Epistolario (Leopardi, 1934)/Introduzione

Epistolario
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INTRODUZIONE.


I.


Quando nel 1849 comparve in pubblico, a cura di Prospero Viani, la prima grande raccolta delle lettere di Giacomo Leopardi, si destò negli studiosi del Recanatese un senso di grata meraviglia, come davanti a una rivelazione dell’uomo, la quale veniva a illuminare stupendamente lo scrittore, già ammirato in Italia e fuori, ma non ancora a fondo conosciuto nella sua complessa psiche; nello stesso modo che una meraviglia non minore e non minore profitto doveva procurare, cinquant’anni dopo, la scoperta di quella feconda miniera di pensieri, soliloqui e documenti che fu lo Zibaldone.

Avendo il Leopardi cosí precocemente incominciato a produrre nel campo filologico e nel letterario, stimolato dai pungoli della gloria, alla quale era disposto a sagrificare la sua salute ed ogni altro suo bene, è ovvio che anche presto incominciasse a scriver lettere per mettersi in relazione con uomini illustri, con editori, e con quanti altri potessero spianargli il cammino a conseguire lo scopo cosí ardentemente bramato. E il suo Epistolario s’inizia infatti con lettere al Cancellieri, allo zio Carlo Antici, e poi al Monti, al Mai, allo Stella; e segnatamente al Giordani, che doveva in breve richiamare su di sé la più alta ammirazione, insieme con l’alletto più vivo ed ingenuo, del giovine recanatese, ed esercitare sopra di lui cosí notevole influsso.

Se le lettere di Giacomo agli uomini illustri che allora riempivano del loro nome l’Italia appaiono elaborate e nel loro stile signorilmente inamidato rivelano la preoccupazione del giovinetto ancora sconosciuto che vuol bene atteggiarsi davanti [p. vii modifica]ad astri di prima grandezza, e insinuarsi nell’animo loro per conquistarne la benevolenza e la stima; non è da credere che gli costassero troppo grande lavoro di lima. Eccettuate alcune di esse, e in ispecie le sudatissime dedicatorie delle prime Canzoni al Mai e al Trissino, destinate a comparire in pubblico, Giacomo da principio non soleva farne le minute; e anche le bellissime lettere al Giordani, ove spesso si ragiona a lungo di argomenti letterarii, furono, come i pensieri dello Zibaldone, da lui messe in carta currenti calamo, se anche prima dovette pensarle ed averle distese ben chiaramente nel libro della sua prodigiosa memoria. Di ciò ci fa fede il Giordani, che ai 9 giugno ’47 scriveva al Gussalli: «Le lettere di Giacomo sono moltissime: la più parte sono a me e a sua sorella. Son degnissime d’esser lette. Quanto alle mie, non faceva minuta o copia, ma fattele le dava a copiare a’ suoi fratelli. Vorrò che questo si dica, perché non apparissero mai avute da me».1 Queste ultime parole si riferiscono alla regola tenuta dal Giordani, e non senza ragione, di distruggere le lettere che riceveva, e alla sua repugnanza alla pubblicazione di esse; sebbene, anche per le lettere di Giacomo, egli fece non poche eccezioni, come è dimostrato da quelle che G. gli scrisse dopo che fu uscito di casa, parecchie delle quali, che non poterono provenire se non dallo stesso Giordani, figurano nell’Epistolario. Ma piú ancora ci fan fede gli autografi ed apografi delle lettere che ancora rimangono in casa Leopardi; dai quali apparisce che, sopra un centinaio di lettere, si hanno circa una settantina di copie apografe, tutte per mano di Paolina e di Carlo di su l’originale autografo prima che questo fosse spedito, e una trentina di minute autografe, quasi tutte di tempo posteriore. Se non che, tanto negli apografi quanto nelle minute autografe si osservano non poche correzioni, che Giacomo successivamente vi fece di sua mano. Il che, mentre prova da un lato la cura meticolosa e instancabile ch’egli poneva nella forma di tutti i suoi scritti, prova dall’altro che anche di quelle sue lettere dovesse non [p. viii modifica]mediocremente compiacersi, e, chi sa?, fin d’allora pensasse all’eventualità che potessero un giorno divenire di pubblica ragione.

S’intende che questo costume seguito da Giacomo, il quale se è fuori dell’ordinario non è per ciò meno certo,2 si riferisce soltanto alle prime lettere ch’egli scrisse da Recanati al Giordani e a qualche altro illustre personaggio, e finché poté avere l’aiuto affettuoso della sorella e del fratello Carlo. Poi, quando questo aiuto cominciò a scarseggiargli o a mancargli, s’indusse di molte lettere a far le minute per conservarle; e quando fu uscito da Recanati, e anche quando più tardi vi fece qualche ritorno e qualche precaria dimora, non pensò più a conservare in copie apografe o in minute autografe le lettere che inviava a’suoi corrispondenti, le quali in buona parte finirono coll’andare sparpagliate o distrutte; e solo rimasero conservate in casa quelle dirette a’ suoi familiari. Ma anche parecchi di questi ultimi preziosi autografi disgraziatamente uscirono dall’archivio domestico; e cioè tutti quelli che in varie occasioni la buona ed ingenua Paolina e Pierfrancesco si fecero uscir di mano, sollecitati dalle insistenze e lusinghe degli amatori d’autografi, parenti, amici, letterati più o meno illustri e pseudoletterati, incettatori e trafficanti;3 ai quali si aggiunsero gli autografi delle lettere al fratello Carlo, che furono da questo come cosa di sua pertinenza portati via da casa quando ne uscí definitivamente in séguito al suo matrimonio con la cugina Mazzagalli.4 Ma di quale vantaggio fu per l’Epistolario leopardiano, [p. ix modifica]e per la repubblica letteraria, il provvedimento usato da Giacomo di dare a copiare al fratello e alla sorella, specialmente le numerose lettere al Giordani prima di spedirle, o di avercene lasciate le minute! Quando si pensi che, senza di esso, noi saremmo stati irrimediabilmente privati delle più belle e interessanti lettere dell'Epistolario, si deve convenire che quello fu davvero un presentimento e un fatto provvidenziale.

Ben diversa fu la sorte di tutte le altre lettere del Leopardi. Esse andarono col tempo lontane dai legittimi destinatarii, sparpagliate qua e là, donate, scambiate, commerciate in Italia e fuori; e le più fortunate furon quelle che finirono tra le collezioni di autografi di qualche pubblica Biblioteca; come, ad esempio, la Marciana, la Nazionale di Firenze e quella di Brera, la Vaticana, la Nazionale di Napoli, la Labronica di Livorno, l’Archivio del comune di Recanati e quello di Visso. Disgraziata fu anche la sorte delle lettere di Giacomo alla zia Ferdinanda, delle quali neppur una ci è rimasta, essendo esse forse state deliberatamente distrutte, per delicate ragioni domestiche, dalla nobil donna stessa prima della sua morte; di una buona parte delle lettere allo zio Carlo Antici; e di quelle al cugino Giuseppe Melchiorri, di cui alcune furon poi trovate qua e là; come pure di quelle indirizzate agli Stella, padre e figlio, e a Pietro Brighenti. Può quindi facilmente immaginarsi la premura, l'industria, la fatica e anche la spesa onde il buon Viani dové scovare e raccogliere in molti anni, da tante parti diverse, il cospicuo numero di lettere che costituirono i due volumi dell'Epistolario. E se egli dovette accontentarsi delle copie non sempre fedelissime ed esattissime che delle lettere leopardiane potè avere; se cadde egli stesso, nella sua pubblicazione, in qualche svista, inesattezza ed arbitrio, ciò dev’essergli condonato in grazia di tanta sua fatica e benemerenza.

II.

Già nel III volume delle Opere leopardiane pubblicate dal Le Monnier (quello degli Studi filologici) il Viani aveva fatto includere dal Pellegrini una prima raccolta di 87 lettere del [p. x modifica]Leopardi. E il 5 settembre ’45 scriveva al Le Monnier proponendogli la formazione di un IV volume col Saggio sugli errori degli antichi e una raccolta di lettere leopardiane diverse da quelle già inserite nel volume precedente, Saggio e lettere che il Viani aveva acquistato dagli eredi Stella. Ma poco appresso egli ritirava tale proposta, avendo fin d’allora concepita l’idea di pubblicare un intero Epistolario leopardiano.

Ragion vuole però che si sappia che la prima idea d’una raccolta di lettere del Leopardi è molto più antica, e si deve al Brighenti, il quale in una lettera del 1° giugno ’20 ne faceva la proposta a Giacomo.5 Dopo il Brighenti venne il Puccinotti, che ai 5 dicembre ’37 scriveva, tra l’altro, da Firenze al conte Monaldo che aveva in animo di stampare le varie lettere a lui dirette da Giacomo, «accompagnate da una Notizia intorno ai lavori del suo mirabile ingegno, un poco più precisa e veridica (massimamente quanto agl’inediti da lui lasciati) che non è quella del signor Ranieri» pubblicata nel Progresso di Napoli.6 Anche il Giordani e il Pellegrini pensavano a un Epistolario leopardiano; tanto che si rivolsero a Paolina, la quale rispose non esistere più nulla in casa, poiché Giacomo aveva ritirato tutte le sue cose presso di sé quand’era a Napoli: il che, come abbiam visto, non era vero rispetto alle copie e alle minute delle lettere rimaste in famiglia. Se la prima idea d’una raccolta di lettere spetta al Brighenti, la prima raccolta effettiva si deve al conte Francesco Torricelli di Fossombrone, che nel ’42 pubblicava 13 lettere del Leopardi al Puccinotti in [p. xi modifica]un suo periodico dal titolo l’Antologia.7 Ma solo nel 1849 fu compiuta la pubblicazione dell’Epistolario, raccolto dal Viani in due volumi della collezione lemonnieriana,8 «nella fiducia che la sua diligenza e fatica riuscisse accetta a chi delle nobili cose si piace e a chi nei vivi ritratti dei valentuomini studia la natura umana».

Di tutte le lettere che il Viani, con l’aiuto specialmente del Giordani,9 del Gussalli, del Puccinotti, del Muzzarelli, del Capponi, del Pepoli, del veneziano Spiridione Veludo, degli eredi Stella, riuscì a raccogliere, ne omise nella pubblicazione deliberatamente quasi un centinaio, delle quali la maggior parte dirette allo Stella, alcune al padre e al fratello Carlo, avvertendone il lettore nella prefazione. Né certo tutte le altre lettere scritte dal L. furono ivi raccolte: alcune per rifiuto dei

possessori, fra’ quali il De Sinner; altre, come quelle al Gioberti e al Montani, perché disperse o nascoste dagli uomini [p. xii modifica]

introduzione xiii

e dal caso. Vi mancano inoltre le lettere al Brighenti, che Emilio Costa più tardi fece in tempo a sottrarre al tabaccaio di Gualtieri, e che furon pubblicate poi insieme con le lettere dello Stella e del Brighenti a Monaldo e a Giacomo.

Tale rimase l’Epistolario nella 2a impressione fattane nel 1856,10 salvo lievissime mutazioni; e tale anche nella 3a del 1864,11 in tutto conforme alla precedente.12 Ma anche dopo queste ristampe,13 il Viani continuò senza stancarsi a cercare, e quasi a rivedere tutti i buchi alla caccia di lettere, di notizie, di documenti che riguardassero il suo prediletto scrittore; e vincendo difficoltà, gelosie, diffidenze, e risolvendosi a dare buona parte delle lettere che nel ’49 non aveva creduto opportuno, pubblicava a Firenze nel 1878 l’Appendice all’Epistolario,14 promettendo di far seguire presto a quel volume un [p. xiii modifica] secondo. Ma quella fu l’ultima pubblicazione di lui, poiché il secondo volume promesso non comparve mai.15 In luogo di esso vennero, nel 1882, i Nuovi documenti del Piergili,16 che insieme con altre cose importanti contenevano un bel manipolo di 48 lettere leopardiane, vale a dire una nuova Appendice dell’Epistolario. E un’altra notabile Appendice fu costituita dalle 18 lettere di Giacomo al Brighenti,17 rinvenute per fortunato caso a Gualtieri, e da E. Costa pubblicate nel 1888.18 Intanto per le lettere che già sporadicamente avevan vista la luce, e per altre ancora comparse dopo il 1882,19 si rendeva necessaria una nuova edizione ampliata dell’Epistolario. Ma non essendo ormai il Viani in condizioni di salute da poter più attendere a nessun lavoro, il Piergili si sostituì a lui per darci nel 1892 la 5ª edizione dell’Epistolario.20 non più in due, ma in [p. xiv modifica]tre volumi, edizione che fino ad ora è rimasta la fondamentale; sebbene il Piergili ne avesse più tardi, nel 1925, procurata un’ultima ristampa, la settima,21 con nuove aggiunte o poste in fine o abilmente innestate nella vecchia stereotipia della 5a edizione.2 UT.

Come il Viani facilmente prevedeva, la pubblicazione delVEpistolario leopardiano fece maravigliare molti, e irritare e addolorare qualcuno, che certo da essa non veniva troppo a guadagnare. Alludo segnatamente ad Antonio Ranieri, il quale avendo fino allora goduta la fama incontrastata d’aver generosamente ospitato e mantenuto di tutto il Leopardi, con sacrificii continuati per un settennio, si vedeva ora sfrondare la corona dalle rivelazioni dei veri rapporti tra i due sodali, che da alcune lettere leopardiane, specie deW Appendice, emergevano.

Queste lettere esasperarono il vecchio Ranieri, e gli fe



2 Epistolario di Q. L., raccolto e ordinato da P. Viani. Settima ristampa con nuove aggiunte a cura di G. Pirroili. Firenze, F. Le Monnier, e. a. Volumi 3. — In questa 7“ristampa, che fu data al pubblico non prima del 15 aprile 1025. come si ricava dalle indicazioni poste in fine di ciascun volume, il voi. I comprende 319 lettore leopardiane (pp. 15-561); pili le «Giunte e correzioni al I volume» (pp. 563-570). Il II volume comprende le lettere leopardiane dal n. 320 all’815 (pp. 1-571); pili un’«Appendice» di Ietterò del I,. venute in luce dopo, che protraggono la numerazione dal n. 816 all’883 (pp. 573-629); e tra esse è notabile il gruppo delle 39 lettere al Ranieri.

pili una al Troya e ima a Margherita Fabbri, che Antonio Carata aveva pubblicate nella Nuova Antologia (quaderno del 16 agosto 1909). In fine vi sono «Giunte e correzioni al II volume» (pp. 631-635), seguite dagli «Indici». Il 111 volume comprende esclusivamente le «Lettere degli amici» al Leopardi, con l’aggiunta di tutte lo lettere di Pietro Brighenti, a cura ili G. P ter Giù:

sono in tutto 192 lettere (pp. 1-464); più i «Ricordi, giudizi, ragguagli ecc.».

Se il Piergili riesci ad aggiungerò in questa 7“ristampa parecchie altre lettere da altri già sparsamente date alla luco, e anche alcuni frammenti per colmare le rispettive lacune, è ovvio che non vi potè far luogo a qualche altra lettera venuta fuori dopo il 1925; lo quali lettere, del resto in numero assai limitato troveranno il lor posto, con le poche inedite, nella presente edizione. [p. xv modifica]xv] INTHODUZIONE cero a dirittura perder la bussola. Si aggiunga che VAppendice era comparsa quasi contemporaneamente alla morte della sorella di lui Paolina, per la quale il Ranieri aveva un’adorazione che rasentava il feticismo; cosicché l’uno e l’altro fatto provocando un vero disordine nelle già scombuiate facoltà mentali del Napolitano, lo spinsero a scrivere nel 1880 quel malaugurato e incauto libro del Sodalizio, che se per qualche tempo potè offuscare la figura morale del Leopardi, doveva in ultimo demolire quella del suo denigratore. Ma le lettere leopardiane e la morte della sorella che il Ranieri voleva deificare sulle rovine del Recanatese, non furono i soli incentivi di quel libro. Altri gli vennero, come pungoli acuti, dagli stessi suoi amici e «fratelli»; i quali, preoccupati e solleciti della fama di lui meno che dei comuni interessi settarii, lo eccitarono prima a difendersi energicamente; poi, quando si convinsero che ilygr>vero vecchio nulla sapeva addurre di convincente e documentato contro i fatti risultanti dalle lettere leopardiane, e contro le prove schiaccianti di altre pubblicazioni successive, quali i Nuovi documenti del Piergili, finirono con l’abbandonarlo esortandolo pel suo meglio a tacersi. Tuttavia la polemica durò ancora a lungo, in Italia e fuori; e vi parteciparono, in vario senso, parecchi uomini illustri. Alcuni, come il D’Ancona e il D’Ovidio, che prima avevano assunto le difese del Ranieri, vinti poi da tante prove e dall’amore innato della verità, finirono col convertirsi interamente ad opposta opinione; altri profittarono della polemica per sostenere, attraverso le pretese rivelazioni ranieriane, principii dottrinali o religiosi che con la polemica stessa non avevano alcuna relazione: qualcuno, come lo Gnoli. o per partito preso troppo leggermente o per la smania morbosa di scoprir qualche nèo nella purezza d’una grande figura, pur non sostenendo eccessivamente il Ranieri, calcò volentieri la mano sul Leopardi, e trovò pur troppo un’eco risonante da parte degli stranieri; pochi, e di non grande levatura, o per ispirito regionale o per interessi di parentela, persistettero debolmente nella difesa di una causa che ai loro stessi occhi doveva sembrare perduta. E quasi tutti gli imparziali ed onesti ormai convenivano nel restituire all’infelice e grande Reca [p. xvi modifica]natese la dignità, la lealtà, la generosità, l’altezza e innocenza dell’animo che brillarono in tutta la sua vita. Più largamente ciò ebbe a verificarsi dopo che altri valorosi campioni furono sorti alla strenua difesa del Leopardi, quali il Guardione, il Ridella, il Taormina e il Ferretti, per citare i principali; ma in modo si può dire universale dopo che cominciarono a conoscersi le carte ranieriane, depositate nella Nazionale eh Napoli, le quali con la loro luce sfolgorante dovevano eliminare ogni dubbio. Da esse si evince, per documenti numerosi e inoppugnabili, forniti allo storiografo dallo stesso Ranieri, che questi non poteva offrire nessuna ospitalità all’amico per la sufficiente ragione che, proprio negli anni del sodalizio o contubernio, il Ranieri, non che poter provvedere al mantenimento dell’amico, non ebbe come provvedere al suo proprio sostentamento; che, invece di essere stato estraneo agl’interessi e rapporti domestici del Recanatese, vi s’ingerì e ne partecipò di continuo; per modo che, se uno dei due ebbe a giovarsi dell’altro, questi non fu certo il Leopardi. Si può quindi affermare, concludendo sulla lunga e incresciosa questione, che il libro del Sodalizio, provocato massimamente dall’Epistolario leopardiano, potè bensì costituire per qualche tempo «una sventura postuma di Giacomo Leopardi»; ma quasi per forza di una Nemesi storica, la dotazione fatta dal Ranieri, in quel suo strano testamento, di tutte le carte sue e di altri alla pubblica Biblioteca di Napoli, ha cancellata quella ingiuria con una piena, solenne e definitiva rivendicazione della verità.22

IV.

Se, dal punto di vista letterario, l’Epistolario leopardiano fu meritamente giudicato uno de’ più belli che vanti la nostra letteratura, esso non ha minore importanza di altri come raccolta di dati e documenti indispensabili al critico che, a traverso i fatti della vita penetrando nell’intima conoscenza dell’uomo, voglia giungere alla piena e giusta valutazione dello [p. xvii modifica]XV11I INTRODUZIONE scrittore, Basterebbe considerare lo stato della letteratura leopardiana prima e dopo che apparvero i due volumi AeYEpistolario nel 1849. E quanto maggiormente gli studi sul Leopardi si avvantaggiarono, allorché via via quei due primi volumi si andarono per successive aggiunte arricchendo ed ampliando 1 Sono ormai viete ed oltrepassate le discussioni sull’opportunità di pubblicare gli Epistolari, segnatamente dei grandi scrittori. I pretesi inconvenienti e pericoli, che del resto possono facilmente essere eliminati, attenuati o corretti dalla prudenza, dalla discrezione, dal tatto e dalla conoscenza piena del soggetto necessarie agli editori di siffatte raccolte, sono, a ogni modo, superati da tali e tanti vantaggi, che non valga più la pena d’insistere su quelle discussioni. Certo, nel giudicare e valutare la portata di una lettera privata, e specialmente se appartiene a un grand’uomo e a un grande scrittore, bisogna tener conto della disposizione dell’animo di chi la scrisse, in quel dato momento in cui fu scritta, indagando tutte le circostanze e i particolari atti a raggiungere questa conoscenza e valutazione. E quindi chi voglia scoprire, a traverso la sua corrispondenza epistolare, l’uomo vero, deve bensì da un lato attentamente scrutare la sua segreta indole morale, clic meno ha ragione di dissimularsi nella confidenza ed espansione di una lettera scritta il più delle volte currenti calamo, spigolare, in mezzo a fuggevoli accenni e impressioni, notizie utili alla biografia dell’autore non meno che alla storia letteraria in genere o a quella della cultura; ma non dovrà nemmeno trascurare di raccogliere intorno a molte figure, anche secondarie, di corrispondenti, amici o nemici, lodatori o denigratori, fatti, circostanze e dati d’ogni specie; in guisa che lo studioso lettore trovi spianata la via a nuove ricerche, e il critico alla revisione o integrazione di parecchi giudizi. Di qui l’opportunità, e quasi direi la necessità, di completare le lettere dell’autore principale con quelle de’ suoi corrispondenti; il che significa integrare il colloquio stabilitosi fra due persone, siano pure di valore e d’indole quanto si voglia diverse. Ma se la raccolta e pubblicazione delle lettere leopardiane era andata via via aumentando per la solerte e amorosa fatica [p. xviii modifica]INTRODUZIONE XIX di alcuni chiari e benemeriti editori, tanto che ormai non possa ragionevolmente sperarsi ch’essa aumenti in modo sensibile nell’avvenire,1 la raccolta e pubblicazione delle lettere de’ suoi corrispondenti, essendo rimasta parziale e discontinua, aveva lasciato molto a desiderare, per la materiale impossibilità di trovar la maggior parte di quelle lettere. E ciò non già perché esse fossero sparpagliate o distrutte, ma proprio per l’opposta ragione, perché cioè giacevano quasi tutte in un sol luogo, dove una strana quanto ostinata volontà le aveva sottratte per tanti anni agli studiosi. Se non che, venute finalmente anche quelle lettere in dominio del pubblico, esse hanno potuto in questi ultimi tempi cominciare ad esser conosciute; 2 e più largamente saranno in questa nuova edizione, in cui alle lettere del Leopardi andranno per la prima volta accompa1 Per quanto io abbia diligentemente e lungamente corcate nuove lettere del Leopardi da aggiungere a questa mia edizione, tra lo non poche che risultano scritte ma sconosciute perché distrutte o disperse, non sono riuscito a motterne insieme più d’una mezza dozzina; alle quali si aggiungono altre duo che, por essere state dol tutto dimenticate e quindi sconosciute, possono considerarsi quasi inedite. Un numero presso che eguale è poi quello delle lettore che non figurano nell’ultima ristampa dell’Epistolario, perché venute alla luce posteriormente. Di particolare importanza e interesse riusciranno poi i numerosi brani inediti, talvolta assai lunghi, specie delle lettere di Giacomo al fratello Carlo, coi quali ho potuto colmare quasi tutte lo lacune rimasto fin qui nell’Epistolario leopardiano. Dette lacune, so prima orano state consigliate o imposte da delicati riguardi, non avevano ormai più ragione di tener celate notizie, fatti e giudizi utili agli studiosi. 2 Dello lettere dei corrispondenti del L., già da tempo si conoscevano, come si è detto, quelle dei Parenti per la pubblicazione del Piergili; alle quali si aggiunsero poi quelle del Giordani, del Brighonti, degli Stella, del Vieusseux, del Colletta ecc. riunite tutte da ultimo nel III volume dell’Epistolario. Vennero poi quelle che la Commissione governativa credè pubblicare, scegliendo in un blocco rimasto fra i mss. leopardiani, in Scritti vari inediti (Firenze, Le Monnier, 1910); e lo altre del medesimo blocco che, scartato dalla Commissione, furon pubblicate nel 1928 da Mahia R. Zezon nel Supplemento n. 24 del Giornale storico della letter. italiana. Ma il grosso di quelle lettere era rimasto confuso e ignorato nella farragine dolio carte Ranieri. Oltre a brani di esse da me riferiti in varie mie pubblicazioni su riviste e giornali, o segnatamente noi tre Discorsi proemiali alla mia edizione critica delle Opere approvale di O. L., altre lettere di quel fondo sono state pubblicate ultimamente dai fratelli Bresciano (Torino, Rosemberg e Sellier, 1931), ed altro ancora da R. Bresciano in Nuova cultura, fase, del gennaio-giugno 1932; ma esso non sono che una parte, alcuno frammentarie, e non tutte della più importanti. Io ho inoltre largamente profittato del ricco materiale dogli archivi Leopardi e Antici, di quello della Biblioteca comunale di Recanati, e di quello rarissimo del recanatese P. dott. Clemente Benedettucci, uno de’ più provetti e operosi cultori di studi leopardiani. [p. xix modifica]XX INTRODUZIONE gnate in ordine di tempo, anche quelle di quasi tutti i suoi corrispondenti; oltre a documenti varii e brani di lettere di altri ad altri, con riferimenti al Leopardi, che saranno allogati nelle note. V. Ma affinché si le une e ei le altre lettere riescano veramente proficue ad ogni ordine di lettori, hanno pure bisogno di essere opportunamente illustrate da un commento che, conservandosi sempre il più possibile spassionato e oggettivo, valga ad eliminare ogni difficoltà ed oscurità, a dare ad ogni persona, fatto o circostanza il debito rilievo, ad aiutare il lettore con richiami, confronti, avvicinamenti, a mettere in luce i rapporti e gl’influssi che i suoi corrispondenti, ed altri di cui si parla nelle lettere, poterono avere col nostro Autore, le occasioni e circostanze in cui quei rapporti ed influssi si determinarono. E questo appunto io mi sono studiato di fare nelle annotazioni che, anch’esse per la prima volta, corredano l’Epistolario leopardiano.1 In esse mi son proposto la maggiore sobrietà che mi era possibile, dato lo scopo accennato; ma riconosco che forse non sempre l’avrò messa in pratica, specie nelle lettere del primo volume,2 nelle quali la necessità di lumeggiare e colorire l’ambiente leopardiano a quelli dei lettori che non ci avessero troppa dimestichezza, può avermi vinta la mano. Ma tra l’eccesso e il difetto, ho creduto men grave pecca cadere nel primo che nel secondo. E di fatti, come non ho dissimulato, cosi non ho saltato, con la disinvoltura di alcuni annotatori, nessuna difficoltà od oscurità, né ho rispar1 Lo pochissime noto apposto a qualche lettera prima dal Viani e poi dal Piergili, sono cosi sporadiche ed esigue, che invece di soddisfare il lettore sembrano messe a posta per fargli desiderare un più ampio commonto. In ogni modo, quelle di osso note ch’io ho conservate portano le sigle dei rispettivi autori. - In quelle primo lettore, e segnatamente in quello al Giordani rimaste in copie o in minute autografe, tutte corrette qua e là da Giacomo, ho creduto bene rilevare alcuno di quelle correzioni, che me ne son sembrato degne o per felici mutamenti formali o per altri riguardi; e, trattandosi di correzioni d’uno squisito scrittore come il Leopardi, confido di non aver fatto cosa mutilo né superflua. [p. xx modifica]INTRODUZIONE XXI miato le più accurate, minute e pazienti indagini per risolverle o chiarirle. Nei casi, fortunatamente non molti, in cui non vi son riuscito, l’ho confessato, oppure mi son limitato ad avanzare una dubbiosa ipotesi. Quanto alle notizie bio-bibliografiche relative ai corrispondenti del Leopardi, ho pensato che sugli illustri sarebbe stato fare un torto ai lettori, anche a quelli di mediocre cultura, sciorinare una facile quanto vanitosa erudizione; degli oscuri 0 quasi, non valesse la pena di occuparsi; e mi son ristretto a dare di tutti quelle notizie che potessero tornare utili a chiarire le qualità, l’indole di ciascuna persona, e specialmente le occasioni e circostanze che crearono rapporti fr£ quella persona e il nostro Autore. Delle opere del Leopardi e di altri che mi è occorso spesso di ricordare, tranne le più importanti e quelle che direttamente servivano ai fini della mia illustrazione, mi sono deliberatamente astenuto di fornire i dati bibliografici, per non accrescere e ingombrare troppo le note; riflettendo che agli studiosi cui bisognassero dette indicazioni possono ormai servire, non solo i volumi della mia Edizione critica delle opere leopardiane,1 ma anche e più compiutamente 1 due volumi della Bibliografia leopardiana,2 Ho invece abbondato nei richiami, confronti, avvicinamenti; e ciò per comodo di quegli studiosi che, conoscendo già nella sua organica interezza e continuità Y Epistolario, avessero bisogno di fermare la loro attenzione su qualche singolo fatto, o questione o persona speciale, e di raccogliere qua e là le notizie e i documenti ad esso relativi; e per facilitare ad ogni lettore il riscontro di date e di lettere corrispondentisi tra loro; ai quali scopi potranno del resto giovare anche gl’indici finali. Essendomi accorto che cosi nel testo delle lettere leopardiane, come in quelle dei parenti ed amici, eran corsi e rimasti 1 Oliere approvate di O. L. Edizione critica a cura di F. Mohoncini. Bologna, L. Cappolli, 1927-1031. Volumi 6. 2 Bibliografìa leopardiana: Parto I (fino al 1898), compilata da G. Ma/,, zatinti o M. Meschini; Parto II (1898-1930), compilata da G. Natau. Pubblicata por cura dol Pio Sodalizio dei Piceni in Homo. Firenze, Leo S. OlBchki, 1931-32. — A queste duo parti dovrà far séguito unii terza, che comprenda gli anni dal 1931 in poi. [p. xxi modifica]XXII INTRODUZIONE fino all’ultimo numerosi errori, e non solo di grafia e d’interpunzione, ma spesso anche di lezione e di senso, ho preso l’eroico partito non solo di riscontrare personalmente su tutti gli autografi ed apografi che ho potuto avere sott’occhi (e sono stati la massima parte), e di far riscontrare a persone non meno cólte che cortesi su quelli che non mi è stato possibile vedere, le lettere del Leopardi esistenti in vari luoghi; ma anche di riscontrare a una a una le lettere de’ corrispondenti già pubblicate,1 e di trascrivere fedelmente di mio pugno tutte le altre numerosissime che sono nella Nazionale di Napoli. Quest’ultimo lavoro essendo stato da me compiuto molto tempo innanzi alla ricordata pubblicazione dei fratelli Bresciano, assumo su di me la piena responsabilità della trascrizione, tutte le volte che questa possa discordare dal testo di quella stampa. 11 medesimo dico delle altre notevoli differenze fra il testo da me dato e quello delle lettere pubblicate negli Scritti vari inediti, e nel citato Supplemento del Giornale storico della letteratura italiana. Serva questa mia affermazione ad evitare l’ingombro fastidioso di singole avvertenze e raffronti. Alla quale affermazione devo tuttavia soggiungere la dichiarazione che, pur conservando in generale le peculiarità ortografiche e grammaticali di ciascuno scrivente, anche se non sempre conformi alle buone regole, per lasciarne intatta la forma mentis, che pur da tali segni (in quanto non derivino solo dalla moda del tempo, ma si dall’indole della persona) può intrawedersi; non ho dubitato portare deliberatamente qualche leggera modificazione specie nella grafia e punteggiatura, quando ciò poteva render più agevole e chiara la lettura, e togliere molte lettere maiuscole punto necessarie; come nell’uso degli accenti mi sono attenuto a quello ormai invalso in quasi tutte le buone stampe italiane. 1 Intendo sognatamente quelle dei Parenti e quello contenute noi III volumo dell’Epistolario, i cui autografi furon da G. lasciati nell’archivio di casa Leopardi. Questa notizia generale della fonte valga, una volta per tutte, a risparmiarne a me e ai lettori la ripetizione per ogni singola lettera. [p. xxii modifica]INTRODUZIONE XXIII VI. Nell’ordinare le lettere cosi del Leopardi come de’ suoi corrispondenti, ho seguito strettamente il criterio cronologico, procurando a tale scopo di fissare o con certezza o con approssimazione le date delle lettere che ne mancavano, e raccogliendo tutte le lettere sotto un’unica numerazione, con la sola differenza de’ c o r p i di carattere; per modo che, dandosi tipograficamente un maggiore rilievo alle lettere leopardiane, chi preferisse restringersi alla sola lettura di esse e sorvolare su quelle de’ corrispondenti, potesse appagarsi s,enza incomodo o difficoltà; come è stato fatto già egregiamente da altri per altri grandi nostri scrittori, quali il Foscolo, il Manzoni, il Monti. Un problema di non facile soluzione è stato poi per me quello della ripartizione di cosi varia e molteplice materia in quel numero di volumi che si rendessero necessarii, con la mira che ciascun volume non oltrepassasse una giusta e ben proporzionata misura, e nello stesso tempo la materia vi fosse allogata anche con criterii non esclusivamente materiali e di pratica convenienza. Sarebbe stato infatti desiderabile ripartire la materia in ciascun volume per serie di luoghi ed anni compiuti; ma questo avrebbe contrastato con la più razionale ripartizione in periodi storici, i quali, com’è ovvio, raramente coincidono con la dimora in determinati luoghi e coll’aprirsi e col chiudersi di determinati anni. E, d’altra parte, il tener come base i periodi storici poteva ostacolare l’equa distribuzione della materia nei volumi. Dopo molto riflettere, misurare e calcolare, son venuto nella determinazione di seguire eh preferenza il criterio de’ periodi storici, cercando, per quanto era possibile, di profittare delle loro coincidenze coi passaggi del Leopardi da un luogo all’altro e con la chiusura degli anni, senza venir meno nel medesimo tempo a una proporzione approssimativa de’ sei volumi. Cosi tutta la materia, che comprende circa 900 lettere del Leopardi e un numero presso che eguale di quelle de’ suoi corrispondenti, è venuta a ripartirsi nel modo seguente: [p. xxiii modifica]XXIV INTRODUZIONE Volume I: dal 24 dicembre 1810 alla fine del dicembre 1819. Tra le lettere di questo primo periodo, mentre possiamo in generale formarci un’idea del clima domestico dei Leopardi, siamo naturalmente portati a fermare la nostra speciale attenzione sull’interessante e nutrito carteggio fra Giacomo e il Giordani, dal quale emergono i sentimenti del giovine assetato di gloria e di affetti, i suoi studi eruditi e i suoi progressi; il suo primo entrare nell’aringo poetico con le due canzoni patriottiche; le sue malinconie e gli scoraggiamenti, che si risolsero nel disperato tentativo di fuga dalla casa paterna, con le immediate conseguenze di essa. Volume II: dai primi di gennaio 1820 alla fine di aprile 1823; cioè fino al ritorno di Giacomo in Recanati dopo il suo primo viaggio e la dimora in Roma. Qui va distinto il periodo che precede l’andata a Roma, da quello della dimora romana. Nel primo si continua attivamente il carteggio col Giordani; s’inizia quello col Brighenti, che culmina con le pratiche fallite per la stampa di cinque canzoni; e sono notevoli le lettere della zia Ferdinanda, onde posson trarsi gli elementi e gl’indizi delle corrispondenti di Giacomo perdute, e quelle del cugino G. Melchiorri, altra figura interessante per i rapporti con Giacomo che, iniziati ora, durarono fino alla morte del Poeta. Nel secondo periodo, quello della dimora romana, mentre il Giordani e il Brighenti si eclissano quasi del tutto, risaltano in primo piano le figure di Monaldo, di Carlo e di Paolina, ed emergono i veri rapporti di Giacomo co’ suoi; le occupazioni, le pratiche e le speranze di lui in Roma circa il suo avvenire; speranze che poi, sfumate, lo costrinsero al ritorno nella sua città nativa. Volume III: dai primi di maggio 1823 alla fine del dicembre 1825. Si vedono nel principio di questo periodo continuate da Giacomo le relazioni strette in Roma col Melchiorri (che sboccano nella pubblicazione delle Annotazioni &V Eusebio), e coi principali personaggi specialmente stranieri, quali il Niebuhr e il Bunsen, i cui amorevoli impegni per procurare a Giacomo un impiego dovevano fatalmente anch’essi fallire. Si riallacciano poi i rapporti col Brighenti per la stampa delle dieci Canzoni [p. xxiv modifica]INTRODUZIONE XXV nel ’24; e un po’ più tardi, con la lettera stelliana dei 5 marzo ’25, quelli con lo Stella, interrotti fin dal ’19, i quali dovevano condurre alla nota convenzione tra il libraio milanese e Giacomo, e all’andata di questo prima a Milano, poscia a Bologna; nella quale ultima città, pur continuando a lavorare agli stipendi dello Stella, Giacomo aveva incominciato a preparare i materiali per la disegnata, ma non più eseguita, edizione solenne di tutte le sue Opere. Volume IV: dai primi di gennaio 1826 alla fiyie di ottobre 1827. Questo volume comprende le lettere, assai numerose a proporzione del breve tempo, da Giacomo scritte e ricevute nei primi dieci mesi del ’26, in cui si trattenne ancora a Bologna, tenendosi in serrata relazione con lo Stella, pel quale continuava a lavorare specialmente sul Petrarca; senza trascurare i rapporti, sempre affettuosi, con la famiglia, con lo zio Carlo Antici e il cugino Melchiorri, e co’ suoi amici. Tornato a Recanati l’11 novembre ’26, nei cinque mesi che vi passò fino al 23 aprile ’27, lo si vede occuparsi per lo Stella nell’altro ingrato lavoro della Crestomazia (mentre a lui premeva invece affrettare la stampa delle Operette morali), e intanto continuare la corrispondenza con gli amici vecchi, e iniziarla co’ nuovi; fra i quali ultimi risaltano i Tommasini, amici veri e costanti del nostro Giacomo. J1 carteggio con essi continuò nutrito durante la successiva dimora fiorentina del Leopardi dal giugno ’27 in poi; dimora che, incominciata abbastanza tristamente per la cattiva salute di Giacomo, doveva riuscire a lui più gradita, e più utile per le molte amicizie che vi contrasse e per la stima che vi godè tra i letterati fiorentini ed estranei. Volume V: dal 12 novembre 1827 alla fine di aprile 1830. S’apre questo volume con la bella e confortante lettera a Paolina su Pisa, poco dopo l’arrivo di Giacomo colà; a cui fan séguito altre ad amici ed amiche, tutte intonate a un insolito ottimismo. Continua, ma meno fitto, il carteggio con lo Stella per la Crestomazia poetica; co’ suoi familiari e co’ suoi amici, specie di Bologna e di Firenze: onde traspare la vita che Giacomo menava in Pisa, le sue nuove conoscenze, le occupazioni, le visite, i segni di stima e di onore che ivi riceveva. Il carteggio, fra le [p. xxv modifica]xxvi INTRODUZIONE medesime persone e su por giù col medesimo tono, si continua nei mesi deH’estate-autunno ’28 passati da Giacomo in Firenze; finché, sopraffatto dalla malinconia e dall’uggia, mancatogli con la fine dell’anno l’assegno mensile dello Stella, Giacomo non si risolve, in vista del nuovo inverno, a tornare in Recanati. Le sue lettere da Recanati, scarse e brevi, son pietoso documento delle tristissime condizioni della salute e dell’animo di Giacomo in quest’ultimo periodo della sua dimora in patria: alcune tuttavia di lui, e le relative de’ corrispondenti, riescono di particolare interesse, le une [>er la biografìa interiore del Nostro, le altre per le cose letterarie specialmente di Toscana. Volume Vi: dai primi di maggio 1830 al 27 maggio 1837. Lasciate ch’ebbe Giacomo per l’ultima volta la famiglia e la città nativa, e ridottosi novamente a Firenze mercé il peculio degli amici toscani, vediamo anzi tutto in questo volume le vicende che accompagnarono l’edizione fiorentina dei Canti; poi, con l’iniziata amicizia tra Giacomo e il De Sinner, e la consegna a quest’ultimo de’ mss. filologici, i rapporti di affettuosa stima tra essi, continuatisi fino alla morte di Giacomo. S’intravvede e s’indovina, dalle poche lettere del poeta alla Fanny Targioni e dalle promuro usate da lui con amici e parenti per rendersi a lei bene accetto, la terribile passione devastatrice. Cominciano poi a delinearsi, nelle lettere da Roma ove Giacomo accompagnò il Ranieri nell’ottobre del ’31, e meglio ancora si determinano in quelle da Firenze al Ranieri e ad altri, i veri rapporti fra il recanatese e il napolitano, e le loro condizioni materiali e morali; finché negli ultimi anni passati a Napoli le lettere di Giacomo, sebbene scarse e stentate, valgono tuttavia a sufficientemente informarci, insieme con quelle de’ corrispondenti, circa la vita esteriore, assillata dal problema del pane quotidiano, dei due sodali, e circa i propositi, i sentimenti e le occupazioni letterarie di Giacomo condotte fino agli estremi giorni della sua vita. In tanta materia e tante ricerche e questioni diverse, io avrò potuto errare talvolta, e talvolta riuscire inesatto o manchevole; e me ne ammoniscano pure e me ne diano biasimo [p. xxvi modifica]INTRODUZIONE XX VII i censori arcigni e intransigenti: a me resterà tuttavia la sicura coscienza di non aver lavorato con fretta, e di non aver risparmiato fatiche, indagini e spese per assolvere il mio compito nel miglior modo che da me si potesse. E poiché in questo compito non poco sono stato da cortesi persone aiutato e agevolato in vari modi, adempio il gradito dovere di ringraziarne pubblicamente: l’egregio Direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli dott. G. Burgada e i suoi valenti e solerti cooperatori dott. Eugenio Rossi, dott.a signora Beisani Roche, dott. E. Piermarini, per l’assidua cortese efficace assistenza prestatami in vari anni di lavoro; i rappresentanti delle nobili famiglie Leopardi e Antici, per avermi liberalmente permesso di compulsare senza riserve i loro più segreti archivi domestici; il prof. M. L. Patrizi, il prof. G. A. Levi, il prof. L. Pescetti, il dott. Flavio Colutta, il maestro Arturo Toscanini e il suo figliuolo dott. Walter, l’aw. N. Mazzolà di Milano, il dott. Cesare Amantini e il cav. Federico Gentili di Giuseppe, per la collazione e le copie di lettere leopardiane favoritemi; l’onorando prof. Giuseppe Piergili, per molte utili notizie e informazioni; e segnatamente il Padre dott. Clemente Benedettucci, dell’Oratorio di Recanati, bibliografo, storico e leopardista insigne, il quale con generoso altruismo ha posto a mia disposizione tutta la ricca collezione di libri, manoscritti e rarissimi cimelii leopardiani, da lui nel giro di molti anni adunati nella sua casa ospitale.1 Un ringraziamento particolare e vivissimo devo in fine al prof. Michele Barbi, il quale non si è limitato a giovarmi della sua assidua e preziosa assistenza nel corso della stampa, ma ha voluto anche, per innata cortesia, concorrere con savi e opportuni avvertimenti e consigli al miglior successo dell’opera. Napoli, gennaio del 1934, XII d. E. F.

 F. M.

1 L’aiuto costante affettuoso ch’io no ho avuto, da vicino e da lontano, i saggi consigli e suggerimenti, mi sono stati di un vantaggio inestimabile; e io non potrò mai adeguatamente sdebitarmi con lui. Mi limiterò quindi a pregargli da Dio ogni contentezza, e che la sua vita, operosa anche ora ch’egli ha toccato trionfalmente gli 83 anni, sia per altri lunghi anni conservata agli studi, alla religione, alla patria.

  1. V. l’Epistolario di P. Giordani edito da A. Gussalli, Milano, Borroni e Scotti, 1854-55, vol. VII, pp. 178-79 nota 2.
  2. Una singolare conferma di esso si ha nella lett. 88 di questa edizione, nota ultima.
  3. A donare qualche autografo di lettera cominciò lo stesso Monaldo, e continuarono tutti i suoi successori fino ai viventi. Ma è sorprendente la facilità onde in ispecie Paolina si lasciava persuadere, e talvolta raggirare, a cedere gli autografi del suo grande fratello. Cosí un numero considerevole di quelli autografi emigrò por ignoti lidi; e alcuni finirono col comparire in vendita nelle aste pubbliche e nei cataloghi de’ librai-antiquari. Al posto degli autografi, o fu lasciato talvolta un più o mono corretto apografo, o piú spesso la semplice annotazione, su pezzi di carta, della persona cui l’autografo era stato donato. Da siffatte indicazioni risulta che gli autografi donati furono un’ottantina.
  4. Buona parte di queste ultime lettere, rimaste poi in mano della seconda moglie di Carlo, la vedova Teja, furono da lei affidate ad Alessandro Avòli, che da ultimo ne fece dono al Collegio Massimo di Roma.
  5. «Ella non solo è poeta in tutta la grandezza del termine, ma è scrittore di lettere tali, che io non crederei che l’Italia potesse presentare altri che la vinca in questo genere, compresi i piú antichi e riveriti.... Io vorrei dunque supplicarla di regalarne in dono all’Italia, ma se il mio ardire è soverchio la prego di nuovo a condonarlo». Il L. rispondeva ai 9 giugno, schermendosi debolmente, ma in fondo senza respingere la proposta fattagli: «Io la ringrazio di cuore dell’affetto che V. S. dimostra consigliandomi graziosamente di pubblicare un tomo di lettere. Io non so se ella intenda delle già fatte, o di altre da farsi a posta, perché le già fatte, quantunque io ne abbia in qualche numero scritte con una certa attenzione, non so se quelli a cui le ho indirizzate mi saprebbero buon grado s’io le pubblicassi....». Il Brighenti replicò ai 17 giugno; ma la cosa finí lí.
  6. Vedi Lettere scientifiche e familiari di F. Puccinotti, raccolte e illustrate dal P. Alessandro Checcucci. Firenze, Success. Le Monnier, 1877.
  7. Anteriormente, non erano comparse in pubblico se non le seguenti lettere del L.: una, in data 31 agosto ’36, all’ab. Fuoco, da questo stampata nel suo Nuovo corso di filologia italiana (Napoli, 1836, vol. II), preceduta da una lunga lettera del Fuoco al Leopardi, ed è la prima lettera privata pubblicatasi vivente ancora l’autore; tre al Grassi nell'Annotatore piemontese (anno III, vol. VI, 1837); una al Pepoli nel Vaglio, periodico di Novi piemontese (1841); e una al Trissino in Lettere di vari illustri italiani del secolo XVIII e XIX ai loro amici ecc. (Reggio, 1841). E posteriormente, oltre alla raccolta del 1845 nel volume degli Studi filologici, ne comparvero altre tre nella Strenna Picena per l’anno 1846 a cura di F. Papalini (Loreto, Rossi); e altro Quattro lettere inedite furon pubblicate da un tal K. V. nel 1847 (Roma, Natali).
  8. Epistolario di G. Leopardi, con le Iscrizioni greche Triopee da lui tradotte, e le Lettere di Pietro Giordani o Pietro Colletta all’Autore: raccolto e ordinato da Prospero Viani. Firenze, Felice Le Monnier, 1849. Volumi due, di pp. xii-480, 415. — Precede una lettera del Viani, di dedica «Ai nobili signori conti Carlo, Paolina, Pierfrancesco Leopardi», seguita da «Note». Le lettere contenute nei 2 voll. sono 546. Seguono le Iscrizioni greche Triopee, date dal Pellegrini (pp. 237-266), un Epigramma di Antifilo bizantino (pp. 267-28); e l’Iscrizione pel busto di Raffaello nel giardino Puccini (p. 269). E poi vengono 95 Lettere del Giordani a Giacomo; 3 del Giordani a Paolina; e 6 del Colletta a Giacomo, con l’avvertenza che questo ultimo erano state pubblicate in Recanati (Tip. Morici, 1848) per nozze (Garulli-Galamini), ma senza notare che l’ultima di quelle lettere, in data 11 gennaio 1830, nell’opuscolo di Recanati formava tutt’uno con la precedente (e così di fatti risulta dall’autografo); di guisa che, invece di sei, dovevano dirsi cinque.
  9. Al Giordani in particolare si deve il merito di avere, nel luglio ’46, mandato a sue spese il Viani in Ancona per abboccarsi con Carlo Leopardi, col quale senza dubbio dové mettersi d’accordo per aver le copie delle lettere di Giacomo posseduto dalla famiglia.
  10. Sebbene questa sia la data segnata nel frontespizio, tuttavia in fine della copertina di entrambi i volumi si ha la data Luglio 1860. I due volumi hanno rispettivamente pp. 500 e 420; ma il numero complessivo delle lettere rimane di 546. Le lettere del Giordani a Giacomo sono cresciute a 97; ma nell’occhietto che le precede è conservato il numero romano XCV della 1a edizione.
  11. Anche questa, sebbene abbia in fronte la data 1864, porta nell’ultima faccia della copertina una data diversa, cioè Agosto 1866.
  12. Perfino nell’errore del num. XCV, invece di 97, delle lettere giordaniane. La 4a del 1883, essendo costituita dei fogli della 2a, non può dirsi, come la 3a, «ristampa».
  13. Dopo la pubblicazione dell’Epistolario, altre lettere nuove del Leopardi avevan visto sparsamente la luce; e propriamente: Cinque lettere di G. L. a Giovanni Rosini. pubblicate dallo stesso Rosini (Firenze, Le Monnier, aprile 1850); una al Gioberti ne Lo Spettatore di Firenze (settembre 1855); tre al Giordani in una specie di Strenna (Parma, 1857); una al Cassi, a cura di U. M. Salustri (Roma, Chiassi, ottobre 1859); una al Rosini e una a Caterina Franceschi Ferrucci, a cura di F. Scolari (Pisa, Nistri, 1870); altre due, una a G. Melchiorri e una allo Stella, comparse nel periodico torinese II Baretti (nn. 4 e 5 del 25 gennaio e 1° febbraio 1872); e una al fratello Carlo, pubblicata per nozze Mari-Milani (Pisa, Nistri, 1874). Vennero poi le Sedici lettere al Bunsen, edite da Adolfo Tobler nell'Annuario della lingua e letteratura romanza e inglese (Lipsia, marzo 1874); quelle a Luigi De Sinner, a cura di F. Aulard nel suo Essai sur les idées philosophiques et l’inspiration poetique de G. Leopardi (Paris, Thorin, 1877); quelle date dal Cugnoni nelle Opere inedite di G. L. ecc. (Halle, 1878), segnatamente quelle al fratello Carlo ed al padre sulla fuga, delle quali già era stato fatto cenno nel Baretti.
  14. Appendice all’Epistolario e agli Scritti giovanili di G. L., a compimento delle edizioni fiorentine, per cura di Prospero Viani. Firenze, G. Barbèra, 1878. Un vol. di pp. lxxxvi-258. Le lettere del L. sono in numero di 100, e vanno dal 1812 al 1837 (pp. 1-198); più 4, edite poco prima dal Cugnoni, che furono aggiunte dopo i «Documenti» (pp. lxxx-lxxxvi). Seguono alcuni «Scritti giovanili» del L., in versi e in prosa (pp. 199-256).
  15. Qualche altra lettera spicciola, o gruppo di lettere, continuò a pubblicarsi dopo l’Appendice del Viani: come la terza lettera sulla fuga a Saverio Broglio, nella Nuova Antologia (15 febbraio 1879), a cura di G. Piergili; la lettera al Perticari dei 9 aprile ’21, pubblicala a cura di G. Monti per nozze (Recanati, 1879); le due a Luigi Stella pubblicate da G. Stella (Venezia, Antonelli, 1880); una a Venanzio Broglio inserita da G. Mestica nel Preludio di Ancona (nn. 1 e 2 del gennaio 1881), e un’altra al Montani dallo stesso Mestica pubblicata nel Fanfulla della Domenica (9 ottobre 1881); e una al Vieusseux pubblicata dal Piergili nel numero unico Ancona-Casamicciola (Ancona, Tip. del Commercio. 1881).
  16. Nuovi documenti intorno alla vita e agli scritti di G.L., raccolti e pubblicati da Giuseppe Piergili. Firenze, Success. Le Monnier. 1882. Un vol. di pp. lxxvi-300. Le lettere leopardiane vanno da p. 165 a p. 233.
  17. Sono contenute nel volume Lettere inedite di G. L. e di altri a’ suoi parenti e a lui, per cura di E. Costa, C. Benedettucci e C. Antona-Traversi. Città di Castello, Lapi, 1888.
  18. Il Costa ne aveva promesse 20.
  19. Una allo Stella nella Gazzetta italiana illustrata (Roma, 11 febbraio 1883); tre aI Puccinotli, pubblicate dall’AvòLi nella Rassegna italiana (Roma, aprile 1885); un’altra allo Stella, inserita da C. Antona-Traversi ne L’Ordine di Ancona (20-21 luglio 1885); una al padre, edita da A. Pavan (Treviso, Turazza, 1885).
  20. Epistolario di G. L., raccolto e ordinato da Prospero Viani. Quinta ristampa ampliata e più compiuta. Firenze, Success. Le Monnier, 1892. Voli. 3. Sebbene anche questa edizione rechi nel frontespizio il nome del Viani, ossa è dovuta quasi interamente al Piergili. — Il vol. I (pp. iv-567) contiene la «Dichiarazione del raccoglitore», in cui il Viani confessa di non aver potuto riordinare, come aveva incominciato, questa edizione grandemente accresciuta; un’«Avvertenza» del Piergili; la primitiva «Lettera dedicatoria» del Viani ai fratelli Leopardi, seguita da «Note»; e le prime 319 lettere del L. (pp. 15-561); più alcune «Giunte e correzioni al I volume». Il voL. II contiene le lettere leopardiane dal n. 320 al 782 (pp. 1-518); e a p. 519 ha poche «Giunte e correzioni al II volume». Nel vol. III vi sono le rimanenti lettere di Giacomo, dal n. 783 all’815 (pp. 1-53); alle quali fan séguito le lettere dei principali suoi corrispondenti, il Giordani, il Vieusseux, il Colletta, gli Stella; e ima del Grassi (pp. 55-410). Il volume si compie coi «Ricordi, giudizi, ragguagli ecc.» (pp. 411-442) e l’n Indico dei nomi delle persone a cui sono indirizzate le lettere del Leopardi».
  21. La sesta del 1922, fa parte dello Opere complete di G. L., in 16 volumi, della Casa Le Monnier; ma è soltanto una nuova tiratura della 5“.
  22. Vedi il mio articolo Il retroscena e il supplemento del libro del Ranieri sul «Sodalizio» nella Nuova Antologia del 1° Aprile 1933.