Edgar Allan Pöe/La vita e le opere/III

La vita e le opere - III

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III.


L’analisi delle avventure sconfortanti di cui fu tessuta l’esistenza di Pöe induce a considerazioni che tendono a renderlo interessante e simpatico.

La caratteristica precipua è una variazione perpetua del suo umore tra lo sconforto ed una illimitata fiducia nell’avvenire, con una spiccata predominanza di quest’ultimo sentimento ottimista.

La sua nevrosi, che egli stesso diceva ereditaria, venne ancora acuita dall’abuso del bere.

La di lui impotenza a reprimersi da questo vizio gli fu un continuo tormento, umiliandolo davanti a se stesso, lui così atto all’analisi, così atto al concepimento di altissimi ideali.

Pöe fu un volgare ubbriacone! Pöe morì di alcoolismo! Ecco la grande accusa, ecco lo stimma che lo fece oggetto di sprezzo vivente; ecco l’offesa che gli è sopravvissuta, vincendo l’omaggio al suo genio!

Ma forse Pöe domandava all’alcool l’obblio delle sue miserie, dei suoi dolori; Pöe chiedeva all’alcool la forza effimera, fittizia, di resistere alla lotta immane che egli muoveva alla fatalità [p. 27 modifica]inesorabile che ostacolava i meravigliosi suoi tentativi, che inceppava le superbe sue aspirazioni, che impediva al suo genio il sollevarsi potentemente oltre le meschine volgarità che lo disturbavano, che irritavano la sua fibra nervosa, tesa alla perfettibilità dell’arte.

Egli deve aver percorsa tutta la gamma della sofferenza, dalla fame allo spleen, dalla miseria alla nostalgia, dal dolore più avviliente allo spasimo più squisito, più acuto.

Tutto deve aver provato; pure, in nessuna occasione, nè abbandonato, nè perseguitato, nè respinto, nè incompreso, egli fu abbietto.

Persin l’alcool non agì su lui se non per esagerare certi tratti della sua individualità, ma non ve ne aggiunse di nuovi, non lo depravò.

Di generoso, incostante, capriccioso che era, non diventò nè avido, nè triviale, nè egoista; solo più appassionato, più impressionabile.

Due qualità essenziali per essere infelice.

La nevrosi ereditaria, esasperata dal veleno, finì per distruggere quella povera esistenza, e le sue ultime ore, scrive l’Ortensi, sono oscure e misteriose come le ultime ore di Petöfi e di Shelley.

Pöe fu una vivente protesta.

In mezzo a quel mondo americano, venale allora come adesso, affamato di materialismo, Pöe sognatore, Pöe poeta, era evidentemente uno spostato. [p. 28 modifica]

E se nel suo cruccio contro quella società che lo scherniva, se, impotente a combattere i pregiudizi volgari, le false e piccole idee, se, esasperato, lasciava che in lui la poesia suonasse le note più tristi; la ribellione però prorompeva potente ed originale così che la sua opera grandeggia per la bellezza rara, sebbene talvolta sinistra, delle concezioni, e per l’analisi perfetta.

La vasta sua erudizione gli permetteva qualunque tema.

Nelle prose, specialmente in quelle critiche, la satira sferzante fischia e batte i mezzi caratteri, le false posizioni, le ignoranti presunzioni, gli idoli dai piedi di creta.

Disse taluno che la satira è l’espressione dell’ira contro un destino avverso che non si può vincere per forza di armi più valide; ma la satira di Pöe era l’effetto dello sdegno più che del rammarico, più della nausea che del dolore.

Ed il sarcasmo di lui, artista aristocratico, non colpisce il fianco, ma cade dall’alto, inesorabile come la grandine, e si sparge attorno come la mitraglia.

Fu detto scrittore paradossale; ma, all’esame, il paradosso è solo apparente, la bizzarria è sempre scrupolosamente logica.

Forse egli non avrebbe lasciato sì gran mole di scritti immortali se la sventura non lo avesse messo a vivere in mezzo ad una società imbelle, [p. 29 modifica]in mezzo agli adoratori del vitello d’oro, ove alla sua miseria non mancò certo lo sprezzo dei ricchi, alla sua dottrina ed al suo ingegno le basse e velenose contumelie degli ignoranti e degli impotenti.

Egli voleva che la sua produzione letteraria segnasse nettamente la sua personalità.

Il plagio era per lui in letteratura il più grande dei difetti; era una colpa. Egli ambiva sopratutto ad essere detto scrittore originale.

In una sua nota marginale, in cui stupendamente parla delle fantasie impalpabili, imponderabili ed inesprimibili che si producono nell’animo, più che nella mente, durante l’attimo che passa tra la veglia ed il sonno, egli, quasi imprecando al mondo che non lo voleva riconoscere, dice:

«Quello che è certo è che il racconto, anche imperfetto, di tali visioni farebbe balzare l’intelligenza del mondo per la novità assoluta delle cose descritte e pei pensieri che suggerirebbe, come è certo che se io giungessi a trattare un tale soggetto, il mondo sarebbe obbligato a riconoscere che, finalmente, ho scritto un’opera originale.»

E con parole roventi, stimmatizzava quelli che predicano contro l’originalità:

«Le ingiurie contro l’originalità provengono da uomini allo stesso tempo volgari ed ipo[p. 30 modifica]criti. Dico ipocriti, poichè l’amore del nuovo è incontestabilmente una parte essenziale della nostra natura morale; e poichè essere originale vuol dire essere nuovo, così lo stolido che afferma di sdegnare l’originalità, sia in letteratura, sia in qualunque altra cosa, è semplicemente un mentitore.

«Egli prova di essere invasato da quell’odio vergognoso e turpe che provano gli uomini invidiosi verso una superiorità, cui non possono pervenire.»

E il nostro autore, essendo stato per sua sventura dotato di un’intelligenza superiore a quella normale del suo tempo e della sua razza, naturalmente esprimendo opinioni e sentimenti diversi da quelli che erano espressi da tutti gli altri, non poteva a meno di essere giudicato un pazzo.

E ne soffriva:

«L’inferno, scriveva, non può inventare tormento maggiore di quello di essere considerato infinitamente debole, appunto perchè si è infinitamente forte.»