Guerra dei topi e delle rane/Canto primo

Canto primo

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Omero - Guerra dei topi e delle rane (Antichità)
Traduzione dal greco di Giacomo Leopardi (1826)
Canto primo
Canto secondo
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GUERRA DEI TOPI E DELLE RANE

MDCCCXV


CANTO I



I


Sul cominciar del mio novello canto,
    Voi che tenete l’eliconie cime
    Prego, vergini Dee, concilio santo,
    Che ’l mio stil conduciate e le mie rime:
    Di topi e rane i casi acerbi e l’ire,
    Segno insolito a i carmi, io prendo a dire.



II


La cetra ho in man, le carte in grembo: or date
    Voi principio e voi fine a l’opra mia:
    Per virtù vostra a la più tarda etate
    Suoni, o Dive, il mio carme; e quanto fia
    Che in questi fogli a voi sacrati io scriva,
    In chiara fama eternamente viva.

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III


I terrigeni eroi, vasti Giganti,
    Di que’ topi imitò la schiatta audace:
    Di dolor, di furor caldi, spumanti
    Vennero in campo: e se non è fallace
    La memoria e ’l romor ch’oggi ne resta,
    La cagion de la collera fu questa.


IV


Un topo, de le membra il più ben fatto,
    Venne d’un lago in su la sponda un giorno.
    Campato poco innanzi era da un gatto
    Ch’inseguito l’avea per quel dintorno:
    Stanco, faceasi a ber, quando un ranocchio,
    Passando da vicin, gli pose l’occhio.


V


E fatto innanzi, con parlar cortese,
    Che fai, disse, che cerchi o forestiero?
    Di che nome sei tu, di che paese?
    Onde vieni, ove vai? Narrami il vero:
    Chè se buono e leal fia ch’i’ ti veggia,
    Albergo ti darò ne la mia reggia.

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VI


Io guida ti sarò; meco verrai
    Per quest’umido calle al tetto mio:
    Ivi ospitali egregi doni avrai;
    Chè Gonfiagote il principe son io;
    Ho ne lo stagno autorità sovrana,
    E m’obbedisce e venera ogni rana.



VII


Chè de l’acque la Dea mi partoriva,
    Poscia ch’un giorno il mio gran padre Limo
    Le giacque in braccio a l’Eridano in riva.
    E tu m’hai del ben nato: a quel ch’io stimo,
    Qualche rara virtude in te si cela:
    Però favella, e l’esser tuo mi svela.



VIII


E ’l topo a lui: quel che saper tu brami
    Il san gl’iddii, sallo ogni fera, ogni uomo.
    Ma poi che chiedi pur com’io mi chiami,
    Dico che Rubabriciole mi nomo:
    Il padre mio, signor d’anima bella,
    Cor grande e pronto, Rodipan s’appella.

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IX


Mia madre è Leccamacine, la figlia
    Del rinomato re Mangiaprosciutti.
    Con letizia comun de la famiglia,
    Mi partorì dentro una buca; e tutti
    I più squisiti cibi, e noci e fichi,
    Furo il mio pasto a que’ bei giorni antichi.



X


Che d’ospizio consorte io ti diventi,
    Esser non può: diversa è la natura.
    Tu di sguazzar ne l’acqua ti contenti;
    Ogni miglior vivanda è mia pastura;
    Frugar per tutto, a tutto porre il muso,
    E viver d’uman vitto abbiamo in uso.



XI


Rodo il più bianco pan, ch’appena cotto,
    Dal suo cesto, fumando, a se m’invita;
    Or la tortella, or la focaccia inghiotto
    Di granelli di sesamo condita;
    Or la polenta ingrassami i budelli,
    Or fette di prosciutto, or fegatelli.

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XII


Ridotto in burro addento il dolce latte,
    Assaggio il cacio fabbricato appena;
    Cerco cucine, visito pignatte
    E quanto a l’uomo apprestasi da cena;
    Ed or questo or quel cibo inzuccherato
    Cred’io che Giove invidii al mio palato.



XIII


Nè pavento di Marte il fiero aspetto,
    E se pugnar si dee, non fuggo o tremo.
    De l’uomo anco talor balzo nel letto,
    De l’uom ch’è sì membruto, ed io nol temo;
    Anzi pian pian gli vo rodendo il piede,
    E quei segue a dormir, né se n’avvede.



XIV


Due cose io temo: lo sparvier maligno,
    E ’l gatto, contra noi sempre svegliato.
    S’avvien che ’l topo incorra in quell’ordigno
    Che trappola si chiama, egli è spacciato;
    Ma più che mai del gatto abbiam paura:
    Arte non val con lui, non val fessura.

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XV


Non mangiam ravanelli o zucche o biete:
    Questi cibi non fan pel nostro dente.
    A voi, che di null’altro vi pascete,
    Di cor gli lascio e ve ne fo presente.
    Rise la rana e disse: hai molta boria;
    Ma dal ventre ti vien tutta la gloria.



XVI


Hanno i ranocchi ancor leggiadre cose
    E ne gli stagni loro e fuor de l’onde:
    Ciascun di noi su per le rive erbose
    Scherza a sua posta o nel pantan s’asconde;
    Però ch’al gener mio dal Ciel fu dato
    Notar ne l’acqua e saltellar nel prato.



XVII


Saper vuoi se ’l notar piaccia o non piaccia?
    Montami in su le spalle: abbi giudizio;
    Sta saldo; al collo stringimi le braccia,
    Per non cader ne l’acqua a precipizio:
    Così verrai per questa ignota via
    Senza rischio nessuno a casa mia.

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XVIII


Così dicendo, gli omeri gli porse.
    Balzovvi il sorcio, e con le mani il collo
    Del ranocchio abbracciò, che ratto corse
    Via da la riva, e seco trasportollo.
    Rideva il topo, e rise il malaccorto
    Finchè si vide ancor vicino al porto.



XIX


Ma quando in mezzo al lago ritrovossi
    E videsi la ripa assai lontana,
    Conobbe il rischio, si pentì, turbossi;
    Fortemente stringevasi a la rana;
    Sospirava, piangea, svelleva i crini
    Or se stesso accusando, ora i destini.



XX


Voti a Giove facea, pregava il Cielo
    Che soccorso gli desse in quell’estremo,
    Tutto bagnato di sudore il pelo.
    Stese la coda in acqua, e come un remo
    Dietro la si traea, girando l’occhio
    Or a i lidi, or a l’onde, or al ranocchio.

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XXI


E diceva tra se: che reo cammino,
    Misero, è questo mai! quando a la meta,
    Deh quando arriverem? Quel bue divino
    A vie minor periglio Europa in Creta
    Portò per mezzo il torbido oceano,
    Che mi porti costui per un pantano.



XXII


E qui dal suo covil, con larghe rote,
    Ecco un serpe acquaiuolo esce a fior d’onda.
    Irrigidisce il sorcio; e Gonfiagote
    Là dove la palude è più profonda
    Fugge a celarsi, e ’l topo sventurato
    Abbandona fuggendo a l’empio fato.



XXIII


Disteso a galla, e volto sottosopra,
    Il miserel teneramente stride.
    Fe con la vita e con le zampe ogni opra
    Per sostenersi; e poi, quando s’avvide
    Ch’era già molle e che ’l suo proprio pondo
    Forzatamente lo premeva al fondo;

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XXIV


Co’ piedi la mortale onda spingendo
    Disse in languidi accenti: or se’ tu pago,
    Barbaro Gonfiagote. Intendo intendo
    L’arti e gl’inganni tuoi: su questo lago,
    Vincermi non potendo a piedi asciutti,
    Mi traesti per vincermi ne i flutti.



XXV


In lotta, al corso io t’avanzava; e m’hai
    Tu condotto a morir per nera invidia.
    Ma degno al fatto il guiderdone avrai;
    Non senza pena andrà la tua perfidia.
    Veggo le schiere, veggo l’armi e l’ira:
    Vendicato sarò. Sì dice, e spira.