Dagli Epigrammi (Alfieri, 1912)/VIII. Padre trent'anni muto il Pretendente

VIII. Padre trent'anni muto il Pretendente

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VIII. Padre trent'anni muto il Pretendente
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VIII [cxix].1

Padre trent’anni muto il Pretendente
Or fa di nuova fabbrica Duchessa
Certa sua figlia che tornogli in mente;
4 E l’ha disfatta d’Arcivescovessa2
Ch’ell’era, ei sol non ne sapendo niente.
Eccola in Roma, è già Cardinalessa;
Ed ai preti è sí usata, che Papessa
8 Farassi, se vien fatta Nepotessa.3

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Note

  1. Carlo Stuart aveva una figlia illegittima, natagli da miss Clementina Walkinshaw, scozzese, donna che gli era rimasta fedele lungo tempo e nei momenti piú dolorosi della sua vita. Separatosi dalla Contessa d’Albany, il Pretendente chiamò presso di sé questa figlia, che aveva nome Carlotta, le fece dare il titolo di Duchessa, ed ella assisté amorosamente il padre suo. Morí, senza aver preso marito, a trentasei anni, in Firenze. (Vegg. Giov. Sforza, L’ultima degli Stuart in Dodici aneddoti storici, Modena, Namias, 1895).
  2. 4. La figlia del Pretendente, nel marzo del 1767, erasi ritirata con la madre nell’Abbazia di Nostra Signora di Meaux.
  3. 8. S’intende, se il Cardinale di York la riconoscerà per nipote. A questo epigramma, scritto il 27 gennaio 1786, stimo opportuno far seguire quest’altro, pure contro Carlo Stuart, composto il 6 aprile dello stesso anno, non senza aver prima fatto osservare che le accuse di viltà mosse contro di lui dall’A. non hanno alcun fondamento di verità, essendo anzi stato il Pretendente, nell’età piú bella, un valorosissimo, ma sfortunato militare:
    Che pretende il Pretendente?
    Dei Britanni essere il re:
    Ed io credo fermamente
    Che da scettro cosa egli è.
    Portò l’armi entro il bel regno,
    Da cui l’avo suo fuggí;
    E di gran valor diè segno,
    Ch’ei non vinse, e non morí.
    E diceva il suo stendardo
    Per spiegar suo grande ardir:
    Questi è il fior d’ogni gagliardo;
    Qui vuol vincere, o morir.
    Poi di Senna ai lidi venne
    Stoltamente a dimostrar,
    Ch’è un volar senza le penne
    L’esser re senza regnar:
    Che il suo amico il Cristianissimo
    In soccorso alfin gli dà
    Un nodetto soavissimo,
    Che prigion per poco il fa.
    Quindi il resto di sua vita
    Di ben sempre in meglio andò.
    Alleanza non tradita
    Con la botte egli firmò.
    Fu la botte la sua stanza,
    Il suo trono, il suo piacer,
    Furo accidia ed ignoranza
    I suoi primi consiglier.
    Prese poi, già in là con gli anni,
    Giovin moglie, d’alto cor:
    Cui diè in dote i suoi malanni
    E il regale suo fetor.
    La rinchiuse, odiò, depresse:
    La seccò, batté: che piú?
    Ben due lustri ella ci resse,
    Poi fuggir costretta fu.
    Fu mal padre, e mal marito,
    E mal figlio, e mal fratel:
    Con la moglie e i servi ardito,
    Con chi ha petto un vero agnel;
    Duro e ingrato per natura,
    Senza amici altro che sé;
    Buon talvolta per paura;
    Chi dirà ch’ei non sia re?