1866

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9 Gennaio. — Nel giorno 1° dell’anno, Pio IX, rispondendo agli augurii del generale francese, in sostanza disse:

«Mi si assicura che forse partirete; per avventura verranno dopo i nemici della Chiesa e di questa Santa Sede. Ma io starò come Gesù nell’orto di Getsemani pregando Dio per la Francia ed anche per l’infelice Italia, travagliata da tanti mali».


6 Febbraio. — Si dice, generalmente, che proseguano le trattative per il prestito; ma sinora nulla si sia combinato1.

[p. 521 modifica]Intanto, il tesoriere monsignor Ferrari è inquietissimo perchè, avendo scritto un biglietto confidenziale al cardinale Altieri, nel quale accennava che le finanze pontificie sono rovinate più di quello che si crede, vide che il biglietto era stato stampato dal Pungolo, giornale napolitano, copiato di poi da altri giornali.


Ecco la lettera di monsignor Ferrari al cardinale Altieri:


«Eminenza,

«Avrà la bontà d’intimare ad urgenza la Consulta onde comunicarle il seguente progetto, che richiede immediata sanzione.

» I signori Erlaghen e C. s’impegnano a compiere col Governo pontificio un prestito di 80 milioni di franchi nominali.

» Sarà immediatamente versata dai contraenti la quarta parte di tal somma al 60 per 100; il residuo sarà sfogato per conto del Governo pontificio ad un saggio, non minore del 6 per cento, con altrettanto consolidato al portatore.

» Il Governo s’impegna a cambiare il sistema monetario in quello decimale.

» Sua Eminenza Reverendissima curerà che si serbi su tal prestito il più assoluto silenzio, mentre già, fra la popolazione, è sorta la certezza delle imminenti strette in cui trovasi il nostro erario, [p. 522 modifica]strette che sono di gran lunga superiori a tutto quello che possa immaginarsi.

» Di Vostra Eminenza Reverendissima

» 20 Gennaio 1866.

» Devotissimo servo

» Giuseppe Ferrari».


La Consulta, infatti, si riunì ieri alle ore 22 ed approvò, giubilante, il progetto.

I signori Erlaghen e C., ad altre condizioni, aggiunsero la conchiusa definitiva dell’affare all’arrivo di una risposta che attendevano da Parigi.

Questi banchieri sono di Francoforte e sono rappresentati in Roma dal banchiere Kolb, tedesco.

Monsignor tesoriere assicura che dettò il biglietto nel suo gabinetto e lo mandò al cardinale per mezzo di Guidi, computista generale della Camera.

Guidi andò due volte e, non avendolo trovato, ritornò la terza e consegnò il biglietto.

Dopo tali precauzioni, grande fu la sorpresa di leggere il biglietto nel Pungolo di Napoli.


13. — Il Comitato nazionale diramò inviti ai Romani per un lutto per il principe Oddone, figlio di Vittorio Emanuele II, morto di recente, astenendosi, per tre giorni, dal prender parte al carnevale.

Infatti, nei primi tre giorni, per il Corso vi fu pochissima gente e sole tre o quattro carrozze di stranieri.

[p. 523 modifica]Nell’ultima domenica di carnevale, 11 corrente, 10 nobili giovani, fra i quali

Carpegna C. Guido,
Lovatelli, conte,
Santasilia, marchese,
Colonna Marcantonio,
Doria Giannettino,
Piombino Ignazio,
Odescalchi Baldassare,
Odescalchi Ladislao,
Ruspoli N.,

si unirono ad un pranzo nella trattoria di Spilmann e, sul fine, fecero brindisi a Vittorio Emanuele.

Poco si parlò in Roma di un tal fatto perchè rimasto quasi ignoto; ma vi fu chi lo scrisse a giornali esteri, e così prese grande pubblicità ed il Papa stesso ne fu dispiacentissimo.

Si dice che i giovani liberali saranno condotti a fare i Ss. Esercizi.

La Polizia li assoggettò, immediatamente, a sorveglianza segreta.

Si crede che molti dei medesimi, piuttosto che tollerare le misure,che senza dubbio saranno adottate a loro carico, prenderanno l’esiglio.


6 Marzo. — Si conferma, generalmente, che le trattative del nuovo prestito siano state sconcluse.

Alcuni soggiungono che il Governo si trovi in tali strettezze d’aver dovuto ricorrere ad un prestito di 60.000 scudi dalla Cassa di Risparmio per pagare i soldi agli impiegati.

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13. — Il Governo fece ordinare l’esiglio ai giovani Boncompagni, Carpegna e Lovatelli, quali principali promotori dei brindisi fatti, nel pranzo degli 11 febbraio, a Vittorio Emanuele, coronato nel Campidoglio, all’abolizione dei fìdecommessi, ecc.


2 Aprile. — I nobili giovani Piombino, Lovatelli, Carpegna, ecc., rei di liberalismo, furono chiamati dalla Polizia a disdirsi formalmente delle loro follie.

Questi risposero che non erano usi a ricredersi sopra qualsiasi sentimento che avessero potuto esprimere.

Quindi fu loro intimato l’esiglio, e di già sono partiti.

Gli altri sono impazienti di ricevere eguale intimo.

I genitori dei Carpegna si adoprarono, specialmente presso il cardinale Antonelli, per la revoca dell’ordine; ma inutilmente.

Il padre, indignato di tanto rigore, rimandò al Papa le decorazioni pontificie di cui era fregiato.

Il Santo Padre, per altro, opinava che la mancanza si dovesse punire più con l’autorità di papà che di Papa.


8 Maggio. — Varie centinaia di giovani romani, e dei vicini paesi, sono partiti alla volta dell’Alta Italia per guerreggiare contro gli Austriaci.


22. — Da qualche giorno si opera una diserzione notevole nelle truppe pontificie.

Si pretende che sussista in Roma un Comitato per procurarne la diserzione.

Prosegue la partenza dei volontari.

[p. 525 modifica]Da Roma e dai vicini paesi tutto giorno partono giovani per la guerra2.

Le diserzioni dei varii corpi pontificii sono frequentissime e numerose, e per ciò fu vietato ai soldati di poter uscire dalle porte, anche per semplice diporto.


3 Luglio. — All’annunzio del fatto d’armi del 24 scorso, sfavorevole per l’armata italiana, il partito retrogrado fece manifestazioni di gioia con pranzi, palloni, ecc.

Si aggiunge che vi fu un pranzo in un convento, dove fu anche servito un gran piatto di tonnina, per allusione agli Italiani che erano stati tagliati e battuti dagli Austriaci; si disse che era tonnina italiana, lavorata dagli Austriaci, e fu accompagnata da strepitosi evviva, e brindisi.

[p. 526 modifica]Il cardinale Antonelli, segretario di Stato, chiamò il Direttore dell’Osservatore Romano e gli ordinò che d’ora in poi si astenesse da qualsiasi polemica urtante i partiti;

che riportasse fedelmente i telegrammi, qualunque potesse essere la fortuna delle parti belligeranti;

che potesse stamparli, straordinariamente, in foglietti separati.

Il fanatismo per le notizie della guerra è tale che fu d’uopo reprimere la folla, all’ufficio, con i gendarmi.

Il S. Padre, per l’incoronazione3, fece la grazia a varii politici colla diminuzione di condanna e ad alcuni colla commutazione in esiglio.

Intanto, i suddetti politici, che erano alla larga, dopo le grazie, furono rinchiusi nelle segrete di S. Micheletto.

Ai 23 dello scorso giugno, il primogenito del principe Doria doveva partire per l’armata italiana, in qualità di aiutante di campo del re, suo cugino; ma un incomodo, sopraggiunto, fece sospendere, momentaneamente, la partenza.

Il giorno 30, però, parti per l’armata D. Alessandro, secondogenito del principe Ruspoli.


10. — La regina vedova di Napoli, alla notizia della battaglia dei 24 giugno, sfavorevole all’Italia, fece improvvisare un balletto di famiglia.

Al caffè del Veneziano, frequentato specialmente dagli emigrati napolitani, si ordinarono sorbettiere [p. 527 modifica]di nespola, e gli avventori gridavano giulivi: «Mezza nespola, tutta nespola».

Prender nespole, in significato popolare, equivale a ricever botte, quindi gli Austriaci avrebbero date le busse agli Italiani.

Nella sera dei 7 si sospettò che gli emigrati napolitani meditassero di fare qualche insulto all’ambasciatore austriaco, per la voce che si era sparsa che l’imperatore, dopo il fatto favorevole, aveva deposto le armi e conchiusa la pace.

Quindi si adottarono precauzioni per impedirle e si raddoppiò la forza alla gran guardia francese.

I cortigiani di Francesco II, sin dal principio di giugno, si recarono spesso a Tivoli e Vicovaro per concertare sollevazioni nelle provincie napolitane.

La Polizia, intanto, è all’erta; raddoppiò pattuglie ed ordinò che tutti i caffè, le trattorie, le osterie siano chiuse scrupolosamente alla mezza notte, senza che alcun avventore possa restar dentro oltre l’ora prescritta.


17. — Prosegue l’avidità generale di leggere i bollettini della guerra.

I servitori, le serve, i ciabattini, tutti vogliono leggere i bollettini.

Ogni mattina, centinaia di persone assediano l’ufficio dell’Osservatore Romano, dove assistono continuamente gendarmi per mantenere il buon ordine.


25 Settembre. — Per la legione di Antibo, giunta in Roma, si osservi il Giornale di Roma.

[p. 528 modifica]Soltanto si aggiunge che la popolazione accolse di mal umore questi nuovi soldati stranieri, che chiama anti-boiani.

Furono alloggiati nelle scuole della Sapienza e del Collegio Romano.

Si disse satiricamente:

«Ladri in Antibo
Condannati alla Darsena di Civitavecchia4
In Conforteria a Roma
Giustiziati a Viterbo».

Ai 23 gli uffiziali pontifici furono costretti di dare un pranzo ai nuovi compagni rilasciando, naturalmente di mal animo, un giorno di paga.

11 medesimo ebbe luogo a Belvedere, presso il Vaticano.

Alla seconda tavola, dove desinarono le ordinanze, che servirono a tavola, vi fu rissa. Quindi bottiglie, bicchieri, piatti in aria ed anche colpi di daga. Vi furono varii feriti e 1G arrestati.

Alcuni avevano procurato che gli uffiziali francesi mostrassero simpatia agli arrivati offrendo loro un punch al Casino militare, a piazza Colonna. Però, messa ai voti la proposizione, fu rigettata con 58 contro 2.

Alcuni soldati anti-boiani, nella sera, dopo di aver ben mangiato e bevuto, in una osteria presso ponte S. Angelo, se ne andarono senza pagare dicendo che pagava per loro il Papa.

[p. 529 modifica]Nel ritornare dal Maccao, dove li andò a vedere il Papa, a piazza Barberini e Sapienza, furono fischiati.


9 Ottobre. — Sabato scorso andò in scena al teatro Argentina la Lucrezia Borgia. La revisione politica aveva fatto cambiare le parole

«Non sempre chiusa ai popoli
Fu la fatal laguna,»

in queste altre:

«Non sempre fra le nuvole
Ascosa sta la luna».

Il pubblico aveva già conosciuto un tale triviale cambiamento, ed allorché il tenore l’ebbe cantato fischiò con molto chiasso e ne chiese la replica.

Il tenore replicò; ma con le vere parole. Allora gli applausi crebbero a dismisura, e monsignor Randi, direttore di Polizia, uscì dal teatro ed ordinò che il tenore fosse multato di scudi cinquanta e a 15 giorni di carcere in casa, e che circa 40 spettatori, i quali presero principale parte alla dimostrazione, avessero la controra per tempo indeterminato, cioè dovessero ritirarsi in casa all’Ave Maria.

Monsignor Randi dispose che, replicandosi la musica, 50 gendarmi imponessero energicamente alla platea.

Però, l’opera fu proibita, e così fu evitato qualche serio sconcerto.

[p. 530 modifica]Intanto il dovizioso Marignoli, avendo saputo che il tenore era stato multato di scudi 50, commiserando il suo stato economico, perchè padre di numerosa famiglia, stimolato da sentimenti filantropici, mandò al medesimo la indicata somma.

Conosciutosi ciò dalla Polizia, chiamò il Marignoli e gli comunicò un decreto di esiglio.

Questi dovette obbedire; ma, prima di partire, sospese i lavori di una grandiosa fabbrica, che stava costruendo presso S. Silvestro in Capite con riuscita sulla via del Corso, lasciando così senza lavoro circa 300 artisti.

Nella sera dei 22, al teatro Valle, si rappresentò la commedia del Goldoni intitolata «Le baruffe chiozzotte».

La scena, essendo veneziana, vi fu dimostrazione italiana con applausi, evviva, ecc.


6 Novembre. — Gli arresti e le perquisizioni politiche proseguono.

L’atteggiamento minaccioso della Polizia e del partito reazionario tiene in isgomento la popolazione.

Essa trae conforto dalla voce sparsa che l’imperatore Napoleone, per risparmiare alla città eterna stragi di sangue, coll’assenso della partenza, abbia concertato l’immediato ingresso delle truppe italiane.


13. — Varii italianissimi, per festeggiare l’ingresso del re d’Italia a Venezia, nella mattina dei 7, sentirono la messa nella Chiesa di S. Marco.

[p. 531 modifica]Durante la giornata, molte botteghe e negozii, specialmente per il Corso e via Condotti, sopra invito, o spontaneamente, furono chiusi5.

[p. 532 modifica]La Polizia chiamò i padroni per farsi render conto del loro contegno.


24. — Ultimamente, il S. Padre ordinò a monsignor direttore generale di Polizia di presentargli un progetto relativo ai mezzi da adoperarsi per assicurare la pubblica tranquillità dopo la partenza delle truppe francesi.

Monsignore esibì una nota di 1500 individui da doversi arrestare, designati come più temibili.

Il Papa, disapprovando in genere la misura, presunse che non vi sarebbero stati i locali sufficienti nelle attuali carceri.

Allora il direttore, con freddo cinismo, rispose che vi erano tante sepolture vuote da poterli ricevere.


3 Dicembre. — Uno studente di scuole superiori al Collegio romano, parente di un Gesuita, ieri narrò al sottoscritto che sabato, 1° corrente, parlando con quei padri delle cose di Roma, uno di essi gli significò, con alquanta riservatezza, nutrire tutti fondate speranze che la S. Sede riuscirebbe trionfante nell’ultimo tentativo a cui si riferivano le misteriose parole le quali si garantisce proferite realmente dal Papa e divulgate per tutta Roma, cioè che quanto prima il pubblico apprenderebbe una notizia che farebbe tutti strabiliare.

Il P. G. gli confidò che il Papa, a momenti, allontanandosi da Roma, pubblicherebbe una Enciclica colla quale, formalmente e solennemente, avrebbe fulminata la scomunica maggiore all’imperatore Napoleone III ed a Vittorio Emanuele II, [p. 533 modifica]compromettendo le potenze cattoliche, per i concordati precedenti di garanzia al potere temporale e impegnandoli contro i suddetti due Sovrani.

Quindi se ne deducono movimenti rivoluzionarli promossi dal clero, scissure tra regnanti, impegno di nuove guerre.

In quanto alla tranquillità pubblica, per la partenza delle truppe francesi, quei PP. dissero che «La truppa pontificia è sufficiente a mantener l’ordine ad ogni costo; così si conoscerà la inutilità del presidio francese, la cui permanenza si è voluta sempre prolungare col pretesto che il Papa ed il suo Governo non si sarebbero potuti reggere6».


4. — Nella mattina dei 27 novembre si sparse la voce che nella sera precedente, nel convento dei PP. Agostiniani, in S. Agostino, vi fosse stata rissa sanguinosa tra quei religiosi, i quali, da lungo tempo, erano scissi in due partiti.

Si dice che si erano riuniti in congresso per discutere circa il modo di garantire il tesoro della Madonna, gli arredi sacri, il denaro.

Alcuni opinavano di affidarli in mano di persone di fiducia, altri di farne una divisione.

[p. 534 modifica]Si aggiunge da altri che il motivo derivasse da gelosie galanti.

Checchè sia di ciò, sarebbero venuti alle mani con coltelli e pistole; il padre Balzofiore sarebbe rimasto morto e varii altri sarebbero rimasti feriti.

Tutta la città fu piena di tale notizia.

La Polizia stessa mandò per verificare che cosa vi fosse di vero; ma l’agente, mandato, nulla potè sapere. Il luogotenente del vicariato ne parlò col cardinale vicario e col vice-gerente; ma si strinsero nelle spalle, senza nè ammettere, nè smentire il fatto.

In fine, credette opportuno di suggerire al curato P. Lombardi che, per far cessare le ciarle, avesse fatto vedere al pubblico il P. Balzofiore, predicando in qualche Chiesa, essendo un soggetto conosciutissimo.

Il savio suggerimento fu accolto come ingiurioso e non fu adottato, ed il generale degli Agostiniani, con la sua inserzione nell’Osservatore Romano, in cui protestava che nella casa religiosa regnava la tranquillità e la pace di Dio, diede motivo ad aumentare i sospetti.

Generalmente, si dice che il Papa, subito dopo la partenza delle truppe francesi, si trasferirà a Civitavecchia.

Tutti sono in gran costernazione prevedendo che 10 spargimento di sangue sarà inevitabile, benchè il Papa, nella sua tranquillità, rassicurasse ognuno che ciò non avverrebbe.

Nella stamperia segreta del Vaticano si sta stampando un atto violento, quanto inconsiderato, consigliato al Papa, contro Napoleone III e Vittorio [p. 535 modifica]Emanuele II, in appoggio del quale vi è la corrispondenza confidenziale tenuta dall’imperatore Napoleone III con la Santità Sua.

Questo, alla partenza delle truppe francesi, sarà distribuito al Corpo Diplomatico.

In seguito a spionaggio, recentemente, cioè, per quanto si riferì, domenica scorsa, la Polizia fermò due individui mentre entravano a Roma da porta del Popolo, provenienti dalle Marche, i quali erano possessori di varii dispacci del Comitato italiano.

In conseguenza di che, si arrestarono circa 20 persone.

Il conte Ponza di S. Martino, già ministro italiano, deputato al Parlamento, da alcuni giorni giunto in Roma, tenne molti colloqui col suo fratello padre Ponza, provinciale dei Gesuiti.

Questi, con persone di confidenza, disse che da vario tempo cerca di convertire il suo fratello, deplorabilmente traviato.

Il conte tenne una conferenza con monsignor Berardi, sostituto della Segreteria di Stato, di tre ore.

Il Comitato romano ha diramato un proclama col quale raccomanda di conservare la tranquillità fino a che non si daranno istruzioni per procedere nota.

7 [p. 536 modifica]Le truppe francesi incominciarono a partire fedelmente, a norma della convenzione del 15 settembre [p. 537 modifica]1864. Ieri partì un reggimento. Domani ne partirà un altro e per il 10 corrente tutti saranno partiti.

Il Papa è sempre tranquillo ed allegro.

La Polizia è in straordinaria attività.

I gendarmi fermano, nelle sere, molte persone e le perquisiscono.

Nella notte fanno perquisizioni domiciliari ai sospetti e spesso procedono ad arresto8.


10. — Nella decorsa settimana, in seguito a spionaggio, la Polizia fermò due individui con un carrozzino mentre entravano in Roma, che si dice provenienti da Ancona, e i quali erano possessori di vari dispacci del Comitato italiano. In conseguenza di che, si arrestarono circa 20 persone.

Le perquisizioni personali nella sera e domiciliari nella notte sono numerosissime, e spesso con arresti.

Dappresso il mal umore manifestatosi nella truppa pontificia indigena, per il richiamo a Roma di tutti gli esteri e sua traslocazione, prudenzialmente, il Governo stabilì che, eccettuati gli zuavi, degli altri corpi restasse a Roma una parte per eseguire il servizio misto.

[p. 538 modifica]Nel giorno 9 corrente tutti gli uffiziali dei gendarmi furono chiamati dalla Polizia e comunicati ai medesimi segrete istruzioni.

Intanto, si potè conoscere che tra le misure che il Governo adotterà è quella di fare occupare, dopo la partenza dei Francesi, le principali piazze da colonne militari, le quali, al segnale di un colpo di cannone, dovranno mettersi in movimento per reprimere qualsiasi dimostrazione.

A tale effetto, sarà pubblicato un Proclama di legge quasi stataria per i ribelli, con comminatoria di fucilazione.

Lo sgomento della popolazione è grave e si prevede che pochi attenderanno alle loro occupazioni ed il piccolo commercio cesserà intieramente.


11. — Ai 6 il Papa ricevette in udienza di congedo l’uffizialità francese del presidio di Roma.

Il generale Montebello pronunziò un breve discorso nel quale, in sostanza, disse:

«Sul punto di ritornare in Francia, commossi da sentimenti di profonda venerazione, ci presentiamo, per l’ultima volta, a chiedere dalla Santità Vostra l’apostolica benedizione.

»Noi partiamo; ma il nostro imperatore che, per lo spazio di 17 anni, difese colle armi la città eterna, non tralascia di coadiuvarla in trattative di conciliazione, ed assiste, colla garanzia morale, la Santità Vostra, acciò possa conciliarsi coi suoi vicini ed esercitare liberamente il suo potere spirituale, fino agli estremi confini della terra».

LjOOQle [p. 539 modifica]Pio IX, in sostanza, rispose, in lingua francese:

«Allorquando veniste a piantare la vostra bandiera a Roma foste accompagnati dall’approvazione e dalla gioia dei vostri connazionali e di tutti i cattolici. Ritornando in Francia, non so se sarete accolti cogli stessi sentimenti. Ne dubito.

» Di già due inviati vennero ad assicurarmi della garanzia del vostro Sovrano.

» Del resto, abbandonato da tutti, sono tranquillissimo perchè assistito da Colui che è re dei re.

» Certamente, i rivoluzionarii non cessano di cospirare contro di noi per toglierci questo punto di terra che ci rimase.

» Ed un personaggio in alto luogo disse che «la Italia è fatta se non compita9».

» Quindi vuole piantare la sua bandiera in Campidoglio. Ma, nel caso, la burrasca non sarebbe che breve e passeggierà poichè non ignoriamo che presso il Campidoglio esiste la Rupe Tarpeia.

» Siamo disposti ad imitare l’esempio di S. Agostino, il quale, vedendo Ippona assediato dai barbari, pregava l’altissimo che accettasse il sacrifizio della sua vita e salvasse i suoi diocesani.

» Ritornati in Francia, forse alcuni vedrete il vostro imperatore.

» Ditegli che, pregiandosi del titolo di cristianissimo, deve procurare che i fatti corrispondano alle parole.

[p. 540 modifica]» Ditegli che sappiamo non esser egli tranquillo ed essere molestato da incomodi....

» Ditegli che non tralasciamo di pregare per lui.

» Intanto, con tutta l’effusione del cuore, benediciamo voi, le vostre famiglie, i vostri parenti ed amici».

Quindi li ammise tutti al bacio della mano.

Dai 3 ai 10 le truppe francesi sgombrarono Roma ed i paesi vicini.

Domani partirà il generale Montebello collo Stato Maggiore.

I pontificii già presero il comando di piazza.

Nell’ultimo giorno della novena della Concezione, il Papa andò, secondo il solito, ai Ss. Apostoli.

Regalò alla sacrestia un calice d’oro gioiellato, dicendo al padre guardiano: «Badate che Garibaldi non ve io rubi».

I papalini esaltati cercano di rincorare i più timidi con la notizia che, appena partiti i Francesi, a garanzia del potere temporale del Papa, sventoleranno sul Campidoglio le bandiere delle potenze cattoliche; che il Papa scomunicherà formalmente Napoleone III e Vittorio Emanuele, come segnale di una insurrezione del partito cattolico.


17. — Il Governo, per conservare la pubblica tranquillità, tra le altre cose, dispose che in ogni caserma siano sempre pronti 50 uomini di rinforzo per uscire e riunirsi al primo cenno di movimento insurrezionale.

Intanto, nella sera sono frequenti le rapine, armata mano.

[p. 541 modifica]Il commendatore Tonello, ai 14, ebbe una conferenza col cardinale Segretario di Stato. Si dice che fosse accolto con contegno alquanto grave.

Ai 15 ebbe udienza dal Papa, che durò 38 minuti.

Nella mattina del 14, lo scrivente visitò il commendatore Tonello alla locanda Serny, e si trattenne con lui circa un quarto d’ora10.


24. — Nella sera dei 15 corrente, l’ufficialità degli zuavi, si riunì ad un pranzo, nella Sala delle Colonne, ordinando che si alzassero le cortine per essere osservati dal pubblico.

La suddetta trattoria è prossima al caffè di Roma, incontro S. Carlo al Corso.

I caffè di Roma e delle Convertite, essendo ora molto frequentati dagli zuavi, i cittadini se ne sono allontanati per non incorrere in compromesso.

Da alcune mattine si trovarono affissi per la città esemplari del proclama del Comitato dei Romani.

Il commendatore Tonello, per gli affari della sua missione, tratta direttamente col cardinale Antonelli, e con monsignor Franchi. Il commendatore ricevette varie visite del Segretario di Stato.

Egli, poi, fece visite segnatamente ai cardinali Amat, De Silvestri e Di Pietro. Si ha luogo a sperare che possa condurre a termine qualche negoziato.

Nel giorno 11 corrente, i trasteverini fecero grandi pranzi per festeggiare lo sgombro delle truppe francesi.



Note

    attendiamo. Il trionfo è certo. I giorni del clericale dispotismo sono già inesorabilmente contati. Il vostro Comitato non vi mancherà all’uopo d’opera e di consiglio.

    » Roma, 14 dicembre 1866.

    » Il Comitato Nazionale Romano».

  1. Il prestito fu conchiuso colla casa bancaria Blount e C., e il Comitato nazionale romano, esaminatene le condizioni, in un articolo publicato nel numero 8 del Roma dei Romani, così lo giudicò: «Il prestito pontificio del 1866 è il più rovinoso di quanti abbia mai fatto Governo europeo; offre risorsa precaria potendo appena sopperire al disavanzo della gestione di un anno; e fornisce la più luminosa prova della tristissima condizione in cui versa il credito dello Stato».
  2. Intorno alla partenza dei volontari da Roma per la guerra nel Veneto, ecco che cosa scriveva il numero 9 del Roma dei Romani:

          «Siamo lieti di potere far conoscere ai nostri concittadini che già circa due mila animosi giovani sono partiti da Roma in questi ultimi giorni a piccoli drappelli o alla spicciolata per combattere nell’esercito che s’avvia al riscatto della Venezia.
          » Questo nuovo tributo di Roma alle forze militanti della nazione acquista maggior rilievo quando si pensa alle molte migliaia di suoi figli che già si trovano nelle file dell’esercito regolare e dei volontari alle quali accorsero in folla i suoi emigrati da tutti i punti della penisola. Così all’apertura delle ostilità, quando il Comitato Romano chiuderà i ruoli dei volontari di Roma, cui esso presta i mezzi di raggiungere i centri di arruolamento, la nostra città potrà star sicura di essere rappresentata da un degno contingente, senza contare i sacrifici che essa sarebbe pronta a fare se i casi della patria domandassero nuove leve di volontari».
  3. Cioè per l’anniversario della sua incoronatone.
  4. A Civitavecchia alloggiarono nella Darsena. — Roncalli.
  5. Il Com. Naz. romano, a prova della sua gioia, per la liberazione di Venezia, fece pervenire al Municipio di quella città un dispaccio che noi qui riportiamo colla risposta che ne ricevette:
          Roma a Venezia: «I Romani mandano felicitazioni sincere ai Veneziani per la libertà che essi hanno ottenuta, e salutano il giorno felice che gli riunirà ai fratelli d’Italia, corno foriero di quello che seguirà la tanto sospirata liberazione di Roma.
    » Roma, 6 ottobre 1866.
    » Al Municipio di Venezia

    » Il Comitato Nazionale».

          Venezia a Roma: «Tutta l’Italia libera, che ci saluta, non avrebbe bastato a confortarci del vostro silenzio, o Romani. Ma voi, comunque ancora non lieti, doppiamente gentili, vi ricordaste di noi.
          » Noi ci rallegriamo delle vostre felicitazioni, e come sensi dell’affetto vostro, e come augurio lieto del vostro prossimo risorgimento.
          » Roma e Venezia furono gli ultimi spaldi, sui quali dei pugni di eroi difesero disperatamente e da soli il principio Nazionale, di cui oggi vediamo realizzarsi il trionfo.
          » Roma e Venezia ebbero comune la sorte di subire più a lungo il peso della servitù. Ma nella propria, Venezia vede imminente la vostra liberazione, o fratelli; per cui, forti di questa fidanza, noi ci riserviamo a portarvi ben presto il nostro vivo ed allegro saluto, allorquando il vessillo d’Italia sventolerà non solo sul nostro S. Marco, ma altresì sul vostro Campidoglio.

    » Venezia, li 11 ottobre 1866.
    » Al Comitato Nazionale, Roma.

    » Per la Giunta Municipale
    » Il Segretario Celi».


    (Dal giornale Roma dei Romani, numero 13)


          E allorché, nel mese di novembre, Vittorio Emanuele entrò in Venezia, una Commissione romana andò a rappresentarvi Roma nella comune esultanza delle feste che vi si fecero.

  6. La sicurezza che il Governo pontificio potesse reggere senza la protezione delle armi francesi fu manifestata dal cardinale Antonelli, fin dall’anno 1859, al De Martino, ambasciatore del re di Napoli in Roma, il quale così ne scrisse al ministro Caraffa:
          «Il cardinale Antonelli non divide le apprensioni, oserei dire generali, su un movimento politico in questi Stati dopo che saranno evacuati dalle truppe straniere». (Nicomede Bianchi. Nuovi documenti diplomatici sulla questione romana. Torino, Tipografia dell’Opinione, 1861).
  7. Il proclama del Comitato nazionale, che porta, adir vero, la data del 14 di dicembre, è il seguente:
    «Romani,


          «Alfine l’ultimo soldato francese ha lasciato Roma, l’ultimo straniero l’Italia.
          » Dall’Alpi al mare niun vessillo straniero spiega su terra italiana, prepotente dominio od ingiusta protezione. Spettacolo doloroso agli impauriti nostri oppressori, consolante a noi, che dopo diciott’anni rialziamo la froute e rivediamo Roma padrona de’ propri destini.

          «Si stampi profondamente questo gran giorno nella memoria e nel cuore d’ogni Romano che sente la carità, e senti l’avvilimento della patria.

          «Questo giorno, 14 Decembre del 1866, apre tutta un’Èra, l’Èra che dovrà vedere al fianco del Magistero religioso, libero francato dal sozzo contatto d’abbonito dispotismo, Roma anche essa libera, anch’essa fiorente.

          «A noi dunque, o Romani, la grand’opera. — Una tarda giustizia ci rimette in pugno il destino del paese, da tanto tempo non nostro. I/ora è decisiva, solenne. Il mondo ci guarda tutto, commosso, agitato in sensi diversi ed opposti. Noi, forti della forza d’un diritto imprescrittibile, risoluti ad esercitarlo senza offendere menomamente i diritti del potere spirituale, prepariamo al grande avvenimento l’animo, la mente e all’uopo il braccio. Non vane parole, non moti sconsigliati, non agitazioni isolate, intempestive. Via dalle nostre file chi altro tributo non sapesse recare in questa solenne necessità di estremi e gravi proponimenti.

          «La patria abbonda vivadio e d’ardire e di virtù cittadine, e il giorno supremo lo vedrà. Di vuote, scomposte manifestazioni non ha d’uopo. Sarebbe ciò appunto quello, a che più anelano i nemici nostri, gli speculatori di torbidi, i sognatori di nuove straniere intrusioni, che molti, e frodolenti ci attorniano, ci spiano, c’insidiano.

          «Su d’essi, non dubitate, pesa instancabile lo sguardo di chi veglia alle vostre sorti. Ma contr’essi è mestieri altresì, è bisogno altissimo d’unità, d’ordine, d’attitudine forte, risoluta, ma calma nel periodo che ci divide dal compimento dei nostri voti. Raccogliamoci, diamoci la mano tutti, tutti serriamoci intorno al nome e alle glorie di Roma.

          » In nome della patria, che niun filo delle nostre forze vada in questi momenti solenni sperduto. Così uniti, compatti,

  8. Intorno ai molti arresti e alle perquisizioni domiciliari, le quali una notte arrivarono persino a 67, diede notizia il numero 14 del Roma dei Romani.
  9. Queste parole furono pronunziate da Vittorio Emanuele, il giorno 4 di novembre del 1866, alla Deputazione che gli presentò il plebiscito delle Provincie Venete.
  10. Il commendatore Tonello fu mandato a Roma per riprendere le trattative interrotte dopo la partenza del Vegezzi, e la sua missione non fu priva di qualche utile risultamento.