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I giacigli

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I GIACIGLI.


Non per dormire — poi che il sonno è tolto
a quest’occhi che ardor di conoscenza
aperti tiene anche nell’ombra, senza
4riposo, accese lampade nel volto:


non per dormir, ma per sapere, in ogni
letto io volli accostar la belva umana:
a lei dappresso ma da lei lontana
8come il fantasma che compar nei sogni.

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E vidi, in lari che si chiaman sacri,
la quiete non già, ma il dramma oscuro
dell’odio sibilar fra letto e muro,
12e pianger figli a quegli spasimi acri.


Tra porta e porta ascoltai scoppi secchi
di voce, come palle di pistola
dritte al segno del cuore o della gola,
16o aguzze pietre a fionda contro specchi:


parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,
singhiozzi, uguali a strider di catene
scosse — e in vano implorai su quelle pene
20esasperate un pio chiuder di ciglia.

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٭



Ma, anche, io vidi il volto di chi dorme
dopo l’amplesso, cuore contro cuore.
Stanco, livido, assente, nel flosciore
24delle labbra, allentate in smorfia informe.


Spento il baglior dell’attimo che illude
l’anima di sfuggire al suo sgomento
d’esser sola, tornar, cieco, il tormento
28io vidi, a gogna delle membra ignude.


Ed era chiuso senza perdonanza
l’un volto all’altro: e torbido, ed avverso:
l’uomo non ha che sè nell’universo,
32sol per pietà gli mente la speranza.

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E chi conta nel sonno il suo danaro,
e chi in sogno combatte un suo rimorso,
e chi con suggellate iridi un corso
36segue di fiume susurrante e chiaro:


e l’amico e il nemico e il vile e il forte
guardai nell’ora in cui l’orgoglio oblia
la maschera: e mal fu: per chi lo spia
40il sonno è più tremendo della morte.


٭



Rantoli e incùbi di morenti in fila
negli ospedali; tenebre di celle
ove colui che non vedrà le stelle
44più mai, memorie, vaneggiando, infila!...

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Spasimoso ansimar sulle cuccette
degli asili notturni, aliti densi
di vino, naufragar di tutti i sensi
48nel gorgo delle mescolanze infette!...


Destituita dalla somiglianza
con Dio; — da sè diversa umana faccia
che della luce e del pensier la traccia
52smarrisci, — e ti deturpi in oblianza!...


Due creature io solo scôrsi, belle
nel sonno: ah, così belle, che i giardini
del cielo, dai silenzïi turchini,
56sfogliavano su lor fiori di stelle.


L’uno era un bimbo, in un candor soave
di trine, e lo cullava un pio cantare:
l’altro era un marinaio in mezzo al mare,
60e lo cullava il ponte della nave.