Esercitazioni filosofiche (Rocco)/A i lettori

A i lettori

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Dedica Le cose più notabili
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A I LETTORI.





Deve operar ciascuno, secondo il suo potere, entro i termini della sua professione: chi vilmente torpisce nell’ozio, fatto per ciò ribelle della natura, merita esser disnaturato. Non è cagion legitima, nè forse tanpoco apparente, per desister dall’opre, il non poter ridurle all’assoluta perfezzione o l’essere nel medesimo genere inferiore a gli altri; che se ciò fusse vero, in qualsivoglia sorte di azzione un solo saria l'agente o tutti sarebbono eguali, consequenza per ambe le parti non men falsa che erronea. Il prospetto del manchevole, paragonato all’intiero, lo fa comparir più vago; tal è il deforme al bello, all’armonia le pause, le tenebre alla luce: la diversità innumerabile delle cose è, per cagion di diversità, risguardevole; l’uguaglianza confonde la distinzione, e questa l’ordine, nel quale solo si contiene il perfetto e l’ammirabile. L’umana essenza, mistico compendio di bruti, si communica a porzione ne i suoi individui, forse con poco dissimili differenze che l’animal generico nelle sue specie: per questo ella quasi più varia ne i suoi particolari, che l’istesse diverse specie di bruti tra loro; esercita in alcuni ingegno e costumi di pecora, in altri di lupo, in alcuni di cavallo, in altri di simia, etc. Io dunque, non ambizioso di ugualità o maggioranza, ma nell’imperfezzione uguale solamente a me stesso, nelle mie professioni filosofiche mancherei notabilmente all’officio ed insieme al debito mio, se alla gioventù Veneta, dotata di perspicacissimo intelletto, esponessi solo ne i modi consueti, ordinarli, la dottrina di Aristotile; fraudarci il lor giusto desiderio se anco all’instanze di quei che l’impugnano con ogni sforzo non cercassi di sodisfare. Fra i quali in questi tempi, in questa nova Atene (ove fioriscono non meno gl’ingegni che la cristiana libertà, i studi e le scienze che la divinità delle leggi ed i costumi), essendo vulgata ed esaminata da’ litterati con varii sentimenti la posizione del Sig. Galileo Galilei circa la struttura e condizioni d’i corpi celesti, e di più nelle publiche catedre (ove spesso da miei scolari si difende quanto nelle naturali scolastiche [p. 576 modifica]lasciò scritto Aristotile); per obiezzioni addottemi son stato necessitato all’impresa di queste mie Esercitazioni Filosofiche, per le quali non intendo rispondere ad altro che a quel che ad esso Aristotile ripugna.

Questo fine mi ha mosso, non già perchè io creda la filosofia di esso in ogni parte infallibile, o i suoi discorsi totalmente e sempre dimostrativi; anzi stimo per certo, la verace filosofica sapienza nè a lui nè ad alcun altro de gli omini esser stata giamai per vie naturali pienamente concessa. L’umano sapere, effetto principale dell’anima nostra, non eccede il vigore della cagione; non potrà dunque da lei, finita, ricever virtù d’attingere l’infinità d’i scibili, massime del supremo, che è l’unico fonte di conoscenza. L’oggetto e la potenza cognoscitiva hanno proporzione scambievovole; se dunque ella, limitata, tende all’attingenza dell’immenso, attraendosi fuor di sè stessa, nè attingendo quello, si annienta. Oltre che ella medesima, quasi del tutto a sè incognita, quali conoscenze potrà aver scienziali e distinte di i suoi effetti? e cognizioni forse per cause senza cause? totalità di scienza col mancamento di principali principii e del tutto? La purissima intelligenza è Iddio; non può dunque trovarsi da Lui disgiunta, e chi la spera totale nelle creature, presume racchiuder l’infinito attuale in un punto. I nostri discorsi, che chiamiamo demostrazioni infallibili, se siano negativi, saran realmente veri; ma ne conducono appunto ad una verità negativa, ad una cognizione che niente abbraccia. Poco più vale il conoscer per sillogismi che l’elefante non sia un sasso, che il non conoscerlo in modo alcuno. L’affirmative universalissime sono veraci anch’elle, ma non si avvicinano al scopo, ne lasciano nel communale e nel confuso: ed è in vero poco laudabile la dimostrazione di colui che altro non conchiude, che sia animale il cavallo ed il delfino. Le più particolari, quelle che si dicono immediate e potissime, se in verità si trovassero come si concepiscono con la mente, se riuscissero nella prattica come si proferiscono con la lingua, sarebbono senza dubbio approbabili e degne: ma di grazia se ne facci una sola; io quanto a me non ne ho udita mai alcuna, che da intelletti elevati non sia stata conosciuta in qualche modo manchevole, soggetta alle censure ed all’instanze, eccetto di cose singolari, sensibili, che sono più tosto cognizioni del senso che effetto d’intelletto dimostratore. Nè è bastante numerar le condizioni della demostrazione e della scienza, perchè in noi si trovi scienza e dimostrazione, come non basta descriver la felicità di questa vita per render l’uomo felice: quella da ogni persona intendente può facilmente esser al vivo delineata, e pur in niun di viventi si trova la felicità reale, se non forse (come argutamente fu detto da alcuni) la sua prima sillaba fel. Non è, non è dunque in noi la pienezza totale del sapere: consideriamolo da gli eventi; già da’ leoni non nascono conigli, nè dell’aquile colombe. E nulladimeno i figli di questa qualità divina, più tosto de gli uomini che volgarmente chiamiamo scienziati, altri per lo più non sono che l’ambizione la perfidia ed il fasto; altieri, intrattabili, arroganti, d’ogni Dio sprezzatori e [p. 577 modifica]d’ogni legge: e se pur tale di essi serbi vestigi di vera virtù, non fucata, ciò ha origine altronde, almanco dal riflesso di non sapere; onde da questa conosciuta ignoranza nasce questa virtù modesta, non mica dalla scienza, che non esiste.

Però dall’oracolo fu solo fra gli uomini stimato savio chi seppe di saper nulla. Le radici della vera sapienza hanno il lor fondo geniale nel cielo; trasportate per tanto in terra, degenerano, come il fromento in zizania. Lo conobbero gli antichi benissimo, e singolarmente Aristotile nella Posteriore, nella Metafisica ed altrove. Siaci però tanto concesso, che i nostri fini ne conseguiamo nel modo che conseguisce anco i suoi, del vedere, la nottola, con la debolezza della sua vista, ed in questo fosco barlume chi è men losco de gli altri sia lince. La conoscenza infallibile delle cose recondite è quella solamente nell’uomo che per fede gli vien direttamente da Iddio.

Non giudico dunque (ripiglio all’intento principale) così indubitatamente certa la filosofia d’Aristotile, che non sia ancor essa soggetta all’obiezzioni ed a gli errori, quantunque per assenso quasi d’ogn’uno sia ella stata sin ora stimata la manco erronea, ed egli in questo genere più celebre e più conspicuo di tutti gli altri. E vero che la natura è madre commune a ciascuno, anco alle bestie, nè si stanca giamai nelle sue opere, nè è scemata di virtù nel produr gli uomini e gli ingegni; tuttavia nelle diversità innumerabili delle sue famiglie par che si diletti (per quanto dalla esperienza si raccoglie) di primogeniture impermutabili, forse per ragion di ordine, che ha dependenza da un primo, che ha regola da un esemplare; e nella filosofica si è compiaciuta investirne Aristotile, distribuendo in minor porzione a gli altri le reliquie a suo beneplacito. Non perchè stimi (dico) la sua dottrina irrefragabile, o perchè abbi giurato nelle sue parole o che sia divenuto suo mancipio (imposture del Sig. Galileo a gli Aristotelici), ho preso il presente assunto, se bene ad essa dottrina io sia grandemente obligato per averne conseguito onore commodi ed elezzione alle più famose catedre filosofiche, che per rispetti maggiori (di servir immediate a quest’alma città di Venezia, a questa Idea delle cristiane republiche, a questa gran patria del mondo e Pritaneo inesausto di virtuosi) ho ragionevolmente rifiutate. Molto meno ho avuto per scopo l’oppressione di queste nove o rinovate posizioni, se non in quanto l’ho ritrovate lontane dal vero: anzi al primo loro apparire, io, stimatele venute dal cielo, non sonniate, ma viste, famelico di cibo celeste, me gli avventai per cibarne a sazietà la mente; ma pratticatele, l’ho trovate non visioni, ma illusioni, non verità indubitate del cielo, ma fantasie fallaci de gli uomini, di sì lieve ed inabil sostanza1 all’intellettual nutrimento, che lasciano doppo pasto assai più fame che pria. Non intendo però in conto alcuno, e me ne [p. 578 modifica]testo avanti al cospetto di Dio e de gli uomini, di pregiudicar pur in un punto alla riputazione del Sig. Galileo, nè alla fama che grande ha acquistata nelle matematiche, nè all’altre sue inclite qualità personali; e se tal ora nel progresso di miei discorsi contro di lui apparirà ’segno o realtà di mordacità o d’improvero (il che sarà più rare volte ch’io possa), ciò diviene dalla naturalezza della controversia, dall’officio di litigante, dal ributtar i colpi in modo che feriscano anco (se sia possibile) chi gli vibra. Non può esser duello (e pur è tale ogni disputa) se non da scherzo e ridicolo, ove non si trattan l’arme che senza taglio, ove mai si ferisca ma si minacci solo. E se egli, inimico fiero, implacabile, cerca non ferir solamente ed estinguer la dottrina di Aristotile, ma con punture acutissime e velenose di lingua atterrar la sua fama, e più quella di suoi seguaci; perchè ad altri, forse manco sproporzionato ad esso che egli ad Aristotile, a ragion di taglione, a giusta difesa, non sarà lecito far in parte l’istesso contro di lui? Io per tanto, come io, umilmente l’inchino; ma come ministro d’Aristotile (qual mi sia), con l’arme di Aristotile istesso, con i suoi naturali principii, che giudico sufficientissimi (come si vedrà nell’esito), non mancherò a quanto posso. Altri di più ricco talento suppliran forse a quanto intieramente si deve; nè perciò queste mie bassezze gli saranno pregiudiciali o affatto inutili, poichè dal tenebroso di esse spiccherà più chiara e più fiammeggiante la vivezza del loro sapere. Non mi curo di applauso, non ho umore d’esserne stimato disputante, redarguente, saputo; mi si attribuiscano pure gli umili fini predetti: e chi della loro candidezza sarà contento, chi si sodisferà d’un desio di ben oprare, senza mirar per minuto l’opere istesse, gradirà cortesemente l’impresa; altri a sua voglia la sprezzi. La gentilezza che con benignità l’accoglie, la scusa la compatisce, mi sarà soave sprone ad altri impieghi; la severità che la biasma la avvilisce, mi sarà freno tenace da non trabboccar per l’avenire in errori, ed incentivo potente di correggere i già commessi. Venezia, 1633.




Note

  1. Le parole da «ma pratticatele» a «sostanza» nell’esemplare dell’edizione originale postillato da Galileo furono ugnate in margine, da Galileo stesso, con virgolette e con la figura d’una mano.