Chi l'ha detto?/Parte seconda/80d

Parte seconda - § d) Francia

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d) Francia.


Alle frasi straniere dovrò di necessità dare una parte molto minore, non perchè il loro numero non sia grandissimo ma perchè non molte entrarono nell’uso nostro e pochissime furono vitali; comunque ecco per primo un piccolo mazzetto di frasi francesi che verrò illustrando in ordine cronologico.

1871.   Jusqu’au bout. 1


sono le ultime parole dell’energico proclama del generale Gallieni (Joseph-Simon), governatore militare di Parigi, affisso sulle mura di Parigi la mattina del 3 settembre 1914. La capitale pareva seriamente minacciata poichè le pattuglie di punta dei Tedeschi arrivavano a 30 km. dalla città, il governo aveva emigrato a Bordeaux, il campo trincerato era scarsamente difeso da truppe territoriali, e Gallieni, succeduto al generale Michel nell’ufficio di governatore di Parigi, pubblicava un breve manifesto che finiva: « J’ai reçu le mandat de défendre Paris contre l’envahisseur. Ce mandat, je le remplirai jusqu’au bout)». Chi sia curioso di sapere di più su la storia di questo famoso proclama veda i Mémoires du général Gallieni - Défense de Paris (Paris,Payot, 1920), a pag. 64: vi troverà pure i facsimili dell’autografo e della stampa originale. La frase divenne subito popolare: nella seduta del Senato francese del 28 dicembre I915, lo stesso Gallieni, allora [p. 670 modifica] ministro della guerra nel gabinetto Briand, in un discorso pronunciato a proposito della chiamata alle armi della classe 1917 e di cui il Senato votò l’affissione, diceva: «La France, il y a dix-huit mois, voulait la paix; elle voulait la paix pour elle et pour les autres. Aujourd’hui, elle veut la guerre». E fra gli applausi unanimi, Clemenceau, che era presidente della Commissione dell’esercito, interrompeva ricordando felicemente la frase celebre: Jusqu’au bout;

M. Henry Chéron. — Voilà une noble parole!

M. Henry Béranger. - Oui, «jusqu’au bout!»

M. Ranson. — Jusqu’à la victoire de la justice.

In compenso, dalla stessa frase si trasse un aggettivo beffardo, jusquauboutiste che corrisponderebbe al nostro guerrafondaio, il quale però è parola più antica, essendo nata al tempo della guerra di Libia. Ricorderò qui che dell’argot francese di guerra e in generale delle parole e dei modi di dire francesi sorti dalla guerra, ho già parlato, per affinità di materia, a pag. 653.

Quando la vittoria della Marna si chiarì sicura ed intera, il generalissimo Joffre che già in un ordine del giorno alle armate l’11 settembre 1914 finiva: «Tous, officiers, sous-officiers et soldats, vous avez répondu à mon appel, tous vous avez bien mérité de la patrie», comunicava il successo al ministro della guerra Millerand con un telegramma del 13 settembre: «Notre victoire s’affirme de plus en plus complète. Partout l’ennemi est en retraite....» e finiva con le parole celebri:

1872.   Le Gouvernement de la République peut être fier de l’armée qu’il a préparée. 2

Il libro del Souchon, a pag. 130, riporta da un giornale parigino, La France, l’aneddoto di un generale francese «dont les services au cours de cette guerre ne se comptent plus et qui commande avec de gros succès l’une de nos plus importantes armées» che ricevuta da un amico una lettera con la quale gli faceva auguri di capodanno (1915) e gli chiedeva di rassicurarlo sull’esito [p. 671 modifica]della guerra, gli rispose a volta di corriere una cartolina sulla quale erano scritte soltanto queste tre parole:

1873.   Long, dur, sûr.3

che volevano riassumere le sue previsioni sull’esito della guerra. Il giornalista aggiunge: «Cela vaut peut-être le Veni vidi vici de Jules César». La frase che in Francia ebbe grande successo e noi fa sorridere per gaie e maliziose reminiscenze, fu anche attribuita a Joffre, ma senza ragione. Giustamente osserva il Dauzat nel libro più volte citato (pag. 110) a proposito delle molte frasi attribuite al maresciallo: «Comme il personnifiait à lui seul, aux yeux de la foule, tout le commandement, chaque formule heureuse lui était imputée de droit». Il Dauzat crede anzi che questa frase sia addirittura invenzione del gazzettiere, certo non è di Joffre: come non è di lui, l’altra lungamente attribuitagli:

1874.   Je les grignote.4

con la quale egli avrebbe sintetizzato la sua tattica dopo la battaglia dell’Yser: ma egli stesso smentì che fosse sua in una intervista concessa al Journal, che la pubblicò nel num. del 14 dicembre 1918.

1875.   Au-dessus de la mêlée.5

Romain Rolland, il famoso autore di Jean-Christophe, riunì nell’ottobre 1915 in un volume gli articoli sulla guerra da lui pubblicati quasi tutti nel Journal de Genève (Rolland è francese, nato a Clamecy nella Nièvre nel 1869, ma allo scoppiar della guerra viveva a Vevey, donde passò a Ginevra), fra il settembre 1914 e l’agosto 1915, dando al libro il titolo Au-dessus de la mèlée (Paris. Ollendorff. 1915) che è il titolo stesso del principale fra questi articoli, già uscito nel Journal de Génève del 15 settembre 1914, che poi stampato a parte a cura di Amédée Dunois nel giugno 1915 potè finalmente circolare in Francia dove [p. 672 modifica] finora la Censura aveva vietato l’ingresso agli scritti del Rolland. In questo volume, com’è noto, il Rolland si leva a giudice della guerra in base agli ideali pacifisti e umanitari da lui sempre professati, sacrificando anche il sentimento patriottico alla smania di apparire giusto e imparziale. Polemiche senza fine e senza misura accolsero la pubblicazione; e non mancarono i libri che scelsero a titoli delle imitazioni o reminiscenze di quello così suggestivo del Rolland. Cito per esempio: Au-dessous de la mêlèe, di Ch. Albert; Nella mischia, risposta di una donna, di Rosalia Gwis-Adami; Des cris dans la mêlèe, di Jean Aicard; Une voix de femme dans la mêlèe, di Marcelle Capy ecc.

1876.   Pourvu qu’ils tiennent.6

Sotto a un disegno del famoso caricaturista Forain in un numero de L’Opinion del 1915, si legge questo dialoghetto tra due poilus:

— Pourvu qu’ils tiennent!

— Qui ça?

— Les civils! —

Ma il motto sembra abbia avuto origine più antica e proprio nelle trincee. Uno dei più noti e diffusi tra i giornaletti francesi del fronte, Le Poilu, journal des tranchèes de Champagne (uscito il 15 dicembre 1914) deve gran parte della sua notorietà al bel motto di un piou-piou, accolto e diffuso dal giornale in tutta la Francia: il soldatino interrogato se egli e i suoi compagni sperassero di vincere la guerra, risponde semplicemente: «Sì, basta che i borghesi resistano!». Si veda: Luigi Campolonghi, Giornalismo in trincea, nel Giornale del Mattino, n. 245 del 2 settembre 1915 e Oreste Cipriani, I giornali del fronte e delle trincee, ne La Lettura, del 1° novembre 1915, pag. 1027.

1877.   Debout, les morts!7

Parole che ricordano uno dei più eroici episodi della guerra sulla Mosa. Al Bois-Brûlé, presso Saint-Mihiel, l’8 aprile 1915, in una [p. 673 modifica] trincea tedesca conquistata il giorno avanti dai francesi, i tedeschi contrattaccano con una pioggia di granate, che fanno strage fra i difensori: gli altri ripiegano in disordine mentre una ventina di tedeschi irrompono nella trincea. Allora l’aiutante Jacques Péricard (giornalista e redattore dell’Agence Havas), gettando bombe a mano sugli assalitori, lancia anche il grido sublime: Debout, les morts! Al suo richiamo tre feriti si levano e a colpi di fucile, di bombe e di baionette, ricaccian gli assalitori. Si veda in Maur. Barrès, L’âme française et la guerre: Sur le chemin de l’Asie (Paris, Émile-Paul frères, 1918, pag. 337 e segg.) il racconto fatto dallo stesso Pèricard e altre interessanti notizie in V. Giraud, Le miracle français: Trois ans aprés (Paris, Hachette, 1918, pag. 153) dove si narra come il primo racconto dell’episodio per desiderio dello stesso Péricard taceva il nome di lui anzi lo dava per morto e che soltanto il Barrès, dopo lunghe vicende, riuscì a rompere il velo del segreto, vincendo la modestia del valoroso pubblicista.

Tuttavia quel grido non fu che la reminiscenza di un verso del parnassiano Leone Dierz, nello splendido poemetto Les paroles d’un vaincu (Paris, Lemerre, 1871; to. II, pag. 6), nel quale il poeta immaginò che gli spettri dei soldati della Rivoluzione avrebbero voluto tornare in Mta pur di combattere ancora l’odiato tedesco:

     Et les vieux sonneurs de fanfares
          Criaient en vain: «Debout les morts!
          Redonnez nous, ô dieux avares!
          Du sang qui coule dans des corps!»

Dal canto nostro, potremmo contrapporre non solo i versi del fatidico inno del Mercantini (v. num. 728)

     Si scuopron le tombe, si levano i morti,
          I martiri nostri son tutti risorti

ma anche un’altra eroica frase di un ignoto soldato nostro di cui il ricordo non ci è serbato che da una poesia che trovo citata nel bel volumetto del prof. G. Bellucci, Folk-lore di guerra (Perugia, 1920), a pag. 113 e anche a pag. 55 del successivo volumetto dello stesso autore: I vivi ed i morti nell’ultima guerra d’Italia (Perugia, 1920). Il compianto prof. Bellucci pone a confronto i versi dell’inno di Garibaldi con la seguente strofa dell’Inno dei Cacciatori [p. 674 modifica] delle Alpi, 51° e 52° Fanteria, pensato e scritto in trincea da un sottotenente diciannovenne (Suchert C. Erisch, Alla Brigata «Cacciatori delle Alpi» (51-52), Prato, Tipo-lit. Pratese M. Martini, 1918, pag. 11), impresso nella mente e cantato da tutti quei baldi soldati, a cominciare dal loro duce invitto, che portava il nome di Peppino Garibaldi. La strofa dice così :

                         .... in piedi
          Cacciatori delle Alpi. Oggi bisogna
          balzare in piedi con un grido solo:
          — Avanti! — Come quando
          sotto l’ultima cima
          l’impeto dell’assalto
          s’aggrovigliava nell’insidia ed alto
          sempre era il grido — Avanti! — Come quando
          sul viluppo dei monti
          uno di voi, stronco non domo, urlò:
          — Avanti i morti!
          l’impeto passò.

1878.   On les aura.8

coraggiose e fidenti parole, nate nelle trincee francesi, tra i poilus, quando l’avvenire della Francia sembrava più oscuro. Pare che il primo che ne facesse uso in un documento solenne fosse il generale (poi maresciallo) Henri-Philippe Pétain, l’eroico salvatore di Verdun, il quale in un ordine del giorno diretto alle truppe che difendevano la città, il 16 aprile 1916, diceva: «Les Allemands attaqueront sans doute encore. Que chacun travaille et veille pour obtenir le même succès qu’hier.... Courage. On les aura».

Alla popolarità della frase contribuì non poco il magnifico cartellone disegnato da Abel Faivre pel 2° prestito francese della Difesa Nazionale (1916) - dal quale trasse indubbiamente lo spunto A. Mauzan, altro artista francese, per disegnare per incarico del Credito Italiano, l’altro cartellone, non meno bello, per il nostro IV Prestito di Guerra (febbraio-marzo 1917), con le parole: Fate tutti il vostro dovere -: anche il cartellone del Faivre ritrae un soldato francese, con l’aria un po’ da Gavroche, che stringendo il fucile nella destra e levando lietamente l’altra mano, sembra [p. 675 modifica] gridi con gioia ai compagni le parole scritte come motto in alto del cartellone: On les aura. Il Rubetti nel bellissimo volume Un’arma per la vittoria: la pubblicità nei prestiti italiani di guerra (vol. I. Milano. 1918. pag. 80) nega questa derivazione che pure a me sembra incontestabile. Si noti che anche le parole Fate tutti il vostro dovere sono tolte da altro manifesto francese per il prestito del 1915 edito dall’Unione delle Società per la preparazione militare in Francia e che porta i motti: Faisons tous notre devoir. Nos tils aux Armées. Notre or au Pays.

Tornando a On les aura, è naturale che per queste parole che esprimono in forma così semplice un così semplice concetto, si possa ricostruire facilmente una preistoria. Prima che per i Tedeschi sarebbero state dette per gl’Inglesi, e nientemeno che da Jeanne d’Arc (On les aura o Nous les aurons) ma l’interessante è che questo particolare sarebbe stato narrato da Gabriel Hanotaux, lo storico della Pulzella, allo stesso generale Pétain alla presenza di un altro storico, Louis Madelin, il quale lo affermava al bar. Alb. Lumbroso in un colloquio avuto con lui a Parigi nel marzo 1920. Inoltre trovo ricordato nel Journal des débats che l’autore d’un poema inedito «Des hardiesses du roy Louis XII», Jean Sales citato da de Maulde-la-Clavière nel suo libro Louise de Savoie et François 1er (Paris, 1895), fa così parlare il Padre del popolo alla battaglia di Aguadel del 1509:

     Le roy fit lors sonner trompettes et clerons
     Disant: Suivez-moy tous! par Dieu, nous les aurons!

Ho visto anche citata una conferenza del capitano De Blic col titolo: «Nous les aurons. Mais aprés?...» Conférence donnée dans un cantonnement du front le 9 juillet 1916 (Besançon, 1916)

1879.   Je fais la guerre.9

L’8 marzo 1918, mentre la situazione militare della Francia pareva gravissima, mentre i Gotha bombardavano Parigi moltiplicando i morti e i feriti, Georges Clemenceau, presidente dei Ministri, pronunziava alla Camera francese energiche parole: «ma politique étrangère et ma politique intérieure, c’est tout un. Politique intérieure, je fais la guerre; politique étrangère, je fais la guerre. [p. 676 modifica] Je fais toujours la guerre. Je cherche à me maintenir en confiance avec nos alliés. La Russie nous trahit: je continue de faire la guerre. La malheureuse Roumanie est obligée de capituler: je continue de faire la guerre et je continuerai jusqu’au dernier quart d’heure».

  1. 1871.   Sino in fondo.
  2. 1872.   Il governo della Repubblica può essere superbo dell’esercito che ha preparato.
  3. 1873.   Lunga, aspra, sicura.
  4. 1874.   Io li rosicchio.
  5. 1875.   Al di sopra della mischia.
  6. 1876.   Purchè essi tengano duro! — E chi dunque? — I borghesi!
  7. 1877.   In piedi i morti!
  8. 1878.   Li acciufferemo.
  9. 1879.   Io faccio la guerra.