Parte XXII

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XXI XXIII

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— Sai che Pietro Paolo mi ha scritto? — ella disse d’improvviso.

Pietro Paolo era il marito.

— È una lettera curiosa; adesso te la farò leggere. Dove l’hai messa, Salvatore?

Salvatore cercò la lettera nel cassetto della tavola, e mentre Zebedeo la leggeva [p. 104 modifica]si scostò alquanto e finalmente si mise anche lui a leggere davvero il suo libro.

Per qualche momento un silenzio profondo regnò nella cucina pulita e ordinata come una stanza da ricevere: e quei tre parevano una famigliola raccolta, quieta intorno al lume domestico.

La lettera di Pietro Paolo era lunga, scritta su uno di quei grandi fogli a quadratini che usavano un tempo i commercianti. Egli diceva di aver saputo della morte di Basilio, e invece di compiacersene faceva le sue condoglianze a Lia.

«So pure che non ti ha lasciato nulla, e questo mi fa meraviglia: ma tutto è possibile nel mondo, e le cose meno credibili sono quelle che più di frequente succedono. Chi per esempio mi avrebbe un giorno detto che io finivo così, e che mi sarei rassegnato a tutte le mie disgrazie!

«È che Dio ci dà la vita, ci dà la disgrazia, ma ci aiuta sempre. Così i miei affari grazie a Dio vanno bene: il mio negozio s’è ingrandito. Ho due commessi, e le ordinazioni crescono di giorno in giorno. [p. 105 modifica]

Devo confessare che anche il tempo mi ha aiutato; perchè avevo molta roba in magazzino e adesso il ferro ha preso un prezzo d’oro. Dunque, ti volevo dire questo, Lia: mettiamo una pietra sul passato, e scusami se qualche volta ti ho scritto in quel modo: ma la passione e la rabbia mi trasportavano. Con tutto il mio guadagno, io faccio una vita miserabile, sulla sedia a ruote, spinto da una serva come un bambino. Adesso poi questa donna, sebbene in casa mia sia lei la padrona, e s’abbia messo un gruzzolo a parte, mi vuol lasciare: ha trovato un marito più giovane di lei che le mangerà tutto, si capisce; il mondo è fatto così; i pesci grossi divorano i piccoli.

«Io in casa ho bisogno di una donna che mi aiuti e poi sono stanco di star solo, di non voler bene a nessuno. Ho pensato sempre al tuo ragazzino, e sempre pensavo: se Dio ci avesse dato questo figlio prima della mia partenza tutto sarebbe andato meglio: Lia non mi avrebbe tradito. [p. 106 modifica]

«Basta con le parole. Il fatto è questo: se tu vuoi tornare con me io non ti farò più cenno del passato. Qui è un paese dove tutti lavorano, e quindi non si occupano dei fatti altrui.

«Nessuno troverebbe strano che noi ci si riunisse: anzi tutti me lo consigliano: il tuo Salvatore avrebbe in me un vero padre. Sento che è un ragazzo studioso: lo faremo studiare. Pensaci bene, Lia, io credo che tornando tu a casa mia, con le tue cure, con la pace nell’anima e il benestare io migliorerei in salute. E anche se non avessi da campare molto, ad ogni modo il tuo avvenire sarebbe assicurato perchè lascerei tutto a te. Rispondimi e credimi sempre il tuo affezionatissimo marito

Pietro Paolo


«P.S. Vorrei far venire qui anche il vecchio Michele Pala, quello che mi ha insegnato il mestiere. Con la sua abilità, gli farei guadagnare molto. Gli ho scritto; ad ogni modo ti prego di recarti da lui e pregarlo di rispondermi». [p. 107 modifica]

A misura che leggeva, Zebedeo provava un senso di sollievo. Se Lia tornasse col marito e sgombrasse il paese e la sua coscienza! Ma subito, dal modo noncurante con cui la donna lasciò che egli le porgesse invano la lettera e poi la rimettesse sulla tavola, e sovratutto da un lieve sogghigno che le torceva la bocca, si accorse ch’ella pensava in tutt’altro modo.

E perchè ella non indovinasse il suo intimo pensiero prese anche lui un’aria canzonatrice.

— Ha buone intenzioni il valentuomo?

— Buone intenzioni sì, malanno al resto della sua persona! Mi vuole per tirargli la carriuola poichè la serva lo abbandona. Ma io gli tiro il collo, se vuole, non la carriuola.

— Ma ha molti quattrini — arrischiò Zebedeo — e un mezzo paralitico come lui muore presto.

La donna lo guardò di sotto in su con uno sguardo che gli passò sul viso come una vampata.

— Non mi son valsi i denari di chi mi [p. 108 modifica]voleva bene, e come possono dunque valermi quelli di chi mi odia? — ella disse: poi accennò con gli occhi a Salvatore. — — La mia eredità è una sola, e quella nessun ladro me la potrà togliere.

Zebedeo sentiva voglia di sbuffare, di pestare i piedi. Ma perchè dunque non se n’andava? Cosa era venuto a fare? Cosa era venuto a fare? Sì, d’un tratto ricordò: era venuto a offrire denaro alla donna per aiutarla a vivere; ma era venuto anche spinto dal bisogno di un aiuto che gli facesse sormontare la sua pena segreta.

E l’aiuto era quello: di soffrire, per placare la donna e sopratutto la sua propria coscienza.

Allora andò incontro al rancore di Lia stuzzicandola ma a viso coperto come quando andava per raccogliere le api nell’alveare.

— A me, tuo marito mi sembra guidato da buone intenzioni. Parlo nel tuo interesse, Lia, e nell’interesse del ragazzo.

E lui scrive chiaro; (riprese la lettera e lesse): «Ad ogni modo anche se avessi [p. 109 modifica]da campare poco, il tuo avvenire sarebbe assicurato perchè lascerei tutto a te».

Tutto sta a vedere se questo suo famoso negozio è così bene impiantato e così lucroso come lui dice. Certo poi tu dovresti fare le cose per bene e scrivergli: sì sono disposta a venire, ma tu garantiscimi sul serio le tue promesse.

Lia non rispondeva, non sollevava più gli occhi, pareva non l’ascoltasse neppure; e anche il ragazzo leggeva adesso e Zebedeo si sentì isolato lontano da loro.

— Capisco che tu sei giovane, — ricominciò tuttavia con un’insistenza che meravigliava lui stesso. — Legarti a un uomo così già mezzo morto è una cosa poco allegra: però ci sarebbero tanti vantaggi e sempre la probabilità che egli ritorni presto nel seno del Signore.

— Se non ci pensa lui, a tornar presto nel seno del Signore, ci penserò io, — ella disse allora sottovoce con accento d’odio profondo: — ch’egli smetta di tormentarmi! Io non lo cerco; non l’ho più cercato da tanti anni. Se voleva uccidermi [p. 110 modifica]doveva farlo subito: se non poteva farlo lui poteva mandare un sicario, ma poichè mi ha lasciato vivere, allora, che mi lasci dunque vivere adesso. Mille volte mi ha scritto di aver giurato sul Cristo, mentre il sacerdote benediva il calice della santa messa, che mi avrebbe ucciso. E chi mi assicura che adesso tutto questo non sia una commedia per farmi andare da lui e vendicarsi? Ma io lo consacro al diavolo, prima! E può darsi che egli abbia delle buone intenzioni davvero, ma io non posso credergli: e forse questo è anche il mio castigo. La gente dice che sono stata io a fargli paralizzare le gambe; se Dio mi darà ascolto gli farò paralizzare anche le braccia e la lingua.

— Lia, come sei odiosa!

— Odiosa, sì, per chi mi fa del male. Io non faccio male a nessuno. Se male ho fatto l’ho fatto a me stessa; e che dunque mi si lasci in pace: anche le vipere se non sono stuzzicate non mordono. Ma se io odio, odio con ragione; e allora Dio mi aiuta nella vendetta, e mi manda fino a [p. 111 modifica]casa la mia soddisfazione. Vedi come.... (Zebedeo pensò: come io sono qui!) questo furfante mi scrive. Dopo avermi diffamata per tutto il mondo dicendo che sono una stregona, e dopo avermi minacciato di morte mi manda a dire che è infelice. Ma schiatta dunque; il dolore si paga solo col dolore.

— È vero, — disse Zebedeo; e chinò la testa davanti a lei.

Tacquero di nuovo: e di nuovo qualche cosa li univa sotto la quieta luce del lume: una parentela di errore di pena di espiazione.

Nell’andarsene egli si sentì alquanto sollevato.

Aveva messo la mano sulla testa di Salvatore, con l’impressione, al contatto di quei capelli fini e tiepidi, di carezzare una tortora o una pernice di nido.

— Non studiare troppo, che ti fai venire male alla testa, — disse, e questa volta convinto di quello che diceva. — Addio.

— Addio e buona notte.

Gli parve che il ragazzo gli fosse meno [p. 112 modifica]nemico: e anche Lia prese senza parlare il biglietto di cento lire piegato in otto che egli furtivamente le mise in mano quando ella lo accompagnò alla porta.

Poi respirò profondamente. Era contento che Lia prendesse i denari: forse gliene aveva già dato un po’ troppi, in così breve spazio di tempo; e gli sarebbe dispiaciuto ch’ella ci prendesse l’abitudine: ma era come un’offerta a un santo dal quale si vuole ottenere una grazia.

Intanto invece di dirigersi a casa sua andava dalla parte opposta verso la piazza: sentiva bisogno di camminare, di sfuggire ai propri pensieri. Avesse almeno avuto come tutti i suoi amici e parenti la consolazione di bere, gli fossero almeno piaciute le donne: nulla, non aveva vizi e quindi neppure il modo di sfuggire almeno momentaneamente a sè stesso.

Cammina cammina arrivò in fondo al paese, arrivò davanti alla chiesetta rovinata e al grande prato dei fioralisi; la luna al suo ultimo quarto spuntava laggiù, lucida, dorata a nuovo; e i fiori e i cespugli [p. 113 modifica]già si specchiavano nella loro ombra. Il cuculo si lamentava, ma pareva lo facesse per finzione, per darsi a credere infelice e quindi intenerire chi lo ascoltava e farsi amare nonostante la sua lugubre fama.

Zebedeo non si inteneriva, o meglio s’inteneriva, ma irritandosi contro il suo sentimento; oramai conosceva gli uomini e le cose e gli sembrava che tutti fingessero perchè fingeva lui.

Nella tettoia del vecchio fabbro c’era luce: una fiammella ardeva da sola come un fuoco fatuo.

Avanzandosi Zebedeo vide il vecchio seduto scalzo in un angolo con gli occhiali sul naso, curvo ad aggiustare un oggetto misterioso; e gli parve uno stregone intento a fare qualche diavoleria; ma avvicinandosi meglio vide che si aggiustava le scarpe.

Nel ravvisare il visitatore il vecchio non smise la sua faccenda, solo allungò una mano dietro di sè e dal mucchio degli strumenti sempre lì abbandonati per terra prese le forbici da potare.

Zebedeo fece scattare il gancio che le [p. 114 modifica]chiudeva forte ed esse si aprirono acute e minacciose; la molla nuova flessibile come un bruco funzionava benissimo.

— Non sono venuto prima — disse — perchè m’è accaduto un sacco di accidenti; l’avrete saputo.

Il vecchio l’aveva saputo, ma non gliene importava niente: cadesse il mondo il suo pensiero non poteva essere distolto dal suo punto fisso.

— Fate anche da calzolaio, a quanto vedo — osservò Zebedeo.

— Arrangiarsi bisogna; Dio ci ha dato le mani per far di tutto.

— Anche per rubare.

Il vecchio rispose come l’eco alla voce del cuculo.

— Anche per rubare.

E ficcava forte la lesina nel cuoio.

Zebedeo lo guardava pensando a Lia che pur essa lavorava di notte e sperava vendetta dalla forza del suo odio.

— Zio Michele, se permettete mi metto a sedere qui sul ceppo ove ferrate i cavalli; è una sedia che non tentenna. Ah, [p. 115 modifica]che vedo dietro il vostro sgabello? Una bottiglia di vino. È una buona compagnia, beato voi. Si sta bene qui; passa il venticello; pare che gli angeli sbattano le ali qui intorno. Dunque io non sono venuto solo per le forbici, sono venuto anche per domandarvi se avete ricevuto una lettera di Pietro Paolo, il quale vi domanda se volete andare a lavorare da lui. Voi non gli avete ancora risposto: perchè non gli rispondete?

Si aspettava uno scatto del vecchio, per la sorpresa di sentir proprio lui a far da intermediario all’antico apprendista; ma il vecchio continuò a lavorare.

— Non c’è niente da rispondere.

— Perchè non c’è niente da rispondere? Quello vi propone un ottimo affare, quasi la sicurezza di una fortuna, e voi continuate a punger la lesina sulle vostre scarpe logore che non reggono più neppure i punti.

— Il mio posto è qui.

— Perchè? Per imprecare contro i ladri del vostro sacchetto? Ma potete imprecarli ancora là, Dio ci ascolta ovunque.

— Tu ce l’hai coi ladri del mio [p. 116 modifica]sacchetto: pare che tu fossi della compagnia, — disse allora il vecchio non senza cattiveria.

Zebedeo imprecò; poi guardò pensieroso le forbici che teneva in mano e riprese a parlare serio.

— Ascoltatemi, zio Michele: c’è una persona che ha interesse che voi andate da Pietro Paolo almeno per qualche tempo. Se questa persona vi offrisse un’indennità, nel caso che non possiate trovarvi contento, una indennità e il modo di ritornare e di ristabilirvi qui, che ne direste?

— A che scopo dovrei andare?

— Ebbene, voglio parlarvi chiaro; siete un uomo di carattere e potremo capirci. Si tratta di andare presso Pietro Paolo per assicurarsi anzitutto se davvero egli possiede la fortuna di cui si vanta, e poi per conoscere i suoi veri sentimenti verso la moglie.

Il vecchio aveva già tutto capito.

— Anche a me egli ha scritto che vuol riunirsi alla moglie, e prenderebbe anche il ragazzo; io credo che quella donna farebbe molto bene a ritornare con lui e mettersi così nella via del Signore. [p. 117 modifica]

— Che voi siate benedetto, zio Michele. Voi parlate come un vecchio santo che siete, — disse Zebedeo con sollievo. — Ma il guaio è che la donna non vuoi sentirne neppure a parlare: ha paura che il marito l’attiri per ucciderla.

— E se l’uccide fa bene: non lo ha peggio che ucciso, lei? Lo ha ridotto come un bue sgarettato; corna e disgrazia; ed era un buon ragazzo, Pietro Paolo, tutto amore per lei; per lei è andato in cerca di fortuna e mentre lui faceva questo lei gli rendeva i bei servizi che tutti sappiamo.

— Siamo tutti soggetti all’errore, — disse Zebedeo sospirando, quasi volesse scusare Lia. — Tutto sta a sapervi rimediare.

— Non è vero; Dio ci ha dato un’anima viva, e sta in noi fare il bene e il male: noi siamo nel mondo solo per questo.

— Ma non sempre si discerne qual è il bene e quale il male.

— Non è vero; si discerne sempre: basta interrogare la propria coscienza, Dio ci parla per mezzo di lei. [p. 118 modifica]

— Voi siete un santo, — esclamò Zebedeo, riprendendo il tono sarcastico di prima, — ma torniamo al nostro argomento. Vi parlo francamente: io e la mia famiglia abbiamo interesse che Lia torni col marito; anche perchè la gente finisca col dimenticare la sua condotta scandalosa col povero Basilio. Voi dovreste andare presso Pietro Paolo: di là scrivete come stanno le cose, persuadendo la donna a fare il suo dovere.

Era una parte quasi nobile, quella che Zebedeo gli proponeva, eppure il vecchio scuoteva la testa, accennando di no, di no, alla scarpa che teneva in mano. No, vecchia scarpa, tu continuerai a sopportare i punti delle mie vecchie dita e a far compagnia al mio vecchio piede; ma io non voglio prendere parte all’impresa lucrosa che mi propone Zebedeo Barcai: il perchè lo so io.

E Zebedeo sentiva queste parole non pronunziate e se ne irritava: avrebbe voluto bastonare il vecchio, mentre lo guardava con venerazione. [p. 119 modifica]