia
Accompagnar col desiato sposo,
Oltre la dote già promessa in patto,
I nuziali arredi anco prepara,

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Vesti, monili, e ’l mondo muliebre;
Tal far dovrai tu, che ’l tuo campo amando,
Al desiato tempo il frutto aspetti.
Son questi arredi un certo fior di fime,
Ch’io t’accennaj, ma non quanto già merta;
E per far che la tua canapa in candore
Ogni altra, e in peso, e in abbondanza vinca,
E’ una miniera, credilo, un tesoro;
E pur deriva da sì vil radice.
Perchè ’l colombo dentro ’l suo corbaccio
Depor la suole, colombina è detta;
E com’è d’un augel tutto amoroso,
Ma temprato così, ch’anco è piacente;
Quel foco, che in se nutre, è dolce fatto
Dal dolce viver suo, ch’è tutto amore.
Inviscerato poi quest’escremento
Nel coltivato ventre de la terra,
Amor, che da amor vien, cava e produce,
E tutta immantinente la riscalda
Di prolifica voglia, e l’innamora.
Tal puledrotto, se di paglie sole,
O di gramigna d’ordinario pasce,
Vive sì quanto può sano e robusto,
E ben si regge a le fatiche usate:
Ma se lungo viaggio gli prepari,
E seco vuoi caracollare in lizza,
Biada gagliarda, e di sostanza piena
Conviensi, e non già più campestre fieno,
Onde spirto e vigor tosto ripigli.
Così la terra è terra: arida nata,
E di ciò che dà il ciel vive, e germoglia;
Ma se zolfo, o miniera in lei non passa,
Ingigantir mai non vedrai le piante:

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Or questo fime è il zolfo, e la miniera,
Che con quel blando e sì gentile ardore,
In lei di ben fruttar le voglie desta.
Se non che rare, mi dirai, le torri
S’alzan qui ’ntorno, ove ’l colombo annidi,
Perchè più saporite ama pasture,
E però raro è ’l suo escremento ancora,
Nè mai senza miracolo può farsi
Moltiplicar ciò che in se stesso è scarso.
Questa penuria, e questo sì lontano
E difficil tragitto è quel, che raro,
E in un di prezzo rigoroso il rende.
Io non vo’ però già, che disperato,
Dal coltivar la canape t’astenga:
Vedesti mai tu ’l medico a l’infermo
Tal medicina famigliar proporre,
Nota, e che nasce ne’ tuoi stessi campi,
Quando l’oltremarina aver non puossi,
E che di quella al par l’infermo sani?
In questa carestia fa tu lo stesso,
E un somigliante effetto ne vedrai.
Se colombina tu non hai, rivolgi
L’animo a le polline: e qual v’ha tetto,
(E sia pur di città, sia pur di villa)
Che pollajo non abbia, e non vi nutra
Galli, galline, gallinacci, ed oche,
E l’anitre, e la chioccia, e ogni altro pollo?
Allor, che s’accovacciano nel nido,
E s’appollajan per le lunghe notti,
(Che per lor si fa notte innanzi sera)
Allor si digerisce, e si prepara
Il nutrimento de la tua cultura.
Questo, adusto che sia, e in polver fatto,

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Raccoglil pure, e fanne uso a tal uopo,
Che vedrai rinverdir le tue speranze.
Però tu, ch’hai fantesche in tuo dominio,
Cui tanto è caro il gallinajo, ch’altro
Far non san, che allevar chioccie, e pulcini,
Tienle in dover ben rigoroso, ch’abbiano
Custodia sì del tuo pollajo, e l’uova
Colgano a tempo, pria che ’l can le ingoi,
O la furtiva man de la gastalda,
Per vendita poi farne in sul mercato;
E ogni dì la mondiglia, a un’ora sempre,
Sia quel pennuto gregge a pascer pronta,
E l’acqua si rinnovi ogni mattina,
Per toglier lor de la pipita il morbo.
Osservi il gallastron quante abbia ad uso
Concubine fedeli, e le già vecchie
Con pulcelle novissime rinovi,
Che ovaja vecchia non è mai feconda;
Ma per riconpensar poi sua fatica,
De le polline traffico non faccia
Occultamente, e a te gran danno arrechi.
Questo fu ’l patto, che durò tant’anni
Con la mia fida vecchierella Ippolita,
Nè froda mai (ch’io sappia almen) commise,
Bench’io quale infedel la canzonassi.
Ammassa pur di tanto in tanto, ammassa
Queste lordure, e le riponi in monte;
Che di riconvertirle il tempo è questo
In un censo fruttifero e sicuro,
Che cento e più moltiplichi per uno.
Le colombine, e le polline adunque
Sieno pronte al bisogno, asciutte e trite
Qualche dì pria, che a seminar t’accinga

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Il canapajo tuo già ben disposto,
Che come fior rugiada, il seme aspetta.
Quel dì poi che cominci, empier tu dei
Più d’un canestro, e sien quei che al Settembre
Per coglier l’uve, e vindemmiare adopri.
Quanti canestri avrai, tanti ne colma
Di questo fime, e tanti uomini e donne
Accorda, che sien teco a quest’impresa.
Vattene al campo: ivi ciascun si sparta
In lontananza, quanto un braccio puote
Vibrar cosa che in pugno abbiasi stretta:
Poi da l’un capo del terren già culto
Ciascun cominci a pugna piene, e spesse,
A sparger quanto può quel prezioso
Escremento raccolto, a passi andanti;
Nè già si penta se un medesmo sito
Due volte e più si carica a bizeffe
Di questa lorda polverosa pioggia:
Giova qui l’esser prodigo, e pentirsi
Non val dappoi, se ti mostrasti avaro.
Il giorno finirà, ma non finisca
Il tuo lavoro: in altro dì ripiglia
(Purchè pioggia il tuo oprar non interrompa)
Ripiglia a sparger dove non spargesti,
Sicchè la colombaja, ed il pollajo
Vuoti, e que’ sacchi ancor, che già mercasti
Dal venditor falsario a caro prezzo.
Pur tu vorresti a regolar la mano
Una giusta misura; or io darolla.
Se ciò che butti, colombina sia,
Dodici volte n’empierai lo stajo,
E un’altra ancor (e l’avarizia muoja.)
Se poi più agiato è a te l’usar concime

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Di polli, allarga, allarga pure il pugno:
Venticinque fiate empi lo stajo,
E fino a trenta, ma più in là non passa;
E o de l’uno, o de l’altro è in tua balìa
Di tanto darne ad ogni tornatura,
Che tu di te puoi contentarti, e ’l puote
D’un tal tributo la tua terra ancora.
Il desiato tempo allora è giunto,
Che tu dia mano ad impregnar la terra
Col prolifico seme. E qui convienti
Qual sia conoscer la miglior semente,
Pria che la butti a seppellir nel campo,
Nè invano ’l frutto in sua stagione aspetti.
Però m’ascolta, e ogni mio detto poni
Tutto in riserva ben ne la tua mente.
Non ogni seme atto è a produr buon frutto.
Tal ne dà la natura, che traligna,
E la speme non men, che gli occhj inganna.
Tratto che ’l seme sia da la sua guscia,
E ben asciutto per virtù del sole,
Fa che lo purghi da la polve il vaglio,
E i rimasugli inutili ne scevri:
Poi lo ripon, per conservarlo, in vaso
Di cotta creta, che di fresco abbonda,
E per porosità l’aria riceve;
Coprilo sì, che ’l topo ingordo, o pure
Non tel rubbin le provide formiche;
E in tal conserva, purchè spesso il vagli,
Durerà sua virtù feconda, e intatta
Per quanto tempo il sol due volte giri
Del Zodiaco la fascia in tutti i segni;
E sappi, che di due stirpi si danno
Semi, e di due livree coperti il dorso:

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L’uno (ed è quello in sua virtù perfetto,
Che de la buona canape è radice)
E’ rotondetto, come coriandro,
Di nericcio color pesante e grosso:
L’altro è assai più minuto: ed è rossigno,
Nè rotondo così, ma quasi ovale,
E di cuspide armato in un de’ capi:
E questa, se nol sai, questa, ella è appunto
Del canapino seme la zizzania,
Che l’imperito agricoltore inganna.
Agostina s’appella, perchè appunto,
Quantunque seminata a un tempo stesso
Col miglior seme eletto, e più pregiato,
In Agosto matura, anzi talvolta
In Luglio ancora, e la stagion previene:
Ma pigmea di statura, e lieve, e corta,
E d’infelice appariscenza a l’occhio.
Il buon coltivator, che la conosce,
La recide ben tosto, e dàlla al foco
Questa peste del campo, che orgogliosa
La gigantessa canape reina,
Fuor di stagion, vitupera, e avvilisce.
Qui nei colti però campi centesi,
Dove ogni villanel dritto discerne,
E in coltivar la canape ha buon naso,
O non alligna, o rado almen germoglia;
Nè in conto s’ha, che di selvaggio arbusto.
Come un tal seme in queste parti giunga,
Qualche infelice comprator ben sallo,
Quando ai mercati il venditor deluso,
Per penuria di seme, altrui lo vende,
E rifà in piazza la commedia antica,
Che due figli suppose, uno per l’altro.

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Ma il ciel volesse, che tutti i suppositi
Fossero come quei, che ’l mio divino
Ariosto già un dì mise in commedia.
Quei fur scoperti, e furon galantuomini,
Nè di falsa semente fu Dulippo,
Nè ’l suo compagno Erostrato: amendue
Fecondi furo d’onorata prole,
Nè dal supposto fu avvilito il vero.
Ma il suppor seme falso, adulterino
A la vera semente canapina,
E’ vitupero, che la merce tutta
Può screditar, sicchè non più la fama
De la centese ampla ricolta voli
Per le piazze più illustri oltramarine.
Però ben diligente esame in pria
Dal nostro esperto agricoltor si faccia;
E se un solo granello, un solo arbusto
Ne scopre, il butti al fradiciume, al ciacco,
O falce inesorabile ’l recida.