Il Parlamento del Regno d'Italia/Gino Capponi

Gino Capponi

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Saverio Baldacchini Michele Bertolami
Questo testo fa parte della serie Il Parlamento del Regno d'Italia


Gino Capponi.

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La famiglia, alla quale appartiene il marchese Gino, è una delle più illustri non di Firenze e della Toscana soltanto, ma d’Italia e d’Europa.

I Capponi son della schiatta di quei patrizî fiorentini, contemporanei e competitori dei Medici, dei Pazzi, dei Peruzzi, degli Strozzi e dei Ricci, ch’esercitarono una così grande influenza nelle pubbliche faccende dell’altissimo municipio, e furono alternativamente severi e probi magistrati e valorosi ed abili capitani di guerra.

Ognuna di quelle famiglie ha le speciali sue glorie; quella di cui sono a buon diritto fieri i Capponi è il motto sublime gettato da uno dei loro più nobili antenati, l’immortale Piero, a Carlo VIII di Francia, lorchè il re straniero, entrato quasi per sorpresa in Firenze, e pretendendo perciò averne fatta la conquista, voleva sottomettere a durissime condizioni la patria di Dante.

Il Capponi alla testa della magistratura municipale gli stracciò sul viso la scritta ove stavano registrati gli umilianti patti e fè mostra d’andarsene gridandogli: «Quand’è così, voi suonerete le vostre trombe e noi le nostre campane!» Fermezza e presenza di spirito ammirabile che trionfarono dell’albagia dell’invasore e lo ridussero a più miti consigli.

Il marchese Gino Capponi non è degenere da tanto eroe. — Ai sentimenti di patriottismo il più puro, egli congiunge quelli dell’ottimo padre di famiglia e del filantropico cittadino.

Dotato di qualità intellettuali della più grande levatura ha fatto studî profondi tanto che si è trovato in grado di sostenere degnamente le più alte cariche dello Stato.

Si sa l’importantissima parte ch’egli ebbe negli avvenimenti politici del 1848. Presidente del Consiglio [p. 826 modifica]dei Ministri in quell’epoca di crisi, se un rimprovero gli si potesse pur muovere quello solo sarebbe di non aver creduto ai esporsi con energia al trasmodare di un partito, che dovea più tardi occasionare in parte gravi lutti alla patria.

Quando scoppiò a Firenze il movimento irresistibile contro l’oppressione guerrazziana il marchese Gino fu messo alla testa del Governo provvisorio, che resse in quei giorni luttuosi, in cui già l’Austriaco penetrava da ogni lato nel Granducato, la pubblica cosa.

Il Capponi, accettando a quell’ora quell’ingratissimo incarico, sperava egli pure di valere a scongiurare il gravissimo pericolo che soprastava alla Toscana dell’occupazione straniera e dell’abolizione dello Statuto.

Può egli asserirsi dalle persone di buona fede che quella speranza fosse del tutto illusoria? Non si ricorda forse che i granduchi di Lorena avevano fino a quell’ora goduta meritamente la reputazione d’essere umanissimi principi quanto illuminati e civilizzatori? Poteva credersi che l’erede dei Leopoldo I e dei Ferdinando III, sotto il regno dei quali la Toscana era apparsa uno Stato modello e dei più felici degenerasse tanto dal padre e dagli avi, fallisse alle tradizioni d’indipendenza dall’Austria, ch’essi gli avevan lasciate?

I profeti dopo i fatti compiuti hanno un bel gridare ed anatemizzare; le persone sincere e ragionevoli che conoscono la situazione della Toscana nel 1849 non faranno certo un torto a Gino Capponi, come non lo fanno ai Ricasoli, ai Peruzzi e a tanti altri chiarissimi cittadini di aver favorita la restaurazione del Governo granducale con lo scopo d’impedire che l’Austria avesse un pretesto ad invadere, e il Granduca un pretesto a ritirare le franchigie costituzionali accordate nel 1848.

Non appena Leopoldo II ebbe chiarite le proprie intenzioni, che il Capponi, il Ridolfi, il Ricasoli, il Peruzzi, ed altri onestissimi ed insigni cittadini ai quali il Granduca aveva inviata una medaglia onorifica e commemorativa della restaurazione, col respingerla palesarono apertamente, distaccarsi in tutto e per tutto, dalla politica Granducale.

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Da quel momento, il Capponi ha vissuto quella vita di uomo privato, che pur non è affatto lontana dal trattamento delle faccende pubbliche, in quantochè a lui convenivano di continuo tutti quei cittadini, i quali prevedendo imminente un mutamento delle sorti della patria, si rivolgevano a chi ha maturità di senno e caldezza di patriottismo, onde preparare gli avvenimenti stessi, e renderli il più favorevole che fosse possibile, all’ordinamento migliore del paese. Dunque il Capponi, era in questo modo, consiglio ed incoraggiamento a quei giovani operosi, che la tristezza delle passate vicende non iscoraggiva, e che credevano fosse giunto il momento tanto desiderato, di riaversi, e rifarsi.

Così il nostro protagonista, diresse in parte con invisibile mano, il moto del 1859, sebbene la di lui modestia, la gravità degli anni, e il funesto incomodo di cecità onde è afflitto, lo inducessero a rifiutare di prendere ostensibilmente la direzione della cosa pubblica, la quale eraglisi voluta affidare.

Il Re Vittorio Emanuele, ha conferito al degno discendente di Pier Capponi, il gran collare dell’ordine supremo della SS. Annunziata, onore insigne, che non suol compartirsi che ai regnanti, e agli uomini i più illustri, per natali e per meriti.

Così avverrà al Capponi, ciò che sarebbe utile, nell’interesse della giustizia, e del miglioramento dei costumi avvenisse più di frequente di quel che soglia qui in terra ch’ei morrà in mezzo all’ammirazione, e alle testimonianze di rispetto ed affezione, di tutti i suoi concittadini.