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Baba: specie di dolce francese, fatto di lievito, condito con uva di Corinto, cedrato e liquore: di origine polacca.

Babirussa: (term. zool. Porcus babyrussa) è un suino o cignale di Celebes e alcune isole vicine, di mole considerevole. Possiede dei canini grandissimi, curvi, esterni; rivolti verso l’alto anche i due della mascella inferiore.

Babordo: term. mar., il lato sinistro della nave quando la si consideri dal lato di poppa. È l’opposto di tribordo che indica il lato destro.

Baby: in inglese vuol dir lo stesso che bébé francese, ma sembra più elegante perchè meno comune. Bimbo, bambolino, bambino, bamboccino, putto, «putelo», puttino, piccino, citto, cittino, mammolino sono pur belle parole di nostra lingua! Ma il bambino di fine eleganza spesso è baby e i suoi sono abiti da baby. V. Bébé.

Baccalà: nome dato in molte regioni d’Italia al merluzzo essiccato (Gadus morrhua), voce proveniente dallo spagnuolo bacalao.

Baccarat e Baccarà: giuoco di ventura di o azzardo fra i più rovinosi che si fa con un mazzo di cinquantadue carte: uno tien banco e gli altri puntano. Il guadagno o la perdita dipendono dalla somma formata dai punti dello duo carte che ciascun giocatore riceve. Ha questo giuoco una certa somiglianza con l’altro detto macao. Il Baccarat è giuoco antico e credesi introdotto da’ francesi dopo la calata di Carlo VIII. Viceversa i francesi lo vogliono di origino italiana e di quel tempo. Secondo altri è di provenienza provenzale. Il nome gli viene dai punti 10, 20, e 30 detti Baccarà. V. Gelli op. cit.

Baciamano: omaggio che il vassallo rendeva al signore baciandogli la mano. Cerimonia che ora non usa più se non alla corte di Spagna e di Russia. In alcuni paesi del Veneto si dice basaman, l’atto la cerimonia con cui uno chiede la mano d’una fanciulla.

Bacilli di Koch: V. bacteri e tubercolosi. Coch (Roberto) di Klausthal, n. nel 1843, celebre medico e bacteriòlogo, fu lo scopritore di detti bacilli onde si genera una delle malattie più esiziali e universali, cioè la tisi.

Bacillo: dal latino bacillum = bastoncello. Per la etimologia e pel senso pari a bacteri. V. questa parola con cui forma doppione.

Bacino di carenaggio: ter. mar., lunga fossa semiellittica costituita con solide opere di muratura sotto il livello del mare, ne’ grandi porti, destinata a contenere all’asciutto quel bastimento a cui si devono fare opere di raddobbo.

Backfisch: nei paesi tedeschi significa pesciolino fritto e quivi si dice comunemente, per celia e senza alcuna intenzione offensiva, di quelle giovanette tra i 12 e 16 anni che non sono ancora nè carne nè pesce. Fra i popoli del Nord, in cui lo sviluppo è più tardo, quello stato fisiologico dovea avere un suo nome. Nella traduzione di quella faceta commedia tedesca che fu per molto tempo delizia dolio nostre platee: Guerra in tempo di pace [p. 68 modifica]la parola backfisch, se ben ricordo, fu resa per pesciolino fritto, che era inintelligibile. La parola backfisch non è del tutto ignota fra noi.

Backhand: così, con voce inglese, si chiama il colpo dato con la mano di rovescio, e portata alla sinistra del corpo nel giuoco della Palla Corda (Tennis). Il nobile giuoco anche in Italia è giocato con parole inglesi.

Bactèri o battèri: (V. protisti = primi esseri organizzati) sono così chiamati gli organismi misteriosi e infiniti del mondo infinitamente piccolo, perchè taluni fra essi alla vista del microscopio rendevano aspetto cilindrico, specie di bastoncelli, e appunto in greco bactirìa = il bastone. Vecchi, dunque, nome e cosa, questa la vita: nuova la osservazione e studio dell’uomo. Il nome di solito è usato nel numero del più e vale ad indicare una categoria di microbi o protisti. Hanno forma globulare, a filamento, a spirale, ondulante. Per la maggior parte sono estremamente minuti e presso che incomensurabili. I bacteri, come tutti gli esseri viventi, vanno soggetti alle condizioni favorevoli e sfavorevoli dell’ambiente in cui vivono: e dalle influenze specialmente sfavorevoli degli agenti chimici e fisici su questi esseri, si sono dedotte molte cure, come l’antisepsi in medicina e in chirurgia e la sieroterapia, cioè l’attenuazione della virulenza de’ batteri patogeni, di que’ batteri che sono specifici di alcune malattie di carattere infettivo. Aria, acqua, corpi organici e organizzati costituiscono l’ambiente sul quale agiscono i batteri i quali assumono diversi attributi secondo gli effetti che producono: colorazione, putrefazione, fermentazione, malattie etc. I bacilli patogeni specifici di alcune malattie, hanno nome dallo scopritore.

Bacteriologia: trattato e studio de’ bacteri, alla quale scienza naturale detta anche protistologia, cioè studio dei primissimi esseri, ricorrono specialmente la medicina e la chirurgia per quelle malattie che sono cagionate da speciali bacteri o protisti patogeni (carbonchio, tubercolosi, tifo, colera etc).

Badilante: termine lombardo e anche veneto, di largo uso e di buona formazione (badìlant). Indica quella speciale classe di manovali, per lo più giornalieri, addetti a que’ molti lavori per cui occorre il badile.

Baedeker: nome delle Guide di ogni principale paese in varie lingue tradotte, universalmente note e pregiate per la loro precisione e praticità, così chiamate da Carlo Baedeker (1801-1859) di Essen, libraio a Coblenza, che primo imaginò cotali manuali.

Bagage: «il bagage delle parole, il bagage intellettuale, il bagage artistico» e simili, sono bruttissimi modi che ho inteso dire sovente e con pretensione di eleganza. Corrisponde ad un uso figurato e familiare proprio de’ francesi del vocabolo bagage = bagaglio.

Bagarinaggio o bagherinaggio: V. Bagarino.

Bagarino: voce dialettale romana, estesa poi in Lombardia ed altrove; appunto perchè la gramigna e le male piante si espandono facilmente. Bagarino è colui il quale fa incetta del mercato allo scopo di rialzarne artificiosamente e disonestamente il prezzo. A Milano ebbero rinomanza i bagarini della Scala. Derivato bagarinaggio.

Bàgher: corruzione del tedesco wagen, voce lombarda, registrata anche dal Petrocchi il che vuol dire che tale voce è usata anche in Toscana. Indica una carrozzina con o senza mantice, quattro ruote, senza cassetta e senza sportelli. In Romagna dicesi carrettella.

Baggiano: è una voce prettamente toscana per baggeo, semplicione, da poco. Bagiane in milanese vuol dire le fave; e così pure in Romagna certa specie di fave grosse e fresche da cuocersi, e così, credo, altrove. Ora in quello stesso modo che da baccello sono stati detti baccelli, e baccelloni e da pisello piselli, piselloni certi uomini semplici, scimuniti e di soverchio creduli, così derivò il nome baggiano per semplicione. Col nome Bagià chiamano tuttora i Bergamaschi i Milanesi. V. a questo proposito i promessi sposi (Capitolo XVII): «chi è nato nel milanese, e vuol vivere nel bergamasco, bisogna [p. 69 modifica]prendersolo in santa pace. Per questa gente, dar del baggiano a un milanese, è come dar dell’illustrissimo a un cavaliere».

Báglio: ter. mar., trave squadrata a forma di T posta di traverso delle navi, por sostegno del ponte o por collegamento dei fianchi.

Bagna, bagniffa o bargniffa: (queste ultime due voci alquanto fuor d’uso o usate per celia) dicesi in dialetto lombardo per indicare il sugo, l’unto delle carni in umido nel quale si intinge a bagno pane o polenta. Bargniffo nel Veneto si usa dire di persona astuta e temibile per la sua furberia.

Bagnare i galloni: dicono gli ufficiali quando per alcuna promozione regalano e fanno festa ai colleghi. Mi pare manifestamente che sia la locuzione francese del gergo, arroser ses galons = régaler ses camerades a l’occasion d’une promotion.

Bagnasciuga: in marina indica quella stretta zona all’esterno dello scafo e al di sopra delle linee di galleggiamento, che si bagna e si asciuga per effetto del continuo ondeggiare delle acque.

Bagnino: nell’uso comune significa colui che prepara il bagno, aiuta il bagnante, lo asciuga, etc. Questa voce non si riscontra nei dizionari. Il Fanfani la riprende fieramente dicendo che bagnino significa piccolo bagno e nel senso d’inserviente devesi dire bagnaiuolo. E bagnaiòlo (senza il dittongo, ben si sa) scrive il Petrocchi. Ma nell’alta Italia questa voce non sarebbe gran che intesa! Ma v’è di più: in tutti i luoghi di bagni e di terme intesi dire bagnino, non esclusi i luoghi di Toscana. Oh, dunque?

Bagolòn: voce caratteristica lombarda meglio meneghina e dicesi del chiaccherone che le sballa grosse per la mania di parlare e di far la frangia alle cose. Questa parola dialettale può raffrontarsi con le voci nostre antiche e morte begalare e begolardo = ciarlare e ciarlone? (Cfr. il sonetto di Cecco d’Angelieri contro Dante): Dante Alighier, s’io son buon begolardo

          tu me no tien ben la lancia a le reni,
          s’io pranso con altrui, et tu vi coni,
          s’io mordo ’l grasso et tu ne succi il lardo.
          S’i’ son sboccato, et tu poco t’affreni,
          s’i’ son fatto romano et tu lombardo
          ........................................
          si che laudato iddio, rimproverare
          po l’un a l’altro poco di no’ due,
          sventura o poco senno ce ’l fa fare.
          Et se di tal matera vo dir piue,
          rispondi Dante, ch’io t’harò a mattare,
          ch’io son lo punciglione e tu se ’l bue.

Bagolonar per ciarlare, parlar lombardo, fu usato dal Carducci in un suo potente scritto intitolato Mosche cocchiere nel quale si oppone agli esageratori della teoria manzoniana, e sostiene la italianità e il valore dei vari dialetti. Il passo è questo: «in mezzo al più puro bagolonar meneghino non vennero su il Cattaneo ed il Correnti, gli ultimi e nervosi e robusti prosatori italiani, respiranti a pieni polmoni l’integro classicismo italiano?» I sostenitori del modello toscano ad oltranza farebbero bene a «pensarci su!».

Bagolòn del luster: locuzione milanese e meneghina relativamente recente. Dicesi di chi spaccia frottole (V. Bagolòn) e verosimilmente si disse prima di coloro che agli angoli delle vie spacciano pattina (luster) da scarpe od altro, allettando i gonzi. Se questa spiegazione poco soddisfacesse, sene potrebbe pensare un’altra: lustrare in italiano e in lombardo familiarmente vale adulare, onde bagolòn del luster varrebbe chiacchierone che loda, adulatore.

Bag-pipe: ingl. cornamusa, zampogna.

Baiadera: dal portoghese bailadeira = danzatrice e cantatrice publica nell’India.

Baìcoli: specialità di biscotto veneziano, specie di cantucci toscani, ma in fette assai fini. «Dicesi baicolo per similitudine, benchè grossolana, alla figura dei piccolissimi cefali, chiamati appunto Baìcoli». (S. Boerio, diz. veneziano.) Etimologia un po’ grossolana; e perchè no dal color baio?

Baignoire: n. f. in francoso indica la vasca da bagno e per estensione certi palchi ampi e sporgenti nella prima fila dei teatri. Usasi anche in italiano come esempio dimostra: «nella prima galleria e nelle baignoires furono puro posti dei tavoli». [p. 70 modifica]

Baita: termine lombardo (baîta) il quale indica una speciale forma di capanna costruita sull’Alpe con grosse e rozze pietre formanti un muro a secco, e coperta di lastre d’ardesia. Serve di ricovero e albergo ai pastori nell’estate. Indica altresì quel capanno che i cacciatori fanno nei paludi per attender la caccia (Cherubini). Nel Veneto dicesi báito per indicare la rozza capanna alpestre.

Balayeuse: letteralmente vuol dire la scopatrice: nel linguaggio della moda indica quella frappa che nelle gonne a strascico, come oggi costumano, difende internamente l’orlo e l’adorna: salvagonne o paraveste. V. 'Manteau'.

Balbettone: per balbo, balbuziente, balbettante leggesi negli Scritti inediti o rari di A. Manzoni Vol. V., lettere a N. Tommaseo. Curiosa parola che il Manzoni creò forse per l’idea di attenuare il senso troppo forte delle altre voci sinonimo.

Balipèdio: il terreno ove si fanno i tiri di prova delle artiglierie.

Baliverne: discorso frivolo. Appartiene al novero di quelle parole francesi usate solo dalla gente preziosa e mondana.

Balla: voce lombarda, usata anche nelle altre regioni settentrionali d’Italia, che significa frottola, fandonia., sciocchezza.

Ballast e Balast: voce inglese, usata anche in francese e dai tecnici nella nostra lingua. Indica specialmente quel letto di ghiaia che serve a colmare e trattenere le traversine della via ferrata su le quali si adagiano le rotaie.

Ball-flower: ornamento caratteristico dello stile inglese, ad archi acuti: consiste in una palletta formante il cuore di un fiore.

Ballo: dramma eseguito con danza e pantomina e costantemente accompagnato da musica sinfonica, imitativa, descrittiva, danzante, come Gavotte, Minuetti, Galop, Czardas, Polke, Mazurke, Valzer, Polacche, ecc. Cangiando forme coreografiche e musicali, ebbe voga in tutti i tempi.

Ballo di San Vito: V. Corea.

Ballon d’essai: locuzione giornalistica francese: letteralmente significa pallone di prova per esperimentare la direzione del vento. Figuratamente significa una notizia capziosa data come certa di un fatto di cui ancora si discute, e ciò per saggiare il giudizio del publico e quindi regolarsi in conformità. Per es.: la notizia del trasferimento del prefetto di Milana non è che un ballon d’essai.

Ballottaggio: è il fr. ballottage cioè il secondo scrutinio nelle elezioni politiche. Ballottaggio è voce antiestetica per lo meno, «ma non è possibile cacciarla nè con ragioni nè con lepidezze.» Così il Rigutini.

Balôsa: voce del dialetto romagnola che significa la castagna lessata, caldalesse.

Baloss: voce lombarda e dell’alta Emilia: birbante, furfante, e dicesi anche per celia, col diminutivo balossett, balossetta, l’accrescitivo balossòn e l’astratto balossàda = birbonata.

Balsamino o bersamino: specie di vitigno delle Marche, simile al marzabino di Romagna, così detto per metatesi, e, al marzemino veneto: uva nera, dolce, di molto colore.

Balusco: voce dialettale romagnola da, lusco e losco, detto di guardatura e di occhi guerci o torvi. Il dialetto di Romagna è schiettamente italiano: ciò sia detto per coloro che restringono l’italiano alle mura fiorentine «dalla cerchia antica» del tempo di Cacciaguida.

Bambou: in fr. o più italianamente, bambù, graminacea gigantesca, originaria, dell’India e d’altri paesi caldi (bambula arundinacea).

Banale: per volgare, triviale non è altro che il francese banal perciò è voce ripudiata dai puristi; così dicasi della parola banalità. Vero è che banale oltre il senso di volgare inchiude anche l’altro di usuale, comune, quindi di nessun valore, come appunto in francese. Es. compliment banal, prétexte banal. Banale corrisponderebbe all’italiano bandito, anche pel suo valore etimologico, da ban = bando, cioè lo stendardo (cfr. bandiera) poi il proclama feudale che si faceva mercè il vessillo: banale significa ciò che era di uso publico per effetto di bando, poi ebbe il senso di vulgare, comunale.

Banalità: V. Banale.

Banato: da Ban = Signore, titolo già [p. 71 modifica]dato ai governatori militari di certo provincie limitrofe all’Ungheria od alla Turchia: onde Banato la signoria del Ban, e Banati quelle provincio o marche.

Banca: noto questa parola per ricordare che essa è proprio nostra, come nostra, ai tempi antichi, fu la cosa, se non che allora era maschile. Es. Banco di S. Giorgio, Banco di S. Ambrogio e anche oggi dicesi Banco di Napoli, Banco di Sicilia. I francesi presero da noi tale vocabolo, lo mutarono in femmina e tale noi lo ripigliammo.

Bancabile: neologismo di Banca. Si dice bancabile di una cambiale, per significare che ha firme buone e si può scontare presso una banca. Dicono anche piazza bancabile di una cittá ove risieda un Banco di sconto.

Banc à broches: letteralmente: banco a fusi, macchina cioè che serve per avvolgere il filato sui fusi. Locuzione che non esce dal linguaggio della tecnica cotoniera, talora da rozzi meccanici e da tecnici adoperata per semplice sentita a dire.

Bancarotta: voce usata quasi sempre nella locuzione far bancarotta ed è oramai accolta in tutti i dizionari, la Crusca compresa; fr. banqueroute, faire banqueroute. Del resto è strano che i puristi condannino questa parola, quando essa è italiana, e di etimologia italiana la danno i diz. francesi: Da banca = banque et rotto = rompu. Era infatti costume antico e di Firenze, rompere il banco del traffico al banchiere fallito.

Bancarottiere: colui che fa bancarotta, cioè fallimento. Le idee di frode e di errore vi si connettono quasi sempre, fr. banqueroutier.

Banchiera: la commessa che sta e servo al banco.

Banchiglia: traduzione della voce banquise. V. questa parola.

Bandage: si adopera talora questa voce francese di origino tedesca (band =: fascia legame) per indicare la benda, la fascia che tiene fisso un apparecchio chirurgico una medicazione. La parola francese è anche tradotta in bendaggio. La voce bandage talora è anche usata in tedesco in cambio del vocabolo proprio verband.

Bandeau: letteralmente benda, tenia, diadema che cinge i capelli e la fronte, secondo un antichissimo rito. Poi indicò una speciale foggia di pettinatura femminile, per cui i capelli della donna ricadono pudicamente lisci alle tempie, segnando come un angolo su la fronte: bandeaux à la vierge. Nel veneto le contadine usano spesso pettinarsi con le bandine, e sono i capelli tirati lisci da una banda e dall’altra su le tempie.

Banlieue: voce francese che etimologicamente proviene da ban e lieue, vuol dire la lega del bando, luogo circostante alla città sino a cui si estendeva il bando del Signore della terra: poi indicò il contado, le terre circostanti di una grande città, i sobborghi.

Banquise: termine marinaresco francese, dallo scandinavo banke e ice = banco di ghiaccio. Significa un tratto di mare congelato che impedisce la navigazione: fenomeno frequente negli oceani polari.

Banquiste: voce familiare francese, ciarlatano.

Baobab: (Adansonia digitata) albero colossale proprio dell’Africa dei tropici: it. anche in baobabbo.

Bar: in inglese indica una mescita, una liquoreria publica. Anche in Italia ad ogni angolo delle sue città, trovi oggi un bar che insegna nel paese del vino allegro e sano (o che almeno dovrebbe esser tale) l’arte di avvelenarsi con bibite strane. Del resto questo neologismo è internazionale; altrove però usato con più parsimonia che da noi, e solo nelle grandi città e trattandosi di bibite all’inglese o all’americana. Da che può derivare? I dizionari inglesi lo registrano sotto la voce bar, celtica, da cui sbarra in it. e bard in fr. = barella. Di fatto, caratteristica di queste mescite è come un banco chiuso a recinto presso cui gli avventori bevono e dietro sono i camerieri.

Bar: nel giuoco della Palla al calcio così chiamano anche da noi con voce inglese che vuol dire sbarra, l’asta lunga sette metri, posta ad architrave sopra lo due aste verticali della porta di questo giuoco V. Foot-ball.

Barabba: termine dialettale piemontese, [p. 72 modifica]esteso poi in Lombardia e nell’Emilia. (Voce nuova in Piemonte: così il Dizionario piemontese di G. Gavazzi, Roux, 1891). Indica un individuo appartenente all’ignobile ceto della mala vita: prepotente, ozioso, spesso vivente alle spalle altrui, ladro e delinquente all’occasione. Il nome varia nelle varie regioni d’Italia, ma la cosa, da Torino a Palermo, è press’a poco la stessa. La parola deve derivare da Barabba, il ladro micidiale che Pilato, per volere del popolo ebraico, liberò invece di Cristo, e letteralmente vuol dire figlio della vergogna. Anche in francese la parola Barabbas ha un senso consimile. «Lasciate al popolo la scelta tra il più giusto dei giusti e il più abominevole assassino di strada e siate certi che ei griderà: Vogliamo Barabba, Viva Barabba!» (A. Heine, Memorie).

Baracca: in romagnolo significa gozzoviglia, bagordo, il mangiar cioè di molte persone insieme senza sobrietà e per viziosa crapula. Costumanza spiccatamente romagnola, onde lo speciale nome. Derivato baraccare, baraccone (baracon), buon compagno, goditore e crapulone, che dissipa volentieri il suo in feste e bagordi. Tale senso è pure nel dialetto lombardo e nel veneto. Baracca, in Lombardia, nel Veneto e nell’Emilia dicesi altresì in senso proprio e figurato di cosa malandata, che tende a ruina.

Barba: voce dialettale veneto-lombarda, significa zio. Viva tuttavia e comune è questa voce specialmente a Venezia.

Barba: e più comunemente barbe, sono detti i filamenti e le frange naturali della carta, che solitamente si raffilano nell’arte libraria, fatta eccezione però delle carte a mano e di valore ove le barbe hanno pregio.

Barba d’uomo: uomo di valore, locuzione nostra viva nella frase familiare non c’è barba d’uomo che... per dire non c’è alcuno per quanto forte che..., etc.

Barbagliata: milanese barbajada, bevanda di latte e cioccolata.

Bàrbara: come attributo di poesia è neologismo dovuto al sommo lirico della seconda metà del secolo XIX e del secolo XX, G. Carducci. Egli chiamò bàrbara la sua gran lirica perchè rinnovando, con perfetta e insuperata fusione di pensiero e di suono, i metri dei greci e dei romani, si pensò che, se potessero rivivere, a quei grandi la sua lirica sarebbe parsa barbarica. E ciò per questa considerazione che per gli antichi la metrica si fondava su la quantità, cioè su la maggiore o minore estensione dei suoni sillabici ed avea in sè e per sè compiutezza armonica di musica: la metrica italiana invece posa su l’accento ritmico. Dunque apparenza antica, sostanza italica, onde poesia barbara.

Barbe-bleue: nome del principale personaggio di un racconto del famoso poeta burlesco Perrault (n. 1628, m. 1703). Barbe-bleue è un marito feroce e sanguinario, specie di orco, che scannò sei mogli e, quando stava per sgozzar la settima, fu ucciso dai fratelli di costei. Dicesi tuttora per celia per indicare una, persona che fa paura senza essere paurosa.

Barbèra: vino piemontese da pasto e da bottiglia. Pregiatissimo, robusto, ricco di colore, di àlcole e di acidità (Govone, Magliano d’Alba, Priocca).

Bàrberi (corsa dei): così in Roma era chiamato uno spettacolo carnascialesco, crudele e non sempre innocuo, carissimo a quella popolazione. Consisteva nel lasciar sciolti alcuni polledri (barberi), cresciuti selvaggi nella campagna: i quali stimolati da flagelli che avevano sul dorso, precipitavano da Piazza del Popolo a Piazza Venezia fra densa ala di popolo. Tale spettacolo fu abolito pochi anni dopo il nuovo Regno.

Barbetta: (fr. barbette) term. mar. che indica quella specie di elevazione o piattaforma che è su le navi corazzate ove pongonsi i cannoni affinchè possano tirare al di sopra del parapetto. Onde dicesi cannone messo in barbetta: e in fr. cannon montè en barbette: e in tedesco barbetteaufstellug. Dicesi barbette, parce que le cannon fait la barbe, rase l’épaulement (Littré). | Barbetta indica altresì il cavo che pende a prua delle imbarcazioni mercè il quale si legano a terra o a bordo. Barbeta de la lanza, in dialetto veneto.

Barbigi: milanese barbis = baffi, basette. «Fortiguerra nel Ricciardetto e [p. 73 modifica]Parini nel Discorso sulle Caricature (III. B) usarono anche Barbigi. Un poeta pisano disse pure Io me la rido sotto i barbigi». Così scrive il Cherubini con molta soddisfazione di trovare una voce toscana equivalente alla lombarda, egli che in tutto il suo ottimo e perfetto dizionario ha pure l’ingenuo torto di non voler vedere e intendere simiglianza alcuna tra il milanese e il toscano, mentre ve ne sono moltissime. Barbigi scherzosamente per baffi è notato dal Petrocchi: voce del resto registrata anche nei vecchi diz. italiani.

Barbouillage: (rad. barbula = barba, pennello) dicesi in francese di pitture o di scritti, per indicare sgorbio, scarabocchio, spegàsc lombardo, spegàzo veneto.

Barcaccia: quella specie di palco grande, di solito in sul proscenio, che prendesi in affitto comunemente da compagnie ed amici nella stagione teatrale. Voce proveniente per estensione di significato da barca.

Barcarizzo: term. mar.: posto ove si tengono le imbarcazioni a bordo; ed anche la porta della murata a capo della scala per la quale si entra a bordo.

Barco: termine regionale romagnolo: il cumulo del grano preparato in covoni, pronto per la battitura. Bica.

Bardolino: nome del luogo presso il lago di Garda onde proviene un noto e buon vino da pasto, conosciuto con tal nome.

Baribal: o orso nero è il più noto e comune orso americano, lungo circa due metri e alto uno, più mite dell’orso grigio, detto Grizzly, pure americano, e dell’orso bruno d’Europa.

Baricèntro: = centro di gravità dei corpi, ossia punto in cui si suppone applicata la risultante delle forze molecolari di gravità che tendono a far cadere i corpi. Termine di fisica.

Barnum: nome proprio del signor Phineas Taylor Barnum, americano, il quale con un museo di cose e persone strane e curiose, cui diede il proprio nomo, fondato in Nuova-Jork nel 1840, con altri spettacoli teatrali e con l’aiuto di una grande e a que’ tempi originale strombazzatura, guadagnò molto richezze. Questo nomo di ventò sinonimo di ciarlatano e ciarlataneria.

Baròlo: vino pregiatissimo del Piemonte, del circondario d’Alba. Si ottiene con l’uva detta Nebbiolo. Colore rosso rubino, generoso, austero, fragrante, eminentemente asciutto. Raggiunge, la sua perfezione dopo i tre anni di età. È fra gli ottimi vini d’arrosto. Tipo di vino alla francese.

Baronetto: (baronet) titolo ereditario di nobiltà inglese, di carattere medio, instituito da re Giacomo I nel 1611. Il baronetto non ha i privilegi politici del barone e del lord. Premette al nome di famiglia la voce sir e la moglie è designata col titolo di lady (dama) invece di mistress che si dà a donna non nobile.

Barcarola: «canzone modulata dai pescatori in barca. Sono celebri lo barcarole (lei gondolieri veneziani. Vi ha la barcarola lieta, come quella così graziosa: La biondina in gondoletta e vi ha la mesta, come l’altra famosa nell’Otello del Rossini.» A. Galli, op. cit.

Barra: term. mar., banco che si forma alla foce dei fiumi per effetto dei detriti della corrente. | Manovella del timone.

Basare: nel senso figurato di fondare, fondarsi, detto delle opinioni, dei giudizi etc. è voce neologica tolta dal francese baser.

Base: parola comune sì alla chimica organica che all’inorganica per indicare una classe di corpi composti le cui proprietà sono opposte a quelle dei corpi acidi: la caratteristica di una base è di rendere azzurra la tintura di tornasole. Se ne forma anche l’aggettivo basico.

Basico: V. Base.

Bas-bleu: letteralmente in francese vuol dire calza azzurra e dicesi di ogni donna saccente, inframettente, che la pretende a letterata. Quanto all’origine assai incerta di questa parola, ecco quanto se ne legge. Verso il 1781 eravi in Londra un circolo che si accoglieva in casa della signora Montague e chiamavasi della calza azzurra [blue stockingclub]. Il sig. Stillingfleet, il più autorevole di detta compagnia, aveva costume di portare calze azzurre; e, lui assente, diceasi per motto: «stassera nulla si può fare senza le calze azzurre» e con ciò indicavasi detto signore. Quindi il nomo del Circolo. V. Revue des Deux Mondes, [p. 74 modifica]aprile 1860. p. 778. Secondo altri il nome provenne dal fatto che un poeta arrivato da un viaggio, ricusando per il disordine del suo vestito di entrare, la dama gli disse che egli poteva presentarsi anche con calze turchine. Insomma questa sig.a Montague (da non confondersi con Lady Montagne della fine del ’600, autrice delle famose lettere) che fece polemica col Voltaire in difesa dello Shakespeare, che si doleva di non essere nata uomo, che viaggiò per l’Europa e dovea essere un serpentello intero, c’entra, a quel che pare, nella creazione di questo vocabolo. Ancora un’altra opinione: questa dama, nella sua dimora a Venezia, fu introdotta in un’accademia di letterati che avea nome della «Calza Azzurra» e perciò la sig.a, Montague divenne una bas-bleu e trasportò questo nome a Londra ove fondò la sua Accademia, tramandando il nome alle colleghe delle età venture. Ma esisteva nel ’700 quest’Accademia in Venezia? Non mi riuscì d’accertare. Secondo invece, l’opinione del letterato francese Filarete Chasles (1799-1874), l’assurdo sopranome sarebbe stato sfogo bizzoso del gran poeta inglese A. Pope (1688 -1744) contro Lady Montague (1690-1762) la quale respingeva la sua corte. Messo alla porta, s’avvide il Pope di due cose, che le mani della dama non erano un esemplare di nettezza e che ella portava le calze azzurre, onde dettò quest’epigramma:

          Mon adorée a l’art de charmer les humains
          Mais elle n’a pas celui de se laver les mains.

Indi la chiamò la dama dalle calze azzurre, sopranome dovunque accolto ed usato, specialmente per indicare le donne sapienti o saccenti, quelle che Molière aveva chiamato in una sua commedia femmes savantes. In argomento così lieve è però lecito fare una supposizione, cioè che l’appellativo dato dal Pope a Lady Montague acquistasse poi universale celebrità dalla seconda e posteriore Montague che lo aveva assunto e che pare fosse più meritevole di tale nome.


Basci-bouzuk: voce turca usata per indicare una specie di fanteria, arruolata fra popolazioni selvagge e belligere dell’oriente.

Bascule: voce tradotta letteralmente in basculla o barculla, nota specie di bilancia a piano. Deriva bascule dall’antico vocabolo francese bacule, «tavola che bat le cul», cioè di cui un’estremità tocca terra quando l’altra si leva: altalena. L’s del prefisso bas è puramente eufonico. Italianamente: bilancia a bilico. Ma basculla è voce oramai popolare e comunissima. NB. L’etimologia qui data non è però troppo certa. V. Scheler, op. cit. Additions et retifications.

Basedow (malattia di): descritta la prima volta (1840) dal B. . . di Merseburg: essa è caratterizzata da una ipertrofia della glandola tiroide, specie di gozzo, dallo sporgere delle pupille, (esoftalmia) dall’alterarsi della voce e dell’azione cardiaca e da altri sintomi di carattere cronico e grave. Lessi di una recente e ingegnosa cura di questo male mediante uno speciale processo sieroterapeutico ed allopatico, curando cioè gli infermi col latte di capre cui fu invece asportata la glandola tiroide.

Basse-cour: cortile rustico, pollaio, parola francese certo non comune, ma usata dai signori e dalle persone a modo. Per costoro certe parole italiane, sanno di plebeo.

Basso: nel napoletano sono chiamati bassi certe stanze, come dice il nome stesso, a piano terreno, che servono di alloggio all’intera famiglia non che agli animali domestici; vero è che quivi la vita facendosi all’aperto, l’affittuario di un basso è, se non di diritto, di fatto, proprietario anche della via.

Bassofondo: 1) luogo di poca acqua rispetto ai luoghi circostanti, dove la nave non passa. 2) Gli strati umani che sono alla base della piramide sociale, dove miseria e delitto spesso fan nozze. Fr. Bas fonds.

Basso impero: sotto questo indeterminato nome è spesso indicato il periodo in cui l’impero Romano per le invasioni barbariche venne decadendo. Questo periodo va dalla divisione di Costantino in Impero d’occidente e d’oriente, 396, alla presa di Costantinopoli, 1453.

Bastagio: facchino.

Bastingaggio: ter. mar., dal fr. bastingage. Indica il parapetto che si metteva intorno [p. 75 modifica]al ponte superiore delle navi per proteggerle dal fuoco nemico. Bastingaggio risponde alla voce italiana pavesata. Bastingage deriva da bastingue = difesa mobile, voce tolta dall’italiano classico antico, anzi morto, bastìa o bastita = fortificazione, riparo fatto con legname. Bastingaggio non è nei diz. italiani, e demmo noi la voce alla Francia! Di questa antica parola vedi conservato il ricordo in Bastida Pancarana e Bastida dei Dozzi, luoghi presso il Po, tra Pavia e Casale, ove in antico erano arginature forti contro la forza del fiume.

Batata: ter. botan. e agric.: patata americana. È la Ipomoea Batatas o Batatas edulis dell’America tropicale, dove è spontanea e anche coltivata pei tuberi farinacei e zuccherini. N.B. Da non confondersi con la Igname o Batata della China (Dioscorea Batatas), a rizomi farinosi che pure si mangiano cotti come le patate. Entrambe si coltivano anche in Italia.

Batista: aggiunto di tela finissima, fr. batiste. Da un Baptiste di Cambrai che ne fu inventore.

Bâtonnier: così in Francia è chiamato il capo dell’Ordine degli avvocati, rispondente al nostro Presidente del Consiglio dell’Ordine: ed è eletto dagli stessi avvocati di cui sorveglia e giudica la disciplina e la condotta. Questo titolo è dato perchè in antico i sigg. avvocati formavano in Francia una confraternita sotto la protezione di S. Nicola, e nelle cerimonie il capo dell’ordine portava per contrassegno il bastone del Santo.

Bâtons rompus (à): italianamente di palo in frasca, a sbalzi. L’uso di certe frasi non richieste, poco intose, meno necessarie, è vizio grave. Eppure si dicono e scrivono!

Bàtraco: plurale bàtraci (dal greco bàtrakos = rana) animale dell’ordine degli anfibi, detti anche anuri o saltatori, de’ quali la rana è l’individuo più noto. Altri legge anche batràcio.

Batracomiomachìa: parola composta dal greco: batraco-mio-machia = battaglia delle rane e dei topi. È il titolo di un poemetto che la tradizione erroneamente attribuisco ad Omero: fu tradotto in sestine, poi ampiamente con senso satirico moderno, parafrasato in ottava rima da G. Leopardi. Usasi, questa sesquipedale parola per indicare una battaglia o contesa fùtile e degna di riso.

Bàttere: nel ling. mar. batter bandiera vuol dire portarla spiegata arriva. Onde le locuzioni batter bandiera italiana, batter fiamma, battere insegna di comando.

Battere il ferro finchè è caldo: per estensione dell’arte del fabbro dicesi efficacemente per significare che il miglior modo per riuscire in qualche impresa è quello di insistere approfittando delle disposizioni favorevoli e delle circostanze.

Battèri e derivati: V. 'Bacteri'.

Batterìa: in marina da guerra indica il corridoio delle navi sotto coperta ove stanno le artiglierie.

Batteria di cucina: è locuzione non infrequente a cui anzi si annette un senso di efficacia è di grandiosità per indicare tutti i rami e gli utensili della cucina. È il francese batterie de cuisine, les ustensiles qui servent à la cuisine.

Batteriologia: V. Bacteriologia.

Battersela: modo nostro familiare, accolto ne’ maggiori lessici, nel senso di andarsene in fretta o di furto, spesso con scorno e vergogna. Sinonimi: battere il tacco, battere in ritirata. Squagliarsi è anche parola che ha quasi lo stesso significato e vuol dire precisamente battersela in forma clandestina.

Batteur: nel linguaggio della caccia vale battitore, homme employé à battre les bois pour en faire sortir le gibier. Tale voce francese non è nuova da noi, sì nel senso proprio come nel senso traslato, come da esempio si può argomentare: «dal trattato di Berlino alla guerra greco-turca del 1897 il còmpito dell’Austria nei Balcani era stato di dar la caccia, sui monti Rodope sul Pindo, sulle Alpi transilvaniche sui Balcani, all’Orso Bianco, per conto dell’Europa occidentale. I suoi batteurs più abili furono, appunto nei paesi slavi più facilmente russofili, Stambuloff in Bulgaria e re Milano, quando Montecarlo glielo permetteva, in Serbia.»

Batteurs: battitori. Così nel linguaggio dei cotonieri è chiamata con voce francese [p. 76 modifica]la prima macchina nella quale passa il cotone, compresso ancora, per essere separato dalla polvere e formare degli strati che vanno su la carda.

Battirelli: nome proprio di un delegato di P. S. il quale al tempo del Ministero Crispi non riuscì a frenare gli eccessi di una dimostrazione politica la quale era stata permessa. Questo ufficiale pagò con punizione grave l’errore dei superiori. Ebbe però la soddisfazione di dare — in un certo gergo politico — senso estensivo al suo nome, e significare generalmente quegli ufficiali inferiori su cui ricadono le responsabilità degli errori altrui. Ciò non è proprio il sistema voluto dal conte di Cavour, ma è molto comodo. Es.: «i soliti Battirelli!». La radice del verbo battere nel nome molto deve esser valsa alla misera fortuna della parola.

Battòsta: da battere, è parola registrata nei dizionari dialettali veneto, lombardo, emiliano (nella forma dialettale batosta) sì nel senso proprio di percossa, sì nel senso traslato di danno, pregiudizio, effetto, di una sconfitta malattia, etc. Dicesi anche nel parlare familiare in italiano: ma i lessici non registrano tale voce.

Baty: voce inglese, non letteraria, usata talora da quei tecnici italiani che non sanno l’italiano o non vogliono usarlo: significa castello, cioè la struttura fissa della macchina, la parte che sostiene gli organi in moto. V. Incastellatura.

Bau-bau o babau: nome di spauracchio fantasma del quale le donnicciuole si servono per impaurire e far star cheti i fanciulli. Forse dal suono che si fa per imitare la voce del preteso fantasma. Voce usata in Romagna e nelle Marche. Nel veneto si dice babao.

Bavarder: fr. ciarlare, chiacchierare, cicalare. Eppure bavarder e bavardage sono talora parole dell’uso elegante.

Bavarese: «sorta di bevanda ch’è fior di latte con giulebbe per lo più riscaldato. Anche i francesi dicono une bavaroise au lait; e Grand d’Aussy (nella Histoire de la vie privée de François I, tom. III, p. 118) dice che fu così nominata perchè i Principi Reali di Baviera trovatisi a Parigi ne’ primi anni del secolo XVIII, desiderarono una bevanda così fatta.» Così il Cherubini. Bavarese oggi dicesi a Milano di latte caldo, ma è voce che va perdendosi.

Bavette: bavagliolo o bavaglino, eppure si ode e legge talora la parola francese che per nulla è diversa dalla nostra.

Bazar: per emporio di merci varie e dell’uso, è vocabolo accolto da tempo nella lingua italiana. Deriva dall’arabo. La desinenza in bazzarre è meno frequente.

Beamìng Machine: nome inglese di una macchina orditrice. Non esce dal linguaggio de’ tessitori e meccanici.

Beati monoculi in regione o in terra caecorum: beati quelli che hanno un occhio solo in terra di ciechi.

Beati possidentes: beati i possidenti! La ricchezza accumulata e trasmessa sicuramente di padre in figlio porgendo nobile ozio e sicurezza di vita, creò nel passato cotesta affermazione esclamativa e desiderativa; la quale, alla stregua dei tempi e delle idee odierne, va sempre più acquistando un significato molto relativo. Erroneamente questo motto è ricavato da Orazio Od. IV, IX, 25. Vuolsi piuttosto ricercare in un antico aforisma che dice beati qui in iure censentur possidentes.

Bebé: «Oh che bel bebé! come sta il suo bebé? Mi faccia vedere un abito da bebé!» si ode spesso. Frequentatissima voce francese che racchiude nella felicità di quelle due sillabe uguali la grazia e la ingenuità del bambino, insieme a non so quale amabile petulanza e vezzosissima balordaggine signorile. Più tu pronuncerai con le labbra strette e voce di flauto le due sillabe bebé, e più sarai volentieri udito. V. Baby.

Beccafòrbice: uccello. È il nome dialettale pisano e d’altri paesi del Crociere (Loxia curvirostra) o Becco in croce o Becco storto.

Beccheggio: da becco, quasi dar di becco: nel linguaggio de’ marinai indica il moto oscillatorio da prora a poppa come intorno ad un asse trasversale. I meccanici dicono beccheggio o serpeggiamento anche delle locomotive.

Beccofrosone: uccello (Bombycilla garrula): bell’uccello cantatore dei paesi [p. 77 modifica]settentrionali, il quale però migra anche in Italia durante l’inverno. E anche detto Garrulo.

Bécero: parola fiorentina che i dizionari, in omaggio a quel massimo fra i dialetti, registrano: dicesi di persona dell’infima plebe, insolente e sfrontata. Becero è da pecoro, lat. pecus.

Béchamel: salsa bianca di farina rosolata nel burro, e panna. Questo nome vuolsi derivato dal marchese Béchameil, maggiordomo di Luigi XIV.

Becher: è la parola tedesca da cui già provenne la nostra bicchiere. Ma in molte birrerie si ordina di solito un becher e non un bicchiere di birra. Così l’uso.

Béchique: questa parola francese è adoperata qualche volta invece della italiana pasticca, per indicare quei facili e comuni rimedi a base di gomma contro la tosse. La parola béchique è fatta derivare dal greco bex = tosse. (Littré).

Beef-steack: secondo l’ortogr. inglese, e vuol dire pezzo di bue; bifteck in francese seguendo la pronuncia inglese, e bistecca da noi. Voce dell’uso. La beefsteack è la forma sotto cui il bue è più pregiato nella cucina inglese ed è giustamente vantata come modo semplice e sano di allestire la carne. I francesi ne disputano il vanto agli inglesi, e in alcuni trattati dell’arte della cucina si osserva che quella che nel continente è chiamata beef-steack all’inglese, in Inghilterra chiamasi alla francese. Comunque sia, la beef-steack non è da confordersi con la costata (entre-còte). La beef-steack è di filetto (generalmente di bue) e anche di culatta: da un filetto ne devono sortire dodici circa, ben sgrassate e spelate, nè troppo grosse: si arrotondiscono, si battono, si spolverizzano di sale, si spalmano di burro quindi si cociono a fuoco vivo su la graticola.

Befàna: corruzione dialettale di Epifania (che in greco vuol dire Apparizione) la quale così popolarmente è chiamata in Roma e nell’Italia centrale. Befana è pur anche la vecchia che viene in quella notte giù pel camino a portar balocchi e dolci ai bimbi buoni. Con gran frastuono di trombe e trombette celebrasi tradizionalmente in Roma la notte della Befana. Ne Veneto si chiama appunto la Vecieta.

Béguin: capriccio amoroso, dalla parola francese béguin = cappuccio che portano les béguines, specie di religiose: beghine. Anche presso qualche nostro dialetto si dice prendere una scuffia per significare innamorarsi: allusione simile a quella che fa chiamare in francese coiffée una persona presa da alcuna passione. Béguin è vocabolo recente e del gergo. Notevole come alcune voci del gergo francese facciano rapidamente il loro passaggio nella lingua nostra, e tendano poi a scomparire.

Beige: sorta di panno di grossa lana. Confronta la parola viva francese con la parola morta italiana bigello, panno bigio di grossa lana.

Beignet: fr. frittella, e si dice specialmente di pesche o mele.

Bel-ami: titolo di un notissimo romanzo di Guido di Maupassant, Bel-ami ne è il protagonista: personaggio scaltro, senza coltura e senza coscienza, il quale da povero stato col favore delle donne e valendosi di espedienti disonesti, ottiene infine alti gradi ed onore. Questo nome è stato usato talvolta con senso antonomastico.

Bel canto: canto di singole persone, distinto da canto corale, onde maestro, accademia di bel canto.

Bel gesto: V. Gesto.

Belle-mère: voce francese usata talora dal ceto signorile in luogo della corrispondente suocera.

Bello spirito: ricorda il francese bel esprit, locuzione che dal senso buono venne poi scadendo ed indicò una façon prétensieuse de parler et de s’exprimer: con tale senso è usata presso di noi. Le forme schiette dialettali hanno molti vocaboli che vengono a significare lo stesso, specie dal valore del contesto, es. far il lepido, il grazioso, etc.

Belua multorum capitum: così Orazio, acutissimo filosofo e poeta latino, nella prima dello suo Epistole, vs. 76, chiama il popolo: belva dalle molte teste, e un antico chiosatore vi aggiungo come postilla che sarà bene nè tradurre nè lodare: Velut Hydra. Egregia populi descriptio! [p. 78 modifica]

Belvedère: term. mar., vela di velaccio di mezzana. | Belvedere (o Bellavista o Bellosguardo) è bella nostra parola antica che fu data a nobilissime ville, poste in altura onde scopresi molto e bel paese. Voce trasportata anche in francese in significato press’a poco consimile, o di terrazza o di edificio staccato in più bella postura.

Bempensante: letteralmente dicesi di persona che pensa bene, rettamente, secondo la legge; e talora vi è aggiunto un lieve senso ironico, quasi a significare bempensante perchè le condizioni fortunate e fortuite della vita tolsero l’occasione di pensar male.

Bénédictin: fr. benedettino, che oltre a significare il frate dell’ordine di S. Benedetto, indica ancora un rosolio o liquore in origine fabbricato nel convento dei Benedettini a Fécamp, antica industria e conforto di que’ monaci.

Beneficio d’inventario: locuzione giuridica che significa la condizione posta dall’erede alla sua accettazione della eredità di non essere tenuto ne’ debiti ereditari oltre l’ammontare dell’attivo quale risulta da diligente inventario. Da ciò la locuzione: accettare idee, affermazioni, cose, etc. col beneficio d’inventario cioè condizionatamente e dopo ponderato esame del pro e del contro.

Benemerita (la): così è chiamata l’arma dei Reali Carabinieri, un po’ sul serio un po’ per celia, per le benemerenze acquistate con l’opera sua. Termine popolare e molto comune.

Beneviso e benviso: e così maleviso, per benveduto e malveduto sono parole riprovate dal Rigutini. Certo formano un doppione inutile.

Bengalino: o fr. bengali, specie di fringuello delle regioni tropicali, così detto dal Bengala, regione onde prima provennero. | Bengali è anche detto l’idioma del Bengala (India) derivato dal sanscritto.

Benignarsi: per degnarsi, compiacersi è dal Rigutini definita «una ridicola leziosaggine».

Ben inteso: nel senso di purchè, a patto che, se, etc, è il francese bien entendu: difeso dal Viani, riprovato dal Rigutini.

Benportante: V. Bien portant.

Benzöe: (asa dulcis) resina balsamica che cola da un albero dell’India, detto Styrax benzoin.

Bèola, Bèvola = gneiss. Bèola o Serizzo è appunto il nome dialettale del gneiss (dal tedesco Gneiss), una roccia molto affine al granito, formata com’esso di quarzo, feldspato e mica, ma schistosa, cioè sfaldabile più facilmente in una direzione. A Milano si adopera tale pietra specialmente per fare i gradini delle scale, i piani dei poggiuoli, etc.

Bèrberi: nome dato alle antichissime popolazioni (aborìgeni) delle coste settentrionali dell’Africa.

Berceau: pergolato, voce francese di molto uso: incerta etimologia.

Berceuse: in fr. ninna nanna, l’aria musicale della ninna nanna. Specie di componimento musicale.

Bergamina: mandra di mucche; term. lombardo, così detta dalle Alpi bergamasche e della Valsassina onde calano al piano, al tempo di verno, per la pastura.

Berretto frigio: berretto de’ Giacobini e de’ Sanculotti al tempo della grande rivoluzione. In francese, bonnet phrygien, di cui il cucuzzolo è ripiegato innanzi. Così è pur chiamato il berretto onde è effigiata la Libertà. Berretto frigio diventò poi sinonimo delle idee di cui fu simbolo e segno.

Bertoldo: nome proprio nel popolare racconto di Bertoldo, Bertoldino di G. C. Dalla Croce 1550-1620: ted. Berthold: usasi estensivamente e familiarmente per uomo sciocco e da poco.

Bésy o bésigue: è francesemente detto, il giuoco della bàzzica. La quale è una specie di briscola, benchè più complessa e difficile. V. le norme e le specie nel Gelli, op. cit.

Besicles: sono quelli che in italiano si chiamano occhiali a stanghetta. Parola francese, dal latino bis = due volte e oculus = occhio.

Bestia: nome di un conosciuto giuoco d’azzardo, d’origine francese: bête, che si giuoca in quattro o in cinque distribuendo cinque carte a ciascuno e levando la briscola. [p. 79 modifica]

Bête noire: dicono in Francia figuratamente c’est la bête noire, c’est ma bête noire per indicare una persona malvista e malefica che ricorre spesso nel fatto o nell’imaginazione, e così diciamo noi pure, anteponendo la forma francese alla locuzione tradotta od alle equivalenti italiane.

Béton: voce francese usata in voce di calcestruzzo (cemento, sabbia e ghiaia).

Betonata: grande costruzione in calcestruzzo. Neologismo abusivo.

Betting: dal verbo inglese to bet, scommettere. Indica il valore e l’insieme di coloro che scommettono nelle corse. Voce dello Sport. Usasi pure in francese.

Bettònica: erba perenne, già reputata di molta virtù medicinale, lat. betonica, vetonica, vettonica, che Plinio trae dal nome dei Vettoni, gente di Spagna. Essendo erba notissima, ne venne il modo di dire essere noto come la bettònica.

Beva: sost. fem., voce toscanissima, con valore tecnico nel linguaggio degli enologi per indicare la condizione ed il tempo in cui un vino è maturo, fatto, buono a bevere, onde la locuzione entrare in beva per dire essere buono a bere, di pronta beva, etc. Usasi anche in senso traslato: esser nella sua beva, per dire essere in affare di suo genio. Ma è modo regionale e molto familiare.

Bévue: voce francese, spesso usata nel linguaggio mondano e vuol dire topica (?) sbadataggine, inavvertenza di chi per distrazione o per storditaggine commette qualche errore, come sarebbe ricordare cosa che non deve essere mentovata, non ricordare nomi o fatti che si suppongono noti, insomma nella prammatica delle convenienze mondane commettere qualche disattenzione. A questo già usato vocabolo si sostituisce talvolta la voce nuova gaffe. V. questa parola.

Bey: voce turca beig = signore; ed è titolo che non sempre ha senso preciso. Spesso è dato al governatore d’una provincia o d’una città. Es. Bey di Tripoli.

Bianco-segno: per firma in bianco è voce comune nel linguaggio degli uffici e ricorda il blanc-seing de’ francesi.

Bibelot: da bimbelot, giuoco da bimbi, dalla stessa radice bimb o bamb da cui bimbo, bambino: così si chiamano in francese quelle minuterie da chincagliere il cui pregio più che nel valore intrinseco o nell’arte, consiste nella curiosità e nella novità, e servono da sopramobili. Minuterie, come sopra è detto, è la voce che meglio vi corrisponde: ninnoli, anche; e avrebbe il medesimo valore etimologico che bibelot.

Biberon: dal latino bibere, bere. Voce francese di frequente uso. Non manca la parola nostrana poppatoio. Molti del popolo cui l’ignoranza salva dal guastare l’idioma natìo, dicono bottiglietta. «Questo bambino fu tirato su con la bottiglia». Molti dicono «biberone», come dicono bombone [bonbon] tirabusone [tire-bouchon] etc., le quali sono voci, oltre il resto, di orribile suono: il che non è in francese, in cui lo sfumato accento e la desinenza tronca danno snellezza.

Bibliografia: scienza del bibliografo; la quale distinguesi in materiale, e in letteraria o scientifica. La prima intende a far conoscere materialmente i libri per mezzo dei cataloghi, nei quali se ne fa una minuta descrizione e indicandone la rarità e il prezzo: e questa è propriamente la parte dell’istruito libraio, e dell’arte librària. La seconda tratta criticamente del merito dei libri.

Bibliomanzia: superstizione che consiste nell’aprire a caso la Bibbia (o qualche altro libro) e leggere il capo che cade sotto gli occhi, dando ad esso una speciale interpretazione.

Bicicletta: termine molto più usato che non velocipede; eppure cotesta parola attende di essere registrata nei dizionari. Essa, come è noto, è l’antica draisienne (V. questa parola) perfezionata nel secolo XIX e giunta a tale grado di compiutezza meccanica che non pare più suscettibile di altre modificazioni. La bicicletta delizia e cura di ogni sesso e di ogni età, fu cantata in italiano ed in latino, nella qual lingua Ludovico Graziani compose un leggiadrissimo poemetto intitolato Bicyclula (chè tale è la buona versione di bicicletta, e non, come altri scrisse, birota velocissima) e questo poemetto fu premiato nella gara poetica annua di Amsterdam (anno 1900). Alcuni, tanto per variare, scrivono anche bicicletto. [p. 80 modifica]

Biciclo: sarebbe il velocipede, padre della bicicletta a due ruote di vario diametro, senza moltiplicazione.

Bidet: nome di cosa assai nota: è parola di origine celtica che diede nel basso latino veredettus, diminutivo di veredus, cavallo, quindi «cavalluccio, bidetto», ma non è dell’uso. Il bidet non corre benchè posi su quattro piedi: tuttavia conviene specialmente non esclusivamente alle donne inforcarlo per servirsene per gli usi intimi.

Bidone: (dal fr. bidon, corruzione di bedon = grosso ventre) indica un grosso recipiente di latta. Voce popolare e dialettale in alcune regioni d’Italia.

Biella: (fr. bielle) termine meccanico che indica quell’asta rigida di una macchina che serve a comunicare e trasformare il movimento. Voce comune. In buon italiano asta. Vero è che un valente professore di meccanica mi osservava essere asta voce generica e che per indicare quel «membro del manovellismo (che parole!) di spinta rotativa, articolato colla testa a croce (o pattino) e colla manovella, si deve dire biella; che non fu accettato dalla pratica l’equivalente braccio (braccio d’accoppiamento; braccio motore, proposto dagli scrittori di cose ferroviarie) ne fu accettato il termine accoppiatore».

Bien-portant: nella lingua d’uso è voce abbastanza comune: traducesi talora in ben portante. Vi corrisponde benissimo la parola prosperoso. Ma essendo essa poco frequente, perde del suo valore, come ognuno può di leggieri intendere. I lombardi hanno la loro tipica parola disposto: un uomo, una donna disposta, equivalente al bien portant dei francesi, i quali hanno anche il contrario mal portant.

Bìfora: finestra divisa in due da una colonnetta.

Biffare: voce del linguaggio de’ bibliografi. Venduto il libro, o altrimenti uscito dalla biblioteca o dalla libreria, si tira col lapis di colore o coll’inchiostro un frego trasversale e spesso a mo’ d’X, quanto la scheda è grande per avvertire che esso non vi è più: il che dicesi Biffare la scheda. Per es. la scheda è biffata. Il verbo deriva dalla ottima nostra parola biffa, usata dagli agrimensori per indicare quella pertica o canna piantata in terra con sopra un segno per traguardare. Nel contado di Romagna è voce viva ed usata.

Bigattiera: term. lombardo (bigattèra): l’edificio dove si allevano, in molta quantità, i bigatti. De’ quali edifici gran numero è in Lombardia, appunto perchè quivi è molto estesa la coltura del prezioso baco. Il Rigutini, a ragione, non è alieno dall’accettare questa parola: infatti il Petrocchi la registra.

Biga: V. Capra.

Bigatto: term. lombardo (bigat) esteso anche fuori di Lombardia: con voce italiana, filugello, baco da seta. Bigat e bigatera sono altresì voci dialettali romagnole per baco, baco da seta. Dicesi anche in romagnolo cavalir = bigat, vermicelli.

Bigino: term. esclusivamente lombardo del gergo scolastico che indica il libretto di traduzioni, letterali pessime ed anonime, del greco e del latino: delizia degli scolari che risparmia loro studio e fatica, e, dopo otto anni di latino e cinque di greco, contribuisce all’effetto di uscire dal liceo vergini di ogni seria coltura classica. Dal verbo milanese bigià = marinare.

Biglietto o viglietto: che altri scriva è pur sempre voce presa dal francese billet e da tempo assai antico. Che poi la provenienza sia latina (bulla) ciò monta ben poco essendo la maggior parte delle voci francesi di origine latina.

Bignonia: (term. bot.). La specie di Bignonie sono numerose, e in generale sono piante rampicanti o volubili, che si coltivano anche da noi per la bellezza dei fiori e del fogliame, specialmente per coprire muri e pergolati. Originarie dell’America. Alle Bignoniacee spettano pure la Jacaranda obtusifolia e J. brasiliana che danno legni pregiati, come il palissandro; le catalpe, la tecoma.

Bigotti della Monarchia: motto di Alfredo Baccarini, uomo politico romagnolo di idee liberali, agli insipienti o troppo timorati della autorità del Sovrano.

Bijou e bijouterie: dal latino bis due volte e iocus, giuoco, bisioculus, gioiello, vezzo, gingillo di valore. Una piccola casa, una donnina graziosa, tutto ciò in [p. 81 modifica]somma che piccolo, ben lavorato, gentile può essere onorato dell’epiteto di bijou. Gli editori ad uno speciale formato piccino ed elegante, danno il nome di formato bijou: una volta dicevasi formato diamante. Noi abbiamo ancora viva la bella parola galanteria. Es. «quella giovanetta come è graziosa! Una galanteria!». La parola francese fu tradotta in bigiù, bigiottiere, bigiotteria, e anche registrata.

Bilancella: sul lido tirreno così è chiamata una specie di felùca ad una sola vela latina con fiocco, di piccolo tonnellaggio e serve per lo più di trasporto tra liti vicini (piccolo cabotaggio). 11 trabàccolo romagnolo è a due vele al terzo e di maggior portata: può arrivare sino alle 200 tonnellate o 250. La bilancella dicesi anche Paranzella.

Bill: voce parlamentare inglese e vuol dire progetto di legge. Deve esser letto tre volte, approvato dalle due Camere, sancito dalla regina o dal re e allora diviene legge. Per la etimologia cfr. il latino bulla, italiano bulletta, francese billet, da bullet. Più frequentemente questa voce ricorre nella locuzione bill di indennità, la quale dal parlamento inglese provenne al linguaggio parlamentare di Europa e si dice della sanatoria che la Camera concede ai ministri per qualche loro atto illegale, ma richiesto dalle necessità. I diz. francesi notano questa voce.

Bio: forma dialettale veneta usata nelle esclamazioni per non dire con intero suono il nome che le Sacre Carte avvertono non doversi pronunciare invano.

Biologia: gr. bios = vita e logos = discorso, scienza che studia i rapporti che intercedono fra gli organismi e il luogo e il modo in cui vivono; fra gli uomini della presente e quelli dello passate età.

Bipede implume: dicesi facetamente dell’uomo. Ma la definizione è antichissima ed è attribuita a Diogene, il quale — avendo Platone definito l’uomo animal bipes sine pennis — arrecò nella scuola del gran filosofo un pollastro spennato, dicendo «questo è l’uomo di Platone». Ciò leggesi in Diogene Laerzio (De clar, philosoph. vitis, dogmatibus, etc., lib. VI. 2, 40).

Birraria: è modo comunemente riprovato per birreria: mèscita di birra.

Bisatro: corruzione dialettale di una parola bisciatto, da biscia: nome dato dai pescatori dell’Adriatico (litorale veneto e romagnolo) alle piccole anguille.

Bischero: V. Appendice.

Biscuit: letteralmente biscotto (bis coctus = due volte cotto) e così i francesi chiamano oltre al biscotto, pane, una pasta di porcellana due volte cotta e lasciata nel suo bianco naturale senza pittura, nè vernice, nè smalto. Es. una statuetta di biscuit.

Bis dat qui cito dat: motto latino che significa: chi paga subito è come pagasse due volte. Cosa vera dai tempi romani ad oggi!

Bisecare: (dal lat. bis = due volte e secare = tagliare, cfr. segare, sega) dicesi nel linguaggio geometrico della retta — bisettrice — che divide un angolo in due altri uguali.

Bisettrice: V. Bisecare.

Bis in idem: motto latino che significa due volte nella istessa cosa. Si dice specialmente di chi cade nello stesso errore.

Bissare: dal lat. bis, due volte, quindi ripetere una seconda volta, e nel linguaggio teatrale è voce non solo usatissima ma necessaria. I dizionari non la registrano, il Fanfani la riprova. Certo non è parola germogliata dalla lingua italiana ma tolta dal francese bisser. Ma quante sono le parole che noi usiamo e che hanno questa origine? Infinite. Se le dovessimo espellere tutte, sarebbe un affar serio farsi intendere anche fra noi!

Bissòna: gondola bella e grande di Venezia, in uso allo regate e nelle cerimonie tradizionali di quella città. Voce dialettale, estesa al comune linguaggio; così detta, forse, perchè era in antico ornata di bisso. Naviga a molti remi.

Bistecca: V. Beef-steak.

Bitta: terni, mar., sistema di due colonne di legno o di ferro, piantate a prua dello navi, spesso rafforzato con traverse: servono a dar volta agli ormeggi delle ancore, a sostegno del molinello por salpare, etc.

Bitter: voce generica di liquore, di [p. 82 modifica]origine olandese che vuol dire amaro. Così si chiamano vari stomatici, dal più al meno fabbricati con infusioni di scorze e radici amare (arancio, genziana, rabarbaro, ginepro) nello spirito. In fr. bitter.

Bivacco: neologismo, dal francese bivouac e, forma antiq. bivac. La parola francese, a sua volta, deriva dal tedesco, bei = vicino e wacht: = guardia, quindi significa campo a ciel sereno ove l’esercito s’accampa. La grande storia militare e belligera di Francia legittimò e diffuse questa parola anche presso di noi, popolo non belligero. I dizionari la registrano; il Fanfani la combatte, e vuole sostituirvi le parole alto, accampamento, attendamento.

Bizantinismo, Bizantino, Bizantinerìa, e anche Bizantineggiare: parole di uso moderno e non così facili a spiegare come sono facili ad intendere. Bisanzio fu per tutta l’età di mezzo, cioè, per un periodo più che millenario, la capitale dell’impero romano d’oriente, erede, dunque, di Grecia e di Roma, ma col processo del tempo si venne sempre più isolando dal vivo occidente d’Europa, perdendo di valore politico e assumendo certi speciali caratteri di cerimonie, di rigidità, di immobilità. Benissimo si può intendere il senso di queste parole ove ben si comprendano questi due versi che G. Carducci scrisse a proposito della terza Roma:

               Impronta Italia domandava Roma,
               Bisanzio essi le han dato.

Questioni bizantine, è locuzione che vale questioni sottili, ma inutili, interminabili.


Blackbouler: neol. fr. che vuol dire dar palla nera nelle votazioni politiche. Sarà parola rarissima da noi, ma avendola trovata ed udita in speciali casi nel senso di dare voto contrario, così la noto a maggior conferma del mio asserto: cioè che molti per iscrivere e parlare efficacemente, argutamente, hanno bisogno oramai delle locuzioni straniere. Blackbouler è fra i neologismi francesi, derivato dall’ingl. blackball = palla nera e, come verbo, bocciare.

Blaga: V. la parola francese Blague.

Blague: propriamente borsa di pelle entro la quale ponesi il tabacco, e per l’affinità tra le cose vane e le cose enfiate, vanteria, spacconata, menzogna. Del resto è d’uso familiare nella lingua francese, e da noi sovente si traduce in blaga. Il Carducci nel suo bellissimo scritto Mosca cocchiere usa questo francesismo dicendo che esso è brutto anche in Francia, ma che «oggigiorno non se ne può fare a meno». Se non di blaga, così si potrebbe dire di molti gallicismi. Quando una parola straniera è penetrata in un idioma, essa vi acquista giusto diritto di cittadinanza. «Fuori i barbari» si potrà dire riferendosi alle persone, ma quanto ai barbarismi bisogna evitare che entrino, e a ciò vana è l’opera delle autorità deputate all’uopo, se non vi provvede con senso d’amore la nazione stessa. V. la discussione che avvenne nel Parlamento italiano intorno al Bilancio della P. I. Giugno 1902.

Blagueur: vedi blague. Parola usata invece delle moltissime nostre: gradasso, spaccamonti, chiacchierone, etc. Il d’Annunzio, stilista di gusto assai dubbio, ma conoscitore egregio e cultore della lingua italiana e, fra i moderni, assai puro, usò la voce blagueur: prova evidente della forza che la consuetudine imprime a certe parole: «La mia casa è la casa rispettabile di un buon lavoratore e io deploro di avervi ricevuto ingenuamente un blagueur di quella specie».

Blanc-bec: letteralmente in francese becco bianco e si dice di persona inesperta e giovane, ma che della sua inesperienza non si rende conto, anzi sembra presumere di sè: sbarbatello.

Blanc-manger: voce francese già da antico fatta italiana e classica in biancomangiare, piatto dolce da credenza. Il Manuzzi e il Tommaseo la riportano, e zitti. Il Viani la difende, il Fanfani ci fa una delle sue solite chiacchierate. Il Petrocchi la registra fra le voci antiquate.

Blasé: voce francese frequente e felice: la quale indica la persona divenuta scettica, non per abuso di filosofia ma di mondanità o di piaceri. Nel suo primo senso il verbo blaser vuol dire alterare per eccesso dell’uso il senso del gusto. Es. l’usage des liqueurs fortes lui a blasé le gout. Poi figuratamente si dice di tutto [p. 83 modifica]ciò che a lungo andare rende l’uomo incapace di emozione e di affetti: indifferente, scettico, insensibile. L’etimologia della voce è incerta.

Blennoragia: gr. blenna = muco e raghè = eruzione. Malattia infettiva di cui l’agente patogeno è un microbo specifico: micrococcus gonorheae. Si appalesa negli uomini in forma di uretrite, di metrite nello donne. Dicesi anche gonorrea, scolo, scolazione.

Bleu: questa parola che da noi si pronuncia con un blu così duro che pare il latrato di un cane, ha tolto di seggio oramai le belle parole azzurro e turchino. Da bleu provenne l’aggettivo bluastro (bleuâtre) per turchiniccio. Bluet pure è detto sovente, in luogo della nostra parola gentile fiordaliso o ciano, il fiorellino azzurro che cresce tra il grano.

               Come il ciano seren tra ’l biondeggiante
               Or delle spighe, tra la chioma flava
               Fiorìa quell’occhio azzurro.
                                                            Carducci (Idillio maremmano)

Bleu-élétrique: dicesi delle stoffe, dal colore azzurro cangiante. I nomi delle stoffe e dei colori sono spessissimo indicati alla francese: ciò si vedrà di volta in volta.

Bleu-gendarme: così nel linguaggio delle stoffe si chiama quel colore turchino verdastro, usato nelle assise militari.

Bleu marin: per indicare il colore turchino fondo di certe stoffe, dicesi in Italia bleu-marin. La bella parola italiana azzurro oltremarino o d’oltremare è dunque spenta del tutto?

              L’azzurro oltremarin di Terra Santa
               È bava di lumaca in suo pensier.
                                                  G. Carducci, La consulta araldica.

Bleuet: V. Bluet e Bleu.

Blindage: in francese indica l’atto del blindare, voce tradotta anche in blindaggio. V. il verbo blindare.

Blindare: dal fr. blinder, voce sposso usata trattando di opere militari e significa difendere con lastre metalliche una parete, un carro, un fortilizio etc. affinchè sia protetto dalle palle nemiche. La etimologia è dal tedesco blenden, rendere cieco, quindi per estensione, coprire, munire. Così il Diez. Es. carro blindato.

Bloccare: por stringere di assedio così strettamente da impedire ogni comunicazione e introduzione di viveri nella città assediata, è parola da assai tempo accolta nei nostri dizionari: fr. bloquer. Voce che si congiunge alla parola tedesca block da cui block haus e blocco. Dicesi anche familiarmente bloccare per chiudere. Es. siamo stati bloccati in casa.

Blocco: (ted. block) è voce internazionale: indica un pezzo di marmo, di tufo, di pietra etc.: così le locuzioni vendere in blocco, fare un blocco non sono belle nè nostre, ma oramai appartengono al patrimonio della lingua viva.

Blocco: cabina di blocco o sistema di blocco sono chiamati con voce recente nel linguaggio tecnico delle ferrovie alcuni apparecchi elettrici per la più parte che, sparsi lungo il percorso, possono arrestare il treno quando la linea è impedita. V. più ampiamente Sistema di blocco.

Block e block notes: così si legge su molti taccuini, formati di fogli staccabili, in uso negli uffici e banchi di compra e vendita. La parola proviene dal tedesco block, massa densa e pesante: voce estesa nelle altre lingue, e nella nostra in blocco.

Blockhaus: così con termine tedesco (da block e haus = casa) è in quasi tutte le lingue chiamata quella speciale fortificazione piccola, fatta di lastre metalliche, che ponesi in campo aperto, facile a costruirsi e smontarsi. La lingua nostra avrebbe le parole classiche: casaforte, fortino, battifolle, bastita, ridotto, ma blockhaus trionfa.

Blonda: dal fr. blonde, trina di seta. Voce dell’uso. Per l’etimologia V. lo Scheler, op. cit.

Blouse: voce francese comunissima presso di noi e d’incerta etimologia. Il Petrocchi l’accetta e no fa bluse, blusetta e blusettina. Ho inteso molte signore dire camicetta, per indicare appunto quel giacchettino elegante che prendo forma naturale dal busto e si raccoglie sotto la gonna. Bluse è altresì il camiciotto degli operai, dei ragazzi. Anche il Rigutini ospita benevolmente blusa, blusina, blusettina. Ospitinmo pure, perchè no? Solamente sarebbe curioso conoscere il criterio con cui si respinge una parola e se ne accetta un’altra. [p. 84 modifica]

Blue-books: così si chiamano in Inghilterra, per ragione della loro legatura azzurra, i libri presentati dal governo al Parlamento, nei quali sono stampati i rapporti politici e le corrispondenze diplomatiche: di ugual natura sono il libro Giallo, in Francia; il libro Verde, in Italia; il libro Bianco in Germania e il libro Rosso in Austria.

Bluet e bleuet: voce che ricorre più che comune, specie su vezzose labbra. Essa è una specie di centaurea (centaurea cyanus) che fiorisce tra il grano, ed è così nominata dalla specie più comune, di colore azzurro. Questo fiore fu, se non erro, carissimo al defunto imperator di Germania, Guglielmo II Noi abbiamo la bella voce ciano, fiordaliso. Lo credano, le signore, fiordaliso è più elegante suono di quel tronco bluet. Nell’Istria è chiamato semplicemente fior del formento.

Boa: (boga, secondo il Guglielmotti) indica in marina una cassa di ferro galleggiante, per lo più cilindrica, la quale trattenuta su le rade o nei porti da salde catene, offre alle navi buon punto di appoggio.

Bobba o bobbia: «materia tra liquida e densa in quantità» così il Petrocchi, togliendo dal Fanfani; ed altri: «mescuglio di più cose a foggia di unguento e di savore etc., per lo più per medicina». Nel dialetto di Romagna boba vale spregiativamente per minestra cattiva e stracotta. Si dice quivi per rafforzamento plebeo anche sboba. Così pure nel Veneto.

Bobèche: con questa parola di etimologia incerta si chiama quel piattellino che posa sul candeliere perchè non sgoccioli la candela. Come si dice in italiano? Palmetta, scodellina, bocciuolo, padellina, foglia come dicono in molti luoghi? Fra tanta ricchezza di parole la gente elegante usa la voce francese.

Bobina: voce tecnica oramai entrata nell’uso, fr. bobine e che si batte con probabilità di vittoria con la nostra parola equivalente rocchetto. Bobine, ing. bobbin, è di etimologia incerta (da bombyx per la sua simiglianza col bozzolo?) ed indica quel cilindro attorno al quale si avvolgono i fili metallici nelle macchine elettriche.

Bocca baciata: il grazioso nostro proverbio che così comincia e segue: bocca basciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna, è assai antico, e pieno commento ne fa il Boccaccio, riportandolo in fine della novella VII della giornata II.

Boccaccesco o boccaccevole: non solo vuol dire alla maniera del Boccaccio, come portano i lessici, ma libero, salace, licenzioso, come sono molte novelle del Decameron.

Bocca della verità: dicesi di persona veritiera al sommo, e più spesso si dice in senso ironico. Bocca della verità era chiamata una maschera colossale di pietra, dell’epoca romana, conservata nella Chiesa di S. Maria in Cosmedin: si racconta che nell’Evo medio i Romani, allorchè prestavano giuramento, affondavano le mani in quella bocca che non le lasciava uscire se erano spergiuri.

Bocca del leone: vale spia, delazione segreta, dalla bocca del leone marmoreo che in Venezia riceveva denunzie e petizioni.

Bocche inutili: nel linguaggio militare e trattando di assedi si dissero bocche inutili coloro che, come le donne, i bambini, i vecchi non possono dare aiuto alle difese e consumano le vettovaglie. La locuzione spesso è volta a senso più esteso, e dicesi di chi mangia senza produrre. Fr. bouches inutiles.

Bocca: nella locuzione nostra dire, concedere a mezza bocca vale in modo incerto, non sicuro, senza affermare o negare, come fanno spesso coloro che vogliono togliere a sè stessi parte del peso delle responsabilità.

. Bocciare: colpire la boccia con la boccia nel giuoco omonimo. Bocciare indica pure schiacciare agli esami, respingere, rimandare: termine ancorchè molto volgare, notissimo, in i specie agli scolari.

Bòccola: chiamano i meccanici e i ferrovieri quella scatola sopra posta alle ruote che contiene il grasso per ungere i supporti degli assi dei veicoli e delle locomotive (boîte à graisse in francese, achsenbüchse in tedesco, axlebox in inglese). | Bòccola in alcune regioni è detto l’orecchino. Es. un bel paio di bòccole, [p. 85 modifica]ho perduto una bòccola. | Bòccola dicesi anche quel cerchio di ferro di cui si riveste l’interiore del mozzo delle ruote.

Bochinista: V. Bouquiniste.

Bock: in ted. significa becco, caprone. È chiamata bock-bier, la birra nuova che si spilla d’inverno o di marzo e però è più gustosa e pregiata. Passando dal contenuto al contenente, bock indica altresì il bicchiere, però soltanto in francese e talora da noi come da esempio: suggellammo la nostra amicizia con alcuni bock. Il rapporto fra i due sensi disparati della parola bock è spiegabile o come insegna di questa birra, o perchè rende i bevitori vivaci come capri. Etimologie, però, mal sicure.

Bodino: V. Boudin.

Boètta: il pacco grosso del tabacco. Voce dialettale subalpina: fr. boîte.

Bohême: nel suo primo senso significa zingaro, boemo, che vive sciolto da legami di leggi, girando il mondo incurante del domani. La lingua francese applicò questa parola all’artista spensierato, innamorato della sua arte, indocile per natura (e talvolta per progetto) delle convenienze, ribelle alle convenzioni sociali. Scapigliato, scapigliatura, goliardo son le parole nostre corrispondenti. Arrigo Murger, parigino (1822-61) in un suo patetico libro Scenes de la vie de Bohême rese universale questo nome e vi diede valore letterario.

Bohémienne: specie di ballo affine alla mazurca.

Boicottaggio: V. Boicottare.

Boicottare: dall’ingl. boycott cioè congiurare contro qualcuno rifiutando ogni rapporto di compra e vendita: interdire. Metodo di lotta politica e commerciale praticata primamente dai Land-Leaguers in Irlanda. Il capitano Boycott fu prima e notabile vittima del sistema: da esso il nome alla cosa. La voce è pure estesa al fr. boycotter, tedesco boykottieren.

Boîte: scatola, è voce francese, usata, specie se vi si annette l’idea di eleganza e di finezza, come per dolci, profumi, confetti, etc. Boîte si ritiene derivato dal basso latino buxis, gr. pyxos: = bossolo, come a dire scatola di bossolo. La nostra voce busta, che abbia la stessa origine? V. box e Zambaldi, op. cit., Bosso.

Boîte à surprise: così chiamano i francesi quel balocco formato di una scatola da cui, aprendo, balza una molla con un terribile pupazzo. Nel senso metaforico, nel quale è usata non raramente, noi abbiamo la parola spauracchio, e se si vuole bau-bau, spaventa passeri.

Bojardo: nome dato agli antichi nobili della Russia, della Transilvania e delle Provincie Danubiane. In russo è boiarin, ma oggi è parola di mero valore storico.

Bolero: da bolero = danzatore, in ispagnuolo indica una musica e un ballo nazionale di Spagna. Il bolero è caratteristico per il ritmo particolare, a tre tempi; s’accompagna alla chitarra e al suono delle nacchere ed è danza assai molle e vivace. Bolero è pur voce francese. Bolero nel linguaggio della moda è anche chiamato una foggia di cappello muliebre o, meglio, da giovanotta, semplice, piano e rotondo, con l’ala rialzata sino all’altezza del cocuzzolo, forse così detto dal cappello spagnuolo usato nel bolero.

Bolla: propriamente il sigillo rotondo che porta da un lato S. Pietro e S. Paolo dall’altro il nome del Papa, con cui la Cancelleria Papale contrassegna i rescritti del Pontefice. Con questo nome sono chiamate le lettere del Papa, con forza di decreto, nelle quali si tratta di materia dogmatica, religiosa o anche politica. V. Breve.

Bolletta: nel Bolognese, nell’Emilia, in Romagna questa voce è usata nella locuzione essere in bolletta e non significa propriamente nè sempre miseria ma più spesso quello stato di mancanza di pecunia che è cosa comune a studenti, artisti, gente spendereccia. Corrisponde all’altra frase essere al verde.

Bollito: sostantivo, invece di lesso che a taluno pare così elegante, è ritenuta voce non buona come quella che proviene dal francese boulli.

Bollo: noi diciamo indifferentemente carta da bollo e carta bollata. Osserva il Rigutini che la seconda forma è preferibile alla prima, giacchè carta da bollo significherebbe carta che deve essere bollata. [p. 86 modifica]

Bolina: termine marinaresco: quel capo di manovra che tende verso prora la ralinga della vela quadra. Andar di bolina, andar con le vele tirate a raso, strette, per quanto è possibile, al vento: è il contrario, quasi, dell’andare col vento in poppa: e più chiaro e diffuso il Guglielmotti: «Andar di bolina pur si dice per estensione di ogni bastimento che naviga verso l’origine del vento, ancorchè non abbia le corde, chiamate boline, o non le adoperi o vada menato da altra forza che non sia del vento. Perciò che i piroscafi e i bastimenti di vela latina diconsi andar di bolina, quando navigano stretti al vento, la qual cosa viene loro più facile, perchè la macchina e l’abete stringono meglio della canape. Parlerai però di essi con maggior proprietà se dirai de’ piroscafi andar contro vento e se de’ latini dirai andare all’orza.» Etim. da borea?

Boma: ter. mar. albero orizzontale posto in basso degli alberi maggiori, verso poppa e serve a distendere mediante le scotte la vela àurica detta randa. Dal fr. bôme; in it. randa. V. Guglielmotti.

Bombardino: strumento da fiato di ottone con tre cilindri e senza chiave; diminutivo di bombardone.

Bombardone: o saxhorn-basso in fa, strumento più grave del bass-tuba; è il basso naturale degli strumenti metallici ad imboccatura. (A. Galli. op. cit.).

Bombé: in fr. significa convesso, a baule.

Bombyx e bombice: ma più di frequente si usa la forma greca, (fr. bombyx) così come è scritta; por indicare il baco da seta, appartenente alla famiglia dei lepidotteri, la cui larva è appunto il prezioso insetto.

Bomboniera: V. Bon-bon.

Bona: quanto se’ bona! Nel dialetto napoletano bona per effetto dell’antico passaggio di senso dal bello al buono, significa bella e dicesi di donna, specie se formosa e fornita di linee seducenti e curve. Voce estesa anche a Roma.

Bonaccione: accrescitivo di bonaccio, e vale bonario, tranquillo, alla buona, semplice. Es. «disse con quel suo solito e simpatico fare bonaccione, alcune cose veramente grandi e belle.»

Bon bon: per dolci in genere è il francese bon bon, cioè buoni, buoni. La parola è da ripudiarsi senza dubbio, e specialmente la versione che molti ne fanno in bombone. Allora la logica vorrebbe che si espellesse anche il derivato bomboniera, che è entrato pienamente nell’uso, e si usasse confettiera, che è parola nostra ma abbandonata e perciò poco si intende. Un dubbio: il bon bon de’ bambini non potrebbe esser voce infantile?

Bonbonne: voce francese usata anche da noi nella grande industria chimica per significare un recipiente di lamiera o di terra per contenere acidi.

Bondiòla: specie di cotechino insaccato e legato, che si fa nell’Emilia (Viadana, Bologna, Parma, Reggio). Bundiòla.

Bon gré mal gré: l’italiano ha l’equivalente preciso a questo motto francese, ed è: per amore o per forza. Dicesi anche: voglia o non voglia: far di necessità virtù, e infiniti modi di formazione popolare come o mangiar questa minestra o saltar questa finestra, etc. Macchè! Il bon gré mal gré si dice e si scrive a tutto spiano.

Bonifica: detto dei terreni migliorati con piante, scoli e altre opere d’arte è dal Rigutini reputato neologismo pessimo, come moltiplica, qualifica, rettifica, verifica invece bonificamento, moltiplicazione, qualificazione etc. Ma sono voci oramai dell’uso.

Boniment: vocabolo del gergo francese ed indica il discorso con cui il ciarlatano il venditore annuncia all’inclito publico la sua merce che dá naturalmente come buona (bonne, onde boniment). Lo sproloquio del saltimbanco davanti la baracca: ciurmeria, truffa.

Boni pastoris (esse) est tondere pecus non deglubere: ufficio del buon pastore è di tosare le pecore non scorticarle. Così Svetonio in Tiberio, 32, a proposito di tasse e balzelli.

Bon marchè: buon mercato. È grido e insegna di bottega, comunissimi da noi.

Bonne: in francese indica la bambinaia o fantesca: da noi erroneamente chiamasi bonne anche la maestra di francese signorina di compagnia. [p. 87 modifica]

Bonne à tout faire: così ho inteso molte signore denominare la donna di servizio che fa di tutto in casa. Ora essendovi la cuciniera o cuoca per far da mangiare, la cameriera per le stanze, la guardarobiera per la biancheria, dicendo donna di servizio o semplicemente donna come di fatto si dice, si intende appunto, per accettata esclusione, la domestica bonne à tout faire.

Bonne heure (à la): modo francese, comune anche da noi, che servo ad indicare una specie di approvazione, manco male, vada pure. Lo registra il Manuzzi con esempi, il Tommaseo con esempi dell’Orlando In. (Berni) 25-29 e di altri. Lo usa il Manzoni ove Don Ferrante dice: «Che in tutte le cose di casa, la signora moglie fosse la padrona, alla buon’ora; ma lui servo, no» . P. S. Cap. XXVII.

Bonne mine à mauvais jeu (faire): questa frase francese è non rara da noi: la traduzione letterale: far buon viso a cattivo giuoco non ha efficacia perchè il valore di un motto consiste nella sua forma fissa e tipica. L’italiano ne avrebbe uno alquanto affine di senso: mangiar amaro e sputar dolce. Il dialetto milanese dice: mangià fèl e spüà mei. Se gli italiani studiassero con più amore i loro dialetti, troverebbero quanto di vero è nella teoria dantesca riguardo alla lingua!

Bonnetto: è parola non registrata nei nostri lessici, difatti è la versione di bonnet francese: però è parola molto in uso, specie fra’ militari, ne’ collegi, etc. La parola italiana è berretto, dal basso latino birretum, cioè cappello fatto in origine di stoffa rossa, pìrros. Il francese ha la parola barrette che dove essere la versione di berretta, e l’usano per indicare lo zucchetto dei preti e il cappello cardinalizio. Il Melzi accoglie bonetto.

Bonomìa: per bonarietà è ripreso come gallicismo (bonhomie). Bonomia è così dell’uso che lo sfuggire tale parola domanda uno sforzo di riflessione, come avviene per molti gallicismi, o presunti tali. Certo è un doppione de’ soliti.

Bons-mots: arguzie, facezie, meglio che barzellette e lepidezze. La parola francese è in grande uso fra noi. Bon mot non sempre indica la facezia arguta e fine ma dicesi anche quando essa è di cattivo genere: on peut donc dire, en plaisantant, un mauvais ou un méchant bon mot. Dando però, come di solito si intende, alla parola bon mot senso buono, vedasi come essa è resa elegantemente e signorilmente in questo periodo del Boccaccio (Decameron, giornata VI, novella I): «Giovani Donne, come nei lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo, e nella primavera i fiori de’ verdi prati, e de’ colli i rivestiti arbuscelli, così de’ laudevoli costumi e de’ ragionamenti belli sono i leggiadri motti: li quali perciò che brievi sono, tanto stanno meglio allo donne che agli uomini, quanto più alle donne che agli uomini il molto parlar si disdice.» Provisi in mezzo a questo magnifico ed estetico periodo a incastrare la voce tronca bon mot e l’effetto sarà spiacevole. Senza venir meno al proposito di trattare la materia intrapresa solo dal lato filologico e storico, nè ambendo al nome di purista e di grammatico, tuttavia per l’amore della gloriosa nostra favella mi si voglia concedere venia se mi accade di far talora questioni di lingua. Il vero è che la nostra favella è di così fine ed artistica struttura che facilmente si deforma e deformata, ben poco vale. Ciò è in altri passi di quest’opera ripetuto, e qui mi piace riportare queste buone ragioni in proposito del Romanelli, op. cit., pag. 129, in nota: «Si è detto che il privilegio di disputar sempre di lingua era dei Latini, ereditato poi da noi Italiani. Ma i Greci ne han disputato anch’essi non poco, gli uni censurando gli altri, anche prima del periodo filologico degli Alessandrini. Di Eschine, ricorda Cicerone, che ora solito di esaminare diligenter verborum omnium pondera, e alcuni vocaboli altrui gli sembravan duri, ingrati, intollerabili, ut Aesehini ne Demosthenes quidem videretur attice dicere (Orat. VIII.) Ma, insomma, se da noi se ne disputa assai, vuol dire che la lingua nostra è qualcosa di geniale, di artistico, dove una stonatura ci si sente. Ma questo è inutile predicarlo a certuni che, pur d’ingemmare le pagine di citazioni, utopie, paradossi, [p. 88 modifica]oracoli di scrittori e libri forestieri, spesso oscuri, non si vergognano di non citar mai, e d’ignorare, autori e libri di casa propria, italiani insigni, e greci e latini, che pur farebbero tante volte più a proposito. Ma c’è il suo perchè; e Dante dice «che la loro mossa viene da cinque abbominevoli cagioni,» e le novera. Convito, I, cap. XI. Cfr. Cicerone, De fin. I, 2, e segg.

Bon ton: voce entrata nell’uso da tempo e vorrei dire popolare presso di noi. Ton, latino tonus, greco τόνος, vuol significare tensione, elevazione della voce. Bon ton è l’elevazione, il carattere proprio al linguaggio e alle maniere della gente per bene ed elegante nel tempo istesso, anzi elegante sopratutto. E come si dice in Francia un homme du bon ton, così si dice per contrapposto de mauvais ton: ma questo secondo modo non è attecchito da noi.

Bon-vivant: voce familiare francese, usata anche fra noi per indicare persona d’umore facile e gaio e di vita comoda, che ama non dar noia nè riceverne.

Bonzo: sacerdote della religione Buddista.

Bookmaker: pronuncia búch-mécher, voce inglese che significa colui che tiene il libro delle scommesse nelle corse, e grida in gutturale linguaggio le poste (côtes) de’ cavalli e invita al nobile rischio; personaggio inglese o truccato da inglese, di prodigiosa abilità nel conteggiare e ragguagliare i premi delle varie scommesse secondo la probabilità di vittorie che hanno i cavalli. Per un cavallo non favorito, cioè di dubbia vittoria, il bookmaker può offrire anche 20 o 25 volte la posta. Come ognuno vede, mettendo uno scudo su di un cavallo si rischia di vincerne 25. Presso all’urlante personaggio si erige un palco con una targa ove sono registrati i cavalli partenti e le poste. Possono realizzare grandi guadagni: se gli affari vanno male possono però scappare anch’essi come i cavalli: ma in questo caso a differenza dei fantini che amano poco peso, preferiscono che sia grave il peso del danaro altrui. Neil’ ’87 il Ministro francese Goblet de cretò l’espulsione dei Bookmakers dalle corse, ma di essi fu come dei bravi di cui parla A. Manzoni nel Cap. I del suo libro mirabile, e le ragioni sono le stesse: prova della immutabilità delle vicende umane. La parola è anche accettata ne’ dizionari francesi.

Bora: nella Venezia Giulia, Trieste, Pola, Fiume e sul litorale occidentale dell’Adriatico è chiamato così un fortissimo vento che spira, specialmente di verno, da settentrione (corruzione di borea, cfr. boreale). NB. Venezia Giulia è voce non prudente a pronunziarsi a Trieste. V. Venezia Giulia.

Borasso: specie di palma delle Indie orientali, utilissima perchè fornisce zucchero, un liquore detto arak, vino di palma, noci e foglie, buone per le stuoie.

Borbone: è una varietà di caffè (Coffea arabica) che si coltiva nell’isola Riunione o Borbone.

Borborigmo: gr. borborigmos = murmure: in medicina son così detti i rumori prodotti nell’addome dai gas intestinali.

Bordeaux: nome del vino da pasto che si fabbrica nel circondario di Bordeaux, la Burdigala de’ Romani, capoluogo del dipartimento della Gironda in Francia, Questo vino, famoso in tutto il mondo, è altresì celebre per le sue falsificazioni: rassomiglia al nostro Barolo e al Sangiovese. Petit bordeaux: bordò leggiero, inferiore. Dall’agg. petit la lingua francese trae degli eufemismi graziosissimi.

Bordereau: (diminutivo di bord V Bordo) listino o distinta in cui sono notate in margine (bord) le diverse specie di valori che compongono una data somma. Voce del linguaggio commerciale e bancario. Il Rigutini consiglia la parola nota.

Bordo: parola oramai diventata italiana, dal francese bord, invece di orlo. Bord è voce di origine tedesca e si trova nella più parte delle lingue germaniche per indicare l’estremità di una cosa qualsiasi. Della possibile analogia tra bordo (orlo) e bordo (nave, cioè l’estremità, la parte della nave che sovrasta l’acqua), vedi lo Scheler. «Sconcio gallicismo» chiama il Rigutini l’uso di bordo e bordura per orlo. [p. 89 modifica]

Bordure: (vedi bordo) è l’orlatura, la quale negli abiti muliebri essendo specialmente lavorata, serve di guarnigione ed è così che la parola francese sta facendo perder terreno alla voce nostra. Di fatto una sarta che abbia rispetto per le suo clienti, non porrà una guarnizione, ma una bordure, non un grembiale ma un tablier. Lì ci vorrà una ruche, non un nastro; una guipure e non un merletto; non un corpetto, ma un jabot, e via. Le stoffe saranno crêpe e non crespo, glacées e non rasate non lucide, granitées e non chiazzate, pointillées e non punteggiate, moirées e non marazzate, nuancées e non sfumate, non increspate ma plissées etc. I colori non sono più azzurri o turchini ma bleu, non canarino ma crème, non giallo ma jaune, non fulvo ma fauve, non scuri ma foncés. Chiedendo in negozi italiani le stoffe col nome del colore in italiano si rischia di non essere intesi.

Borlone: term. lombardo (borlon) rullo, cilindro, spianatorio per terreni e strade. Borlone, la spazzola cilindrica che usano i barbieri: brutta voce estesa anche ad altre regioni.

Borsalino: nome dato a molti cappelli dal nome del fabbricatore di tal nome in Alessandria del Piemonte. Giacchè con Monza, Alessandria, Carpi, l’Italia, dalla nobile Inghilterra all’ultimo Giappone, copre il capo a molta umanità. Pur troppo la nostra merce ci ritorna spesso in casa con suggelli stranieri e come tale noi la riacquistiamo, lieti, a maggior prezzo.

Borsista: neol., dicesi di colui che giucca e si)Ocula alla Borsa.

Bosinata: poesia milanese in dialetto contadinesco, per lo più di carattere satirico. V. Bosino.

Bosino: termine dialettale lombardo: indica il contadino dell’alto milanese. Chiamasi anche bosino colui che va per la città, cantando o recitando bosinate. Carlo Tanzi nelle sue rime fa grande encomio di questa specie di componimento e no cita i primi scrittori. Forma d’arte popolare cui contrasta il carattere, sempre più cosmopolita, di Milano.

Bosse: voce francese che indica protuberanza, bernoccolo, enfiagione come da noi bozza. La voce è di origine tedesca (bozen, nell’antico tedesco = spinger fuori). Nella frenologia indicò i lobi del cranio cui si credettero e credono rispondere determinate attitudini. Quindi volgarmente dicesi: avoir la bosse de quelque chose. Il a la bosse de la musique. E noi imitiamo a tutt’andare il modo francese, laddove abbiamo belle voci come inclinazione, disposizione, o se piace la voce francese, v’è bernoccolo corrispondente:

               La manìa di ser Imbroglia
               Che nel cranio ti gorgoglia,
               Ti rialza fuor di squadro
               Il bernoccolo del ladro.

(G. Giusti Gingillino).


Bossolà: voce dialettale che indica uno speciale dolce di pasta lievitata, propria di Brescia. Cfr. buccellato.

Boston: specie di valzer moderno, strisciato e figurato, così detto della città di Boston.

Bouchon: tappo, e così il composto tire-bouchon = cavatappi: in Lombardia e nell’Emilia, per non dire altrove, sono voci costanti anche nel dialetto.

Botte: voce propria del dialetto romano, estesa e nota nel comune linguaggio: indica la vettura publica in Roma.

Bottine: diminutivo di botte, francese, e significa una specie di scarpe di cuoio elegante che chiude parte della gamba. Voce non frequente, ma usata talvolta in italiano invece di stivaletto.

Boudin: volgarizzato in bodino e budino, voce dell’uso: difesa dal Viani, migliaccio sanguinaccio, in italiano. Il Fanfani non la nota fra le voci guaste. La registrano fra gli altri il Rigutini e il Petrocchi. Certo è voce non bella, anche come suono. Boudin in francese è il budello riempito di sangue di porco, condito con droghe. La sua etimologia è incerta: da bouder gonfiare? (Diez) dal basso latino botulus, ondo budello in italiano e boyau in francese? probabilmente. Da noi bodino indica specialmente una torta dolce, cotta entro stampo che mangiasi col cucchiaio.

Boudoir: salottino appartato per le signore o adibito ad intimi ricevimenti: così detto dal verbo bouder (far il broncio) parce que les dames se retirent dans [p. 90 modifica]leurs boudoirs quand elles veulent être seules. (Littré).

Bouffant: aggettivo francese, usato noi linguaggio della moda in vece della parola nostra a sbuffi, ornamenti di stoffa rigonfia. V. Manteau.

Bouille-abaisse: o anche bouìlle-à-baisse: piatto marsigliese di pesce cotto in poco d’acqua con cipolla, olio, zafferano, etc. Specie di brodetto romagnolo o cacciucco livornese. Letteralmente bouille à baisse vuol dire brodo abbassato, ridotto por l’evaporazione. Fig. guazzabuglio.

Bouilloire: specie di anfora elegante, di metallo fine con sotto la lampadina: recasi su la mensa e serve a far bollire l’acqua, o pel tè o pel caffè od altra bevanda: uso nuovo nome nuovo. Si devo dire bricchetto, cuccuma, caffettiera? Una signora mondana che così dicesse, o non sarebbe intesa o parrebbe affettata. Così è da noi! In un negozio ho trovato accanto a codesti bricchi la parola bollitori, onesto quanto umile tentativo di far italiana la parola bouilloire.

Bouillon: da bouillir, brodo, cioè trattoria ove può limitarsi la spesa ad un brodo, e fu, or non sono molti anni, certo macellaio parigino, per nome Duval che ebbe la felice idea di valersi delle carni non troppo adatte alla vendita per farne del brodo, e il luogo ove si vendeva insieme al lesso fu detto Bouillon. Questa parola è oggidì usata in Parigi per indicare certe grandi trattorie a buon mercato e a prezzo fisso.

Boule: voce francese, dal latino bulla = bolla, scaldamani, comunemente di forma sferica e ripieno d’acqua bollente. Boule, invece di palla, è parola usata altresì in altri e speciali significati. Es. certe palle di latta contenenti una specie di brodo in conserva sono chiamate boules, ancorchè fabbricate in Italia.

Boule de neige: letterlmente palla di neve, cioè voluta o valanga che cresce con l’andare. Si dà per estensione figurata questo nome ad una specie di speculazione commerciale di vendita cooperativa, la quale, se non erro nel ricordarmi, venne esercitata a proposito degli orologi svizzeri, poi di altri oggetti. Cotesta speculazione consiste nell’offrire gratuitamente ad alcuna persona un determinato oggetto a patto che presso amici o conoscenti collochi un certo numero di buoni di acquisto. Alla loro volta questi amici, lusingati dal dono che pure loro spetta, devono cercare altri compratori. Così si procede indefinitamente. Trattasi di un contratto nullo perchè fatto sotto condizione di assurdo, giacchè per non esservi frode, converrebbe che il numero delle persone fosse infinito. Frode certo ingegnosa come quella che è fondata sull’ingordigia od egoismo altrui. Questo sistema usasi anche nelle vendite per beneficenza | Boule de neige è altresì chiamato il fiore di una specie di viburno, pallon di neve.

Boulevard: (anticamente boulevart, in italiano, baluardo, parola d’origine tedesca, boll-werk per bohl-werk, riparo di tavole) era il terrapieno, il bastione fortificato. Per estensione poi si disse di una passeggiata di circonvallazione piantata a begli alberi, come ad es. i Bastioni di Milano, i Rampari di Parma (da rempart = riparo, bastione), oppure di un luogo dove sorgevano una volta bastioni. Oggi per una nuova estensione, ogni via larga, arborata, signorile, che attraversa una città meglio la città delle città, cioè Parigi, si chiama in francese boulevard.

Boulevardier: colui che frequenta, che batte il boulevard, quindi che ne ritiene i caratteri, le abitudini. Voce francese spesso riportata ed inconvertibile, dato che abbia tanto valore da meritare il cambio. Parigino al sommo grado.

Bouquet: voce entrata nell’uso popolare invece di mazzo, mazzolino. Bouquet è una variazione di bosquet, boschetto, unione di piante, e poi di fiori.

Bouquet: è voce quasi tecnica nel commercio per indicare il profumo, l’aroma del vino, così detto per somiglianza al profumo di un bouquet, mazzo di fiori.

Bouquin: dicesi in Francia di libro vecchio ed usato, ma generalmente di scarso valore. La derivazione è certo del tedesco buch = libro.

Bouquiniste: così chiamasi in francese colui che compra e vende libri usati. Questa [p. 91 modifica]parola è stata aiicho tradotta in italiano con bochinista (parola che sarà bene non usare). L’Arlia così ne ragiona: «Da poco tempo in qua ho letto questa voce francese (bouquiniste) italianizzata in bochinista nel significato di Ricercatore di libri antichi, o vecchi, per farne collezione, come se non ci si avesse le voci Amatore e Bibliofilo, e anche, occorrendo, quella di Bibliomane. Quando si lascierà il vezzo di abboccare gallicismi a tutto spiano?»

Bourrée: specie di ballo francese, originario dell’Alvernia. È nella misura 4/4 con un tempo in levare e frequenti sincopi sul secondo e terzo tempo.

Bourrette: fr., in italiano bavella.

Boutade: voce francese che vuol dire ghiribizzo, levata di testa, frullo, capriccio o talvolta conviene volger tutta la frase italianamente. Il pretendere di poter tradurre sempre motto a motto è un assurdo da pedanti o da ignoranti: esiste fra idioma ed idioma uno speciale modo di afferrare e rendere un uguale concetto, differenza dovuta a cause del tutto estranee alla grammatica.

Bout de l’oreille (le): mostrare le bout de l’oreille «la punta delle orecchie», significa in francese farsi scoprire, mostrare il giuoco, lasciar comprendere i propri disegni. Es. «qui, in questo affare delle classi, la politica mostra le bout de l’oreille.» Riporto questa locuzione ancorchè di rarissimo uso, per dimostrare ribadire una mia opinione spesso qui ripetuta, cioè che molti da noi quando vogliono esprimere efficacemente un concetto, sentono l’istintivo bisogno di ricorrere al modo di dire straniero. La qual cosa è segno grave, non per la voce o locuzione di altra lingua usata e inframessa, ma perchè la cosa viene a dire: «non c’è parola e modo italiano che mi paia corrispondere, se c’è, non mi piace e non l’uso.»

Bovolo (molle a): chiamano i meccanici le molle a spiralo conica, con sezione rettangolare e spire impegnantisi l’una nell’altra, come quelle ad es. de’ repulsori dei vagoni.

Boy: voce inglese che vuol diro ragazzo, usata anche nel senso familiare di domestico, appunto come talvolta noi diciamo ragazzo, i latini diceano puer, garçon i francesi.

Box: V. Boxing.

Box: parola inglese e significa stalla per più rispetto stallo, dai 4 ai 5 metri, rivestito di legno, accuratissimo, ove il nobile destriero sta solo e sciolto. La parola è anche accettata in Francia in boxe n. f. o box n. m. Ho inteso dire eziandio da un egregio padre che la sua prole è allevata in un collegio svizzero, nel quale vi sono tanti box con entro i lotti.

Boxer: voce inglese che vuol dire pugilatore, lottatore, da box (V. questa voce). Con tale nome gli inglesi chiamarono i settari fanatici di alcune società della Cina che avevano per iscopo lo sterminio degli europei invasori della loro patria, impositori di civiltà forzosa, e dei missionari cristiani: e ne fecero in fatto orribili stragi, almeno a quel che risultò dai giornali. Tale nome, universalmente accettato, venne di moda con la guerra cino-europea dell’anno 1900 (se guerra si può chiamare il macello umano che incoronò il secolo XIX). Ancora: questa parola, dal senso feroce, ebbe in Italia per qualche tempo nuovo significato pieno del livore politico che ci è caratteristico, e servì ad additare al dispregio coloro i quali opinavano doversi estendere anche alla propaganda socialista la responsabilità del regicidio di Umberto I. Ciò per la storia di una parola già fuor d’uso.

Boxing: l’atto del verbo inglese to box, battersi al pugilato, quindi il pugilato, noto e sanguinoso spettacolo barbarico, assai caro alla civiltà anglosassone, Specie d’America. Box, che propriamente vuol dire scatola cassetta (filologicamente della stessa famiglia delle voci bossolo, bussola e busta in italiano, boîte in francese, pyxida in greco, conservato in pisside = il vasetto dell’ostia consacrata) è una nota specie di armatura della mano, e serve a sfondare petti, rompere teste e costole come il cesto presso i nostri buoni padri greci e latini, tanto per non perdere le buone usanze. Il nomo boxe = pugilato e boxer = battersi al pugilato, sono parole altresì francesi. [p. 92 modifica]

Bozzello: term. mar., piccolo arnese o cassa di legno o di ferro con pertugi in cui sono adattate una o più pulegge, circondato da uno stroppo per fissarlo ove occorra. Il bozzello serve, in generale, ad aumentare la forza della puleggia.

Brachetto: vino rosso del Piemonte (Alessandria) che per lo più si prepara spumante.

Brachicèfalo: gr. brachìs = breve e chefalè = capo. Nome dato dal Retzius alle razze umane di cui il cranio offre un diametro antere-posteriore di poco differente dal trasversale. La maggior lunghezza di detti crani non oltrepassa di un’ottava parte la larghezza. Il contrario di dolicocèfalo.

Bragozzo: sorta di barca peschereccia chioggiotta, dalla prua sottile, poppa quasi quadra, con ponte, due alberi piccoli e bombresso. Voce dialettale.

Bramire e bramito: parola di frequente uso, dal francese bramer, (gr. bremein = fremere?) indicano il suono ed il lamento di alcuni animali selvaggi.

Branle: (lett. oscillazione) specie di ballo giocoso, press’a poco come il cotillon in cui uno o due danzatori guidano gli altri a far ciò che essi fanno. V’erano anche dei branles seri come quelli che si ballavano alla corte di Luigi XIV, descritti dal Rameau nel suo libro Maitre à danser. Codesto ballo facevasi sopra un’arietta breve e a rondeau, cioè con un ritornello che ripetevasi sempre uguale alla fine di ciascuna parte della danza.

Branzino: nome volgare veneziano e lombardo di quello squisito pesce di mare che in francese è Bar, in genovese Luasso, lupo di mare, Varolo (cioè vaiolato) in Romagna, Ragno in Toscana. Il nome scientifico è Labrax Lupus o Perca.

Brasato: detto di alcune vivande con ispeciale cottura, è voce del dialetto lombardo, brasà quasi abragiato, da brage.

Brasserie: in francese birreria, da brassage, una delle molte operazioni che subisce l’orzo, cioè lo smuovere e temprare (brasser) il malto nell’acqua. Brasser deriva dal celtico brax, lat. brace = specie di orzo.

Bràttea: foglia assai ridotta, spesso senza lembo, che sta presso il fiore; rappresenta il passaggio fra la forma sviluppata della foglia e gli organi del fiore.

Bravare: per sfidare è notato come «uso tutto francese» dal Rigutini. Vero è che esso è gallicismo che va perdendosi.

Breack: cocchio grande, aperto, a quattro ruote, con alto sedile per il cocchiere, due sedili di fronte per i signori e un quarto alto sedile di dietro. La parola è inglese, estesa poi in Francia. Pronuncia brèk.

Bref: breve, in breve. Spesso ho trovato questo avverbio francese in principio di periodo. Es. «Bref l’eroismo boero... si risolve in un mito.» Bisogna proprio dire che la parola straniera, tronca, monosillabica, eserciti un fascino imperativo su noi. Il numeroso nostro idioma non lo sentiamo più nel cuore. Si avverte poi che in breve vuol dire in breve tempo e non ha valore conclusivo, come in francese. Si dirà alle corte, insomma.

Brefotrofio: neologismo che indica il ricovero dei trovatelli, e letteralmente, ospizio ove si nutrono i neonati (greco bréfos = neonato, e trefo = nutro). Il Fanfani lo riprende: non tutti i lessici lo registrano. I vari dialetti hanno voci proprie, efficaci e gentili, per indicare ciò che dice il disarmonico vocabolo greco.

Breloque: ciondolo. Voce francese di etimologia incerta.


Brenta: termine lombardo: recipiente di legno fatto a conoide rovesciato pel trasporto del vino e dei liquidi in genere: della capacità di circa mezzo ettolitro. Brentatori, portatori di vino (Mantova).

Bretella: più comunemente al plurale, gli straccali che tengono su i calzoni. I diz. nostri maggiori e migliori non hanno tale voce: il publico invece non ne usa altra. Dal francese bretelle.

Breva: voce dialettale lombarda che indica il vento periodico che spira da libeccio verso mezzodì e domina il lago di Como ed il Verbano. Il Cherubini ne cerca le più occulte etimologie: da Brivio, paese onde spira alle colline briantee, dal greco, e persino da Βρέφος = infans perchè è vento che spira in genere da levante unde quotide oritur sol infans: fra tante [p. 93 modifica] supposizioni può trovar posto anche la mia, cioè da breve = di breve durata.

Breve: lettera del Papa a sovrani o a persone cui accorda tale distinzione. Breve perchè brevis: non ha preambolo, ma solo il nome del Papa e la concessione fatta. È sigillato con cera rossa dall’anello del Pescatore, cioè di S. Pietro. Altra cosa dalla Bolla.

Breve: avverbio, in luogo di brevemente, alle corte, insomma. V. Bref.

Brevi manu: modo avv. latino detto di cosa e più spesso di pecunia consegnata a mano, personalmente, senza ricevuta.

Bric-à-brac: voce usata in francese nell’espressione volgare marchand de bric-à-brac, (brocanteur), che vende roba usata ferraglia, ciarpami, mobili vecchi, rigattiere, insomma, e girano pei mercati o hanno sede fissa. In Romagna ho inteso spesso dire da rivenduglioli della piazza: «Noi siamo bric-à-brac, abbiamo sempre fatto il bric-à-brac» parola, si vede, penetrata da tempo, forse con la dominazione francese. È usata anche figuratamente.

Bricchetto: in alcune regioni dell’alta Italia è chiamato con tal nome il fiammifero, ed è il francese briquet = acciarino.

Brick: è nostra voce italiana, brigantino, ricevuta dalle nazioni straniere e poi rimandata a casa mutilata in brick, o brig o bric, e così noi l’accettammo. Brigantino dal sec. XVII in giù fu detta quella specie di bastimento quadro a due alberi a coffa, coi loro alberetti guarniti e attrezzati alla stessa maniera, il bompresso e la randa: capace di due o trecento tonnellate. Armato, portava da dieci a venti cannoni in barbetta. Dicesi brigantino a palo quello a tre alberi, il trinchetto e il maestro quadri, il mezzano aurico: brigantino goletta, quello a due alberi, il trinchetto quadro e il maestro aurico.

Bride: briglia; ma la gente mondana invece di nastro usa talora con più elegante e corrente scioltezza (così loro pare) la parola francese, come: les brides della capote.

Brie: nome di una reputata specie di formaggio francese, molle e del sapore dello stracchino. È così detto dal nome della regione la Brie, in cui si fabbrica.

Brigantino: V. Brick.

Brillantare: fr. brillanter: in buon italiano sfaccettare, cioè tagliare metalli a faccette, splendenti come il brillante.

Brillare e brillante: l’uso traslato che si fa di queste due voci è senza dubbio tolto dal francese. Una festa, un discorso, un’esistenza, un’idea, un ufficiale, etc. possono ricevere l’aggiunta di brillante. Il predominio di questa parola toglie l’uso e l’agilità dei sinonimi italiani equivalenti. Il Petrocchi registra questo nuovo senso della parola brillante. La locuzione brillare per l’assenza è pur essa condannata dai puristi. Certo non è di conio italiano, benchè secondo alcuni deriverebbe da Tacito (Ann. III. cap. ultimo) che narrando i funerali di Giunia, scrive sed perfulgebant Cassius atque Brutus eo ipso quod effigies eorum non visebantur. Lo Chénier nel suo Tiberio (atto I) introducendo questo episodio, dà la tipica forma moderna: Brutus et Cassius brillaient par leur absence.

Brillare per l’assenza: V. Brillare.

Brindare: verbo oramai consacrato dall’uso benchè spiaccia ai puristi per la sua provenienza francese: brinde. Bere alla salute è il modo nostro. V’è inoltre il verbo antico e disusato propinare che può far ridere molti, eppure così efficacemente il Carducci rinnova questa parola:

     E propinando i vin bianchi e leggieri,
     ballano con gli ulani e con le scorte (Ça Ira).

Brioche: voce di origine incerta (V. Scheler) ed indica sì in Francia che da noi una pasta dolce di lievito e uova. Faire des brioches = prendere una cantonata.

Bristol: così si chiama un cartoncino bianco e rasato con cui fannosi biglietti, scritte eleganti, partecipazioni, etc: evidentemente dal nome della cittá d’Inghilterra Bristol.

Britannia: lega formata con 90 parti di stagno (Sn) e 10 parti di antimonio (Sb). Più nota col nome di metallo inglese.

Brocco: cavallo in mal essere, nel gergo de’ soldati. È voce piemontese, brôch che vale rozza, ronzino. [p. 94 modifica] Bròccolo: V. Verxa.

Brocchini: così da’ calzolai intesi in Milano chiamare le scarpette con gli elastici: evidentemente la parola è dal francese brodequin, la cui etimologia non è improbabile che provenga dalla nostra morta voce borzacchino. Noto queste parole più per bizzaria che per altro giacchè nel linguaggio delle scarpe, oh ironia, abbiamo conservato l’italianità dei termini.

Broche: letteralmente ed etimologicamente è la nostra umile brocca che è rimasta lì a fermar le suole delle scarpe, mentre la sua sorella francese è salita sul petto delle dame ed ha usurpato il posto delle nostre voci spillone, fermaglio.

Broché: broccato part. del verbo antico broccare, cioè stoffa trapunta o tessuta a brocche. Ma per indicare quelle stoffe che hanno un ricamo in rilievo e servono per vario uso, abiti da signora, cravatte, tappezzerie, etc. si dice altresì alla francese broché.

Brochure: cucitura cioè l’atto semplice del brocher che è a dire del riunire insieme col filo i fogli piegati, e poi coprirli con una copertina, il che si fa di ogni libro quando passa dalla stamperia al legatore. Perciò il distinguere come fanno i librai libro in brochure da libro legato con cartone o con cuoio, mi pare inutile, visto che i libri co’ fogli sciolti come escono dalla stamperia, non si vendono. Il Fanfani, notando la voce francese, consiglia alla rustica; meglio forse grezzo. Brochure è altresì usato in senso di opuscolo.

Broder: ricamare, voce fr. metatesi (forse) border, appunto perchè i ricami fannosi di solito sull’orlo. V. la parola bord.

Brodetto: nome dialettale del litorale di Romagna, dato ad una specie di umido di pesci di varia ragione, come seppie, torpedini, triglie etc. Con poco olio, qualche stilla di aceto nell’acqua, droghe ed aglio, i pescatori allestiscono in breve sui loro barchetti questo tradizionale piatto eccellente che ha qualche parentela col cacciucco livornese e col bouille-abaisse marsigliese. Il brodetto deve essere piatto antichissimo se in Romagna per dir cosa antica e trita dicesi «vecchia come il brodetto».

Brogliazzo: e anche brogliasso: voce volgare della gente di commercio per indicare lo scartafaccio ove si prendono le prime note del dare e dell’avere.

Brokendown: letteralmente: spezzato giù, azzoppato. È una zoppicatura propria dei cavalli da corsa, e consiste in una distensione dei tendini flessori del nodetto. Termine inglese del linguaggio delle corse.

Brosse: fr. per spazzola pare incredibile, ma si dice e si scrive presso di noi talvolta, e così brosserie.

Brouhaha: voce onomatopeica francese per indicare un rumore sordo, indistinto, specie delle folle. Es. «E mentre pei vani immensi di San Pietro risuonava come vasto clamore di fiumana il brouhaha dei mille, mille pellegrini acclamanti al Papa-re, etc.» Vale il conto di dire che avremmo parole nostre da sostituire a questa voce straniera?

Brown-Sèquard (cura o metodo di): singoiar cura di un medico francese di tal nome, che consiste nel somministrare in caso di atrofia della funzione di un organo, lo stesso organo tolto da un animale in forma di estratto.

Bru-bru: term. volgarissimo del dialetto lombardo per indicare que’ procaccianti avidi, volgari e noiosi, che avendo alcuna nozione di procedura e di leggi, si prestano a’ servigi altrui presso le preture. Faccendiere, imbroglione. Usasi anche come spregiativo di avvocato: press’a poco come paglietta nel napoletano.

Bruciare o bruciarsi le cervella: uccidersi o uccidere con colpo di arma da fuoco alla testa; locuzione forte che ricorda il brûter la cervelle de’ francesi.

Bruciare i suoi vascelli: locuzione figurata che vuol dire togliersi spontaneamente la via del ritorno cioè la tentazione del tornare indietro, obbligarsi quindi ad avanzare ad ogni costo, compiere l’impresa disperatamente. I francesi hanno appunto brûler ses vaisseaux.

Brughiera: così in Lombardia chiamasi quel terreno incolto e deserto ove cresce l’erica e la scopa (brugh).

Brûlé: participio del verbo fr. brûler = bruciare, usatissimo in «vino brûlé, latte brûlé» e simili. L’uso ne è così invalso [p. 95 modifica]che inutilmente si tenterebbe sostituirvi il participio corrispondente bruciato, tanto più che bruciato, per ciò che riguarda le vivande, ha per noi un senso alquanto diverso. Alcuni dicono vino caldo ed è il modo nostro e buono. Fra le singolarità singolari delle voci francesi o affini al francese che sono usate in Italia e ignote mal note o altramente noto in Francia, questa merita speciale menzione giacche questo aggettivo brûlè non sembra usato in francese in tal senso. Così in fatto leggo nel lessico Italianismes vicieux dei sigg. Alfredo Orcorte e Luigi Standaert. Milano, Cogliati. «On entend souvent dire, surtout dans la Haute-Italie: J’ai pris une tasse de vin brûlé — Voulez-vous une tasse de vin brûlé? au lieu de: J’ai pris une tasse de vin brûlé — Voulez-vous un verre de vin chaud — Allons prendre un verre de vin chaud — Garçon, un bol de vin chaud et cinq verres. En France, le vin chaud se sert le plus ordinairement dans des verres. Vin brûlé est français, mais n’est plus usité quo dans quelques provinces.»

Brum o interamente Brougham: nota forma di vettura chiusa a quattro ruote, d’uso anche nel servizio di piazza. Questo genere di vettura fu messo in moda da Lord Arrigo Brougham, letterato, storico e politico inglese (n. 1779, m. 1868). Voce entrata nell’uso popolare.

Brumista: per vetturale, vetturino, cocchiere, conduttore del brum. Voce comune a Milano. V. Brum.

Brunettes: così denominavansi delle ariette in voga in Francia nella prima metà del secolo XVIII, edite dal Ballard; ebbero il titolo comune di Brunettes perchè nella prima aria della raccolta è fatta parola di una brunette:

                    Sur les bords du Loir assis
               Chantoit dessus sa musette;
               Ah! petite Brunette;
               Ah! tu me fais mourir!

«Queste Brunettes avevano la double, cioè variazioni nei couplets susseguenti al primo. Erano ad una, a due e a tre voci sul basso continuo. Vi ha in esse lo spirito fine ed elegante della musica francese veramente nazionale.» (A. Galli, op. cit.)


Brùscolo: voce toscana detta di qualsiasi corpicciuolo minuto e specialmente di quelli che entrano negli occhi, onde la locuzione: «i bruscoli negli occhi degli altri paiono travi», e i significati estensivi di ombra, sospetto. La registra il Petrocchi come voce italiana, ma è voce regionale.

Brusquerie: fr. modi duri, aspri: notiamo anche di questa parola un esempio: «Anche nei casi ordinari della vita, un Romagnuolo ha sempre certi scatti e certe brusqueries che ci fanno strabiliare» . (G. Ferrero. Violenti e Frodokìiti in Romagna).

Brutale: aggettivo italianissimo, ma spesso usato alla francese: brutal (da brute, latino brutus = bruto, bestia). Esso rende inutili molti sinonimi di cui è ricca la nostra lingua: scortese, villano, audace, violento, turpe, etc. Brutale, secondo i casi, serve a tutti questi usi.

Bruto: usasi talora familiarmente per satiro. V. questa voce e confronta il termine medico satirìasi.

Bruzzico: (da barluzzico spiega il Petrocchi) la mattina avanti l’alba, il dilucolo, il crepuscolo, è voce non più che toscana e dicesi anche bruzzo. Registrata ne’ dizionari. Es. levarsi a bruzzico. Cfr. la locuzione tra il lusco e il brusco.

Bubbone: è termine volgare dell’adenite inguinale, esteso poi a tutte le tumefazioni glandolari che hanno una causa specifica, la sifilide, la peste etc.

Bùccina: parola latina che indicò presso i romani una specie di corno metallico, derivata, appunto dalla forma del corno, dalla contrazione di bovicina (bos e cano) almeno secondo alcuni. Nei tempi moderni si chiama con tale nome un trombone con la campana in forma di serpente.

Bucefalo: fu il nome del famoso cavallo di Alessandro il grande, gr. Βουκέφαλος che vale testa di bue. così detto dalla lunghezza della fronte ovvero por alcuna macchia o contrassegno bovino. Dicesi oggi facetamente di cavallo, e specie di cavallo di scarso valore.

Budget: parola inglese, che in origine significò: la borsa, il tesoro del re, poi lo stato annuale delle entrate e delle spose. [p. 96 modifica]cioè il bilancio preventivo e consuntivo, poi, più comunemente, lo stato delle finanze, anche di un individuo. Passò questa voce ufficialmente in Francia al principio del secolo XIX. Rapport au roi sur la situation des finanees au 1 Avril 1814, et sur les budgets des années 1814 et 1815. Comune è pure presso di noi. La derivazione è da bolgia = gran tasca, latino bulga, antico francese boulgette. Confronta la bolge di Dante e la voce nostra, tuttora viva bolgetta per borsetta.

Buffet: così nell’alta Italia è spesso chiamata la credenza: armadio con alta vetrina o con più e vario ordine di palchi per posarvi piatti, biancheria da tavola etc. Il Du Cange registra bufetagium = buveterie = abacum, credenza e questa sarebbe la voce nostra, se non che essa non ha la estensione della voce francese. Buffet non solo è la credenza, ma la stanza, il banco, i tavoli, le vivande stesse, i vini e le terraglie che compongono il sontuoso apparecchio, in uso nelle feste e nei ricevimenti. Noi potremmo dire e si dice «rinfresco, apparecchio»; ma non regge la frase, come in «andare al buffet». Buffet è chiamato altresì il caffè delle stazioni dove c’è tavola pronta con rifreddi e ristori. E siamo al solito caso della voce unica che vince nel facile uso i sinonimi nostri. Il Petrocchi registra buffè. Per altre etim. di buffet, V. Scheler.

Buffo: aggettivo che dicesi assai comunemente di cosa ridicola che muove il riso e nel senso ironico, che muove sdegno, dispetto. Buffo, sostantivo, è l’attore teatrale buffone nell’operetta e nell’opera buffa che è appunto il melodramma giocoso, dal quale principale intento è muovere le risa. Buffo è antica voce la cui più probabile etimologia è dal latino buffa = alapa cioè schiaffo, guanciata, solendo gli antichi buffoni (e i moderni, no? Perdurano in cotesto i costumi degli uomini) enfiarsi gote e ventre per ricevere busse e ceffoni. Non è, appunto per cotesto, esclusa l’altra etimologia, pur dal latino, bufo = rospo panciuto e rigonfio.

Bugandaio: taluno a cui pare di parlare con più eleganza, usa la voce bugandaio per lavandaio. Ora questo bugandaio è una parola abusiva ed inutile, foggiata presumibilmente su bucataio voce toscana, detta di chi fa il bucato per mestiere.

Buggerare e Buzzerare: spess’a poco come buscherare, onde buscherata, buscherio, buggerio: voci volgari e familiari comunissime in Toscana e in Romagna, comune nel Veneto in buzerar, buzaràda, buzaròn, buzarona, nè è facile determinarne il significato, essendo idiotismo che riceve sfumature varie secondo il discorso. Il concetto è di frode inganno, ma spesso in senso benevolo e faceto. Buggerìo, buscherìo indica chiasso di molte persone che leticano. Buscherata è esclamazione di meraviglia e di assenso. Una buscherata da nulla! Spesso è epitheton ornans offensivo.

Bugia: di questa parola francese derivata da Bugia città dell’Algeria ove da prima furono fabbricate le candele steariche, e che è entrata così nell’uso che il Petrocchi la registra e il Fanfani non la riprende, diremo soltanto che in francese bougie è la sola candela, e il candeliere basso che noi chiamiamo bugia, è invece chiamato bougeoir. Ecco un chiaro esempio in francese del valore delle due parole:

Je substituai, dans le bougeoir de sa chambre à
     coucher, une bougie de ma composition.
          E. Poe, traduzione di,
               Le demon de la Perversitè.

Bugia nen: letteralmente non muoverti; dal verbo piemontese bôgè o bugé, francese bouger: = muovere, più la negazione. È sostantivo appellativo glorioso nella milizia per indicare la resistenza di quell’esercito che fu unica forza armata nella passata storia d’Italia.

               Nui suma i fieni d’ Gianduja
               nui suma i bugia nen...
               ma guai se la testa an ruja,
               se ’l dì d’ le bote a ven!

Così cantavasi nel 1866.

Buglioulo: term. mar., secchio di legno con manico di corda: serve a vuotar l’acqua imbarcata o a prender l’acqua dal mare per uso di bordo.

Buldò: V. Bull-dog.

Bull-dog: letteralmente in inglese toro cane, e i francesi secondo la loro lingua scrivono bouledogue; così detto o per la [p. 97 modifica]statura e formazione taurina o perchè servisse a custodia di tori. Questa nota specie di molosso è di origine inglese e assai antica: prosperò assai bene in Ispagna dove Filippo II la fece venire di Britannia per servirsene nei circhi contro gli altri animali. Varia di grandezza e di peso: ottimo cane da guardia, affezionato al padrone, abbaia poco e non ama esser molestato. Sembra al brutto aspetto più cattivo che non sia in realtà: altro punto di contatto fra uomini e cani. Molosso è il suo nome italiano. Qualche lessicografo registra la voce dogo, ma non è certo nell’uso. Anche in tedesco usasi tale voce inglese. Molti da noi volgarmente dicono buldò.

Bull’s Eye: letteralmente occhio di bue ed è neologismo inglese del linguaggio commerciale, usato anche presso di noi, per indicare certa specie di macchine fotografiche istantanee.

Bullone: dal francese boulon, da boule, latino bulla, grosso chiodo che comprende la vite (con gambo parzialmente o totalmente filettato) il dado e la testa. Parola d’uso nel linguaggio tecnico, a cui secondo i meccanici la nostra voce chiavarda non corrisponderebbe.

Bulo: voce volg. dell’Alta Italia: smargiasso, bravaccio. Dal ted. buhle = drudo.

Bund: voce tedesca: alleanza, federazione Es. Schweizerbund = Federazione Svizzera.

Buona usanza: costume di Lombardia e del Veneto di dare alcuna somma, sia pur modesta, a qualche istituto di beneficenza in occasione di lutto che colpisca persona amica.

Buon giorno: anche questo saluto spiace al Fanfani perchè ricorda il bon jour de’ Francesi. Certo in Toscana dopo mezzodì usasi dire buona sera, laddove nelle regioni settentrionali finchè è chiaro, si seguita a dire buon giorno. Da ciò a far le scimmie, come assevera il Fanfani, ci corre di molto.

Buona società nel Lessico del Fanfani è locuzione ripresa, cui vuolsi sostituire: la gente per bene, a modo, le persone civili etc. Sia pure. Ma la frase formata, fissa buona società ricorre più pronta e precisa. Solito caso.

Buoni uffici: fr. bons offices. Le Potenze al congresso di Parigi, 14 aprile l856, espressero il voto che gli Stati contro cui fosse dichiarata la guerra potessero rivolgersi all’interposizione (bons offices) di uno Stato amico per dirimere la causa del conflitto. Buoni uffici dicesi comunemente per indicare un’interposizione benevola fra contendenti.

Buran: temporale di neve e vento di N. E. nelle steppe russe e siberiane.

Bureau: in origine, diminutivo bure, basso latino bura, grossa stoffa di lana, bigello, che serviva di tappeto agli scribi degli uffici. Il senso poi si ampliò, come è noto. Questa parola, in vece di ufficio, banco, studio, scrittoio, si è così resa comune presso di noi, che è sprecata ogni chiosa. Burocrazia, burocratico, etc., che ne derivano, non sono oramai più convertibili con altre voci. Bureau è voce passata dal francese a quasi tutti i linguaggi.

Burgràvio: antico titolo di dignità in Germania dato ai signori di una città. Letteralmente vuol dire: conte del castello. Si dava questo titolo anche ai capi militari di una città con giurisdizione civile. Dicesi molto familiarmente da noi burgravi di persone che si danno grande importanza, e sono o paiono arbitri della cosa publica. A tale senso, forse, contribuì quel gravio, quasi grave, che in tedesco è graf = conte.

Buridàno (l’asino di): âne de Buridan, è rimasto proverbiale per indicare lo stato di chi è incerto nè sa risolvere fra due cose. Il motto, comune fra noi, è di conio francese e trae origine da un sofisma delle scolastico Giovanni Buridan di Béthune (Artois) fiorito nel sec. XIV e professore di filosofia in Parigi. Il sofisma è questo, cioè di un asino morente di fame tra due misure d’avena ugualmente distanti da lui morente di fame e di sete tra un fascio d’avena e un secchio d’acqua. Come questo sofisma si connetta all’antica questiono del libero arbìtrio non è qui il caso dì vedere. Cfr. Dante, Paradiso, IV.

               Intra duo cibi, distanti e moventi
          d’un modo, pria si morria di fame,
          che liber uom un si recasso a’ denti.

[p. 98 modifica]Cfr. Tennemann (Histoire de la philosophie VIII, 2a parte).

Burnous: gran mantello di lana con cappuccio usato dagli arabi (bornos), e di lì con qualche modificazione adottato in Francia. In Romagna, nel contado riminese, chiamano bernoùss il giacchetto delle villane: forse una probabile derivazione da burnous?

Burocrazia eburocratico: sono figliuoli legittimi di bureau (V. questa voce) che è parola non accolta nei dizionari italiani, i quali però ne accettano i derivati su detti. A noi basta notare l’onesta contraddizione. Certo burocrazia e burocratico sono due brutte parole, come brutta è la cosa, ma come farne senza se ad esse è legato un concetto di grande importanza nella macchinosa vita odierna? Il Fanfani consiglia: publici uffici, stile segretariesco e di ufficio, ma chi intenderebbe tali parole nel senso di burocrazia etc.? Non dico che nel linguaggio letterario non si usino queste parole nostre ed elette, ma nell’uso comune la moneta che si spende in tale caso è burocrazia e burocratico. Il Giusti nel Gingillino ha il verso a proposito della burocrazia:

dicasterica peste arciplebea.


Busècca in milanese è la trippa onde busecchia in italiano. Di questo greve, rozzo ed indigesto cibo, cucinato con cipolle, verdure e fagiuoli a modo di minestra, sono i milanesi assai ghiotti, poveri e ricchi, nobili e plebei, gentili dame e donne del popolo: ed è cibo che rimane tradizionale in questa città ove pur molte cose si mutano.

Buseccòne: milanese buseccòn, dicesi per celia od offesa de’ milanesi, perchè ghiotti della busecca. Giova e piace notare come gli italiani oltre ai molti modi di cui disponevano per ingiuriarsi, città contro città, regione contro regione, si valessero pur anco del cibo preferito in ciascun paese: Fiorentini mangia fagioli, Napoletani mangia maccheroni, Bergamaschi mangia polenta e i Bergamaschi ai Milanesi busecconi. V. Baggiano.

Busillis: parola usata nella locuzione familiare: questo è il busillis, per dire questo è l’imbroglio, la difficoltà, ma intendendo di cose di poco conto. La spiegazione che si dà di questa parola è la seguente e vale per quello che vale: uno scolaro doveva tradurre la frase latina: in diebus illis = in quei giorni, ed avendo, quale ignorante ch’egli era, scritto: in die busillis disse al maestro di non aver saputo tradurre perchè la parola busillis non era nei dizionari.

Business-man: caratteristica locuzione ed espressione della nazione anglosassone, e vuol dire uomo d’affari o per dir meglio e più filosoficamente, uomo che nelle azioni umane vede, intende, cura specialmente l’affare. Questa parola comincia ad essere usata anche dove non è necessaria. S’incomincia per vezzo e poi entra nell’uso. Es. «D. Brambilla era essenzialmente un businessman, ma era anche uomo di buoni studi». Rivista delle Biblioteche N. 12, Vol. XI, anno XI.

Butte: variazione femminile di bout, elevazione in cui ponesi il bersaglio e poi collina, poggio, monticello. Es... «Venne a Montmartre. Su la Butte gloriosa egli soffrì per mesi la fame, etc.» così un letterato in Corr. d. Sera 8 giugno ’900. Capisco che si tratta d’un caso, forse unico e detto per vezzo, ma moltissimi di questi casi unici e di questi vezzi diventano sintomatici.

Butterbrod: burro e pane; così i tedeschi chiamano una loro favorita vivanda di panini spalmati col burro, ed è parola che si ode anche in Italia.

Bùttero: il mandriano a cavallo della campagna romana, dal tipico vestire, col mantello, le ciocce e il cappello a cono.

Buvette: voce fr., corrisponderebbe alle nostre voci mescita, bettolino. Buvette era detto il banco de’ rinfreschi nelle corti giudiziarie, nelle camere legislative etc. Buvette oggi indica qualunque liquoreria più tosto elegante, ove si mesce e si beve comunemente al banco; presso a poco come bar.

Buzzo: in toscano vuol dire stomaco, ventre (ant. tedesco butze) onde si dice a buzzo buono quasi col ventre disposto a riempirsi, indi di buona voglia imprendere alcuna cosa.

Buzzurro: così nel dialetto romanesco sono chiamati coloro che non sono [p. 99 modifica]Romani cives, cioè Romani de Roma. Detto specialmente e in senso spregiativo degli italiani venuti in Roma dopo il ’70. Senso evidentemente esteso dalla voce toscana 'buzzurro. «Questo nome suol darsi in Toscana a quelli Svizzeri che nella stagione dell’inverno ci vengono a esercitare la loro industria di far bruciate, ballotte, pattona, etc.» Crusca. Proviene forse dal tedesco putzer, chi netta, chi pulisce, e in origine indicava lo spazzacamino (Zambaldi, op. cit.).

By pass: passaggio di fianco, voce inglese, ristretta fra noi alla terminologia dei tecnici, per indicare un passaggio sussidiario e secondario nelle condotture e nelle macchine.