Il Parlamento del Regno d'Italia/Giuseppe Finzi

Giuseppe Finzi

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Vincenzo Spinelli Carlo Passaglia
Questo testo fa parte della serie Il Parlamento del Regno d'Italia


Giuseppe Finzi.

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GIUSEPPE FINZI


deputato.


È uno sotto molti rapporti dei più ragguardevoli membri della maggioranza della Camera.

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È nato a Rivarolo fuori, grossa borgata del Mantovano compreso nel territorio che la pace di Villafranca assicurò al regno italiano. Il patriotismo del Finzi è sempre stato uno dei più ardenti e dei più disinterressati che mai abbia scaldato un petto italiano.

Nel 1848 ei fece parte del Governo provvisorio della provincia mantovana per gli affari della guerra e disimpegnò le difficili incombenze del suo incarico con la saggezza e la moderazione di uomo pratico, equo ed avveduto. Dopo il 48, non volendo pur rinunciare alla speranza di redimere la patria dal giogo straniero, abbracciò le idee di Mazzini ed entrato nella congiura di Mantova venne, allo scoprirsi di questa, arrestato e gettato nelle prigioni micidiali della Mainolda, che non valsero tuttavia ad abbattere la vigoria di quell’anima costante.

Sventando tutte le insidie tesegli da un giudice istruttore, il cui nome si è acquistata una triste celebrità negli annali del martirologio italiano, egli non solo non tradì mai sè medesimo, tenendosi sempre sulla più ferma negativa, ma non compromise mai menomamente i propri compagni di pericoli e di sventura, tanto che riuscì a strappare la propria testa al patibolo.

Nel 1859, appena si manifestarono i primi sintomi della guerra liberatrice, il Finzi venne a Torino e fu messo in rapporto col conte di Cavour che, apprezzando da quel fino conoscitore degli uomini ch’egli era, le qualità di cuore e di mente del coraggioso lombardo, gli affidò l’importante quanto pericolosissima missione di precedere le nostre truppe nelle native contrade, onde osservare quali fossero le forze del nemico, penetrarne le intenzioni e nel tempo medesimo inanimire le popolazioni assicurandole di un pronto riscatto. E questo non sì tosto compiuto, al Finzi fu dato il governo di quel tanto della provincia mantovana già fatto libero dell’oppressione austriaca; governo cui rinunciò finita la guerra, onde poter venire a sedere nel Parlamento nazionale.

Nel 1860, prima che avesse luogo la spedizione di Sicilia, Garibaldi scelse il Finzi insieme al Mangili [p. 710 modifica]a presiedere la raccolta del denaro che doveva servire alla compra del milione di fucili; scoppiata la rivoluzione in Sicilia, Finzi contribuì assaissimo all’allestimento della spedizione di Marsala, e quando si trattò di inviare rinforzi, Finzi si recò a Marsiglia, vi comperò tre vapori che trasportarono indi a poco Medici e i suoi. Più tardi, trattandosi di sollevare gli animi dei Napoletani alle idee di riscossa e di facilitare così lo sbarco di Garibaldi sul continente, Finzi, insieme a Zanardelli ed altri animosi fu inviato dal conte di Cavour in Napoli, ov’ei s’adoprò efficacissimamente a tal uopo, spedendo anche in Calabria molte casse di fucili, servendo così di intermediario attivissimo tra il gran ministro e l’intrepido generale.

E qui non è anzi a tacere che il Finzi, da quel caldo italiano che è, si adoperò sempre a metter l’accordo fra i due sommi, de’ quali abbiamo detto altrove doversi l’uno riguardare come la mente, l’altro come il braccio d’Italia. Chè se il Finzi non potè appieno riuscire nell’assunto, non lo si deve attribuire a mancanza di abilità e di zelo per parte sua, ma alle mene odiose degli uomini prettamente di partito che si adoperarono quanto poterono e seppero a suscitare l’animo del liberatore della Sicilia contro colui che l’avea pur tirato dall’ombra in cui stavasi immerso, coll’affidargli un importante comando durante la guerra del 1859.

Il Finzi nel Parlamento sedette al centro sinistro accanto all’Allievi, al Guerrieri-Gonzaga, al Gadda, al Massarani, ma si chiarì tosto e apertamente ministeriale puro sotto l’amministrazione del conte di Cavour e del barone Ricasoli, dichiarandosi poscia avversario assoluto del gabinetto Rattazzi. Senza essere oratore, Finzi parla con una forza e con una spontaneità che si concilia l’attenzione e le simpatie della Camera. La sua parola non è ornata, ma si sente che emana da convinzioni profonde e che non si discostano mai dal retto, dall’onesto e dal patriotico.

Ognun sa la parte ch’egli ha preso in ultimo luogo al giudizio pronunciato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulle società delle ferrovie meridionali. Il rigore esagerato di questo giudizio, che colpiva pure [p. 711 modifica]alcuni degli amici personali del Finzi, serve a provare com’egli spinga l’imparzialità fino ai limiti estremi.... Del resto il ministero Minghetti-Peruzzi ha in esso un energico e saldo sostenitore.