Cap. XXXVII

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XXXVI XXXVIII
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XXXVII.


Armandi dovea partire pel Lago Maggiore insieme al suo amico Marteni per un convegno di caccia.

L’ora della partenza era stata fissata per le dieci di sera. Il conte avea siffattamente assicurato che sarebbe stato puntuale, che aveva detto al suo amico di andarsene francamente da solo se egli avesse tardato più di cinque minuti, giacchè cotesto sarebbe stato segno di essergli sopraggiunto qualche affare o impedimento imprevisto. Egli avea preso il caffè nel salotto della moglie, ed era stato a chiacchierare tranquillamente con lei sino all’ora della partenza, fumando il sigaro, e leggendo qualche brano dei giornali di mode ch’erano sulla tavola. La moglie lavorava accanto [p. 200 modifica]a lui, e chinava la testa vicino alla sua per guardare insieme le incisioni del giornale. Di quando in quando volgeva gli occhi sull’orologio, e diceva sorridendo al marito che non avrebbe fatto a tempo. Finalmente il conte si alzò, ordinò la carrozza, e strinse la mano alla moglie.

— Quando ritornerete? domandò costei.

— Doman l’altro o giovedì al più tardi.

— Buon viaggio.

Armandi s’affacciò alla finestra per vedere se la carrozza fosse a piedi della scala; guardò il cielo stellato, e disse alla moglie:

— La sera è magnifica, volete farmi il piacere di accompagnarmi sin da Marteni?

— Volentieri, ma temo di farvi ritardar troppo.

— Abbiamo tempo d’avanzo, diss’egli; il vostro orologio va di galoppo. Metterete qualche cosa sulle spalle, ecco tutto.

— L’Armandi mostrò una certa premura nello accondiscendere al cortese desiderio del marito; questi la ringraziò, le offerse il braccio; e montò con lei in carrozza.

— Per Dio! esclamò al momento di partire. Ho dimenticato il mio portafoglio, nientemeno! Quel che vuol dire far le cose troppo in furia! E saltò a terra d’un balzo, ma mise un buon quarto d’ora a tornare. La contessa era più impaziente di lui.

— Vai di galoppo! ordinò ella al cocchiere.

Il conte si buttò in fondo al legno e si mise a fumare. [p. 201 modifica]La moglie sosteneva da sola il dialogo, con certa vivacità inquieta e nervosa, sporgendosi di tanto in tanto fuori dello sportello; suo marito limitavasi ad evitare che il fumo del sigaro le desse noia, e a volgere qualche volta il capo verso di lei, per farle dei cenni affermativi.

— Il signor capitano è partito da venti minuti; venne a dire il domestico.

— Alla buon’ora! disse Armandi con gaiezza. Ci perdo una caccia, ma ci guadagno il piacere di passare la sera con voi.

Ella lo ringraziò con un pallido sorriso, e tornarono indietro. Questa volta anche la contessa s’era buttata in fondo al legno, avvolgendosi nel suo scialle, taceva e sembrava alquanto preoccupata. Giunti alla villa, saltò a terra per la prima con vivacità, e montò lestamente i pochi scalini; il marito però la prevenne nello schiudere l’usciale, e la precedette nelle sue stanze.

— Perchè avete lasciato acceso quel lume? disse bruscamente l’Armandi alla cameriera.

— Non m’aveva ordinato di spegnerlo...

— Siete una stupida! Andate!

— Via, via, non andate in collera, soggiunse il marito. Infine che male c’è?

La moglie si strappò i guanti, li buttò sul canapè, e rimosse due o tre oggetti con impazienza.

— Vi disturbo forse...

— Vi pare... tutt’altro! gli rispose saettando uno sguardo sull’orologio. [p. 202 modifica]

— Davvero! sembra che il vostro orologio abbia più giudizio del mio! disse Armandi regolando il suo su quel del salotto; sono in ritardo di una buona mezz’ora.

E sedendo accanto alla moglie:

— Volete regalarmi un po’ di musica?

— Non sono proprio in vena, mio caro... Ma se lo desiderate assolutamente... soggiunse con un sorriso abbattuto.

— Assolutamente?... Ma no! desidero quel che vi fa piacere.

Ella inchinò leggermente il capo, e si mise a guardare qua e là in atto sbadato. Il silenzio cominciava a divenire invincibile.

— Volete che vi legga qualche cosa? domandò Armandi.

— Fate.

E si mise ad ascoltare, colla fronte sulla palma, all’ombra della ventola, saettando alla sfuggita sguardi rapidi e sfolgoranti su di lui. Egli non se ne avvedeva, leggeva colla sua bella voce chiara e limpida, e voltava tranquillamente le pagine. Tutt’a un tratto la contessa si alzò come se soffocasse.

— Cos’avete? domandò il marito levando gli occhi dal libro.

— Nulla... continuate; rispose ella tornando a sedere.

— È inutile, giacchè non v’interessa.

E chiuse il volume.

La contessa rimase alcuni istanti col capo fra le mani. Armandi continuava a sfogliare i disegni di mode. [p. 203 modifica]Finalmente ella si alzò di botto, bianca come cera, e gli disse stendendogli la mano malferma:

— Non mi sento bene. Buona notte....


Il conte si alzò anche lui, le prese la mano senza dir motto, e la tenne fra le sue; ella incominciò a fissarlo negli occhi con una certa inquietudine. L’orologio suonava i dodici colpi della mezzanotte; i muscoli del viso della donna ebbero un lieve tremito, poi si allentarono rilasciati, e affascinata dal pericolo, perdendo la testa, volse verso il balcone che dava sulla terrazza con un movimento invincibile, e tentò di svincolarsi dal marito che le stringeva sempre le mani con amorevole violenza.

— Fermatevi! diss’egli con voce breve.

Rimasero a guardarsi due o tre secondi — la donna si lasciò cadere lentamente sul canapè.

Armandi andò ad aprire il valigino che aveva fatto posare sulla tavola, e ne trasse un paio di pistole da viaggio. La moglie, fuori di sè, si alzò per gridare, per far non so che cosa, e rimase atterrita pietrificata sotto lo sguardo fermo e minaccioso di lui.

— Silenzio! le disse con voce sorda. Se fate un passo, se gettate un grido, ve l’uccido come un cane!

Andò risolutamente verso il balcone, l’aprì, e si trovò faccia a faccia con Alberti.

Questi due uomini non dissero una parola, non fecero un gesto. Il conte, più pallido di Alberto, avea la [p. 204 modifica]pistola in pugno e il dito sul grilletto. Finalmente disse interrottamente:

— Marchese Alberti... potrei uccidervi come un ladro stanotte, o passarvi la spada pel cuore domani.... Ma non voglio farlo.... non lo posso.... Un giorno forse ne saprete il perchè.... e saprete anche che siamo pari!

Prima che Alberto avesse potuto rimettersi dalla sorpresa, egli avea chiuso il balcone.