I sermoni/Contro i poetastri

Contro i poetastri

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Amore a Delia A G. Battista Pagani


 
Se alcun da furia d’irritato nervo
O da grave Ciprigna o da loquace
Tosse dannato a l’odiosa coltre
Me sanator volesse, il poverello,
5Cred’io, n’andrebbe a giudicar se vera
D’Aristippo o di Plato è la sentenza.
Venga un altro e mi dica: Il mal vicino
Deviò l’acqua dal mio fondo: a lui
Vo’ mover piato e mio legal t’eleggo.
10Fingi che, posto il trito Flacco, io tenti
Con l’inesperta man scotere il dritto
Fuor de la polve de l’enorme Baldo.
Che fia? Con danno il misero cliente,
Io con vergogna fuggirem dal Fòro,
15Molto ridendo l’avversario e Temi.
Or d’onde è mai che il medico e il perito
Di legge osin far versi? Anzi non sia
Chi, dotto appena ad allogare un tempo
Le sparse membra di Maron, che a lui
20Disgiunse ad arte il precettor, non creda
Poter, quando che voglia, esser poeta.
Nulla di questo appar più lieve: eppure
Tal vinse acri nemici e tenne il morso
A genti ardite, che domar non seppe
25I numeri ritrosi: ed io conosco
Di questa plebe indocile i tumulti.
Tu, di cui su quel carme io leggo il nome,
Se onesto interrogar non è conteso,
Dimmi, sei tu poeta? — Il ciel mi guardi.
30— Perché dunque far versi? — A le preghiere
E a lo sponsal solenne di un amico
Quattro versi negar come potea?
E sai che a figlia d’incolpato padre
Non è minor vergogna al santo giuro
35Senza un sonetto andar, che se indotata
Porti a l’avaro conjugal piattello
La man rapace e l’affamato ventre.
Amico tal non credere che possa
Vantar l’antica età; poi che se Oreste,
40Quando le Dire aveangli guasto il senno,
A quel suo fido d’amicizia specchio
Detto avesse: Fa’ versi, io non saprei
Se quel Pilade saggio avria potuto
Al matto amico compiacer. Ma dimmi:
45Se per nuovo pensier questo marito
Sì t’avesse parlato: Io bramo, o caro,
Che la mia Betta o Maddalena o quale
Ch’ella si sia, come conviensi a sposa,
Esca in publico ornata; ond’io ti prego
50Che tu con le tue man, se non ti grava,
A lei la vesta nuzial lavori:
Che detto avresti? — A le lattughe, ai bagni
Io mandato l’avrei con tanta fune,
Quanta al più pingue figlio di Francesco
55Cinger potria l’incastigato addome.
Che se avessi obbedito, a me tal pena
Non converrebbe? Un che sartor non sia,
Se la rapace forbice e le spille
Osa trattar con le profane dita,
60Stolto nol dici? — E chi non è poeta,
Se mai fa versi, con che nome il chiami?
O cucir drappi è più difficil opra
Che concluder poemi? A te vergogna
Sarà, se donna in publico apparisca
65Abbigliata da te, sì che i fanciulli
Petulanti del trivio a lei d’intorno
Scaglin, gridando, i mezzi pomi e l’altre
Tante reliquie de la samia cena:
Ma onor sarà, quando a l’udir tue rime
70Vanno in fuga le Muse, e al casto orecchio
De l’indice vocal si fanno scudo?
Io non dirò, come vantar da molti
Con riso udii, che l’arte del poeta
Sia necessaria e sacra. A l’arte prima,
75Che dal sen de la terra a trarre insegna
Onde il mondo si nutra; a quella ond’hanno
Freno i ribaldi e sicurezza i buoni,
Tanto nome si dia. Ciò solo affermo,
Che un’arte ell’è, qual ch’ella siasi un’arte.
80Or quale è mai scienza o disciplina
Tanto volgar, che da se stessa informi
Non sudato cerebro? Eppur non manca
Chi fogli empia di versi, onde la mente
Riposar da le pubbliche faccende
85E dai privati affari, e per sollievo
Canti amori o battaglie, o lei che meglio
Suol gorgheggiar da l’alta scena, o quella
Che sa dir con le gambe: idolo mio.
Quando su l’orme de l’immenso Flacco
90Con italico pie’ correr volevi,
E de’ potenti maledir l’orgoglio,
Divo Parin, fama è che spesso a l’ugne,
Al crin mentito ed a la calva nuca
Facessi oltraggio. Indi è che, dopo cento
95E cento lustri, il postero fanciullo
Con balba cantilena al pedagogo
Reciterà: Torna a fiorir la rosa.
Ma Labeone al truce pedagogo
Trattar la verga non farà, né Codro
100Al putto ignaro ruberà la cena.
La ruota, i serpi e la forata secchia,
O Pluto, a quel che col dannoso acume
Primo il tipo scoverse. A lui, di quanti
Versi in onta d’Apollo uscir da quella
105Sua macchina infernal, rogo si faccia
D’eterne fiamme; o per maggior tormento,
Stretto a leggerli sia. Ché asciutto ancora
Su le carte febee non è l’inchiostro,
Che al torchio illustrator vanno. Ed omai
110Tante fronde l’Aprile, e tanti sofi
L’Europa oggi non ha, né tante leggi
Già in venti lune partorì l’invitto
Senno e polmon degl’Insubri Licurghi,
Quanti ogni dì veggo apparir poeti.
115Quando poi da lo scrigno e da le miti
Orecchie degli amici al banco aperto
De l’avaro librar passano i versi
E a le mani del volgo, a cui non lice
Dannar Flacco e Maron, laudar Pantilio,
120E al crin di Mevio decretar corona?
Che dirò dei teatri? O sii tu servo
O duro fabbro, o venda in sui quadrivi
Castagne al volgo, un quarto di Filippo
Ti fa Visco e Quintilio. Entra e decidi.
125Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
Alto minaccia, o la viril sua fiamma
Ad Antigone svela, o con l’armata
Destra l’infame reggia e il cielo accenna,
Odi sclamar dai palchi: Oh duri versi!
130Oh duro amante! Dal suo fero labbro
Un ben mio! non s’ascolta. Oh quanto meglio
Megacle ed Aristea, Clelia ad Orazio!
Che ti val l’alto ingegno e l’aspra lima,
Primo signor de l’Italo coturno?
135Te ad imparar come si faccia il verso
De gl’Itali Aristarchi il popol manda.
Mirabil mostro in su le Ausonie scene
Or giganteggia. Al destro pie’ si calza
L’alto coturno, e l’umil socco al manco;
140Quindi va zoppicando. Informe al volto
Maschera mal s’adatta, ove sul ghigno
Grondan lagrime e sangue. Allor che al denso
Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
Di voci e palme un suon, che, per le cave
145Volte romoreggiando, i lati fianchi
Scote al teatro, e fa restar per via
Maravigliato il passaggier notturno.
Io, perché de la plebe il grido insano
Non mi fieda l’orecchio, in questa cella
150Mi chiudo, e meco i miei pensieri e libri,
Quanti con l’occhio annoverar tu possa.
Ché se alcuno è tra lor che ponga in mostra
Maldigesta dottrina o versi inetti,
Nel vimine ibernal presso al camino
155O in loco va, che nel purgato verso
Nega pudica rammentar Talia.